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martedì 1 aprile 2014

Me ne vado

Fabbrica di produzione del nước mắm

Nel delta del Mekong ci ho lasciato un po' il cuore. Saranno i paesaggi, la tranquillità che avverti nello stile di vita, le palme, le amache dove riposare, ma quando ho ricevuto l'altro ieri la proposta, ho finito per non pensarci più di un paio di minuti e la decisione era già lì bella che scritta e firmata. Quando sono stato lì quasi un mese fa ormai, mi aveva molto colpito la stazione di riproduzione ittica del prof. Cá, che si occupa da anni del miglioramento e della moltiplicazione del cavedano rosso del delta, con risultati notevoli. Negli ultimi tempi con alcune tecniche OGM questi pesci hanno raggiunto una capacità produttiva davvero straordinaria e quando lui mi aveva buttato lì la possibilità di investire qualche cosa nel settore, la cosa mi aveva stuzzicato e avevamo fatto qualche progetto di massima. Così la sua mail mi ha colto già deciso a fare un passo che potrebbe cambiare la mia vita. Sì, perché tutti vogliono lasciare l'Italia, disperati di come stanno andando le cose e come si potrebbe eccepire a tutto ciò? Ma poi quando si tratta di prendere la grande decisione si tituba. Voglio buttare il cuore oltre l'ostacolo, in fondo che ho da perdere? 

Magari, ve lo dico subito smetterò questo blog che tanto non decolla, magari la finirò di continuare a scrivere cose che nessuno alla fine ha voglia di leggere, però la piscicultura ha il suo fascino; contribuire a risolvere almeno in piccola parte il problema alimentare del mondo e chissà che alla fine la cosa non sia redditizia, pensate un po' pesci giganteschi, oltre cento chili l'uno, e in futuro ancora di più, sembra, la genetica pare non avere limiti. Oltretutto a me piace il pesce, sia al forno che alla griglia, che in carpione, quindi non avrò difficoltà ad adattarmi al regime alimentare. Laggiù, nelle vicinanze c'è anche una piccola fabbrichetta di salsa di pesce, il famigerato nước mắm. Un centinaio di orci pieni a metà che marciscono sotto il sole. Certo sono un po' puzzolenti, ma cosa volete che sia al confronto dei politici di casa nostra. E poi il pesce puzza dalla testa, lì si tratta soprattutto di interiora macerate. Se volete contattarmi scrivetemi pure qui, magari, quando sarò laggiù vi trovo qualche cosetta da fare, sono sempre a corto di gente che pulisca la pelle dalla scaglie, perché sono un po' dure e vanno in mezzo ai denti ai turisti, che sono sempre un po' difficili e pretenziosi. Adieu mes amis, preparate le canne (da pesca).

Cavedano del Delta


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venerdì 14 febbraio 2014

Tra i nove draghi

Delta del Mekong a Cam To

Passare da un ramo all'altro dei nove draghi, tanti sono i bracci del Mekong che corrono verso il mare. Immensa strada d'acqua rosa di sangue sparso inutilmente. Calore di tropico, profumi di Asia. Quanta acqua porta il tempo senza riflettere. La vita qui scorre, la voglia di andare avanti scorre, con movimenti aggressivi e senza mezze misure. Il paese cresce assieme al numero degli abitanti e scorre assieme al grande fiume, come nei romanzi di Guareschi, sempre più in fretta, cancellando le memorie. Non c'è tempo per fermarsi a pensare al passato. I nemici di ieri sono i migliori amici di oggi. Comprano, pagano, investono. I vecchi amici invece no, lo sono sempre meno, pretendono e danno poco. Che gran voglia di fermarsi qui sopra un'amaca tra i cocchi. La gente del sud, dicono a Saigon, ha poca voglia di lavorare, suonano e cantano tutto il giorno, tanto ci sono banane, manghi e ananas dappertutto e il riso, quasi quasi vien su da solo. Basta allungare le mani per campare. Questa storia l'ho già sentita tante volte sempre uguale, però quei cappeli a cono in mezzo alle risaie, a chiosa di quelle schiene curve; quei polpacci nel fango a chiudere trappole per pesci gatto; quelle braccia magre che spingono sul remo, tenendo un bimbo al collo perché non cada in acqua, non mi sembrano così spensierati come mi vogliono far credere. Forse la povertà diminuisce ma la vita mi sembra sempre piuttosto dura tra risaie e palmizi.






sabato 19 gennaio 2013

Taste of Laos 10.

