Visualizzazione post con etichetta Singapore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Singapore. Mostra tutti i post

venerdì 2 ottobre 2020

Luoghi del cuore 63: Singapore, the fine city

 
Singapore, il vecchio skyline - agosto 1996

Al tempio

Vuoi un posto dalla doppia lettura? Da una parte luogo incantevole e quasi perfetto, dove tutto funziona, criminalità assente, pulizia da poter mangiare per terra, la miglior assistenza medica del mondo e poi ancora molto di più? Dall'altra controllo assoluto, impossibilità a dissentire, obblighi di ogni tipo, mancanza di joie de vivre? Facile, vai a Singapore, la somma di tutte queste cose e tante altre, ma sempre estreme e contrastanti tra di loro. C'eravamo in estate e pur essendo passati quasi tre decenni, non posso evitare di ricordarmi dello stupore provato per l'ordine e la pulizia che c'era per le strade. A quell'epoca l'oriente era ancora sinonimo di farraginoso disordine, sporcizia, confusione assoluta. Qui invece, una metro addirittura lucida nei suoi acciai cromati, giardini senza una foglia a terra e prati all'inglese rasati alla perfezione, strade in cui il traffico scorreva con costante soluzione di continuità, senza il suono di un clacson, insomma una cosa da non credere, per noi poi che arrivavamo da una Indonesia sovraffollata e piuttosto lurida. Passeggiavamo lungo i moli del porto turistico, nella baia tra file di locali ordinatissimi e per nulla rumorosi in cerca di qualcosa da mangiare senza vedere l'affollata offerta di strada delle strade indiane o cinesi, eppure i gestori dei locali erano tutti indiani o cinesi. Cos'è che fa cambiare il comportamento delle persone? Le leggi? La severità delle pene? No, lo aveva già raccontato bene Beccaria, quello che conta è la certezza della pena. Infatti l'altro nome della città è The fine city, che significa è vero La città bella, ma anche La città delle multe. 

Divieti vari

Ecco l'altra cosa che colpiva davvero, in ogni ambiente, locale, spazio pubblico, la cosa che subito notavi era il numero di cartelli con elencati i divieti dai più logici (non fumare, non portare cibo e bevande all'interno) ai più curiosi (non urinare nell'ascensore, tirare l'acqua nei bagni, ma come faranno a scoprirti?) accompagnati dalla cifra che i contravventori sarebbero stati costretti a pagare, da 100 fino a 5000. Uno dice se scoperti, eh no, qui ti beccavano immancabilmente, sia perché già allora era pieno dovunque di telecamere e poi perché c'era un numero infinito di controllori in borghese, irriconoscibili esternamente, ma pronti a contestarti in tempo reale che avevi buttato a terra la cicca della sigaretta. A parte che adesso mi risulta che sia vietato fumare su tutto il territorio, nonché masticare chewing gum, alla frontiera se ti beccano con le sigarette o un pacchetto di Chiclets sono grane grosse, multe ovviamente, se non arresto. Insomma avete capito, per fare rispettare le regole, la gente va toccata nel portafoglio e implacabilmente allora capisce e le strade diventano pulitissime anche senza bisogno di spazzarle, nessuno suona il clacson a vanvera, non si grida e non si fa casino, certo bisogna sempre guardarsi le spalle, anche se nessuno ruba o rapina, senza bisogno di pene di morte o di amputazioni dell'arto colpevole. E la città poi è davvero splendida, ricca, piena di costruzioni avveniristiche e curiose, comoda da girare e con servizi efficientissimi. Puoi passae la giornata vagando per i suoi giardini meravigliosi, passeggiare davanti alle enormi vasche di quello che era il primo acquario moderno, goderti le gioie dell'isola tropicale a Sentosa, lo spazio urbano a pochi minuti di traghetto dal centro o ammirare le più belle boutiques del mondo. 

