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sabato 2 agosto 2025

Seta 15 - Tra le rovine di città e villaggi di un tempo

Tuyok - Xinjiang - Cina - giugno 2025 (foto T. Sofi)


Le mura di Gaochang

A una decina di chilometri di distanza dal canyon delle grotte troviamo i resti della importante città di Gao Chang, forse la più grande rimasta, tra quelle che sorgevano lungo la via della seta. Ci arrivi seguendo la strada rettilinea che corre tra le Montagne fiammeggianti che sfilano lontane sulla sinistra e la piana infinita del deserto che si stende sulla destra a perdita d'occhio. Sulla superficie gialla uniforme si scorgono di lontano le immense mura che formano un quadrato che ti appare come una costruzione aliena a guardia del nulla. Una manufatto alto e regolare, incredibilmente conservato, visto che ha dovuto subire l'insulto di molteplici eserciti, che l'hanno più volte devastata e considerato anche il fatto che in fondo non di pietra si tratta ma di semplice mattone crudo, le cui perfette scansioni, date dalla sovrapposizione degli stessi, in alcuni casi è ancora perfettamente leggibile, mentre in altri è ricoperta dai coni di deiezione che le ingiurie del tempo hanno provocato, disfacendone i fianchi. Dopo aver superato il solito centro informativo costruito a somiglianza della struttura della città, ma dall'aspetto di una astronave appena discesa sul deserto di Tataouine, si viene trasportati all'interno da appositi veicoli che provvedono alle soste nei punti topici. Il senso di gigantismo è indubbiamente notevole e anche se si tratta di semplici costruzioni in terra, si può con buona ragione parlare di mura ciclopiche. 

Un tempio della città

Questa era una città di straordinaria importanza, un vero e proprio caposaldo di commerci e di passaggio di carovane, forse una delle più visitate dai mercanti e qui arrivavano personaggi di ogni genere, avventurieri, commercianti e monaci interessati a propagandare i loro credi, tanto che tra i pochi edifici rimasti all'interno, si possono annoverare ancora due grandi templi o per lo meno le parti che hanno resistito alle distruzioni apportate dall'iconoclastia islamica degli  ultimi secoli di vita della città stessa. Anche il grande palazzo che costituisce la terza cerchia di mura interna racconta della grandezza di questo regno, anche se il resto delle case che costituivano il tessuto della città, sono quasi completamente scomparse, nella maggior parte dei casi perché il loro materiale costruttivo è stato utilizzato dai contadini della zona come una sorta di fertilizzante per i loro magri orti. Bisogna dire che qui attorno si sono trovati un sacco di reperti e vestigia di ogni genere, attinenti ai vari regni che si sono succeduti e da quando, verso la fine dell''800 si comprese la rilevanza archeologica della zona, c'è stata qui una vera e propria corsa agli scavi ed all'appropriarsi di materiali che adesso arricchiscono tutti i principali musei europei. 

Nella città

Ci fermiamo davanti alle rovine del tempio sudorientale. La grande torre poligonale mostra ancora bene gli angoli a gradoni che ricordano un poco le piramidi mesopotamiche con gli spigoli che il vento del deserto ha lavorato con costanza, smussandoli in più dolci forme curvilinee. Ti aspetti che da un momento all'altro emergano dal suo interno figure di abitanti di altri pianeti, arrivati qui in epoche passate per procedere ad esperimenti paurosi e misterici. Eppure qui si fermavano monaci in arrivo dalla lontana India a declamare i loro sutra cantilenanti per raccogliere adepti e a recitare mantra o sacerdoti di quel culto manicheo oggi completamente scomparso o ancora preti nestoriani, mentre a poca distanza forse sorgeva uno di quei mercati dove si affollavano mercanti di ogni parte del mondo conosciuto intenti a contrattare pacchi di spezie, orci di vini pregiati e balle di ogni tipo di derrate, mentre più in là par di sentire le grida dei commercianti di cammelli, di cavalli, asini ed ovini. Sono suoni e grida che si stemperano nell'aria fina del deserto, che svaniscono nell'aria densa del meriggio bollente che lontano, nella piana gialla e tremolante provoca miraggi e visioni innaturali, quelli che confondono uomini e bestie e li fanno perdere tra le dune, dove non vengono mai più trovati, vittime di predoni feroci o peggio solo dalla spietatezza di una natura estrema che non concede quartiere a chi non riesce ad adattarsi ad essa. 

L'interno del palazzo

Scendiamo dal veicolo elettrico che scivola tra le rovine sparse sulla piana arroventata e subito ci perdiamo tra gli alti muri rimasti di quello che era il palazzo della corte, imponente come è ovvio che fosse. Il sole a picco picchia come il martello di Thor sull'incudine dell'universo. Nello spazio più interno quasi volesse proteggersi dall'ingiurie del tempo, una sorta di edificio che ricorda il Colosseo quadrato dell'Eur in tono minore, ma forse con la stessa prosopopea, fa bella mostra di se stesso, meglio conservato di ogni altra cosa che lo circonda, certamente un omaggio al re che lo aveva voluto. Uno dei tanti che si sono succeduti, turcomanni e uiguri, alternandosi nel tempo fino a che, la città perse a poco a poco di importanza, gli abitanti cominciarono a diminuire o a trasferirsi altrove e dopo la decadenza arrivò l'abbandono, la fine definitiva di un'epoca, in cui le vie ed i vicoli tra le case e le mura divennero via via sempre più deserte ed il vento del deserto con folate sempre più furenti e impetuose, spazzarono via la presenza umana, definitivamente, per lasciar spazio solo a lucertole e serpi velenose. C'è chi dice che questo avvenne dopo la furia spietata ed ingenerosa dell'orda di Tamerlano, chi invece, più prosaicamente incolpa semplicemente il cambiamento climatico, già anche questo aspetto è sempre in agguato, incombendo sulla nostra specie come una spada di Damocle impietosa ed implacabile. 