Pesca sul Mekong

Butta la rete
pescatore tranquillo.
Sanguina il fiume.

lunedì 14 gennaio 2013

Taste of Laos 5.

Si Pha Dong, - Le rapide.
Si loda il Buddha
con lo sguardo estatico,
fotografando.

sabato 12 gennaio 2013

Taste of Laos 3

Si Pha Dong - Ristorante.


Anni 60 
ritornano in mente.
Davanti al fiume

venerdì 11 gennaio 2013

Taste of Laos 2

Il Mekong vicino a Si Pha Dong

Rosso aranciato.
Il sole è ancora alto 
di fronte al fiume.

venerdì 16 marzo 2012

Lettere dal Laos 26: L'addio.


La jungla laotiana.

In un villaggio Akha.
Il campetto per la petanque è illuminato dalle lampadine fioche del vicino ristorante. Ogni sera e in ogni luogo dove ci siamo fermati, il nostro Tong ha trovato senza difficoltà un gruppetto di amici con cui iniziare la partita. Conosce tutti Tong. Da ogni parte arriva qualcuno che lo saluta e gli chiede come va. Di tutti lui conosce le storie e ce le racconta, richiesto, colorandole di particolari curiosi. Stamane ci siamo fermati lungo la strada di fianco ad una cava di lignite e il direttore lo ha accolto con grandi saluti, anche perché la moglie gestisce il baretto che fa le colazioni. Gli ha aperto la cucina e avanti con le omelettes di cipolle, le baguette calde e la zuppa di noodles come se piovesse. La moglie era andata al mercato, ma appena il buon uomo ha sentito che capivo qualche parola di russo, non mi ha più mollato, raccontandomi la sua esperienza siberiana del passato con grande soddisfazione.  Certo con le bocce in mano, il nostro Tong è un vero fenomeno. Prende la mira con cura, poi, con un movimento a pendolo solleva il braccio e tac, colpisce al volo la palla avversaria con precisione millimetrica. Ad ogni tiro una piccola ovazione degli astanti. Anche noi facciamo il tifo per lui, ma non serve, tanto vince sempre e quando ce ne andiamo verso la guest house, allarga un po' le braccia come a dire:" Che ci posso fare, se sono troppo forte" e lascia gli altri a pagare le birre che ingombrano il tavolino. 

Alla frontiera di Huay Xai.
Una brava persona il nostro Tong. Oggi, poi, che è il nostro ultimo giorno in Laos, è ancora più preoccupato che ogni cosa fili per il verso giusto. La strada che porta al confine thailandese sembra ancora più bella, ma la cornice di colline e di boschi che la accompagnano appare triste. Come è facile farsi condizionare dagli stati d'animo. Il Mekong giallastro è la in fondo che ci aspetta. La sua presenza incombente lo rende indispensabile in ogni aspetto di questo paese. Questo fiume, sempre presente e protagonista, è il destino inequivocabile dell'Indocina. Adesso è lì a segnare con la sua presenza inamovibile la frontiera. Huay Xai è la cittadina lungo la riva che riceve il traffico dell'altra sponda. In fondo alla strada l'imbarcadero con le lunghe lance che traversano incessanti il fiume. Tong non la smette più di dare consigli, di raccomandarci attenzione a quei furfanti di thailandesi che sono lì apposta per spennare i turisti,  ingannarli in ogni modo e derubarli, e racconta di episodi terribili tramandati verbalmente da turista a turista, con ogni nefandezza compiuta dai vicini dalla doppia faccia. Peggio ancora dei Vietnamiti che sono delle pellacce e lui, che ci capita ogni tanto, li conosce bene. Mica come in Laos dove la gente è sincera e non frega nessuno. Ci carica i bagagli, non vuole mollarci fino all'ultimo minuto, timoroso che qualche altro maldestro ricaschi nelle acque melmose e poi quando la barca si allontana pian piano in mezzo al fiume rimane diritto in piedi sulla riva a salutarci a lungo, con un sorriso malinconico. 

