lunedì 9 luglio 2018

Etiopia 22 - Gli Arbore e gli Tsemay a Key Afer

Ragazze Arboré



Villaggio Arboré
Dopo aver battuto per alcuni giorni la parte più all'estremo sud della valle dell'Omo, è arrivato il momento di spostarci verso nord, dove vivono altre tribù, alcune meno note, forse poco visitate, ma non per questo meno interessanti. Dopo Key Afer, dove poi passeremo la notte, percorriamo ancora una quarantina di chilometri in un territorio pianeggiante e sommariamente coltivato ad est del fiume Woito, a nord del lago Stephanie, un santuario ornitologico molto isolato, per raggiungere le terre degli Arbore, una etnia minoritaria del gruppo Borana ed Oromo, che si è ridotta a poche migliaia di individui. Un tempo gran commercianti, oggi al più pastori ed agricoltori che abitano quattro grandi villaggi in ognuno dei quali vive una dozzina di clan esogamici. Tuttavia questo gruppo, a causa della vicinanza con le etnie confinanti (Banna, Hamer, Ari e Tsemay), con le quali hanno molte caratteristiche comuni,  si è mescolato molto e sono piuttosto frequenti i matrimoni misti. In linea teorica sono passati all'islamismo, nei villaggi sono infatti presenti delle piccole moschee, ma anche qui si assiste ad una sorta di sincretismo in cui rimane il riferimento all'animismo ed a una antica entità creatrice, il Waq. La parte più vecchia del villaggio è costituita da grandi capanne circolari a semisfera, disposte a semicerchio e costruite con fasci cilindrici di canne tra le quali si aggirano torme di ragazzini seminudi, alcuni dei quali decorati con disegni  bianchi, in occasione della loro cerimonia di circoncisione.

Madre Arboré
Ragazza Arboré
Le donne sono particolarmente belle, alte e slanciate e portano soltanto una gonna attorno alla vita generalmente nera o di pelli di animali, ma si riconoscono bene anche nei mercati per i loro coloratissimi ornamenti, consistenti in fasci di collane, orecchini e bracciali di perline, metalli vari, avorio e parti di animali. Sono assolutamente consce della loro bellezza e si esibiscono davanti all'obiettivo in pose consumate da modelle di mestiere, lanciando sguardi conturbanti con il capo leggermente piegato di lato e gli occhi socchiusi. Gli uomini sono generalmente fuori al lavoro nei pascoli o nei campi, per cui vedi soltanto qualche vecchio che osserva il tuo aggirarti compulsivo tra le capanne con occhio rilassato e carico di esperienza. Al di là della strada è ormai sorta una parte per così dire moderna dell'abitato, fatta di costruzioni in terra e qualche baracca di lamiera, che ospita qualche attività commerciale o governativa, una scuola, il posto di polizia e così via. Qui vedi abiti di stoffa sdrucita, raccattate nei vari mercati e ciabatte di gomma, anche se le donne girano ancora tutte a seno scoperto. In questa zona noti subito che il faranji desta meno curiosità, forse per abitudine, a parte il generarsi del solito codazzo di bambini. Lasciamo il paese ripercorrendo la lunga pista nella piana semidesertica. Tra gli arbusti enormi termitai sui quali i ragazzini vano ad appollaiarsi, forse per poter meglio sorvegliare il gregge anche di lontano. 

Donna Tsemay
Pastore Banna
In alternativa qualcuno si è anche preparato una sorta di giaciglio su uno degli alberi più alti dove dorme saporitamente. Il caldo del mezzodì appiattisce tutto e la vastità di questo territorio ottunde i sensi, mentre l'auto percorre la traccia rettilinea, sollevando una scia di polvere. Solo un lieve frinire grava sul bush quasi fosse un acufene che ti accompagna, ma senza particolare fastidio. Una catena di montagne lontane e colline senza nome fa da quinta discreta, accompagnando il tuo andare. All'incrocio con la nazionale ritrovi l'asfalto e soprattutto un bel localino che spilla addirittura birra alla spina, e offre maccheroni al pomodoro decenti, oltre al solito corposo caffè servito con la consueta ritualità, d'obbligo da queste parti. Quando arriviamo al grande mercato di Key Afer siamo ormai nel pieno pomeriggio.Questo è uno dei più grandi assembramenti delle zona e sulla grande spianata e nelle zone laterali ornate di file di alberi, all'ombra dei quali molti si sono già accoccolati a fare onore a grandi ciotole di birra di sorgo, si aggirano buttando distratte occhiate alle povere merci sparse a terra su grandi teloni di plastica, centinaia di persone. Ci sono gli Arborè che riconosci dai coloratissimi ornamenti, i Banna (o Benna) ma soprattutto moltissimi Tsemay, le cui donne portano ricche bandoliere di cuoio ricoperte di conchiglie cipree con le caratteristiche capigliature a caschetto di treccioline indurite con un impasto di grasso e argilla rossa. 