Giardini

Inutile dire il contrario, nel bello, nel pulito, nell'ordinato, hai subito una sensazione di piacevole benessere. Andammo a bere qualcosa al Raffles hotel, un luogo storico, uno dei primi grandi alberghi dell'oriente, dove respiravi quell'ambientazione coloniale di impagabile sicurezza che i dominatori dell'epoca avevano saputo ricrearsi pur così lontani da casa. Certo che chi aveva (ed ha) il grano, se vuole, non se la passa mica male! Ma anche nei quartieri meno centrali e più etnici come Chinatown o a Little India, potevi intravedere certo i tratti distintivi del paese di provenienza degli abitanti, ma nulla di più lontano dai rumori e dagli odori che li avrebbero caratterizzati nei loro paesi di origine. Insomma snaturata certo l'essenza ma mantenendo la facciata distintiva e anche nei quartieri più lontani, ordinatissimi e puliti, così diversi dalle tante periferie europee o americane, mi si diceva ci fosse dappertutto un capo caseggiato incaricato di denunciare alle autorità i trasgressori dei vari obblighi. Una dittatura certo, un divieto di fondo della caciara disordinata, ma non è in fondo quanto molti si augurano e chiedono a gran voce al politico di turno, salvo poi criticarla come assolutamente ed insopportabilmente liberticida, se l'avessero davvero? In ogni caso Singapore, la città del Leone, rimane uno dei luoghi del mondo dove la ricchezza è più diffusa, pur non avendo nessuna risorsa naturale se non la posizione strategica, dove c'è una delle più alte scolarità, i più forti investimenti nella ricerca e capacità imprenditoriale. Non so, in ogni cosa ci sono i pro ed i contro, tuttavia, se sei un visitatore, questa rimane anche e soprattutto una delle più belle città del mondo e di certo una di quelle dove ti senti maggiormente a tuo agio. Poi tanto te ne torni a casa e saranno affari loro. 

Anziano malese


Negozio a Little India
Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

Urali                                                            
Imputato alzatevi

venerdì 8 aprile 2016

Balsamo di tigre



Ho male il collo. Forse ho dormito male oppure è uno di quei dolori psicosodomici (come diceva un amico) nel senso che lo senti lì lì che dilata e temi che non sarà un piacere. Certo sentire che ogni presa di posizione, su qualsiasi argomento, dalle trapanature, ai conti e marchesi caraibici o alla troppa o troppo poca pioggia, sia esasperato con l'unico scopo di dare addosso al governo, per poter finire di distruggere il paese (specialmente da parte di chi ha già tanto contribuito in questo senso quando toccava a lui o da parte di quelli che, dall'altra parte, che poi alla fine è la stessa, non aspettano altro), me lo sento proprio sul collo come una cappa pesantissima e anche un po' più in giù a dire il vero. Sapete cosa faccio, quasi quasi vado a darmi una spalmata di Balsamo di Tigre, famosa pomata orientale, panacea di tutti i mali dal raffreddore, ai dolori muscolari dappertutto inclusi i guai appunto psicosodomici. Ne ho sempre una certa scorta che accumulo o durante i vari viaggi orientali oppure direttamente anche qui, ormai la globalizzazione te lo fa trovare anche ai banchetti della parrocchia. Però il mio rapporto con l'unguento miracoloso è davvero di lunga data, probabilmente una premonizione. 

Certo lo avevo trovato ad Hong Kong nel '75. Lì ero stato nel famoso Tiger Balm Garden, il parco tematico (erano già avanti gli orientali, eh!) creato appunto dal Dottor Haw Par, tra l'altro di origine birmana, che dopo aver fatto una fortuna sconfinata appunto con quel prodotto, costruì questi giardini di svago (uno anche a Singapore) a scopo più che altro pubblicitario. Sono il trionfo del kitch, con statue multicolori di draghi e figure mitologiche, tuttavia anche luoghi dove potevi rilassarti un poco uscendo dalla congestione ossessiva della città e poi te ne tornavi in albergo col tuo vasetto di pomata in mano. Proprio in quel parco ebbi anche il mio primo incontro ravvicinato con il latte di soya, che vendevano già in piccoli cartoni con cannuccia per il consumo da passeggio. Mi fece talmente schifo allora che probabilmente l'imprinting negativo mi ha accompagnato per il resto della vita, per estensione anche su tutta fuffa alternativa veganbiologica, dal tofu al seitan, succedanei anch'essi indecenti dei tanto amati latticini. Chi andava a pensare più di 40 anni fa, che al mondo che sembrava avviato a diventare sempre più razionale e scientifico, sarebbe poi esplosa una religione proposta alle menti semplici e facilmente manipolabili da furbacchioni di quattro cotte che sbarcano il lunario imbonendo la folla con teorie new age. 

