Visualizzazione post con etichetta Toraja. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Toraja. Mostra tutti i post

martedì 28 giugno 2011

Il Milione 48: Tra i cannibali.


L'Estremo Oriente mi ha sempre affascinato. Ogni volta che ho potuto calcare quelle strade, un senso di meraviglia mi accompagnava. Lo potremmo catalogare come fascino dell'esotico, non ci sono dubbi, ma è anche lo stupore per il nuovo e diverso, per le cose talmente lontane da quanto si conosce per abitudine e cultura a prenderti, lasciandoti sempre osservatore curioso e pronto ad immagazzinare le nuove informazioni che ti circondano. C'è una piccola isola davanti a Singapore, Sentosa, oggi adibita a zona di relax e divertimenti per la grande città stato dove tutto è meticolosamente organizzato per la produzione e l'efficienza. Come era gradevole trascorrere qui una giornata tra il grande acquario e lo zoo a conoscere tutte quelle creature strane e mai viste, la voliera di cui non vedi i confini, l'area enorme dedicata alle farfalle che a migliaia si posano sulle tue braccia, il giardino botanico dove ad uno ad uno sfilano i legni odorosi e le spezie, i ristoranti all'aperto dove, la sera, con i piedi nella sabbia guardi il cielo e non trovi più la rassicurazione della stella polare, a constatare che non sei più nel mondo che conosci. Rimani con gli occhi in su a ricercare disegni sconosciuti pasticciando con le bacchette nella tua scodella di porcellana azzurra, sorbendo la laksa, la zuppa di noodles di riso al pollo e gamberi, l'abbinamento regale dell'oriente, mentre il gusto di spezia e di cocco ti vellica le papille. (chiisà se sarà poi stato davvero lui a portare gli spaghetti n Italia, cosa di cui comunque non si è mai vantato).

Cap. 161

...e dopo 500 miglia a mezzodie si truova un'isola ch'à nome Pentain e che è molto salvatico luogo. Tutti i loro boschi sono di legni odorosi... ed io Marco Polo vi dimorai 5 mesi per lo mal tempo che mi tenea e ancora la stella di tramontana non si vedea, né le stelle del maestro (Orsa Maggiore)... In questo reame sono uomini ch'ànno coda grande più di un palmo e dimorano ne le selve de le montagne; le code son grosse come di cane e àn molto pelo.

Credo che chiunque si trovi di fronte agli occhi buoni dell'orango che sbuccia una banana non potrebbe descriverlo se non come un uomo, tanto i suoi sguardi ammiccanti ed i suoi movimenti per attrarre l'attenzione sono vicini a noi ed al nostro sentire. Ma la vicina Indonesia è ancora oggi una delle terre più interessanti per le culture primitive e diverse che ospita nelle sua centinaia di isole, in ognuna delle quali, antiche abitudini, magari solo edulcorate dalle leggi attuali, rimangono a ricordare un passato recente di tagliatori di teste, di lavori di rimpicciolimento, di strani culti dei morti.

Cap. 162-166

E vo' vi far a sapere di quei che menano li piccoli uomini d'India, si è menzogna, ché quelli che dicon uomini sono piccole scimmie, che ànno volto simile all'uomo e li fanno in queste isole; le pelano salvo la barba e il pettignone (l'inguine), poi lascianle seccare, concianle che pare che siano uomini e questa è una grande buffa... Qui la gente è molto selvatica e quando uno muore poscia lo cuociono e quando è cotto vengono tutti li parenti del morto e mangiallo con tutte le midolla dell'osso, che non vogliono che ne rimanga sostanza che faccia li vermini che poi morrebbero per falta di mangiare e di questo, l'anima del morto n'avrebbe grande peccato. Poscia piglian l'ossa, pongonle in un'arca e apiccalle in caverne ne le montagne. Così se posson pigliare alcun uomo d'altra contrada, sì 'l mangiano.

Certo i costumi cannibali sono oggi forse scomparsi, ma il culto dei morti è ancora oggi in certe località interne, di grande impatto. Al centro di Sulawesi, (come ho già raccontato qui) tra le caverne dove i Toraja ripongono le arche con le ossa dei loro morti, io e la mia bambina ci aggiravamo solo pochi anni fa, cercando lo spazio dove mettere i piedi senza calpestare tibie e teschi, che fuoriuscivano dalle casse muticolori che il tempo aveva marcito e aperto naturalmente. E il grande funerale a cui assistemmo durava da un mese, con sacrifici giornalieri di bufali  e maiali, la cui carne, bollita in grandi pentoloni dietro le capanne,  poi maggiammo con tutta la comunità nei piatti che venivano distribuiti a tutti gli astanti, tra canti e danze che coinvolgevano il villaggio, almeno ritengo fosse maiale o bufalo. Questo rappresentava certo una redistribuzione della ricchezza, come presso altre culture i grandi matrimoni, ma anche un legame con riti ancestrali mai dimenticati. Fu una esperienza forte che ancora oggi mia figlia ricorda con particolare intensità. Marco Polo non poteva certo non riportarla.


 
Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:



giovedì 2 luglio 2009

Una morte meritevole.

