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| La cappelletta del rifugio Selleries |
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| Polenta concia |
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| Polenta integrale con salciccia, cervo e gorgonzola |
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| Locale di affinamento delle tome |
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| La malga del Pleisentif |
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| La cappelletta del rifugio Selleries |
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| Polenta concia |
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| Polenta integrale con salciccia, cervo e gorgonzola |
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| Locale di affinamento delle tome |
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| La malga del Pleisentif |
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| Flan di broccoli con fonduta. |
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| Coniglio all'alloro. |
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| Polenta concia. |
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| Prùs côit Martin Sèc al Vin |
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| Porcini, grisèt e castagne. |
Bisognerebbe affidare uno studio ad una di quelle università americane importanti per poter finalmente capire il mistero. Sono cose difficili da incasellare, da etichettare. Perché è pur vero che ci sono cose che hanno affermato la loro icastica indispensabilità attraverso un lento lavoro di secoli, come la pasta e fagioli ad esempio, mentre per altre sono bastati pochi attimi per esplodere con il fulgore di una supernova e diventare parte integrante della dignità di un popolo, come il marocchino schiumato alla nutella. Ci sono poi realtà che hanno conquistato il loro posto al sole, con apparente noncuranza, quasi senza fatica, rimanendo lì ad occupare una posizione che in fondo nessuno ricorda appartenuta a qualcun altro. E' di certo il caso delle acciughe e bagnetto. Ma in altri casi la spiegazione di un fenomeno è assolutamente nascosta ed inaccessibile. Prendiamo la polenta con la salciccia. Cibo plebeo e nientaffatto qualitativamente di classe. Un sapore deciso, livellato indegnamente dalla dose di droghe dell'insaccato, salsa di pomodoro per annegare il tutto in un simbolico bagno di sangue e poi farina di mais in quantità industriale, lasciata cadere a pioggia come sabbia del deserto, sollevata dall'harmattan e portata lontano nel calderone, per mescolarsi all'acqua e compiere il suo ciclo vitale. Cibo umile e anche un po' insulso, che potete raccontarla come volete, ma alla fine, con tutti i voli pindarici che ci volete mettere, rimane sempre un tappabuchi della storia culinaria di una nazione, anche in tempi come questi dove si cerca di recuperare qualunque schifezza pur che abbia l'alone dell'antan, del come era buona la roba di una volta, dei saperi che si vanno perdendo e tutte le altre insulse sopravvalutazioni che servono soprattutto a far marciare un business.
La nuova amica Sandra , pur commossa dalla mia vena lirica e dalla figura nobile del cervo dalle grandi corna, il cui bramito nelle notti di novembre, riempie la valle, non è rimasta immune dallo sghignazzo del finale gastroculinario a cui in fondo tendevo, senza offesa agli animalisti naturalmente (dai Mariù, in fondo sai che sono un buono, è che mi disegnano così, goloso). Il fatto è che il civét di cervo è proprio buono, se poi i cari amici hanno saputo accompagnarlo con una portentosa polenta di pignoletto rosso del Canavese, (da non confondere con l'omonimo vitigno emiliano), macinato a pietra in un mulino del ‘700 (forse l’epoca del mulino non è essenziale, ma come è ben noto, una parte fondamentale dello scatenamento delle endorfine è dovuto alla convinzione di godere di una cosa di assoluta unicità o di qualità superiore, purché te lo dica qualcuno in cui tu hai fiducia, come prevede il ben noto effetto placebo; è stata dimostrata persino l’efficacia della preghiera nell’accelerare le guarigioni, dunque… va bene anche il mulino settecentesco), non ci sono discussioni, ne trae giovamento il corpo e lo spirito.
Perché torno sull’argomento? Secondo una tradizione piemontese, l’ospite amico particolarmente benvoluto, quando partecipa ad una imbandigione particolarmente ricca e festosa, se ne torna a casa con il cosiddetto vulpìn (volpino), una sorta di fardelletto costituito da un qualche tipo di contenitore ricolmo di una parte del ben di dio avanzato, in modo che nei giorni successivi rimembri ancora il godimento provato e rivolga pensieri riconoscenti alla compagnia lasciata.