Cocomerai

Pare infatti che la cosiddetta piccola età glaciale, che cominciava appunto in quel tempo, proprio qui abbia operato in maniera irresistibile ed in un luogo dove ancora adesso si raggiungono temperature invernali di -30°C, con una imponente copertura nevosa, possiamo solo immaginare come fosse impossibile resistere. E forse proprio per questa ragione, questo tratto della via si interruppe definitivamente lasciando spazio alle altre più agevoli vie del sud. Spesso le ragioni degli avvenimenti sono più semplici di quanto si possa pensare. Quando alla fine completiamo il giro, le mura ciclopiche incombono ancora su di noi, lanciamo loro un ultimo sguardo così come il gruppetto di coreani che ci accompagnano nella visita, muti e stupefatti e certamente impressionati. Fuori nell'ampio parcheggio deserto i nostri autisti ci attendono, mentre il sole infierisce implacabile sui tettucci delle nostre auto, con le portiere spalancate, brandendo tra le mani due coltellacci minacciosi. Non si capiscono bene le loro intenzioni, poi finalmente a chiarire la situazione, spuntano fuori da un borsone alcune angurie tonde e grandi, acquistate nei campi che ci sono attorno. Con pochi precisi colpi, assestati dall'alto e i cocomeri, qui siamo proprio nel cuore della produzione, i mercati ne sono pieni e ad ogni angolo della città ci sono bancarelle che ne vendono di ogni tipo e dimensione, vengono divisi in fette generose e tutti abbiamo a disposizione la possibilità dilavarci la faccia, affondandola nella polpa rossa e dolcissima, fino al bianco della buccia. 

Essiccatoi

Una soddisfazione che non provavo da quando ero bambino e mio papà mi portava dal cocomeraio sul viale a mangiare la fettona d'ingüria, come si dice nel nostro ostico dialetto. Che piacere, affondarci la bocca, in piedi a gambe larghe per evitare che il liquido residuale coli sulle tue gambe sporcandoti tutto, e poi chi la sentiva la mamma! Comunque in pochi minuti i cocomeri a disposizione, senza fare troppo gli schizzinosi, ce li sgobbiamo tutti e buoni che sono. Sono ricordi di infanzia che tutti abbiamo ancora stampati nella mente, ma rinverdirli tra le sabbie di un deserto lontano, ha un sapore davvero molto particolare. Poi, rimangono solo le bucce verdi mordicchiate da abbandonare nella spazzatura dove il sole del deserto provvederà a fare giustizia. Noi intanto ci facciamo ancora una quindicina di chilometri infilando poi una valle laterale che scava una sorta di canyon nella catena delle montagne e zigzagando lungo il corso di quel che rimane di un fiumiciattolo magro e stentato arriva fino al villaggio di Tuyok. Probabilmente fino a qualche anno fa poteva essere uno di quegli antichi villaggi dove pochi abitanti vivevano ancora la vita dei secoli scorsi, dedita ad una agricoltura fatta di essicazione di uva e coltivazione di orti e scarsi raccolti faticosamente strappati alla terra secca ed avara. Oggi è un oggetto in trasformazione, perfettamente adatto a trasformarsi in una di quelle classiche trappole per turisti che tutti aborriamo, ma che sono il modo individuato da chi si occupa di queste cose per "valorizzare" il sito. 

La moschea

Una parte del villaggio infatti, è già stato "trasformato", mantenendo ovviamente la struttura esterna ma modificandone le destinazioni, così eccoci vagare tra negozi, locali, ristoranti e altre piacevolezze utili ad accogliere le sperate orde di turisti futuri, portatori di soldi, che questo conta, insomma. Ci fermiamo a mangiare un boccone e lo stile è ormai quello moderno ed efficiente della città. Fuori ci sono negozi che, come altrove affittano costumi storici e diverse belle ragazze si esibiscono lungo le vie davanti alle vecchie case dai bei portoni colorati che stanno scolorendosi al sole. La bella moschea sulla piazza, in cima alla salita, ha resistito alla furia della rivoluzione culturale, si dice perché un cane feroce ne ha difeso l'entrata impedendo alle Guardie Rosse di penetrarvi e di compiere le distruzioni che erano solite compiere. Probabilmente invece il paese era talmente periferico che i momenti più terribili di quel periodo, non riuscirono ad arrivare fin qua col caldo che faceva e le rivoluzioni si sa sono sempre troppo faticose, mentre al momento la pax cinese, nell'intento di estendere al massimo l'armonia pacifica tra le etnie del paese, ha allontanato il culto dall'edificio stesso trasformandolo in vari uffici utili alla gestione del comune e anche un posto di polizia che non si sa mai. Le case del circondario invece, ben conservate, sono in massima parte vuote ed in attesa di essere ristrutturate per altri più proficui utilizzi. 

L'antica moschea

Mi infilo in un vecchio edificio penetrando nel primo piano dove si vede ancora l'accesso all'essiccatoio e poi altri varchi consentono l'accesso ad una serie di terrazze, dove di certo venivano stese le stuoie di frutta al sole. Adesso si vedono solo travi malferme e sacchi di calce e cemento in attesa di operai per trasformare anche questa antica casa in un qualche tipo di struttura turistica. Lungo la via principale invece molti negozietti affacciano già banchi e stuoie dove sono offerti volenterosi souvenir in fiduciosa attesa dei turisti a venire. La moschea è deserta, puoi camminare nell'ampio porticato interno, del feroce cane, non c'è più traccia, un paio di gatti invece vengono a strusciarsi sulle tue gambe. Ma c'è una parte del paese non accora interessata dalla massa dei lavori; stradine laterali e vicoli si inerpicano sul costone della collina verso le vigne di uva che di certo ancora qualcuno raccoglierà. Ci arrampichiamo su una via erta e tortuosa che conduce in cima al paese, la parte forse più interessante, per il momento, qui ci sono i residui di un'altra moschea, più piccola ma anch'essa in disuso, a fianco un piccolo cimitero mostra le tombe lasciate all'incuria del tempo. Scendiamo lentamente verso le macchine, ormai si è fatto tardi e anche i pochi turisti rimasti hanno lasciato la piazza rimodernata del paese per tornare in città. Seguiamo le loro tracce per andare a dormire velocemente, domani abbiamo il treno presto ed è meglio andare a posare le teste sui cuscini, visto che la giornata bollente ha lasciato qualche segno sui nostri giovani corpi poco usi a queste temperature estreme.