Donna Tsemay
Ragazzo Tsemay
La maggior parte esibisce in testa la mezza zucca multiuso, cappello, recipiente, tazza per bere. Parecchie tra di loro portano ancora la lunga gonna di pelle di gazzella ricamata di perline o conchiglie che arriva dietro fino a terra come una bizzarra coda che porta al suo termine, una sorta di estremità di legno o un chiodo metallico. Sembra che la tradizione dica che il suo uso consenta di individuare sul terreno, una traccia che permette eventualmente al suo uomo di capire dove stia andando la ragazza in questione e ritrovarla facilmente, casomai tenda a perdersi nelle insidie della vita. Insomma i maschi Tsemay paiono essere piuttosto gelosi delle loro donne e vogliono avere un certo controllo su di loro, anche perché queste ragazze sono davvero molto belle e sensuali.  I ragazzi  invece sembrano soprattutto esibire la loro prestanza fisica. Hanno tutti corpi statuari e muscolosi, nerissimi e slanciati, presentano tartarughe notevoli, con una piccola fascia colorata attorno ai fianchi ed una minuscola bandana di perline attorno alla fronte, ornata di qualche piuma o altri dettagli, ma soprattutto, e questo probabilmente è un vezzo recente, molti esibiscono, mollette fermacapelli, apparentemente femminili per noi e sul capo uno o più paia di occhiali di plastica rosa od azzurro pastello, colori che evidentemente vanno molto di moda quaggiù. 

Nel villaggio Arboré
E' evidente che qui più che comprare o scambiarsi le merci, si socializza, infatti le aree più affollate sono quelle dove qualcuno distribuisce con generosità mestolate di liquido scuro, tirate su da grandi orci di terracotta, versandole appunto nelle mezze zucche che i più si sono levati dal capo. Molti hanno già l'occhio molto rotondo, qualcuno sembra già nella fase successiva della sbronza torva e qui è meglio non fissare intensamente i soggetti o alzare troppo l'obiettivo della macchina fotografica per non suscitare nervosismi, vista la dimensione dei machete ricurvi che tutti portano sulla spalla o appesi alla vita. Altri infine, sono già nella fase terminale, riversi a terra da un lato a ronfare sonoramente. In fondo allo spiazzo, sulla strada, dove fa bella mostra di sé la sagoma di un poliziotto di legno con il braccio alzato che segnala la possibilità di un posto di blocco, in realtà mai presente, qualche mezzo di trasporto, scassatissimi minibus o pick up, già semipieni di umanità mezza cotta, attendono di completare il carico per spargersi nei villaggi circostanti. Qualcuno, sostenuto da amici cerca di raggiungerli a fatica, ma il momento critico è salire l'ultimo gradino, operazione per la quale è richiesto l'ausilio di qualche buttadentro che svolga la bisogna. Davvero uno dei mercati più colorati della zona, dove puoi incontrare tanti popoli diversi che appaiono convivere senza particolari problematiche, almeno fino a quando non scatta la discussione. 

Madre Arboré

SURVIVAL KIT 
Tsemay
Mercato di Key Afer -Uno dei più colorati dell'area dove avrete la possibilità di divertirvi a riconoscere dall'aspetto esteriore, le varie tribù della zona, che lo popolano. Siate discreti con le foto, meglio tele, da lontano, specialmente al pomeriggio, quando l'alcool è già stato assunto in dosi massicce e la cosa potrebbe dare luogo a discussioni spiacevoli. In ogni caso è d'obbligo avere un accompagnatore, proprio per sedare eventuali discussioni, che in ogni caso vi sarà utile per avere ogni tipo di spiegazioni su quanto vi circonda. Come in ogni posto, c'è un apposito ufficetto all'incrocio principale del paese dove stazionano le guide autorizzate. Qui avrete anche la possibilità di acquistare molti oggetti di uso tribale, attrezzi, ornamenti, poggiatesta, zucche e molte delle cose che vedete girando per villaggi. Contrattate molto, ma non è roba regalata. 

