martedì 11 agosto 2026

Pam 41 - L'anima della Kirghisia

Kirghizistan - giugno 2026

 

Una yurta
La mattina arriva presto e la temperatura, non temperata dall'aria degli altipiani, è già calda. La colazione del nostro B&B, è a dir poco sontuosa, addirittura tre uova a testa (che poi dato che Tiziana non riesce a mangiarli al mattino, per me diventano sei, alla faccia del colesterolo!) poi domandiamoci come mai non si dimagrisce in viaggio, e ancora formaggi e crepes e dolci e marmellate e tutto il resto, io che poi a casa riesco a mandar giù a malapena un caffè nero, figuriamoci. Ma in giro siam tutti fatti così, ci si ingozza sempre come se non ci fosse un domani, poi la cura dei nostri ospiti è tale che parrebbe brutto rifiutare, capirete bene; così poi quando viene l'ora di partire sei già pieno come un otre e ti allunghi sul sedile dell'auto a fare una pennica digestiva, altro che goderti il paesaggio. Che poi è un delitto non stare attento, perché qui tutto attorno è davvero una meraviglia, con questi prati che si stendono su per le valli, con questi colori, verdi dell'erba e rossi della terra scoperta, che sembrano il vero marchio di fabbrica di tutta questa provincia kirghiza. Però la strada comincia a salire, anche se è quella nuova, molto scorrevole e veloce. E' quella che porta alla parte alta del paese, quei pascoli alti, ma non troppo che rappresentano la vera ricchezza per l'allevamento di questo territorio e che ne hanno condizionato per secoli lo stile di vita. 

Una valle laterale
I kirghizi infatti sono un popolo seminomade di pastori e allevatori di origine turco-mongola, la lingua infatti appartiene al gruppo delle lingue turchesche, che sono arrivati qui nell'Asia Centrale da est, forse addirittura originari dall'area del fiume Enisej in Siberia e migrati qui attorno al X secolo. Tradizionalmente la loro vita è sempre stata legata al bestiame, soprattutto all'allevamento del cavallo, che forniva loro la fonte di sostentamento e ne condizionava lo stile di vita. Quindi nel passato anche recentissimo, hanno sempre condotto una vita altalenante tra gli accampamenti invernali stanziali a quote basse, per superare i rigori delle grandi precipitazioni nevose e delle temperature che scendono abbondantemente sotto lo zero per lunghe settimane, mentre vanno alla ricerca del pascoli alti durante i mesi primaverili ed estivi, quando tutta la tribù si sposta in alto con tutte le yurte al seguito, che grazie alle loro tecniche tramandate da generazioni, si smontano o si montano in un solo giorno di lavoro, pur essendo case vere e proprie e anche assolutamente confortevoli. Sono quindi ben abituati alla vita di alta quota, nutrendosi di moltissima carne delle loro mandrie e dei loro prodotti, dai latticini di yogurt, per arrivare fino al kumys, la loro bevanda tradizionale di cui fanno grandissimo uso. 

Il fiume Naryn
Sono meno di quattro milioni e vivono qui per la maggior parte salvo piccoli gruppi di minoranze che stanno a cavallo dei confini e nei paesi vicini. Il nome forse richiama le "40 tribù", raggruppate secondo la leggenda del loro poema storico, dall'eroe leggendario Manas, di cui vi ho già detto. Certo ci sono anche città e piccoli paesi in questo territorio, ma sono state, nella maggior parte dei casi, agglomerazioni create da latri gruppi etnici, uzbeki, tajiki, kazaki e molti altri, oltre che dallo stile di vita sovietico, mentre la vera essenza della popolazione kirghiza rimane legata alla tradizione del seminomadismo anche oggi. Ricordiamoci che il pastore errante nell'Asia a cui si è ispirato il nostro Leopardi è proprio un kirghizo. Insomma proprio qui tra questi pascoli senza fine, risiede la vera anima della Kirghisia. Qui bisogna arrivare per tentare di comprendere il paese. Mentre la strada sale ancora e il fiume Naryn che scorre in fondo alla valle si allontana limaccioso, scavando il suo corso tra pareti di terra fangosa e rossastra, si intravedono più frequentemente al bordo della via, grandi spazi dove si affollano le tombe e le altre costruzioni cimiteriali di questo popolo, che hanno caratteristiche assolutamente uniche ed una loro presenza davvero affascinante. 

Un cimitero
Le tombe o piccoli mausolei che siano, perché non saprei neppure bene come definirli, si affastellano le une sulle altre creando una sorta di città dei morti, dall'aspetto misterioso e inquietante. Non ci sono paesi vicini, che ti riportino all'esistenza. In questa landa tutto sommato deserta e spopolata, appaiono come cittadine senza vita che ti chiamano a sé con voci che provengono dal sottosuolo, quasi fossero ingressi di un Averno che mettono in comunicazione questo mondo terreno con quello dell'oltretomba. Qualcuno, forse i più antichi, hanno le facciate delle costruzioni che presentano i mattoni quasi consumati dalle precipitazioni, acqua e neve che di certo qui sono presenti in modo massiccio e si mostrano quindi come fantasmi che baluginano, quasi tremolanti nel fondo degli occhi, facendoti chiedere se si tratti di una immagine reale o creata solo nella tua mente, grazie ai racconti che si sono fatti davanti alle yurte attorno ai fuochi notturni. Sia come sia, si tratta di luoghi piuttosto affascinanti che invitano ad una sosta anche solo per fare uno scatto. Intanto qui siamo ormai sopra i duemila e abbiamo imboccato una valle strettissima che taglia la montagna. 