SURVIVAL KIT

Gao Chang

Rovine di Gao Chang - Antica città, una delle più importanti della via della seta, arrivata fino a 30.000 abitanti, a circa 45 km da Turfan, abitata dal 100 a.C. fino al 1400 quando fu distrutta da Tamerlano e abbandonata dai suoi abitanti. Dai primi abitanti euroasiatici, le tribù Cheshi, poi conquistate dagli Han attorno all'anno 0, poi presa successivamente dai Tang che la trasformarono nella forma che si vede ancora oggi, strutturata secondo la pianta di Chang'an e poi caduta in mano Uygura nell'800, che si alternarono ai mongoli fino al 1300 con il cosiddetto regno di Qocho. Con la caduta della dinastia Yuan cominciò la decadenza. Fu anche importante centro religioso, dove si diffuse il buddismo ed in seguitò ospitò anche un tempio confuciano e una chiesa nestoriana. Rimane l'immensa cinta muraria, 12 metri di spessore e quasi altrettanti di altezza, fatta di mattone crudo, un quadrato di circa 1,5 km di lato con alcuni edifici all'interno, nove porte e due templi agli angoli, oltre ad una cinta interna più piccola di circa 3 km di perimetro. Ben visibile il palazzo, un rettangolo dal perimetro di circa 700 m. Il giro si compie a mezzo veicoli elettrici che fanno diverse soste all'interno di un percorso fissato. Ingresso 70 Y.

Tombe di Astana - A circa 10 km da Gao Chang, volendo si arriva a quello che era il cimitero della città, dove sono state scoperte migliaia di tombe. Le mummie sepolte con importanti corredi funerari, tra cui splendide sete e stoffe varie, splendidamente conservate grazie al clima secco, sono al museo di Urumqi o a quello di Turfan, assieme ai relativi affreschi tombali e hanno consentito di studiare la storia di queste popolazioni caucasiche. In generale venivano inumate con una moneta iraniana in bocca. Al momento solo 3 tombe sono visitabili. Ingresso 20 Y.

Nel paese

Villaggio di Tuyok - A 70 km a est di Turpan, in una valle laterale delle Flaming mountains. Piccolo villaggio molto ben conservato, ormai dedicato alle visite dei turisti, che tuttavia sono ancora ragionevolmente pochi, per cui potrete girare tranquillamente tra le antiche case, la moschea ben conservata e gli edifici tutti muniti di essiccatoi per l'uva, con le sue famose varietà apirene. Ormai sono poche le case normalmente abitate, la maggioranza si stanno convertendo in strutture turistiche, negozi e così via. Nei dintorni sono presenti anche un quarantina di grotte buddiste con statue e affreschi, simili a quelle di Bezeklik che al momento risulterebbero chiuse. Ingresso 30 Y.

Interno della moschea di Tuyok

L'antica moschea
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mercoledì 30 luglio 2025

Seta 14 - Le montagne fiammeggianti

Flaming mountains - Depressione di Turfan . Cina - giugno 2025

Statua di demone

Bisogna dire che la colazione abbondante e di tuo gusto, ti mette di buon umore per tutto il resto della giornata, almeno per me è così e questo Hotel Metropolo, il gioco di parole mi piace pure, ci sa fare per quanto riguarda il servizio. Dopo aver schivato più volte Battista, così abbiamo ormai battezzato il robot che consegna cose di ogni tipo direttamente nelle camere, scendiamo nella grande hall ad aspettare i taxi. Intanto Battista ritorna, fa il giro per non disturbare un chiassoso gruppo di cinesi in partenza e si va a posizionare vicino al suo punto di ricarica. Ormai i rider che portano i fagotti di cibo ordinato nei vari ristoranti della zona, non passano neanche dalla reception, ma vanno direttamente a metterlo nel suo apposito vano superiore che si apre automaticamente al loro arrivo e via, se ne va verso l'ascensore a ultimare la consegna. Evidentemente all'ordine l'app dà già tutte le indicazioni della camera e il tizio non deve impostare nulla, naturalmente non becca neppure la mancia, ma tanto qui in Cina, la mancia è una istituzione che non esiste proprio, anzi i camerieri si offendono. Prova provata. L'altra sera stavo facendo il pagamento della cena con Alipay e forse per un mio errore o per un problema di cambio, la cifra che veniva mostrata nel pagamento era di poco superiore al dovuto, poco più di un euro o due di differenza, così che poteva sembrare una sorta di mancia. 

Rocce

La cameriera, tutta  rossa in viso, vi ha pregato di correggere la cifra, dichiarando di essere estremamente imbarazzata per l'accaduto e visto che non riuscivo a cambiare la cifra, abbiamo dovuto cambiare il sistema di pagamento, perché la ragazza si rifiutava di accettarla. Non siamo abituati a queste situazioni ma, paese che vai... Intanto arrivano i nostri taxi, uno dei due è quello che avevamo preso dalla stazione e che oggi ha portato una cugina e si è dato come molto ben disposto a farci fare il giro completo di una giornata, a prezzo concordato. L'itinerario di oggi ci porta subito fuori città, dove comincia il deserto, quel tratto di terra arida che congiunge il Taklamakan al Gobi, fatto di montagne e di altopiani sconfinati di terra tenera e sabbia, in qualche punto segnata dal passaggio di antichi corsi d'acqua oggi scomparsi, che hanno tracciato valli profonde, scavate come unghiate dal tratto feroce e aspro nei loess gialli e polverosi che ricoprono le terre che scendono dalla catena del Tien Shan. Sul fondo di questi canyon che procedono a zig zag nella pianura, senti solo il ricordo dell'antica presenza, ma sotto sotto, nei punti dove compare ancora qualche simulacro di una pozza o un sentore di umidità, vedi subito che qualche residuo di vegetazione si muove, annaspa e cresce con fatica, ma pretende di segnalare la sua presenza, la sua possibilità di vita.