Eppure dovevo capirlo, se uno ha fatto i miliardi con una pomata canforata, nel mondo si può fare di tutto. Ogni momento è buono per i dottori Dulcamara. Anzi a dir la verità, al riguardo ho un ricordo ancora più lontano nel tempo. Avrò avuto meno di dieci anni e andavo in giro col mio papà tenendomi ben stretto alla sua manona sicura. Mi facevo portare ai baracconi che ad Alessandria arrivano in aprile ed allora occupavano tutta la piazza Garibaldi, il nostro salotto più bello. Facevamo un lungo giro e io non ero mai sazio di guardare tutte quelle attrazioni, da fuori però, perché poi alla fine mi accontentavo, prima di tornarcene a casa, di un krapfen bollente da 30 lire, fatto a losanga. Quello rotondo da 50 ben più gonfio e dorato, l'ho sempre bramato pur non avendo mai osato chiederlo. Adesso che ci penso, sembravano esattamente uguali, sia nello stile che nella sostanza, con quel gran pentolone nero dove la pasta veniva buttata nell'olio di chissà cosa, che bolliva sfrigolando (altro che olio di palma!), al cibo di strada indiano che ora mi fa orrore. Bene, una di quelle volte ci fermammo a lungo attorno ad un piccolo banchetto dove un tizio dalla parlantina scorrevole magnificava un prodotto che guariva ogni male. 

Guarda caso era proprio il nostro Balsamo, nello stesso barattolino ottagonale con coperchietto avvitato di latta gialla e tanto di etichetta cinese con la tigre che salta. Poi la storia si sfuma un po', chissà quanto costava la meravigliosa pozione, non ricordo, anche perché ero piuttosto concentrato a masticare la mia delizia croccante, che aveva un profumo che certo adesso non si sente più. Una cosa però che ricordo con sicurezza, è che quando il mio papà la raccontava alla mia mamma attonita attorno al tavolo della cucina, mentre sulla stufa bruciavano le bucce di mandarino, lui parlava specificamente di Grasso di tigre, come se il contenuto del barattolo, fosse proprio tratto dalla sugna dell'animale, in linea con quanto si è soliti etichettare la farmacopea cinese. Fatto sta che alla sera la mia mamma me lo spalmò sul petto, sfregando a lungo con mani morbide ed amorose e, potenza dell'effetto placebo, la costipazione che mi beccavo ogni volta che mi portavano ai baracconi, il giorno dopo miracolosamente passò. O forse era il Vic's Vaporub.


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:




martedì 28 giugno 2011

Il Milione 48: Tra i cannibali.


