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lunedì 1 novembre 2021

Cielo grigio su, foglie gialle giù

Il foliage della Val Chisone

In partenza era nebbia bassa e pioggerella fredda, tanto che non si avvertiva la differenza tra cielo e ambiente circostante, poi, man mano che abbiamo guadagnato quota le nubi, pur rimanendo basse sfioravano i rilievi più alti insinuandosi a fondo nei valloni, ma una luce sempre più chiara arricchiva i fianchi della montagna, permettendo ai più stupendi colori dell'autunno di sbocciare con forza sempre più prorompente e dipingere la valle. Che bello questo foliage nostrano della montagna tra gli 800 e i 1200 metri, con la sua mescolanza perfetta di latifoglie e conifere che si stringono le une alle altre senza prevaricarsi. Verdissimi abeti e pini ancor più scuri a macchie che risalgono verso l'altro per nascondersi dietro la sagoma grigia del forte, larici che esibiscono il loro giallo ormai vivissimo e squillante coprendo intere balze, boschi che rivestono coste e fianchi, querce dalle foglie dorate tra le quali spuntano ciuffi di aceri e il rosso vivo del ciliegi selvatici. La varietà delle ocre e dei marroni è ormai completa e non smetteresti mai di girare lo sguardo su queste montagne. Di ora in ora il cielo si rischiara un po' e la pioggia cessata lascia un'aria tersa che vivifica la visuale magnificando ancor di più i colori. Tra le nubi un po' più rade si intravedono le cime ormai già coperte di polvere bianca. Il piccolo cimitero, sta lì, faccia alla valle; il torrente più in basso non riesce quasi a far arrivare fin su, il rumore dello scorrere delle acque che saltano tra le pietre e i massi con gorgoglii preziosi. I nostri morti stanno lì sulla collina, serenamente intenti a riposare delle fatiche a cui la vita li ha sottoposti e ci aspettano tutti. Non sarà poi così male godere di questo spettacolo, senza fretta e senza preoccupazioni, solo assaporando la bellezza dei boschi d'autunno. 

Magari un po' più avanti comunque, che è bello anche così. Così puoi ancora usufruire, fermandoti un po' più in giù a Castel del bosco, ai Cacciatori, dell'ospitalità dell'amico Cristiano, che ti porge, naturalmente dopo aver controllato il tuo crin grass, deliziosi gnocchi alla crema di Plaisantif, la rara toma delle viole che si produce in poche selezionatissime forme vicino a Pian dell'Alpe, seguiti da altrettanto deliziosi porcini fritti e una panna cotta ai marroni che carezza il cuore, perché ti vuole bene. Un bicchierino di infuso di foglie di alloro, per aggiustarti lo stomaco e poi via, verso la pianura grigia. Che volete, l'anima è vicino al cielo e si nutre di pura bellezza, ma il corpo ha bisogno, almeno di tanto in tanto, di essere anch'esso rasserenato e necessita di nutrirsi di cose più tangibili, seppure altrettanto premiate dal tocco degli angeli.


Gli gnocchi al plaisantif


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lunedì 27 settembre 2021

Autunno, andiamo, è tempo di tornare

Menton - la spiaggia verso le 10:30


Non ci sono più discussioni, siamo, inevitabilmente, improrogabilmente, inequivocabilmente in autunno. In pratica sono tre giorni che piovischia, giusto dal 23, data ufficiale del levatevi dai piedi; il mare è mosso e la temperatura è precipitata. Oddio non si è fatta un gran male perché sarà scesa al massimo di un paio di gradi, già non faceva più caldo prima, ma la spiaggia, come potete vedere, non richiama più quella gran folla, direi. Finito il periodo delle otarie e dei trichechi, i gabbiani grigi anche loro, hanno ripreso il dominio che gli spettava. Si sente solamente più il loro stridente ululato, un chioccio gloglottare che vorrebbe scacciare anche i pochissimi rimasti. Sembrano galline giganti, ma imperiose e antipatiche, che sembrano dire, più il tempo è brutto e più stiamo bene, ti guardano storto col loro beccaccio giallo e adunco, poi vanno a farsi un voletto in giro per segnare ancor più territorio coi loro lasciti. Questa mattina avevo quasi il magone, poi per fortuna il cielo si è leggermente sgrigito e un solicello malato ha fatto finta di fare capolino. Tuttavia il mare è rimasto quella grigia superficie che ti ispira il freddo inverno in arrivo. Sparito il verde, l'azzurro, la gioiosa attrazione di buttarsi tra i flutti e farsi cullare, qui al più hai voglia di non bagnarti neanche i piedi. Vero è che in questa situazione sulla spiaggia non corri certo il rischio di beccarti il Coviddi, ma la voglia di andarsene definitivamente a casa, è tanta. Cercherò di resistere, tanto per farvi piacere fino a giovedì mattina, poi toccherà tornare in tutti i casi. Vacanze estive finite. Pronto tuttavia a cominciare quelle invernali. 

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giovedì 9 settembre 2021

Settembre andiamo...