L'eroina del romanzo

Subito lì attorno si radunano sparuti greggi di capre, gli animali più adattabili, a cui basta davvero poco per sopravvivere, con i grandi musi che nascondono canali nasali complessi e profondi per riscaldare l'aria inalata nei gelidi inverni e il vello lungo e protettivo per le stesse ragioni. Brucano di gusto la poca erba, guardandosi all'intorno per vedere il prossimo cespo, strappandola con cura per non sprecarne un filo e poi seguire il capo branco dalle lunghe corna ritorte che controlla la mancanza di pericoli prima di procedere. Deve essere dura la vita da capra da queste parti. Dopo una ventina di chilometri, la strada costeggia una serie di colline che man mano che si procede, si fanno sempre più erte e scoscese, fino a formare una specie di catena di alture che corre parallela. I fianchi dei rilievi diventano sempre più scoscesi e scavati lateralmente in solchi precisi e verticali, come se le poche precipitazioni che eventualmente cadono durante gli anni, compissero una progressiva opera di scavo fino a formare calanchi regolari che tuttavia, data la scarsità di acqua non riescono a modificare troppo velocemente l'aspetto del paesaggio, che in ogni caso è davvero singolare se si considera il suo disporsi secondo una scansione di spigoli che sembra non finire mai, davanti a quella che invece è una liscia superficie che forse in tempi passati più umidi, era ricoperta da strati di acqua, paludi o addirittura piccoli laghi. 

Pozzi e statue

Sono queste le famose Montagne fiammeggianti, una delle bellezze naturalistiche del Xinjiang, delle quali si raccontano leggende infinite, pluricitate anche nella storia letteraria cinese. Oltre al loro caratteristico aspetto, questi rilievi presentano in alcune ore del giorno, marcatamente al tramonto, quando la luce del sole le colpisce secondo particolari angoli, grazie al colore della loro composizione, una tonalità che qualcuno definisce addirittura rosso fuoco ed il fortissimo calore della zona, dove si raggiungono le più alte temperature del paese, fanno sì che le rocce si illuminino e l'aria caldissima provochi vortici simili a fumo che si leva dalle creste, dando l'impressione che l'intera montagna arroventata, bruci. Una delle leggende uigure racconta di un drago che imperversava sopra questi monti e quando l'eroe di turno lo uccise, il suo sangue colò sul rilievo colorandolo di rosso vivo e le fiamme del suo alito rovente continuarono ad infiammarne le creste. Invece secondo il capolavoro della letteratura cinese di epoca Ming: Viaggio in Occidente, che racconta il lungo viaggio del monaco Xuanzang, figura storica, che coi suoi discepoli portò le sacre scritture buddiste fino all'occidente, lungo quella che divenne poi la via delle grotte, al capito 60, narra del tempo in cui le montagne bruciavano a causa di una lotta tra dei che stavano da quest e parti. Il cattivone di turno, certo Sun Wukong, che ne faceva di tutti i colori, fu rinchiuso dal dio buono all'interno di una fornace, di cui però il malefico riuscì a liberarsi scalciandone i mattoni in fiamme tutto attorno, che ricadendo al suolo divennero appunto le Montagne fiammeggianti. Ma subito dietro ecco anche pozzi che pompano oro nero, che la natura è cosa bella ma il grano è grano, non scherziamo.

Il termometro

Sia come sia, qui fa un caldo porco e oltretutto proprio qui, puoi assaggiare cosa sia l'overturism che comincia ad infestare i luoghi più famosi del paese, infatti nel punto di accoglienza del parco, c'è un tale afflusso di macchine, anche se non siamo in piena stagione, che quasi tutti i giganteschi parcheggi sono occupati, Tocca fare chilometri a piedi sotto il sole cocente e dire che è ancora mattino presto. In realtà non c'è poi molto da vedere, perché la catena delle montagne in queste ore è di un giallognolo spento, solo al tramonto, forse, puoi vedere il famoso colore infiammato, posto che le foto esposte non siano potente lavoro di photoshoppatura, e tutta la parte sotterranea non è altro che una serie di scenografie che raccontano la storia del romanzo di cui vi ho detto, mentre all'esterno una serie di statue dei protagonisti stanno lì a fare da sfondo ai selfie dei turisti. Al centro della costruzione, a cui si accede dal sotterraneo, evidentemente il punto della depressione, qui siamo abbondantemente sotto il livello del mare, circa -50 metri, così sembra, dove si presuppone che ci sia la temperatura più alta, c'è un gigantesco termometro che si innalza verso il cielo e che tutti fotografano per dimostrare di essere stati al caldo. Al momento in cui eravamo lì, segnava 40°C, ma bisogna considerare che erano solo le 10 del mattino. 

Sabbie del Taklamakan

Comunque c'è una grande agitazione intorno, tutti si scatenano con i telefonini e le guide tentano di dimostrare come le uova si cuociano con facilità, se deposte a terra appena sotto la sabbia. Insomma direi un po' una trappola per turisti che non fa vedere un gran che, se paragonata al molto altro che si può osservare da queste parti. Però visto che ci si passa davanti e che l'anziano non paga, ci si può anche fermare a dare un'occhiata e poi tirar via veloci, che non vale la pena di perderci troppo tempo. Dunque lasciamo la zona e procediamo di un'altra decina di chilometri, dove nella barriera delle montagne fiammeggianti si apre un lungo canyon dalle pareti ripide che si insinua in profondità. Si tratta della valle del Mutou, un fragile corso d'acqua che scende dal Tienshan. Lungo la ripida parete occidentale si apre una serie di grotte dette dei mille Budda di Bezeklik, uno dei tanti siti religiosi presenti con queste caratteristiche lungo la via della seta. La natura friabile della parete rocciosa che ha reso possibile lo scavo delle grotte stesse, ha fatto sì che nel tempo molte di esser siano crollate facendo scomparire le opere in esse rinchiuse, create, come le altre della serie tra il V e il X secolo, dai monaci che risalivano questo itinerario favorendo lo sviluppo di questa religione. Successivamente l'afflusso di popoli portatori del messaggio islamico ha contribuito a fare declinare questo credo ed inoltre lo spirito iconoclasta dell'Islam stesso ha provocato la distruzione fisica di molta parte di esse. 