L'Estremo Oriente mi ha sempre affascinato. Ogni volta che ho potuto calcare quelle strade, un senso di meraviglia mi accompagnava. Lo potremmo catalogare come fascino dell'esotico, non ci sono dubbi, ma è anche lo stupore per il nuovo e diverso, per le cose talmente lontane da quanto si conosce per abitudine e cultura a prenderti, lasciandoti sempre osservatore curioso e pronto ad immagazzinare le nuove informazioni che ti circondano. C'è una piccola isola davanti a Singapore, Sentosa, oggi adibita a zona di relax e divertimenti per la grande città stato dove tutto è meticolosamente organizzato per la produzione e l'efficienza. Come era gradevole trascorrere qui una giornata tra il grande acquario e lo zoo a conoscere tutte quelle creature strane e mai viste, la voliera di cui non vedi i confini, l'area enorme dedicata alle farfalle che a migliaia si posano sulle tue braccia, il giardino botanico dove ad uno ad uno sfilano i legni odorosi e le spezie, i ristoranti all'aperto dove, la sera, con i piedi nella sabbia guardi il cielo e non trovi più la rassicurazione della stella polare, a constatare che non sei più nel mondo che conosci. Rimani con gli occhi in su a ricercare disegni sconosciuti pasticciando con le bacchette nella tua scodella di porcellana azzurra, sorbendo la laksa, la zuppa di noodles di riso al pollo e gamberi, l'abbinamento regale dell'oriente, mentre il gusto di spezia e di cocco ti vellica le papille. (chiisà se sarà poi stato davvero lui a portare gli spaghetti n Italia, cosa di cui comunque non si è mai vantato).

Cap. 161

...e dopo 500 miglia a mezzodie si truova un'isola ch'à nome Pentain e che è molto salvatico luogo. Tutti i loro boschi sono di legni odorosi... ed io Marco Polo vi dimorai 5 mesi per lo mal tempo che mi tenea e ancora la stella di tramontana non si vedea, né le stelle del maestro (Orsa Maggiore)... In questo reame sono uomini ch'ànno coda grande più di un palmo e dimorano ne le selve de le montagne; le code son grosse come di cane e àn molto pelo.

Credo che chiunque si trovi di fronte agli occhi buoni dell'orango che sbuccia una banana non potrebbe descriverlo se non come un uomo, tanto i suoi sguardi ammiccanti ed i suoi movimenti per attrarre l'attenzione sono vicini a noi ed al nostro sentire. Ma la vicina Indonesia è ancora oggi una delle terre più interessanti per le culture primitive e diverse che ospita nelle sua centinaia di isole, in ognuna delle quali, antiche abitudini, magari solo edulcorate dalle leggi attuali, rimangono a ricordare un passato recente di tagliatori di teste, di lavori di rimpicciolimento, di strani culti dei morti.

Cap. 162-166

E vo' vi far a sapere di quei che menano li piccoli uomini d'India, si è menzogna, ché quelli che dicon uomini sono piccole scimmie, che ànno volto simile all'uomo e li fanno in queste isole; le pelano salvo la barba e il pettignone (l'inguine), poi lascianle seccare, concianle che pare che siano uomini e questa è una grande buffa... Qui la gente è molto selvatica e quando uno muore poscia lo cuociono e quando è cotto vengono tutti li parenti del morto e mangiallo con tutte le midolla dell'osso, che non vogliono che ne rimanga sostanza che faccia li vermini che poi morrebbero per falta di mangiare e di questo, l'anima del morto n'avrebbe grande peccato. Poscia piglian l'ossa, pongonle in un'arca e apiccalle in caverne ne le montagne. Così se posson pigliare alcun uomo d'altra contrada, sì 'l mangiano.

Certo i costumi cannibali sono oggi forse scomparsi, ma il culto dei morti è ancora oggi in certe località interne, di grande impatto. Al centro di Sulawesi, (come ho già raccontato qui) tra le caverne dove i Toraja ripongono le arche con le ossa dei loro morti, io e la mia bambina ci aggiravamo solo pochi anni fa, cercando lo spazio dove mettere i piedi senza calpestare tibie e teschi, che fuoriuscivano dalle casse muticolori che il tempo aveva marcito e aperto naturalmente. E il grande funerale a cui assistemmo durava da un mese, con sacrifici giornalieri di bufali  e maiali, la cui carne, bollita in grandi pentoloni dietro le capanne,  poi maggiammo con tutta la comunità nei piatti che venivano distribuiti a tutti gli astanti, tra canti e danze che coinvolgevano il villaggio, almeno ritengo fosse maiale o bufalo. Questo rappresentava certo una redistribuzione della ricchezza, come presso altre culture i grandi matrimoni, ma anche un legame con riti ancestrali mai dimenticati. Fu una esperienza forte che ancora oggi mia figlia ricorda con particolare intensità. Marco Polo non poteva certo non riportarla.