Sami Pension - Key Afer - Proprio sul crocicchio del mercato, molto comodo e accettabile vista la rusticità del luogo. Camere come sempre piccoline, acqua e elettricità ad ore non fisse, free wifi e ragionevolmente pulita, sui 250 birr. Credo che sia il meglio della zona, quindi fatevene una ragione. Da qui potete raggiungere il mercato a piedi o fare un giro dopo cena sulla strada principale sempre molto popolata.

Capanne Arboré


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Nella capanna

domenica 8 luglio 2018

Etiopia 21 - Una cena tra amici


Pastori Hamer al mercato

Dalle colline di Jinka
Le genti incontrate oggi, Mursi e Bodi ci hanno abbastanza scossi, vuoi per la abbondante presenza di armi, e come diceva John Ford, se all'inizio di un film vedi un fucile, prima della fine quello deve sparare, sia per gli sguardi assolutamente poco sorridenti di coloro che abbiamo incontrato, facce cupe e indagatrici, volti che forse hanno tanto subito e che pensano soprattutto a difendersi da quanto arriva da fuori, anche se sanno essere occasione di reddito, che fanno pensare, forse a torto, a popoli, che un progresso, generalmente predatore e poco amichevole, ha confinato in spazi sempre più ristretti, quasi spingendo in una direzione, niente affatto gradita, per omologare il più velocemente possibile, ritenendo queste diversità, un generale disturbo, solo un po' mitigato dal fatto che comunque tutto questo rappresenta un'opportunità per il settore turistico. E' probabile che questi popoli non si sentano "amati" dall'autorità e rivendichino una autonomia decisionale forte, ma nel contempo siano morbosamente attirati da quanto c'è oltre la collina e che ormai conoscono abbastanza bene, in un continuo contrasto tra il richiamo alle tradizioni della parte anziana (e non solo anagraficamente) dell'etnia e la voglia di approfittare delle comodità del nuovo mondo che è alle porte, dalla parte più giovane e aperta. 

Vicini di casa
Questo magari provoca contrasti non solo interni ai gruppi, ma anche verso coloro che arrivano da fuori, siano governativi, accolti magari con le armi spianate, nel timore che vengano ad imporre dictat o inganni, che già in passato hanno condotto a perdita di terre e di potere decisionale,sfruttando magari l'ignoranza di chi le carte non le sa neppure leggere, altro che apporre delle firme, oppure siano visitatori, in fondo fastidiose vacche da mungere, che certo vengano pure se devono portare gli attesi soldi, ma che più presto se ne vanno meglio è. Un po' l'atteggiamento dei Liguri verso la transumanza dei vacanzieri lombardo piemontesi, insomma. Sia come sia, è difficile capire quale sia la realtà vera di queste tribù, che però apparentemente rimangono attaccate saldamente al loro stile di vita ancestrale anche estetico, forse per convinzione forte o forse per il grado di isolamento che rimane ancora molto pesante. Tuttavia propendo più per la prima ipotesi, in quanto, altri modi di vita tradizionali, in giro per il mondo, per quanto ne so e ne ho visto direttamente, si sono sgretolati con molta maggiore rapidità, alcuni in meno di un decennio dai loro primi avvicinamenti, mentre qui, i turisti e le loro lusinghe percorrono queste piste da oltre cinquanta anni ed è inutile parlare di turismi più o meno responsabile. Bisogna rendersi conto che il contatto anche minimo con un mondo così diverso e lontano, inquina, cambia e distrugge la cultura più "primitiva" con l'ineluttabile e violenta rapidità delle malattie portate dai primi scambi tra civiltà lontane e diverse. Il resto sono chiacchiere. 

Venditrice di injera
Noi intanto, meditando su questi fatti, rientriamo a Jinka all'imbrunire. Questa sera siamo invitati a cena nel locale gestito dalla mamma di Lalo, una donna delle tribù, che evidentemente, il richiamo del nuovo mondo lo aveva già sentito da tempo, almeno da quando, un paio di decenni fa si è trasferita qui, nella capitale della regione. Siamo nella piazza grande di terra battuta dove si svolge il mercato. Attorno, una serie di basse costruzioni in lamiera ed in muratura dove si allineano, qualche negozio, ma soprattutto locali di ristoro dedicati ai frequentatori del mercato stesso. Si tratta di ambienti scuri, fumosi ed affollati, con un fuoco e qualche fornello sul retro e un paio di ambienti di cui il primo si affaccia con una piccola tettoia sulla piazza stessa. Al'interno un tavolino basso e dei sedili di fortuna, c'è anche un vecchio salotto di recupero con poltrone e sofà che occupiamo subito circondati dall'affetto della famiglia di Lalo. Sui sedili esterni ci sono diversi Mursi che bevono birra di sorgo, evidentemente il mercato è finito e sono tutti piuttosto alticci ed allegrotti, anche le donne che, essendo nell'occasione, prive di piattello, ridono, mostrando le gengive rosse prive degli incisivi superiori e col il labbro sformato e pendulo che sballonzola ad ogni risata. La mamma di Lalo, con sorella e nipote, si dà da fare in cucina, mentre il locale, molto frequentato di giorno, ormai ha più pochi avventori, che alla sera tendono a rientrare nei villaggi vicini. 