Afreschi

Al momento ci sono circa 77 grotte contenenti dipinti, alcuni di scarso valore, altri invece di grande pregio, mentre molti sono stati nel tempo rovinati, sia per l'incuria che intenzionalmente durante le invasioni succedutesi nel tempo. Al momenti solo poche sono aperte per la visita, ma alcune di queste sono di particolare interesse anche al di là della bellezza intrinseca dei dipinti presenti. Ad esempio la numero 17 rappresenta la cosmogonia e l'inferno come viene immaginato nella religione Manichea, un credo antico dell'Asia centrale, oggi quasi completamente scomparso e di cui sono rarissime le vestigia rimaste, così come in altre si possono vedere le tracce dello sciamanesimo che era largamente presente in questa parte dell'Asia, prima dell'avvento degli altri credi; mentre la n.31, come del resto anche altre, presentano il particolare interesse di rappresentare uomini e fedeli di molte razze diverse, caucasiche, europee, orientali, indiane e mongole, a dimostrazione che questo era effettivamente un crocevia importante per gli scambi di questa parte di mondo, dove si incrociavano la seta e le derrate alimentari, con cavalli, pietre preziose e oggetti di vetro. In altre la razza caucasica è rappresentata in modo preminente, segno che la presenza indoeuropea era di certo preesistente in questa parte di mondo come ha dimostrato del resto il ritrovamento delle mummie del Tarim. 

Musico uiguro

Insomma non solamente un bel monumento da vedere sotto il punto di vista artistico, ma una testimonianza storica di grande importanza. Ciò detto, le poche grotte visitabili presentano dipinti davvero belli e raffinati. Si dice che i moderni scopritori tedeschi abbiano trovato colori così vivi da crederle opere molto recenti, tanto lo stato di conservazione era ottimale, grazie al clima estremamente secco del deserto circostante. Quando arriviamo sulla spianata antistante le grotte principali, un anziano che staziona davanti ad una di queste, inforca lo strumento a corda di cui dispone e attacca immediatamente Bella ciao, avendo evidentemente subito riconosciuto la nostra nazionalità, da qualche tratto a noi ignoto, ma evidentemente visibilissimo. Bisognerà naturalmente fare un'offerta, che probabilmente comprende anche la chiusura di un'occhio sul divieto di fotografare, che non si sa perché troveremo pressocché dappertutto, ma ovviamente nella maggior parte dei casi assolutamente disatteso. Dalle balconate che si percorrono per passare da un gruppo di grotte all'altro, non puoi tuttavia non rimanere impressionato dalla bellezza del paesaggio. Le rocce dalle sfumature ocra carico emergono da gigantesche dune di sabbia che si stendono fino all'orizzonte, dato che siamo all'estremo nord del deserto del Taklamakan. Cento tonalità diverse si alternano lungo le curve sinuose della sabbia ed è facile supporre quante ancora si muteranno col passar delle ore e con i diversi angoli della luce. 

La valle

Il colpo d'occhio è assolutamente straordinario e così come nel punto delle Flaming mountains di cui vi ho parlato prima, tutto sommato banale e privo di grandi interessi, la folla era strabocchevole, qui dove i colpi d'occhio e la bellezza del luogo sono davvero incomparabilmente più interessanti, non c'è quasi nessuno. Poca gente affronta la pur breve salita sulle scale preparate per risalire la scarpata ed arrivare alle grotte e alla fine te le puoi godere quasi in completa solitudine. Gli strati sedimentati della roccia sconvolti dai sollevamenti avvenuti per la pressione della placca himalayana, emergono diagonalmente spezzati in mille strisce dai contorni acuminati e dai colori che variano continuamente. Una tavolozza spettacolare che puoi goderti da mille punti di vista spostandoti solo di pochi metri. Una carovana di cammelli si avvicina, lasciando nella sabbia le tracce del passaggio ricurvo lungo i fianchi delle dune; pare di essere tornati indietro di mille anni, mentre il loro lento andare verso Turfan segna il ripetersi di abitudini secolari. Chissà cosa porta, uva secca, stoffe, sale o forse più banalmente manufatti di vile plastica per il mercato? Cambiano le cose e il tempo ma non le abitudini evidentemente. In basso il serpentone degli alberi bassi che segnano il corso del fiume, sono una traccia verde scuro a scandire il giallo carico della montagna, uguale da millenni. Intanto le figure nascoste nelle grotte rimangono lì a raccontare le loro storie di devozione, a manifestare il passaggio di eserciti di fedeli, di eserciti in cerca di tesori da razziare e di terre da conquistare per imperi millenari ormai perduti e dimenticati tra le sabbie di questo deserto infinito. 

Una carovana nel Taklamakan


SURVIVAL KIT

Dune

 mountains - 火焰山- huǒyàn shān - Le montagne fiammeggianti sono una catena di rilievi lunghi quasi 100 chilometri, per una larghezza di dieci, che si estendono sul bordo del bacino del Turpan, estensione della catena del Tien Shan, con una altezza media di 500 metri ed un massimo di 800. Alla loro base i resti di laghi salati oggi scomparsi e una depressione al di sotto del livello del mare dove si registrano le più alte temperature della Cina, vicino ai 50°C dell'aria, mentre nella sabbia della superficie si superano facilmente i 70°C, tanto che una delle classiche curiosità che si mostrano ai turisti è la cottura delle uova che vengono messe direttamente a questo scopo a terra e ricoperte di sabbia. Lungo la strada a circa una decina di chilometri dalla periferia della città, sorge il solito parco tematico, di fronte ad un punto panoramico da cui si vede tutto il costone della catena, costituito da circa 9000 mq coperti con museo e curiosità riguardanti le leggende di queste montagne, in particolari quelle legate al famoso romanzo Viaggio in Occidente, uno dei grandi classici della letteratura mitologica cinese del periodo Ming attribuito a Wu Cheng. Se non ne conoscete la trama non potrete apprezzare tutta la serie di statue che troverete ne percorso sotterraneo all'esterno, né le pose estasiate in innumerevoli selfie che la gente si fa davanti ad ognuna. Il sito è gremito di turisti e si rivelerà piuttosto deludente specie durante la giornata, per la luce inadatta e per la gran massa di gente che ci troverete. Meglio, forse, al tramonto per la luce. Ci sono autobus per arrivarci dalla città ogni mezz'ora, direzione Shanshan. Ingresso 60 Y. Bambini e anziani gratis. 