 
Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:



venerdì 8 ottobre 2010

Toccare nel portafoglio.

Hai voglia a dire che alla gente le cose bisogna insegnarle, che con la civiltà e l'istruzione viene anche la correttezza e il rispetto delle regole. Mica vero. Se vuoi ottenere qualche cosa su larga scala, c'è un solo sistema: certezza di essere acchiappati e essere toccati nel portafoglio. Si impara subito e non si sgarra più, diventa una specie di riflesso pavloviano. Siete mai stati a Singapore?. E' una magnifica città, colori e sapori esotici del sud-est asiatico, modernità assoluta ed efficienza, sensazione di tranquilla sicurezza quando giri per le strade, pulizia inusuale per l'Asia (ma le cose stanno cambiando rapidamente anche dalle altre parti), immagine di benessere abbastanza diffuso e qualità di vita occidentale. E' un melting pot di almeno quattro etnie principali che sembrano vivere assieme senza troppi attriti. Per forza, mi direte, si tratta a tutti gli effetti di una dittatura e quando c'è un tiranno che comanda, la maggior parte della gente riga diritta se no gli spaccano la testa e le insofferenze tra gruppi diversi non sono visibili, si credono inesistenti, invece, magari, sono solo assopiti in attesa di deflagrare come Yugoslavia insegna.

Certo, però in riferimento all'assunto iniziale, Singapore è una città molto indicativa. Viene chiamata anche The fine city, gioco di parole che accanto al significato La bella città, lascia trasparire anche quello di Città delle multe. Infatti la cosa che più mi colpì mentre passeggiavo per i magnifici parchi e per le eleganti strade del centro, fu la impressionante serie di divieti segnalati dappertutto da appositi cartelli con icona facilmente interpretabile, una figurina indicativa attraversata da una sbarra rossa con l'indicazione dell'entità della multa. Ad esempio Vietato fumare, multa 50$. Severamente vietato fumare, 100$. Vietato sputare, 150$. Vietato fare pipì nell'ascensore, 200$ (questo stava dentro l'ascensore). E così via con un impressionante serie di divieti da fare invidia al più fantasioso sindaco padano. Allora? Sono in fondo cose vietate dappertutto. Perché lì si rispettano? Semplice, perchè ti beccano sempre, invariabilmente e paghi senza pietà. Si era fuori da un locale e un mio amico fumava sul marciapiede, essendo ovviamente vietato farlo all'interno. Terminata l'operazione, prima di rientrare, gettò la cicca per terra, incurante del cartello barrato di rosso con la manina che gettava una cartaccia.

Tanto chi vuoi che ti veda. Non aveva ancora fatto un passo che una mano lo toccò sulla spalla e un piccolo cinese con apposita fascietta al braccio, gli disse:- Sorry sir - e intanto aveva già cominciato a scrivere su un blocchetto la ricevuta di 50 $. Mai più buttata una cicca. A parte i 50 $, è la certezza di essere beccato sempre a rendere insensato il gesto. Se tu fossi sicuro che ogni volta che dai o prendi una tangente (anche piccola, sui 100.000 €) o quando ti trovi un appartamentino senza sapere chi te lo ha regalato, ti porteranno via con le manette, avremmo i politici più onesti del mondo. Però non ho mai capito come facevano a beccarti, quando ho visto in un cesso di Sentosa Island, proprio davanti al porto di Singapore, il cartello Vietato non tirare lo sciacquone, multa di 50 $. Ho guardato con imbarazzo se ci fosse una webcam sopra il water, ma nell'incertezza ho premuto il bottone due volte.


PS Aggiungo questa che mi manda Diego e che anche io ho visto frequentemente in Cambogia.











Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:


Grassi e zuccheri.
La vergogna dell'onestà.
Sport e politica.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!