A cena in famiglia
Hanno tirato fuori il servizio di bicchieri migliore mentre aspettiamo si bevono bibite e pop corn. Poi arriva il piatto forte, una grande injera con uno dei piatti classici etiopi, il doro wot, pollo in umido in una salsa molto pepata con uova sode, che per la verità è davvero gustoso. Si ride e si fanno grandi cenni di apprezzamento, ci si capisce benissimo anche se manca qualunque traccia di lingua in cui comunicare. Gli astanti apprezzano che ce lo stiamo mangiando di gusto. Insomma tutti si danno un gran da fare per accogliere al meglio gli amici del figlio, che comunque qui è un po' un autorità, da quanto si capisce. Lui si gode la scena facendoci da chaperon, orgoglioso dimostrare alla sua famiglia gli amici e viceversa. Bisogna ammettere che il nostro Lalo è un personaggio piuttosto in gamba; ha studiato nella capitale ed ha subito pensato che il mondo del turismo possa essere una opportunità in potente sviluppo per il suo paese e di riflesso anche per lui. Con diversi aiuti ha messo in piedi la sua agenzia che sta crescendo poco per volta nel tempo e per la verità ha un sacco di idee da sviluppare. Intanto noti subito che anche dove arriva in zone che conosce meno cerca di approfittare al massimo, intesse nuovi contatti, annota tutto, amplia le conoscenze, cerca di mettere basi per il futuro, per fare evidentemente nuove e più allettanti proposte a futuri clienti. Ma, anche se ha una base ad Addis Abeba, Jinka, la capitale dell'Omo valley, rimane il suo centro di azione, quello che intende più sviluppare in futuro. 

La casa in costruzione
Proprio per questo è diventato proprietario di un bel pezzo di terreno appena fuori città, una bella posizione panoramica sulla collina, tra il verde e qui ha cominciato a costruire la sua nuova casa, in stile tradizionale, grande ed evidentemente pronta per accogliere una famiglia, una moglie. Ma qui il discorso si fa difficile. Il nostro amico, a questo riguardo, è piuttosto diffidente, anche se piuttosto sensibile al fascino femminile, teme con diffidenza l'incontro con l'intento di sistemazione con il classico "buon partito" e vorrebbe invece qualcuna, bella sì, ma con la testa ben sul collo che potesse aiutarlo nella sua idea di vita futura. Gli auguriamo di certo di trovare il meglio, anche se mi sembra che qualcosa per la testa ci sia già. La casa è quasi finita, già si intravede la disposizione degli ambienti, con la previsione delle camere per gli ospiti e per i figli, manca solo più l'intonacatura esterna, le porte, in legno, robuste, le aveva ordinate nel passaggio da un falegname, che avevamo incrociato lungo la strada, arrivando da Addis. Poi in fondo al giardino, il terreno digrada verso la valle tra bouganvillee, siepi di fichi d'india e grandi alberi di jacaranda. Qui potrebbe nascere il suo progetto futuro, una serie di bungalow per fare un piccolo hotel, base di partenza per i tour nella valle dell'Omo in cui lui è specialista. Data la qualità delle altre sistemazioni alberghiere di Jinka direi che potrebbe essere un progetto molto interessante. Intanto io gli faccio i miei migliori auguri! Intanto per noi è ora di procedere verso nord est a scoprire le ultime tribù della valle.