Credo che uno dei pochi posti del mondo dove ancora oggi si possano trovare culture e stili di vita completamente diversi dalla nostra, non ancora omologati, sia l’Indonesia. Saltando di isola in isola se ne trovano molti di questi popoli “primitivi”, in realtà vivono solo in maniera diversa dalla nostra, e sono tra loro tanto diversi come lo sono paragonati a noi. Non è soltanto questione di vestirsi in maniera tradizionale come i Dayak del Borneo o i Batak di Sumatra, di portare l’astuccio penico come i Dani in West Irian (chissà come è scomodo, in certe situazioni, poi), ma proprio del modo di vedere ed intendere la vita. Una di queste popolazioni vive in una zona montuosa e un po’ isolata al centro dell’isola di Sulawesi. Non pensate ad Indiana Jones, basta arrivare all’aeroporto di Udjung Padang e ci trovate un sacco di gente che, per la giusta mercede vi accompagneranno per un piccolo trekking di tre o quattro giorni nella zona. Vivono sparsi in piccoli villaggi e praticano una agricoltura tradizionale basata sulla risaia e l’allevamento del bufalo che è un po’ il centro della loro cosmogonia. Come non capire, dà loro latte, carne e forza lavoro, praticamente dipendono dal bufalo, per forza che ne fanno l’asse portante della loro vita. E della loro morte. Ecco questo è l’aspetto più inquietante di questa gente. Tutte le attività, i pensieri, i comportamenti quotidiani della loro vita sono finalizzati ad un unico scopo: il momento della morte e della conseguente cerimonia funeraria. Forse solo nell’antico Egitto questo aspetto è così ossessivo e presente in ogni atto quotidiano. Poiché i mesi estivi sono liberi da attività agricole, in questo tempo si celebrano i funerali. Ma ohibò si muore tutto l’hanno, allora come risolvere la faccenda? In ogni casa, bellissime costruzioni con alte facciate a forma di prora di nave colorate per ricordare la leggenda che li vuole arrivati dall’Oceano, c’è una stanza in cui si mette l’eventuale morto, sottoposto a particolari trattamenti perché resista anche un anno (l’odore comunque non è gradevolissimo), e si usa per lui una parola specifica che significa malato gravissimo che comunque non guarisce più. Morto lo si può definire solo dopo che è avvenuta la cerimonia funebre, nel corso della quale viene disperso quasi l’intero patrimonio accumulato dal defunto; un modo di redistribuzione della ricchezza che in altre culture viene affidato ai matrimoni. Il metro del successo nella vita si misura con la dimensione del proprio funerale. La cerimonia può durare anche un mese. Si costruisce un piccolo villaggio tra le risaie, dove vengono invitati parenti, amici e interi villaggi vicini a seconda delle disponibilità. La bara in legni finemente dipinti da schiere di artigiani, viene posta su una piccola torre al centro delle costruzioni. La gente arriva e il maestro di cerimonie annuncia le provenienze ed i nomi e il numero maiali che sono stati portati vivi e ben legati a spalla, per essere sacrificati. Come è ovvio, questo è fonte di critiche a non finire sulla tirchieria dei parenti vicini e lontani, quando invece in occasione del loro morto erano stati portati maiali ben più grassi e pasciuti. Infine comincia il sabba dei sacrifici, dei maiali e dei bufali che il morto aveva accuratamente accumulato in vita, in una arena dove il sangue scorre a fiumi tra i muggiti di terrore e i colpi di machete che calano sulle giugulari delle vittime, fatte poi a pezzi, scuoiate e cotte dagli addetti in giganteschi pentoloni ai margini dell’arena. Intanto per giorni e giorni si mangia e si beve e quando si va a casa, a seconda dell’importanza, si riporta un bel pezzo di carne per i giorni successivi in cui si spettegolerà a non finire sull’evento. Intanto i giovani occhieggiano le ragazze dei villaggi vicini (c’è un saggio tabù che proibisce i matrimoni all’interno dello stesso villaggio) e la vita continua. Al termine la bara viene portata in una grotta e buttata per la verità senza troppa cura sulle altre, di decenni precedenti, mezze sfasciate in un ossario alla mercè del mondo. Fuori della grotta si mettono le statuette a sembiante dei defunti. Ci si può fare invitare facilmente ad una di queste cerimonie, basta portare un piccolo dono (qualche stecca di sigarette ad esempio), si viene fatti accomodare assieme ad altri locali e si mangia quello che gli inservienti fanno continuamente girare. Noi ci siamo piazzati vicino ad una famiglia un po’ altezzosa in verità, ma pare che fossero i parenti ricchi del villaggio vicino, avevano addirittura portato un bufalo molto grasso, come ci fecero notare con sussiego prima dello sgozzamento. Questa cultura della morte permea così fortemente questa società, che il ragazzino sedicenne che avevamo assoldato come guida ci fece sapere che parte di quei soldi guadagnati avrebbe cominciato a risparmiarli per comprare il suo primo bufalo che lo avrebbe accompagnato nell’ ultimo viaggio. Diceva con occhi sognanti:”Avrò un funerale che se lo ricorderanno tutti!” e guardava la mia bambina che aveva undici anni con orgoglio, pavoneggiandosi un po’. Curioso vero? Negli altri giorni camminammo di villaggio in villaggio a vedere le splendide case ornate dalle decine di corna di bufalo che testimoniavano l’importanza della casata. Anche questo è un modo di vivere, vivere per la propria morte, per avere la propria piramide più grande degli altri, per guadagnarsi la propria piccola, personale immortalità, forse è proprio questo il file rouge che lega tutte le culture.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!