Frangipane rossi.
Quando sei arrivato dall'altra parte e sbrighi velocemente le pratiche doganali nell'ufficetto polveroso di Chiang Kong, ti accorgi subito che la vacanza è finita. E' il senso di tristezza che ti afferra quando lasci, forse per sempre, un luogo che ti ha preso, non sai perché, non sai per quale ragione particolare, ma di cui non riesci a toglierti dalla mente aspetti, semplici o apparentemente insignificanti, uno sguardo di una donna, l'allegria dei bambini in un villaggio, il colore delicato della parete di un tempio minore, il vociare di un mercato, i colori delle stoffe,   le tante sfumature di verde delle montagne, il profumo intenso dei frangipane, i tanti tramonti attesi davanti a un fiume, le barche che scivolano sull'acqua, le capanne di foglie di palma dietro le quali spuntano occhi curiosi, le pietre nere del passato, la tranquilla vita del presente. C'è un momento in cui il viaggio finisce, cessa la voglia di vedere, desideri solo andare a casa a ripensare a quanto hai assorbito, a chi hai incontrato, a cosa ti ha dato il viaggio. C'è ancora  tanta strada da fare, pullman, taxi, aerei prima di arrivare, ma con la testa ormai  sei già tornato. Così scendi dalla barca con una fatica sconosciuta ai giorni precedenti, risali la riva e neppure hai voglia di trattare con il rapace conducente di tuktuk, thailandese naturalmente, che ti porterà alla stazione a prendere lo scalcinato pullman per Chiang Rai. Anche le banane e le arance che compri prima di salire sembrano meno dolci e profumate. Ormai il paese dove devi fermarti ad ascoltare crescere il riso è lontano.


Bambina Kamù.

P.S. Nei prossimi giorni posterò in una pagina a parte dedicata al Laos qui, i dettagli pratici per chi volesse organizzare un viaggio in questo bellissimo paese. Basterà cliccare sulla targhetta Laos, sotto al titolo.


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domenica 4 marzo 2012

Lettere dal Laos 16: I colori di Luang Prabang.

Il sim di Wat Xieng Thong
Monaci
Luang Prabang, piccola città magica. Difficile da definire e da descrivere. Anche qui nessuna cosa davvero eclatante od unica, eppure uno dei luoghi più fascinosi del sudest asiatico. Un posto unico e senza tempo dove ti puoi inebriare dei profumi del frangipane mescolato a quello del caffè fresco. Non sai perché, ma di qui non vorresti partire mai. Una ragazza che viaggia da sola, con un enorme zaino nero, mi dice, " Volevo stare un paio di giorni, è una settimana che sono qui e non ho voglia di andarmene". Nel verde chiaro degli alberi, mille macchie di colore, le bouganvillee delle case coloniali bianche, i fiori arancio degli alberi che crescono nei cento templi a fare a gara con le tuniche abbacinanti dei monaci. L'oro dei frontoni, mescolati ai verdi e ai gialli o al rosso vivo delle pareti. I lunghi muriccioli bianchi bordati di oro e di specchietti colorati a cornice di ogni tempio scandiscono gli spazi con un ordine mentale che pervade tutto. L'assenza di traffico, i lungofiume cosparsi di piccoli locali straboccanti di frutti che ammiccano, l'acqua del Mekong che dall'alto sembra addirittura azzurra, così calma, così lenta nel suo andare a sud. Entri nel Wat Xieng Thong, il grande monastero sulla punta della penisola e sei subito avvolto dalla bellezza. 

Standing Buddha
Nei vasti spazi si alternano piccoli stupa colorati, grandi statue dorate e padiglioni aperti dove i monaci paiono statue arancio di cera. Il sim maestoso lascia cadere quasi fino a terra il suo tetto spiovente, con eleganza gentile. Subito dietro le tre piccole cappelle dalle pareti rosate, uniche e stupefacenti, cosparse di teneri mosaici naif di frammenti di specchietti multicolori. Le statue poi, diverse dalle altre consuete dell'Asia del sud, hanno forme sinuose, sottili ed eleganti con movimenti delle mani lunghissime ed inusuali. L'oro profuso nel padiglione del carro funebre reale ti abbacina, colpito dal sole che nasce al mattino, si colora di rosa carico invece, quando scende dietro i monti lontani, la sera. I colpi ritmati che provengono dalla torre del tamburo, ti fanno rimanere ad osservare la vita che si muove attorno a te con una tensione ipnotica. Rimarresti per ore a guardare i fedeli che fanno le offerte alle statue, le donne che ossessivamente scrollano il barattolo di bacchettine, fino a farne saltare fuori una, quella dove è scritta la fortuna, quelli che si raccolgono attorno ai monaci aspettando una benedizione o la piccola processione di parenti che accompagnano un monaco bambino alla sua prima entrata nella comunità del monastero. 