Le grotte

Le grotte di Bezeklik -  Circa 70 grotte rimaste, di dimensioni medio piccole, rettangolari con volte a botte, in cui sono rappresentate anche diverse religioni preesistenti nell'area, al Buddismo, scavate tra il V e il X secolo fino all'arrivo dell'ondata Uygura che ne segnò la decadenza. Poche quelle visitabili. Bellissimo l'ambiente desertico che circonda il canyon che si insinua tra le Flaming mountains. Si trovano proseguendo lungo la strada verso Shanshan a circa 10 km da Gaochang, che si visita successivamente. Molti degli affreschi sono stati staccati dopo il ritrovamento e ora si trova in musei tedeschi. Gli affreschi sono molto importanti dal punto di vista storico, rappresentando i popoli che frequentavano l'area. 

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sabato 26 luglio 2025

Seta 13 - Il museo del Xinjiang di Turfan

Ricostruzione di grotta buddista - Turfan - Cina - giugno 2025


Mummia di Qocho

L'area delle oasi di Turfan, abitata da oltre 20.000 anni, per la sua storia, la sua posizione chiave nella riotta commerciale tra Asia ed Europa, ha determinato l'alternarsi di molte popolazioni diverse che hanno contribuito a lasciarvi tracce notevolissime e grazie al suo clima secco, come ho già detto, conservate in maniera assolutamente perfetta. I ritrovamenti più interessanti, avvenuti in tempi relativamente recenti, arrivano dalle tombe ritrovate nelle varie città abbandonate dei dintorni e comprendono oltre ai ricchi arredi funerari anche i corpi ben conservati degli abitanti delle città stesse, che, proprio grazie al clima ed ai trattamenti a cui venivano sottoposti i corpi, mostrano la loro chiara ascendenza indoeuropea. Si sa che la pruderie ufficiale dei cinesi è piuttosto sentita, per cui anche tutti i corpi esposti sono pudicamente coperti da un velo di stoffa sulle parti intime, così non si manca di rispetto e nessuno si offende. Il museo di Turfan è quello che ne mostra il numero più rilevante e, decisamente questa è la parte più importante delle collezioni esposte, per il resto non ricchissime, prive di spiegazioni in inglese e come di consueto condite di molta retorica governativa. A titolo di esempio, tanto per farvi capire la solfa, la chiosa finale del museo, riporto testualmente, è: "Oggi, tutti i nostri gruppi etnici che abitano questo territorio, come gli Uiguri, gli Han, gli Hui, i Kazaki, i Tujia, i Manchu, i Mongoli, i Tibetani, i Miao, ecc. continuano a sviluppare i loro sforzi al fine di promuovere una grande unità tra tutti i gruppi etnici e la prosperità sociale". 

Dinosauro

Insomma la sagra del volemose bene in salsa confuciana. Comunque sia, le tombe ricostruite con le mummie ed i loro corredi sono davvero pezzi emozionanti che valgono la visita. Una buona parte degli oggetti esposti vengono dall'area della città di Gaochang (o Qocho come la chiamano i cinesi) dove andremo domani e bisogna dire che sono i più interessanti. Bambini, donne e guerrieri giacciono circondati dalle loro cose che mani pietose hanno allineato accanto perché li accompagnassero nel loro ultimo viaggio, testimoni della loro importanza in vita. Ma non è tutto. In un altro piano del museo, c'è anche una importante parte dedicata all'aspetto paleontologico e naturalistico. Non dimentichiamo infatti che in queste zone e nella vicina Mongolia, sono stati scoperti vasti giacimenti di fossili di dinosauri ed in queste sale vengono esposti parecchi scheletri completi di grandi dimensioni, che sono sempre un bel vedere. In ogni caso direi che questo museo, come del resto i suoi omologhi di Urumqi e Kashgar, va visto per comprendere meglio quanto poi si va a ritrovare sul campo, in questo modo l'idea che ci si fa della storia di queste regioni è molto più completa.  Mentre cerchiamo ristoro al bollore, che anche se la sera si avvicina, non accenna a calare, sotto un giardinetto di piante che ombreggiano le panchine adiacenti, uno dei portieri del museo, che sorprendentemente parla un inglese abbastanza fluente, propone un suo  parente per andare fuori città in macchina domattina. 

Uvetta

Il business è sempre in agguato, ma il tipo ci sembra troppo insistente ed appiccicoso per conquistare la nostra fiducia, così ci facciamo lasciare il numero di telefono e ci dirigiamo lesti verso il nostro albergo, anche per tirare un po' il fiato. Rimane il tempo per curiosare un poco nei vari negozi attorno all'albergo. Come ho detto e come puntualmente riportato anche da Marco Polo, questa è l'area più importante della intera Cina per la produzione della frutta secca ed in particolare dell'uvetta che noi chiamiamo sultanina. Proprio a fianco ce n'è un negozio fornitissimo, nel senso che su una serie infinita di scaffalature c'è una esposizione di decine e decine di varietà, di dimensioni, prezzi ed evidentemente qualità diversissime. La maggior parte sono costituite da acini di dimensioni assolutamente enormi rispetto a quelle a cui siamo abituati e scegliere non è decisamente facile. Alla fine, c'è un solo modo per uscire dai dubbi, assaggiare di tutto, visto che pare sia concesso e la commessa anzi, inciti a farlo. Alla fine a forza di piluccare, le mangiamo mezzo negozio, poi paletta in mano, scegliamo quello che ci sembra il meglio facendo un mix di varietà col dispiacere, scegliendone alcuni, di rinunciare agli altri, sicuramente migliori. Mi sembra di essere come quei bimbi che, nei negozi americani di caramelle, che ne espongono centinaia di tipi diversi, si aggirano di qua e di là, guardandosi attorno incapaci di scegliere. 