Così, io, caricato di una congrua quantità di deliziosi bocconcini dell’animale in questione e di adeguata porzione di polenta, ho potuto oggi goderne appieno e si sa che il civét riscaldato è ancor più buono. Quanto alla polenta opportunamente affettata e passata in padella con un velo d’olio, ha potuto assumere quella deliziosa croccantezza che ne ha reso la dorata superficie ancor più appetitosa. Gloria dunque agli amici L. e C. ed altrettanta al nobile animale. Quanto al pignoletto rosso, benedetto chi lo ha conservato e per fortuna prodotto senza pretensioni biologiche varie. Ah, se una ricerca oculata potesse realizzarne un OGM con una produttività che lo rendesse proponibile per una coltivazione redditizia! Lo spirito del grande cervo gliene sarebbe riconoscente, e anche io, naturalmente.
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Vivere una vita come topi. Quello che vedete qui a lato (sempre che riesca a postarlo), non è come sembra, un Megaloptide di Mizar II reso schiavo nelle miniere di Surakhis da Paularius, il personaggio che, chi mi segue, conosce ormai bene, ma una ragazzo della val Germanasca che, non molti decenni fa, trasportava talco al di fuori della miniera Paola vicino a Prali. Il nostro amico Paularius, guarderebbe con invidia ai rapporti di lavoro dell’epoca, rapportandoli a quelli della sua miniera, che, ingenuamente nel descriverli, credevo disumani, infatti, nella realtà, i minatori di questo periodo, stavano in galleria per dodici ore consecutive, senza permesso di mangiare, con silicosi e sordità garantite, tubercolosi possibile ma non certa e durante il periodo invernale non avevano, causa neve ed altre intemperie, la possibilità di scendere a valle dove abitavano le famiglie. Trascorrevano quindi le dodici ore di riposo in baracche di fortuna vicino alle gallerie, in attesa del turno di rientro. Molto istruttivo dunque, il percorso proposto in due o tre ore da Scopriminiera che, dopo la visita del piccolo museo che contiene anche una bellissima serie di foto d’epoca, tra le quali quella che vi ho mostrato, vi trasporta per un kilometro e mezzo nelle viscere della montagna a vedere una realtà conclusasi solo nel 1995. Non è la prima miniera che ho visto. Ricordo, vicino a Johannesburg, una miniera d’oro con un immenso pozzo nel quale calava il montacarichi. Venti minuti di discesa e ti sembra di essere al centro della terra, in realtà eravamo a 250 metri di profondità, mentre il pozzo più basso era a -2800 metri! Stessa situazione, stesso lavoro, stesso martirio quando provi a maneggiare un martello pneumatico che quasi non riesci a reggere per le vibrazioni che ti trasmette alle braccia e per i 110 decibel che ti mitraglia nelle orecchie; non resisti neanche dieci secondi, devi mollare per non diventare matto. Poi pensi che invece quella gente se lo puppava per 8, 10, 12 ore di seguito e ti chiedi, ma come era possibile? Eppure questa vita da topi era addirittura agognata, si faceva la fila per poter scendere laggiù. I ragazzi di queste valli aspettavano con ansia di avere sedici anni per scendere con i padri nelle gallerie, lo preferivano anche negli anni ’50, piuttosto che scendere in città alla catena di montaggio. Poi piano piano, le condizioni sono migliorate, le gallerie più difficili sono state chiuse, anche perché non erano più redditizie e anche i ragazzi italiani hanno trovato altri lavori. Sono arrivati e rimasti i minatori polacchi. Perché si sa, ci sono lavori che in un paese ricco e sviluppato nessuno vuol più fare. Un momento, oggi rimane aperta solo più una miniera nella valle con una quarantina di addetti. Beh, udite, udite, quasi la metà sono ragazzi italiani e giovani; forse in Italia sta succedendo qualcosa e non ce ne accorgiamo, forse è meglio che si faccia qualche ragionamento su queste cose.