Il doro wot



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La piazza del mercato di Jinka
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giovedì 5 luglio 2018

Etiopia 20 - I Bodi ed i Bumi, due tribù nemiche




Villaggio Bodi
La pista che scende dalla montagna su cui era nascosto il villaggio dei Mursi, è piuttosto malandata e scoscesa ed in caso di piogge forti, probabilmente anche pericolosa, quindi bisogna percorrerla con una certa prudenza, a bassa velocità, anche per non essere troppo sballottati, quando l'auto sobbalza sui solchi profondi del terreno. Così procedendo a velocità minima, hai tutto il tempo per guardarti attorno, anche se lo sguardo si ferma alla prima barriera di cespugli spinosi tra i quali sporgono grandi alberi di acacie ad ombrello. Di tanto in tanto vedi un pastore appollaiato su qualche monticello di terra rossa dalla quale sorveglia il gregge o il gruppetto di vacche magre dalle lunghe corna che strappano erba ancora secca cresciuta a fatica tra le rocce. Quella verde, nuova, deve ancora crescere, aspetta l'acqua del cielo. Su una curva stretta che apre la vista sulla valle sottostante, da cui parte un bivio verso il basso, la macchina sui ferma improvvisamente e Lalo salta giù facendo grandi segni ad un uomo apparentemente addormentato all'ombra di un arbusto dalle foglie larghe. Scopriamo che si tratta di Kala, un suo amico della tribù Bodi, un tipo che evidentemente non vedeva da tempo, viste le grandi manifestazioni di giubilo, gli abbracci e i tocchi di spalla. Sembra che un piccolo gruppo di questa etnia, quasi estinta che conta soltanto più qualche migliaio di individui, abbia formato un minuscolo villaggio poco lontano da qui e l'occasione imprevista si presenta ghiotta. 

L'amico lascia le sue capre, tanto le ritroverà al ritorno, salta sul predellino della nostra Toyota e scendiamo la scarpata sul fianco del monte, anche se con una certa circospezione. Dopo qualche curva si apre un pezzo di terreno abbastanza pianeggiante. Una radura di terra rossa con radi cespugli dietro i quali si ergono una dozzina di capanne di paglia, molto diverse da quelle dei Mursi che erano delle semplicissime calotte di frasche, con una piccola apertura per accedervi strisciando e dentro le quali non era neppure possibile stare in piedi. Questi invece sono classici tukul circolari, con le pareti verticali, fatte di paletti rivestiti di paglia con tetti conici, piuttosto alti e sicuramente più spaziosi. Tutto ciò anche se in realtà i Body sono soltanto uno dei sedici sottogruppi in cui si suddivide l'etnia Mursi. Arriviamo al villaggio inattesi e gli uomini presenti non sembrano molto ben disposti, anche se sono armati solamente dei lunghi bastoni da pastore con la punta fallica arrotondata che serve per darsele di santa ragione nei combattimenti rituali. Ci squadrano da lontano, ma la presenza del nostro accompagnatore li tranquillizza e possiamo così scendere e cercare un contatto più diretto. I Bodi, hanno costumi simili alle etnie vicine, anche se ne sono stati sempre nemici accaniti, in particolar modo dei Nyangatom, loro rivali storici di cui vi ho già parlato qui, che vivono più a nord e a causa di ciò sono stati decimati proprio a causa di infinite guerre e faide per questioni di pascoli invasi e furti di bestiame, forse anche di donne. 

Pastore Bodi
Naturalmente li disprezzano moltissimo e usano per loro un nomignolo molto offensivo, chiamandoli Bumi o Bume, che, volendo potremmo tradurre come i Puzzoni, tanto per dire che c'è sempre qualcuno che è peggio di noi da insultare. Questo ostracismo e le continue scaramucce li ha costretti a ritirarsi sempre di più nei territori meno raggiungibili e semidesertici, in una vita sempre più misera e priva di opportunità, fino a ridursi ad un piccolo numero di persone ai margini del mondo conosciuto. I Bodi invece sono rimasti nella zona forestale della montagna in parte più ricca di pascoli. Tra le capanne però, non c'è traccia di alcuno strumento o altri oggetti e all'interno delle capanne ci trovi solo qualche zucca vuota e pelli di animali stese a terra. Le poche ragazze che si vedono, sono però grandi e robuste, ognuna col suo bimbo al collo, con pochi ornamenti e senza particolari acconciature tra i capelli, cosa abbastanza inusuale nell'Omo valley, dove questa parte del corpo è sempre oggetto di particolari e barocche lavorazioni. Nessun monile, evidentemente sono così poveri da non potersi permettere neppure qualche collana di perline colorate. Esibiscono invece scarificazioni particolarmente grandi e rigonfie che formano disegni geometrici complessi che ricoprono braccia e fianchi, certo questi non costano nulla, al di là del dolore brutale che provocheranno, ma tutto questo fa parte dell'orgoglio da mostrare a tutto il villaggio, quella capacità di sopportazione del dolore, così comune alle genti d'Africa, che gratifica chi riesce a dimostrarlo, evidenziando a tutti, le sue medaglie duramente conquistate. A  vedere la dimensione di queste ferite, alcune non ancora completamente guarite, viene da immaginare quante infezioni, spesso mortali, abbiano decimato questa gente.