La cappella rosa.
Il ritmo della preghiera scandisce il tempo fino a sera. Allora devi solo scegliere dove goderti l tramonto,  se sulla lingua che si protende al congiungimento del Nam Khan con l'ingordo ed esclusivo Mekong, con il colore dell'acqua che passa dal cremisi al viola scuro della notte, oppure salire al Phu Si, la collina del parco al centro della città, fino a raggiungere il grande stupa That Chomsi, così magico visto dal basso quando fluttua nella foschia, così straordinario per la vista che offre della città ai suoi piedi, mentre il sole scende dietro i monti frastagliati di rosso. Puoi allora gettarti nell'immenso night market, altra orgia di mille colori che dipingono i tessuti che produce questa terra di tessitori, distratto solo dalle processioni notturne dei templi vicini che ruotano lente al lume di mille candele. Rimarresti ancora ore in qualche piccolo locale con la veranda sulla strada a goderti un frullato di papaya o di mint-lime. 



Consacrazione di un monaco bambino.
 Non hai proprio voglia di tornare alla Nammavong Guest House tranquilla lungo il fiume. La famigliola vietnamita che la gestisce, aspetta i suoi ospiti con affettazione. Quasi nessuno parla una parola di inglese, tranne il figlio minore che però non vede l'ora di andare a giocare a petanque e mostra orgoglioso le bocce nuove. Ma tutti si fanno in quattro per accudirti, il padre corre a comprare frutta per la colazione, la mamma riempie il tavolino del cortile di free bananas, tutto il resto della famiglia elargisce sorrisi prima di portarti un thé e quando rientri tardi la sera, li trovi tutti addormentati per terra nella reception, togli le scarpe in silenzio e sali adagio le scale di legno, cercando di non farle scricchiolare, fino alla tua camera per assorbire nel sonno tutto quanto hai assaporato nella giornata.


Tramonto dal Phu Si.

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sabato 25 febbraio 2012

Lettere dal Laos 8: Don Kho, l'isola fuori dal tempo.


Un telaio di Don Kho.
 
Amaca
Oggi risaliamo un poco il Mekong a nord di Pakse. Il fiume è imponente e maestoso ed ha scavato un letto profondo in un alveo che ora, che siamo quasi al culmine della stagione secca, lascia scoperte alte e scoscese scarpate lungo le rive dove si possono indovinare i livelli a cui potrà arrivare l'acqua nelle prossime piene. Dopo pochi chilometri il fiume è diviso in due parti, quasi fossero due diversi corsi d'acqua, da una grande isola, quasi un promontorio di terra rossa coperta di verde, di cui non indovini la fine. Una piccola lancia porta due o tre persone per volta su una lingua di sabbia di fronte all'imbarcadero. Per risalire l'erta sono stati intagliati dei gradoni grossolani che l'uso ha gradualmente arrotondato, rendendoli scivolosi. Arrivi sbuffando in cima alla salita. Poche capanne su palafitte, addensate intorno al sentiero che percorre il perimetro dell'isola. Sotto ognuna di esse un telaio e una donna al lavoro. Quando non si lavora nelle risaie del centro dell'isola, ogni donna fila, tinge, tesse. In ogni dove, appese, trionfano i colori stupendi dei tessuti più belli del Laos. Guardi il lavoro ritmato, l'andirivieni della navetta, il complesso movimento dei piedi che sposta le fasce di ordito per consentire il formarsi dei disegni più complessi ed ecco che nasce davanti a te una sciarpa sfolgorante di ori, ocre, aranci e rossi oppure un sarong dal fondo scuro su cui spicca la trama complicata di ornamenti minuti e ricercati, ognuno unico, personale, speciale. 

I monaci di Wat Don Kho.
Non ci sono rumori nell'ombra fresca, tra i palmeti e i grandi alberi le cui radici trattengono l'argilla rossa dal franare nel fiume. Solo cinguettii di uccelli colorati nascosti tra le frasche, becchettare di galline e qualche grufolio di maiali neri, grassi, dai musi rincagnati che si muovono tra le capanne cercando cibo, anche loro però, tranquilli e non affannati. Rumore di grilli, gracidare di rane, niente altro ad accompagnare il tac tac delle bacchette dei telai, ma anche questo così lieve da non turbare i corpi stesi sulle amache tra gli alberi. Neanche noi vogliamo turbare la pace del ragazzo che dorme alacremente all'ombra di un banano, vicino ad una capanna su cui è appoggiato un cartello con l'orgogliosa scritta Turist office. Tanto basta camminare e ad ogni orto, dietro ogni basso steccato di bambù, leggi un sorriso, un invito. Un piccolo tempio alza il suo stupa dorato tra le palme. 