Alla fine non è che possiamo partire, portandoci a casa una valigiata piena di uvetta. Est modus in rebus direbbero i latini. E poi bisogna lasciar lì anche le giuggiole e le pesche e le albicocche e tante altre cose nemmeno bene identificabili in questa specie di giardino dei balocchi. All'ultimo vedo anche noci grosse come una mano, ma ormai è tardi, i cartocci sono stati fatti e il conto pagato, indietro non si torna. Usciamo confusi e provati dalla quantità "assaggiata" e ci spostiamo nel vicino ristorante di cui ormai, alla seconda presenza, siamo diventati clienti fissi. Il padrone ci riconosce subito da lontano e ci invita ad entrare. Comincia subito la pantomima della scelta dei piatti col traduttore che scannerizza il menù all'opera. Questa sera sembra che non sbagliamo un piatto, dal maiale brasato, davvero buonissimo, al manzo in umido, ad un bel piattone di noodles fatti a mano coi gamberi, alle uova e pomodoro. davvero ci abbiamo azzeccato e va giù tutto con gusto. Ma il coronamento della serata è stata un'ottima bottiglia di vino nero di Turfan che al costo di circa 10 €, ci consola della fatica fatta nella giornata. Devo dire che, anche se mi avevano parlato assai bene dei vini prodotti in zona,  non mi aspettavo un prodotto con una così bella personalità, un bouquet ricco e una corposità importante, con una esplosione di profumi e sentori finali assolutamente convincente. Vorrei dire che se continuano su questa strada, e direi che non è moltissimo che la Cina si è buttata in questo settore, rischiamo di perdere altri punti in un campo per noi vitale, visto che nel resto non ci è rimasto molto. Comunque diciamo pure che la bottiglia è andata giù velocemente e non ci è rimasto che andare a riporre le stanche ossa, per prepararci ad altri ancora più spossanti impegni che subentreranno nei prossimi giorni.

Noci

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giovedì 24 luglio 2025

Seta 12 - Le rovine di Joaohe

Museo a Jiaohe - Turfan - Cina - Giugno 2025 - (foto T. Sofi)
 

Interno essiccatoio

La colazione al Metropolo è di stampo decisamente diverso e si distingue anche da tutte quelle alla cinese che faremo nel prosieguo del viaggio. Qui c'è anche una scelta all'occidentale, con succhi di frutta, toast, marmellatine e così via. Facciamo quindi il pieno per prepararci al meglio per il resto della giornata e poi ci mettiamo in moto per vedere i dintorni di Turfan o meglio la costellazione di luoghi che formavano la gigantesca oasi della depressione del Tarim, punto focale dei commerci, già nei primi secoli dopo Cristo. Ad una quindicina di km dalla città eccoci ad una delle meraviglie della zona, la città morta di Jiaohe (detta anche Yar nella sua lunga storia che risale a 2500 anni fa), una sorta di Pompei asiatica, molto ben conservata e certamente la più grande città di terra rimasta in questo stato, al mondo. Intanto qui abbiamo subito modo di capire qual è il modo di intendere questi luoghi, da parte del sentire cinese. Infatti se c'è un luogo di grande interesse storico e artistico, il governo, prevedendone comunque un afflusso molto consistente di visitatori, presente o di certo futuro, essendo il turismo interno un settore molto ben visto evidentemente, come costruttore di PIL e di affari per tutti, ci si costruisce attorno tutto un sistema di attrazioni, tipo parco tematico, che sviluppi il business, aumentando i posti di lavoro ad oltranza, per lo sviluppo e la massima valorizzazione del sito e che comunque disperda in più punti di interesse la massa in visita. 

Le montagne del Tien shan

Per noi può essere anche fastidioso o sgradevole o semplicemente pacchiamo, ma è un modo di interpretare la situazione che comunque, volenti o nolenti, deve tenere conto di un paese che può facilmente  generare un afflusso annuale di milioni di persone, che va comunque in qualche modo gestito. Ecco infatti che anche qui, ben prima del sito delle rovine della città, ti trovi di fronte ad una serie di costruzioni con una serie di servizi al turista, esposizioni varie di molti dei ritrovamenti fatti nel sito, antiche statue e via discorrendo ed un villaggio tradizionale uiguro dell'800, le cui abitazioni sono state completamente restaurate e che funge da museo delle tradizioni, dove puoi vedere la tecnica costruttiva delle case in mattone crudo, degli antichi mestieri e di tutto quanto riguardava la vita nell'oasi, a tratti con espressioni un po' naif, ma comunque ben presentate e godibili. Non è ben chiaro che fine abbiano fatto i pochi abitanti rimasti, forse convinti "in buone maniere" e per loro grande vantaggio a spostarsi in qualche falansterio cittadino. Puoi vedere tutti gli interni delle case e degli essiccatoi dove si capisce bene la tecnica usata per l'essiccazione della famosa uvetta, vera ricchezza di tutta l'oasi, assieme alle varie botteghe artigiane. Di certo questo ne fa un interessante museo a cielo aperto dove puoi vedere anche gli interni delle case, cosa non possibile nell'altro villaggio di Tuyuk, che vedremo domani, ancora parzialmente abitato. 

Le grotte di Yarghol

Successivamente un apposito carrellino elettrico ti porta fino alle porte della città vera e propria, non prima di aver costeggiato il lago artificiale formato dallo sbarramento del fiumiciattolo che alimentava la città. Nelle pareti a strapiombo che l'erosione aveva formato nei millenni, ecco il primo esempio di grotte contenenti templi e statue buddiste, una vera e propria via delle grotte questa, che percorre lo stesso itinerario della via della seta, formatasi nella prima metà del primo millenni dopo Cristo, epoca in cui il buddismo penetrò attraverso l'Asia centrale in Cina sostituendo le religioni tradizionali. Si tratta delle caverne di Yarghol, circa una ventina, scavate attorno al 400 d. C. e che fungevano da tempio per gli abitanti della vicina città. Guadando il fiume attraverso passerelle di sassi, ne sono visitabili solo alcune che presentano belle statue di Budda con le volte affrescate anche se piuttosto rovinate. Non illudetevi, naturalmente si raggiungono solo tramite lunghe e faticose scalinate di legno che consentono di risalire la scarpata. L'ascesa verso la liberazione deve anche essere sofferenza, se no dove sta il merito. Qui aiuta anche il fatto che in media la temperatura è sui 40°C o più, quindi preparatevi. Il popolo cinese è decisamente preparato a questo e, specialmente le donne, arriva in questi luoghi ben preparato, bardato e ricoperto di tutto punto addirittura in maschere e guanti oltre ai classici cappelloni enormi, per avere la certezza di non far rimanere alcun tratto, se pur minuscolo di epidermide al sole, al fine di evitare la tenutissima abbronzatura. 