Giocando
Eppure il coraggio va dimostrato in qualche modo, i ragazzi a mazzate coi bastoni, le ragazze facendosi scarnificare con le lamette e le spine di acacia. Ma qui niente piattelli. Gli uomini invece sembrano un poco più sensibili all'arte di agghindarsi, alcuni hanno sul viso e sul corpo i segni di pittura bianca che li fanno apparire come spiriti del bosco quando emergono all'improvviso tra i cespugli e i più si sformano le orecchie con grandi orecchini. Qualcuno porta grandi piercing sul mento e collanine di perline sui capelli. Unico vestito un mantello sdrucito, da usare come coperta durante la notte quando si è fuori col gregge. Sembra che, in questa tribù, ammirino le persone diciamo così in carne, infatti noto che mi hanno guardato subito con un certo rispetto. Nel loro grande festival annuale, il Ka'el, che è anche un altro dei nomi con cui sono conosciuti, si presentano un gran numero di uomini molto corpulenti che esibiscono la loro ciccia, completamente nudi, avvolti vezzosamente soltanto da qualche filo di conchiglie o perline colorate, in una gara all'ultimo chilo ed alla fine viene eletto il più grasso dell'anno, a cui sono destinati grandi onori per tutto il resto della vita. Ogni famiglia può presentare un solo concorrente alla gara, che si svolge in giugno ed il prescelto, non sposato, viene alimentato per sei mesi seduto nella sua capanna a solo latte e sangue, spillato direttamente dalla giugulare delle sue vacche; periodo in cui non si può muovere né fare sesso. Questo pastone da ingrasso, tra l'altro deve essere ingurgitato piuttosto rapidamente in quanto a queste temperature, coagula con facilità. Alcuni arrivano all'agone neppure più in grado di camminare, ma si devono sottoporre a prove impegnative come percorrere alcuni chilometri magari sorretti dai famigliari, poi seguendo una dieta più regolare gradualmente perdono questo peso mostruoso.  Qui potete vedere un filmato al riguardo nel quale potrete anche fare conoscenza del vincitore del 2016. E proprio il caso di dire che grassezza fa bellezza e in queste terre posso dire di avere un certo vantaggio di posizione.



Ragazze Bodi con scarificazioni
Intanto un gruppetto di uomini all'ombra di un grande albero, sta giocando al gioco africano comune in tutti i paesi del continente pur con innumerevoli varianti. Hanno scavato una serie di piccole buche nel terreno, due file uguali ed ognuno dei quattro ha in mano un mucchietto di sassolini che aggiunge o toglie dalle buche seguendo una strategia volta a conquistarle tutte. Uno dei quattro le ha quasi finite e ha lo sguardo un po' incagnito, gli altri lo prendono evidentemente in giro, forse infierendo sulle sue capacità logiche, Intorno il gruppo degli astanti commenta, come sempre pensando di conoscere quali sarebbero le mosse corrette per conquistare la vittoria, stupendosi di come i giocatori non le vedano. Qualcuno a lato, come isolato, evidentemente perdente ed estromesso dalla partita, sembra riandare col pensiero alle mosse fatte, agli errori commessi, che gli hanno procurato il disastro, sicuro che in caso di ripetizione non sarebbe più caduto negli errori commessi, rodendosi l'anima come tutti i giocatori che hanno perso tutto e vorrebbero soltanto ritornare a giocare. Per la verità, non mi sono sembrati così selvatici questi Bodi, forse perché eravamo accompagnati da amici, al contrario sono stati piuttosto cordiali, mostrando orgogliosamente le loro ferite e salutandoci distrattamente alla nostra partenza, tranne che un piccolo gruppo che non si è trovato d'accordo sulla distribuzione dei birr (consueta tassa per fotografare) e quella che si stava accendendo non appariva troppo tranquillizzante. 