Tre monaci bambini giocano accanto alla torre del tamburo, non riescono a stare seri come competerebbe loro, di fronte agli stranieri, ma sorridono, ammiccano, fanno cucù dietro la campana, corrono a nascondersi nella sala di preghiera. Sotto un portico una gran barca ornata ancora di rami e fiori appena rinsecchiti di una festa ormai trascorsa. Sull'angolo del muricciolo di cinta l'immenso albero della vita a guardia e tutela del tempio stesso. Ci fermiamo in un gazebo sospeso sul fiume che scorre piano anche lui per non turbare tutta questa pace. Nella casa, un televisore cinese trasmette un incontro di thai boxe. Il nonno assiste compunto commentando i colpi più riusciti. Una donna ci prepara uno zuppone di noodles dove il pizzicore dello zenzero ti cuoce in un attimo le papille e attenua anche questo ultimo senso. Per il bagno si passa nella camera da letto dove un bimbo dorme assorto sotto una coperta rossa. Restiamo a lungo a guardare il fiume color ocra scuro. Lo guardiamo a lungo. Lo guardiamo scorrere.

Zuppa di noodles sul Mekong

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sabato 18 febbraio 2012

Lettere dal Laos 2: Si Pha Don, le isole dei lotofagi.

Si Pha Dong

La stazione dei bus di Sorya brulica di vita già alle 6 e mezza. La mattina sonnacchiosa che a Phnom Penh promette un'altra giornata calda e soffocante, qui è invece percorsa dal movimento affannato di un mondo alla ricerca del proprio mezzo di trasporto, tra montagne di pacchi, valigie e mercanzie di ogni genere. Un po' a lato, forse per distinguersi dalla babele degli autobus locali, il VIP International Luxourious Bus, si riempie a poco a poco di umanità varia. A dispetto del nome pomposo è piuttosto malandato e quando si avvia ansimando, lasciandosi alle spalle le strade ormai affollate della capitale, prende la via tra le risaie ancora verdi con tono svogliato e tossicchiante. Per fortuna è mezzo vuoto, concedendo un po' più di spazio vitale ai nostri strabordanti ed ipertrofici corpacci occidentali. Parla per te, direte voi, piccati, ma la sensazione è proprio questa, che i posti, da queste parti siano progettati a misure più ridotte, tanto sono minute le ragazze e gli omarini che salgono con le loro sporte, quelle sì, gigantesche. Di tanto in tanto si ferma a raccogliere qualche altro avventore isolato, saccopelisti in arrivo da Siem Reap con ancora gli occhi pieni dello splendore di Angkor Wat, in cerca di una misura più umana.

 E' una rotta poco battuta, questa che porta alla frontiera laotiana da un valico secondario, anche se privilegia un approccio ideale al sud del paese. Backpackers forzuti dalle braccia tatuate come paralumi giapponesi, esili ragazzine bionde con zaini giganteschi, isolati singoli che fanno indovinare soggiorni prolungati alla ricerca di sé stessi e di altro. La strada percorre per tutto il giorno la campagna piatta cambogiana, mentre le risaie si diradano gradatamente man mano che si procede nel Ratanakiri. Quando si avvista la sponda del Mekong che per un lungo tratto disegna la linea di confine tra i due paesi è ormai pomeriggio inoltrato. La frontiera arriva inaspettata sottoforma di un casotto di legno, una lunga sbarra di bambù rialzata da una corda e un paio di bandiere sbiadite che non riescono a muoversi nell'afa meridiana. L'animo dell'uomo dell'ovest è sempre agitato e timoroso di chissà quali difficoltà e si sa che le frontiere rappresentano sempre un punto critico e fastidioso, ma capisci subito che è tutto facile da queste parti, si può stare tranquilli, prendersi il giusto tempo, lasciarsi andare. 