La strada per il Sonkul
La strada che si inerpica sui suoi fianchi è ormai diventata uno degli sterrati che ci hanno accompagnato per tanti chilometri durante questo viaggio e guadagna ancora quota con lunghi tourniquet lungo i cui fianchi si aprono frane e si vedono frequenti lavori di ripristino. Di certo manutenere le vie di comunicazioni da queste parti, deve essere piuttosto impegnativo. Su una balconata ai bordi della pista ci fermiamo, per far prendere fiato al motore, anche se il panorama ci rimane precluso. Me ecco, un gruppetto di sette od otto ciclisti, sono fermi a respirare anche loro, tutti inglesi che si stanno sgroppando questa montagna e intendono arrivare prima di sera fino al Sonkul, la nostra stessa meta. Tanti auguri e buona salita, visto che mi sembrano tutti over 60. Certo che per queste imprese ci vogliono muscoli, cuore, ma soprattutto tanto fiato e anche se questi mi appaiono tutti come motivati e soddisfatti, devo proprio concludere che, questo modo di viaggiare, non è mai stato nei miei progetti, neppure lontanamente. Lì molliamo lì mentre ancora cercano di riprendere fiato e continuiamo a salire tra boschi fittissimi di conifere scure come la notte e affusolate come lance, che cercano di penetrare il cielo. 

La miniera di carbone
Si tratta (mi assicura Google) della Picea shrenkiana, nota comunemente come abete rosso del Tien Shan, che cresce in popolamenti puri in queste valli fino ai 2700 metri circa, quota dove scompare completamente lasciando spazio ai pascoli privi di qualunque altra forma di vegetazione nella grande conca del lago Sonkul ad oltre 3000 m., ricoperta di sconfinate preterie chiamate jailoo. Sono davvero alberi maestosi, questi, neri ed inquietanti, che svettano con coni stretti e lunghissimi che arrivano fino a 50 metri di altezza, vicinissimi gli uni agli altri, quasi non volessero lasciare spazio ad alcuno, pur di non essere penetrati, per preservare forse la loro virginea segretezza che nasconde i segreti delle leggende di questo mondo lontano. Una foresta dove perdersi per sempre, che non invita ad entrarvi. Nella radure noti sempre più spesso, piccole mandrie di ovini o di bovini, ma, man mano che si sale cominciano a prevalere i cavalli, bellissimi, con le criniere al vento e le code che sventolano intorno per scacciare le mosche. Ad un tratto, dopo un dosso, ecco che nel fianco del monte si apre una spaccatura degna di un girone infernale. Una ferita profonda, uno sfregio di un nero cupo e maligno. Si tratta di una miniera di carbone a cielo aperto, che i Cinesi stanno "valorizzando" da qualche anno. 

Mezzi di scavo
Man mano che procediamo, lungo il suo fianco si apre lo scavo gigantesco che consente di accedere alla vena, grande quasi come l'intera montagna, bene scavata in profondità, segno che il lavoro procede da tempo, mentre in fondo, nei punti di raccolta, i mezzi di movimento del materiale, gialli, con gli ideogrammi rossi disegnati sui fianchi, seppure colossali come dimensioni, appaiono minuscoli giocattoli di Lego che si muovono qui e là a caricare, a spostare materiale, a fare il loro lavoro di demolizione graduale del monte, che di certo, tra non molto tempo sarà del tutto integralmente mangiato dalla fame di energia del mondo. Tutto l'insieme appare come un incredibile girone di un pianeta lontano che racconti qualche saga di Star Wars. Alla fine ce la lasciamo alle spalle e cominciamo una lunghissima serie di stretti tornanti sterrati che portano ai 3375 m. del passo di Moldo Ashuu, la porta che dà accesso all'altopiano del lago di Sonkul. Superato il passo, la strada si spiana e mostra la straordinaria visione delle praterie che si stendono a perdita d'occhio nell'altopiano, punteggiato di yurte bianche e circondato dalle catene lontane delle cime del Tien Shan coperte di neve. Una visione assolutamente idilliaca. Le yurte sono disposte a gruppetti su piccole alture od in lunghe file lungo il bordo di un rilievo. Dovunque mandrie di bestiame, in particolare di cavalli. Intanto è cominciato a piovigginare, mentre noi percorriamo l'ultima ventina di chilometri per arrivare fino al lago. 

Cimiteri


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:


C. Ajtmatov - Il battello bianco









Nessun commento:

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!