Non ti becchi più la silicosi, si fanno otto ore e poi c’è pure la mensa, ma credo che non sia un lavoro da rose e fiori, fare la vita del topo. Per meditare su questi argomenti, se deciderete, incuriositi da questo post, di passare una gradevole giornata da queste parti, penso che non rimarrete delusi. Magari per non rimanere troppo intristiti e pessimistici sul futuro del nostro paese, cosa sconsigliatissima, vi esorto, scesi dal trenino e usciti dalla galleria della miniera Paola, di sostare all’adiacente ristorante Il ristoro del minatore, dove davanti ad un abbondante terrina di polenta taragna o un plateau di tome della valle con miele di castagno, potrete valutare le difficoltà della vita d’altri tempi.
Questa mattina la pioggia batteva forte sulle lose del tetto, un ticchettio ritmato e gradevole che ti fa venir voglia di rannicchiarti meglio sotto le coperte, girarti dall’altra parte e riprendere il piacevole dormiveglia interrotto. Poi, i pesanti rintocchi del campanile proprio sopra la testa, sono proprio nove, niente da fare, anche nella ripetizione dopo cinque minuti, dicono che forse è meglio tirarsi su. Sulla piazzetta davanti a casa, alla Rosa Rossa, locanda dagli antichi trascorsi, citato anche dal De Amicis, che ha visto fermarsi nelle sue sale re e principi, le brioches si raffreddano ed è meglio non farle aspettare troppo. Assieme al denso marocchino, che qui si ostinano, chissà perché, a chiamare Collino, aprono degnamente la giornata, anche se qualche goccia scende ancora dal cielo che però mostra già un’intenzione di soleggiare. La notte è stata lunga, doveva portare ristoro ad una serata difficile, in cui, con una decina di amici, si doveva onorare uno strepitoso civèt di cervo con la polenta. I cubetti di tenera polpa frollata, avevano riposato per 24 ore in una buona bottiglia di nebbiolo d’Alba, un sereno giacere per il fiero animale di cui avevano fatto parte, assieme ad una mezza cipolla infilzata dei canonici cinque chiodi di garofano, carota e sedano, alloro ed una pioggia di bacche di ginepro. Poi, tre ore di lenta e ragionata cottura, rabboccando del vino rimasto ed un bicchiere di morbido brandy spagnolo per rifinirne l’ubriacatura, lo hanno reso degno del caldo letto di sontuosa polenta che lo attendeva per uno sposalizio di sapori ed aromi. Ne abbiamo mangiato molto per la verità, ma terminatolo, gli infami ventri, già tesi, non sono riusciti a dare regole ragionate alle gole non ancora sazie ed un vascone di altra dorata polenta che ospitava nei suoi meandri segreti almeno una buona metà in volume, di robiole e gorgonzola, sapientemente mescolate, è stato messo in tavola per terminare la funzione. Dolciumi e gelato che , si dice in Piemonte, disnàusia, ci hanno condotti al caffè ed ai distillati per preparare un sonno corposo atto a permettere al corpo di sopportare la sfida. Si dice che la polenta riempia subito, ma che poi sgonfi velocemente. Forse dipende dalla quantità. Una degna serata comunque, come sempre quando la si passa tra amici a chiacchierare amabilmente, a commentare i balli e le musiche occitane ascoltate nel pomeriggio nella festa al Forte, dove si erano alternati due gruppi con mirabili sonorità. Sì, forse da qualche giorno sono un po’ monotematico, ma da queste parti, l’Occitania è un argomento sentito, la gente ci crede, si veste in costume, balla e canta e non mi sembra, che come da altre parti, questo sia un pretesto per scivolare lungo una china sgradevole, che invece di arricchire gli altri con tradizioni passate, ne fa una scusa per incrementare odio e barriere o isolazionismi antistorici. La scritta sulla maglietta di un ragazzo del gruppo “La ramà” (davvero bravi tra l’altro, anche nei semplici suoni acustici a cui li ha obbligati l’inclemenza del tempo) mi ha rallegrato subito, recitando: “Meno ronde e più ghironde”. Mi pare un bello slogan di questi tempi.