Per fortuna, l'intervento del nostro Lalo, ha calmato gli animi e la partenza non ha lasciato strascichi antipatici, forse anche dicendo loro che non avevamo affatto apprezzato una nostra precedente visita presso quei puzzoni dei Bumi. Insomma bisogna cercare di mantenere buone relazioni con una saggia diplomazia e in questo mi sembra che il nostro Lalo sia maestro. Il ritorno a Jinka costa ancora un paio d'ore e ancora riusciamo ad evitare la pioggia. Si arriva in tempo per vedere il piccolo museo etnografico della città, messo in piedi da etnologi tedeschi, che racconta in una serie di pannelli abbastanza esaustivi, tutte le abitudini delle varie tribù della valle e ai quali mi sono ispirato per raccontarvi queste note. Oltre a questi molte foto in bianco e nero del secolo scorso dalle quali emerge che quasi nulla è cambiato quaggiù negli ultimi cento anni e di certo anche prima, al di là dell'unica vera novità, la presenza incongrua ma decisa del telefonino. Le nostre foto girate in seppia e appese qui sarebbero indistinguibili da quelle originali. Molti gli strumenti tradizionali esposti, attinenti all'agricoltura, alla pesca, alla pastorizia, anche questi non dissimili da quelli che vedi nei mercati, cosi come i vestiti di pelli e gli ornamenti. Davvero un riassunto complessivo che conviene vedere per raccogliere le idee e per cercare di capirci qualcosa, orientandosi tra le tante denominazioni diverse e i molteplici gruppi tribali della regione. 

Il gregge di Kala



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mercoledì 4 luglio 2018

Etiopia 19 - I Mursi

Armati Mursi


E' piovuto piuttosto forte tutta la notte. Lasciamo Jinka, attraversando di nuovo la spaccatura della Rift Valley passando tutto il parco Mago, per arrivare al territorio dei Mursi. La pioggia della notte ha reso la pista difficile da praticare e procediamo con una certa fatica in una boscaglia piuttosto selvatica. Gli animali qui sono piuttosto scarsi, se li confrontiamo con le altre aree a parco dell'East Africa. Scordatevi le mandrie di animali del Kenia o della Tanzania. Qui è ancora terra di bracconaggio e gli animali tendono a stare alla larga. Vediamo qualche minuscolo dik dik che subito si infratta tra i cespugli spinosi, timido e tremante, mentre piuttosto lontano, un gruppetto di antilopi, probabilmente waterbuch, che alzano la testa, mostrando un imponente palco di corna e il ricco vello attorno al collo, che emerge sull'erba giallastra della radura. Passata la spaccatura, la strada risale sulle colline retrostanti e si inerpica sempre più in alto; qui si trovano alcuni isolati villaggi della tribù dei Mursi. Si dice che presso questo popolo di pastori seminomadi, ridotto ormai a poche migliaia di individui, i giovani maschi adulti siano piuttosto aggressivi e che sia più opportuno arrivare in questi villaggi di mattina, sia perché la maggior parte degli uomini è al pascolo con gli animali, sia perché l'abitudine di bere durante il giorno notevoli quantità di birra di sorgo, che viene prodotta in ogni villaggio, li renda particolarmente nervosi verso gli stranieri nel tardo pomeriggio.


Secondo altri pare che sniffino polvere dalle cartucce usate, miste a peperoncino, ma bisogna sempre ricordare che queste notizie vengono date dalle tribù vicine che non li amano particolarmente. Data la consistente quantità di mitra a disposizione, praticamente ogni uomo ne possiede uno (si trovano nei mercati attorno ai 1000 birr o una vacca, ma bella), bisogna tenere conto di questo con una certa attenzione, tanto che le visite a questi villaggi vengono generalmente fatte in compagnia di guardie armate. Può capitare infatti che qualcuno un po' alticcio, pretenda di essere fotografato in cambio del ticket fisso di 5 birr e in caso di rifiuto, passi a vie di fatto, d'altra parte sembra che da queste parti uccidere un nemico o un appartenente ad un altra tribù, sia considerata una prova di valore da esibire come medaglia. Attualmente il modo più usuale per scaricare l'aggressività è quella delle lotte col bastone, detto Donga, che ogni pastore possiede, durante le quali tutti i colpi sono ammessi e che terminano sempre con un discreto spargimento di sangue, anche se la morte deve essere sempre evitata, mi raccomando. In verità non è molto importante risultare vincitore dei combattimenti, alla fine ne rimane infatti uno solo, che comunque viene molto festeggiato, ma riportare un congruo numero di cicatrici perenni da potere  esibire in ogni occasione per dimostrare il proprio valore ed il proprio coraggio.