L'interno della grotta

Noi  invece ci scopriamo il più possibile per respirare ed alla fine aver più caldo ancora. Certamente il sito è straordinario e si vede spesso utilizzato come set in molti film storici cinesi, grazie allo stato di conservazione della città che era piuttosto grande e posizionata ad occupare interamente un isola di roccia tenera e terra, in mezzo al fiume, che ne ha consentito la facile costruzione a mezzo di scavi, la cosiddetta tecnica sottrattiva e la parallela erezione di muri di mattone crudo per completarla. Il clima particolarmente secco, ha poi contribuito a conservarla nel tempo, evitando le erosioni dovute alle precipitazioni quasi assenti, anche se il vento, che soffia forte smerigliando le superfici con la sabbia del deserto, continua a levigarne le  superfici a poco a poco. Anche la sua posizione difensiva è stata agevolata dalla presenza del fiume che ne ha evitato conquiste e successive distruzioni riparandola  dagli assalti degli eserciti nemici. Certamente il colpo d'occhio della città in rovina che popola l'isola è davvero pieno di fascino. Sotto il sole a picco, percorri le strade deserte costeggiate da muri sbrecciati e cadenti, aggiri gruppi di case che bene hanno resistito al tempo ed altri che invece presentano solo più tratti smozzicati e rosi dal vento fino al grande tempio centrale con la fila di stupa, un centinaio, perfettamente  allineati. 

La città di Jiaohe

Sarà il caldo, ma i visitatori che si avventurano, arrancando sulla spianata, sono sorprendentemente pochi e si guardano da lontano, quasi tenendosi a distanza di sicurezza in tempo di epidemie, visto anche l'uso comune di mascherine. Intanto la temperatura sembra crescere ad ogni passo, Cerchi invano ombre che non esistono, la terra con cui sono fatti le adobe dei muri, sembra screpolarsi ad ogni minuto che passa; sei su un pianeta alieno che ti respinge, eppure qui ha vissuto gente per millenni senza lamentarsi troppo. Poi ai margini della via tra le rovine, un miraggio, una tenda bianca con qualche panca al coperto. E' un chiosco dove un vecchietto amabile fa dei frullati di anguria, all'apparenza deliziosi. E lo sono ve lo assicuro, tanto che si fa il bis, mentre i più accaniti continuano ad aggirarsi tra le rovine, che sono effettivamente straordinarie, ma bisogna pur fare una pausa di tanto in tanto, se no si schiatta. Qui intanto posso comunicare con qualche ragazza cinese, stupitissime come al solito che giriamo senza guide locali e che per combinazione partono il giorno dopo per Tbilisi, guarda un po', per cui riusciamo anche a dare loro utili informazioni. Caso raro parlano un inglese perfetto, visto che hanno studiato a Londra e lavorano per una banca internazionale. Ristorati, riprendiamo la via che ci riporta all'ingresso che raggiungiamo a fatica per ritornare in città e andare finalmente un po' sottoterra per trovare un minimo di frescura in opposizione al caldo opprimente. La risposta è infatti il museo Kaner'jing, dove viene illustrato il sistema dei Karez, l'ingegnoso metodo di irrigazione che ha consentito lo sviluppo dell'agricoltura e la vita nell'oasi di Turfan. 

Il Karez

La prima curiosità che ti viene è come mai si sia sviluppata una civiltà così florida, base per millenni del commercio mondiale in un luogo così arido ed inospitale. In realtà l'acqua non è così lontana, basta arrivare ai ghiacciai perenni delle montagne del Tienshan, che sono abbastanza vicine perché l'ingegno umano riesca a sfruttarle. Infatti i Karez (come i Qanat studiati nel deserto iraniano) sono un ingegnoso sistema di pozzi profondi fino a cento metri che intercettano le falde acquifere profonde delle montagne e le incanalano in condotti sotterranei fino alla depressione del Tarim, con una enorme ed intricatissima rete lunga oltre 5000 km, inframmezzata di bacini di accumulo, che contribuiscono a formare un sistema di irrigazione unico al mondo, mantenuto con cura per oltre duemila anni e che ancora oggi funziona per alimentare i fabbisogni di oltre un terzo della moderna città e del suo sistema agricolo circostante. Qualcuno ha chiamato questa opera monumentale la Grande Muraglia sotterranea ed evidentemente il paragone non è peregrino, viste le dimensioni ed il lavoro necessario a costruirlo e a manutenerlo. I cinesi, come naturale, se ne attribuiscono interamente il merito anche se nella realtà, questa tecnica è più squisitamente centro asiatica e propria dei popoli dei grandi deserti iranici. Il museo dei Karez racconta questa storia e consente di calarsi in uno di questi pozzi e negli adiacenti canali, vedendone le tecniche costruttive e il sistema idrogeologico completo che ne ha consentito lo sviluppo. Ben presentato assieme alla parte folkloristica e etnografica consente di capire le varie tecniche di costruzione, patrimonio di una casta di stimatissimi artigiani che dedicavano la loro vita a questa missione. Insomma tanta roba in questa Turfan direi, ma non è certo finita qui, anzi mi sembra che il meglio debba ancora arrivare.

La torre

SURVIVAL KIT

Rovine della città

Antica città di Jiaohe - Rovine dell'antica città carovaniera di oltre 2 millenni a circa 15 km da Turfan. Popolata da etnie caucasiche indoeuropee Cheshi, come si rileva dai ritrovamenti nelle necropoli, conquistata dagli Han attorno al I sec. a.C., poi ripresa in periodo Tang. fu abbandonata attorno al 1400. Sorge su un'isola in mezzo al fiume lunga 1.600 metri, larga 300. Rimane larga parte delle rovine della città, con un grande tempio al centro ed un altro edificio a torre sul promontorio. Almeno un paio d'ore per la visita, fa molto caldo, portatevi acqua per un tragitto di circa 3 km. Cercate di andarci o al mattino presto o al tramonto. Mi sembra che all'interno sia previsto anche uno spettacolo suono e luci. Da vedere anche le grotte buddiste di Yarghol sul fiume e il villaggio uyguro del 1800, museo folcloristico, con biglietto a parte. Over 65 sempre gratis. 

Museo dei Karez  - Kane'rjing - Nel villaggio di Ximen a 6 km dal centro. Museo che illustra il sistema di irrigazione dei Karez, con tutta la parte etnografica e folklorica oltre che alle spiegazioni idrogeologiche e ingegneristiche. All'interno si può visitare uno dei Karez che alimentavano l'oasi. Almeno un'oretta.

Rovine

Jiaohe
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