Tutto funziona, lentamente ma senza traumi, alla fine si arriva. Un apposito omino si occupa direttamente, dietro mancia di 1 dollaro, di raccogliere i passaporti e andare direttamente a sbrigare la pratica, ritirare la foto, il modulo per i visti, i soldi della tassa variabile a seconda da dove arriviate e torna dopo un po' con la pratica sbrigata. Dei doganieri neanche l'ombra; il bus riparte e ti scodella all'imbrunire sulla riva del fiume, vicino al vecchio imbarcadero. E' qui a Si Pha Don che il Laos si presenta per quello che è veramente. Un paese dolce e tranquillo in cui adagiarsi con la voglia lasciarsi andare al lento scorre del tempo. Qui il grande fiume, anima e condizione allo stesso tempo, si allarga, si dilata mostruosamente, diventa un ipertrofico mare di cui non si può indovinare la sponda opposta ma popolato di grandi isole che ne fanno un arcipelago interno inaspettato ed insolito. Si Pha Don vuol dire appunto 4000 isole, anche di grandissime dimensioni popolate di rare capanne e di piccoli villaggi di palafitte che vivono sul fiume e del fiume, dove la vita prende un aspetto ed un ritmo suo particolare. 

Carichi le tue masserizie su barche sottili, dove l'equilibrio precario suggerisce movimenti controllati e attenti e ti fa guardare con occhio critico il colore dell'acqua che ti circonda, così scuro e marrone, imponendoti il pensiero delle centinaia di milioni di cinesi a monte che il fiume hanno già usato sotto ogni aspetto, ma forse sono solo le prime ombre della sera che scende in questo paesaggio senza rumori che non siano il motorino della barca o lo sciabordare di un remo lontano. Pochi minuti e la lancia sottile ti lascia su una spiaggetta in salita su cui trascinare il sacco e la valigia. Don Det, la prima isola ti accoglie con la sua atmosfera da terra dei mangiatori di loto, silenzio, rumori di campagna, capanne tra i palmeti. La basica guest house sulla punta nord dell'isola ti concede qualche bungalow con la veranda rivolta ad occidente; il fiume sotto di te appare immobile. 

Lampi rosso violacei strisciano le nuvole alte prima di superare le quinte delle isole vicine ed insanguinare le acque. Non fate troppo caso al fatto che non ci sia lo sciacquone e che l'acqua la devi gettare col secchiello o che la luce non funzioni e non ci sia acqua calda, tanto manca anche il rubinetto. Preoccupatevi unicamente che sulla veranda siano bene attaccate almeno due amache e date retta a me, lasciatevi andare, queste due parole le sentirete spesso in questo resoconto, è l'unica strada da praticare. I poteri taumaturgici di una BeerLao fresca di fianco a voi, un gruppo di bufali che giocano nell'acqua fangosa di fronte e il caleidoscopio mutevole dei colori della sera vi saranno spettacolo completo e totalizzante fino a che il nero della notte, non turbato da luci parassite non lascerà spazio al solo luccicore delle paillettes cucite su questo cielo sconosciuto, mai così numerose e tremolanti sul velluto. Poi potrete addormentarvi sereni, tanto saranno già almeno le nove.

Sera a Don Det


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martedì 24 gennaio 2012

Taste of Laos.

Suoni di chitarre, roba strana nell'aria. Uno dei tanti baretti lungo la stradina che costeggia il Mekong. Il sole e' sceso in fretta come capita a queste latitudini. Rossi vermigli nel cielo, bagliori di fuoco sull'acqua, ricordi di tempi lontani. Sulle spiaggette adesso solo figli di quelli che 40 anni fa bombardavano e lanciavano Napalm dai B52. Dal baretto assieme al reggae escono nuvole di fumo. Ti siedi sui divani bassi, arrivano mojiti e altre cose colorate, butti un occhio sul menu' e vedi che se vuoi la giunta happy devi pagare un piccolo sovrapprezzo. Per il fumo invece, dice che devi andare a ordinare direttamente al bar. Alle spalle, la jungla laotiana, non fitta e sparsa come a ciuffi tra le risaie in asciutta. L'ombra di Rambo e' forse dietro la riva fangosa. Allontanarsi piano verso i bungalow sulla punta dell'isola; bisogna stare attenti pero' al buio a dove si mette i piedi, amici di tutte le parti politiche hanno lasciato tanti ricordini sparsi qua e la' lungo i sentieri che costeggiano le risaie. E non sono i botti del capodanno del Tet che e' cominciato ieri. Accidenti, non stai mai attento abbastanza, al buio qualche cosa ho pestato, ma dalla consistenza non e' roba della Valsella, ma un residuato di quel gruppo di bufali che sguazza nell'acqua vermiglia, tra i piccolo mulinelli della corrente, tra le canne basse, rifugo ideale per i Vietcong di un tempo. Forse gli stessi che oggi stavano acquattati con gli occhi sonnacchiosi dietro a quel banchetto di sciarpine di seta.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!