Nel nostro caso, Lalo, che è conosciuto, dovrebbe essere una buona garanzia e infatti non appena la nostra macchina si ferma tra la misere capanne di frasche, gli anziani del villaggio gli si avvicinano salutandolo con un certo calore. Pian piano da dietro alle capanne appaiono figure che sembrano spiriti della foresta. Donne alte e nerissime avvolte di pelli di antilope, rimangono ferme e silenziose, la maggior parte con un bimbo in braccio, i volti, il busto le braccia, coperte di disegni bianchi, punti, cerchi, disegni geometrici. Sulla testa, copricapi complessi, ricoperti di bacche colorate, anelli e lunghi denti di facocero. Molte portano un largo piattello di terracotta al labbro inferiore. I più grandi arrivano fino a 15 centimetri, altri più piccoli ornano i lobi ormai sformati delle orecchie. Quasi tutte sono prive degli incisivi superiori, sembra per consentire l'alimentazione forzata in caso di tetanismo che qui è piuttosto frequente. L'uso del piattello, abitudine che condividono con i Surma, non ha una spiegazione certa. Secondo alcuni, questa tradizione era nata per impedire che le donne venissero prese come schiave o rubate dalle tribù vicine, una sorta di imbruttimento rituale, secondo altri invece deriverebbe dal fatto che questo attrezzo formerebbe una sorta di barriera all'ingresso degli spiriti malvagi che amano entrare nel corpo delle donne, facendole impazzire.


Oggi comunque rimane un segno distintivo dello status sociale della donna che la renderebbe più richiesta ed appetibile, anche se il piattello viene messo solo in cerimonie pubbliche o in presenza del marito, diversamente il labbro deformato viene lasciato penzolare senza problemi, ad esempio quando si va al mercato. Anche qui come in altre tribù, la scarificazione della pelle detta icioà, che lascia cicatrici in rilievo molto grandi, viene praticata dalle anziane del villaggio sui giovani di ambo i sessi, con lamette da barba, sia per dimostrare la propria resistenza al dolore, sia perché è considerata ornamento di grande bellezza da esibire in ogni occasione. L'operazione dura parecchi giorni, prima vengono disegnati i punti colorati dove verranno praticate le incisioni, la pelle viene quindi sollevata con un ramo spinoso e sotto viene ancora inciso l'interno della ferita che poi gonfierà nei giorni successivi, salvo infezioni terrificanti naturalmente. Insomma un bel divertimento. Bisogna dire tuttavia che i visi, i corpi, le posture di tutte le persone che ci circondano sono davvero impressionanti. Gli occhi ci guardano in modo severo ed inquietante, i pochi uomini presenti mostrano i kalashnikov con aria minacciosa. Tutto l'ambiente è cupo e silenzioso, anche i bambini sono muti e senza sorriso. Non è ben chiaro se recitano la parte della tribù violenta e pericolosa a favore di obiettivo, per spillare un maggior numero di scatti o se il trattamento poco amichevole sia davvero connaturato a questa gente che sopporta le visite dei faranji, solo per il pur piccolo reddito che ne deriva.


Resta il fatto che sono tutti davvero bellissimi con questi copricapi fantasiosi, i corpi slanciati e dipinti, le parti di animali di cui si adornano dalle conchiglie ai gusci di lumaca. Stiamo un'oretta tra le capanne, in un silenzio innaturale, osservati da tutte queste figure immobili, quasi fossimo noi quelli da osservare, da vedere. Ogni tanto compare qualche altra figura tra le piante che circondano il villaggio. Altri uomini cosparsi di cenere grigia, per difendersi dalle zanzare, alcuni completamente nudi, altri con un piccolo straccio attorno alle anche, il mitra a tracolla. Qualcuno conosce Lalo e finalmente si verificano cenni di distensione, si familiarizza e ci sono le prime pacche sulle spalle e la richiesta di foto collettive che mostrano con fierezza i mitra sbandierati al vento, senza troppa attenzione in verità. Poi viene il momento dei saluti collettivi in una atmosfera piuttosto simpatica, di colpi per aria non ne sono partiti e tutto si è concluso nel modo migliore, tanto che alla partenza veniamo salutati con un certo calore da tutto il villaggio, anche se in fondo non abbiamo lasciato un gran ché di birr. Mi sa che questa fama di violenti e aggressivi, sia un po' più caricata che reale. Credo che sarebbe stato bello fermarsi con le tende a passare la notte al villaggio, ma se la pioggia ci sorprendesse qui avremmo potuto anche rimanere isolati per qualche giorno ed il cielo era molto minaccioso. Insomma la preoccupazione non è mai troppa.

Tra le capanne del villaggio Mursi



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