 Se le cose stanno così, adesso che è appena iniziato settembre , non oso pensare cosa saranno le vie del mio paesello verso metà novembre, con la bruma che cala dai fianchi più scoscesi del monte e le muraglie del Forte che si perdono alla vista tra le nuvole alte. Neppure il bramito del cervo che si annida nei boschi tra i pini più alti ed i larici resi ormai gialli dall'incombente inverno, con l'odore metallico della neve che ha una disperata voglia di scendere, ma non ne ha ancora la forza, smuoverà voglie di esploratori incalliti e gitanti di gamba buona. Sarà il tempo della furia della tormenta e del gelo che faceva dire al Cardinal Pacca, prigioniero di lusso tra le antiche mura: - Se vuoi conoscer l'inferno vieni a Fenestrelle d'inverno - e va bene che non c'erano i vetri nelle celle e che ormai è tempo di global warming, ma parole come queste avranno voluto pur dire qualcosa. Rimarrà così solo la gran via che attraversa il paese completamente deserta, i pochi vecchi rimasti, rintanati in casa ad accendere le stufe a pellet, che costa meno della legna del monte, a sbucciare qualche patata bitorzoluta, che qui in queste terre avare anche le famigerate Agria, la varietà che va per la maggiore in pianura, perché rende tantissimo, producono pochi tuberelli duri come il ferro che se li tiri in testa a uno lo ammazzi, pietre vere e proprie che si confondono con i ciotoli della montagna, ma che i rari contadini del luogo si ostinano a piantare nella speranza di gabbare qualche gitante. Neanche gli gnocchi vengon mangiabili con questa varietà, buona solo da fare patatine da busta, cariche di olio fino a farti scoppiare il fegato grasso, che ce l'abbiamo tutti ormai il fegato grasso, anche peggio delle oche da fois gras. 

Certo nessuno le mette più le famose piattelline o le mitiche patate del burro, quelle che doravano in padella, sciogliendosi poi in bocca e che qualche astuto contadino, che le ha, spaccia ancora come oro colato su qualche banco di squisitezze a 8 eurini al kilo, ma son comunque così poche che qualcuno, cagamaretto con la bocca a cul di gallina per far vedere quanto è gourmet, se le compra lo stesso. Avessero almeno il buon senso di mettere le Bintje, che ne facevano pur poche ma in maniera accettabile, ma che avevano una pasta gialla deliziosa e le caiétte della tradizione venivano benissimo e le patate salà an t'la brunsa ancora meglio, specialmente se arricchite da cotiche e salamino, ma grasso mi raccomando che il rimasuglio croccante sul fondo della pentola venisse via solo se lo grattavi bene. Robe da inverno insomma, che piace ricordare solo agli occitani doc appunto, che ancora infestano queste valli e che si emozionano solo al suono di Se chanto, specialmente se la ghironda di accompagnamento è quella dei Lou Delfin. Noi, i Davalìn, come ci chiamavano una volta o i vilegiant, che anche se siamo gli unici a portar su qualche soldo in queste valli disperate, siamo un po' mal sopportati e lo sappiamo che alla fine, i quattro residenti del paese, aspettano soltanto che ce ne andiamo e che non ci facciamo più vedere fino ad un altro anno, posto che siamo ancora vivi, in modo da lasciare finalmente libere le vie del paese, dove se incontreranno un altro loro simile che sale dal fondo, gli sembrerà sempre che ci sia già troppa confusione. 

In fondo è sempre stato così, anche quando il paese, anzi la Città come si chiamava allora, brulicava di gente, c'erano undici locali pubblici, tre macellerie e decine di esercizi commerciali. I militari a centinaia scendevano dal forte in libera uscita ed invadevano il paesello e le sue taverne in cerca forse di ragazze compiacenti, adesso dopo neanche più un secolo nessuno sa più dove fossero le case di tolleranza, ce ne saranno pur state di certo con più di tremila soldati senza contar gli ufficiali, ma son cose che non fanno storia, mentre è perfettamente noto dove stava il medico, la distilleria, i panettieri o i negozi di stoffe per confezionare le divise. Ogni giorno arrivavano coi muli a caricare le ceste di pane per la guarnigione affamata e chissà che straordinario profumo di pane fragrante usciva nelle strade, mentre le vacche salivano all'alpeggio, mentre adesso anche quello arriva da giù e sembra fatto di plastica (anche questo è un commento classico di chi non ha neanche l'idea di che porcherie si mangiassero una volta, di che vinaccio più acetoso che spunto, girava per i borghi, ma va bene così, tutto fa parte della vulgata per consolare i vecchi che rimpiangono soltanto la loro gioventù perduta). Domani ce ne andiamo anche noi e il paesello rimarrà qui, immobile e solitario ad aspettare la neve a coprire definitivamente come un sudario le impalcature dei lavori, orgogliosamente iniziati a maggio, che dovevano essere ultimati a luglio e che forse, come i tormenti di questi monti, non finiranno mai.


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venerdì 16 ottobre 2020

Haiku depresso


 

Staccata ormai

triste foglia d'autunno

galoppa il virus



lunedì 31 ottobre 2016

Foglie morte

da faustodipasquale.scrivere.info


L'autunno è la più triste delle stagioni.

martedì 20 ottobre 2015

Voja d'lasmi stè

Risultati immagini per letargo
dal web

E' proprio vero che nel discorso della vita c'è bisogno di più virgole. Corriamo troppo; io, almeno per quello che mi riguarda e che vorrei, corro troppo. Questa è la stagione in cui al mattino presto, vedi una nebbiolina sottile che sale dai prati non ancora secchi. La terra è ancora umida e l'aria pizzica la pelle scoperta. Il sole fa fatica, non ha voglia di alzarsi, se ne starebbe volentieri a letto, altro che timbrare il cartellino. Che dolcezza, che tepore, sotto la coperta, quando ti dà un po' fastidio tirare fuori un braccio, quando il frescolino non è più un senso di piacere ma soltanto uno stimolo a rannicchiarti di più, a scavare un po' ancora la forma che hai segnato nel materasso. Che voglia di poltrire almeno per un altro momento, sognando lidi lontani, ma non da raggiungere ad ogni costo, solo da sognare, lasciandoli lì, senza nome, una lista di sabbia bianca anonima, che forse non è mai esistita, che serva solo da cullare quel demone che frulla nella testa. Questa mattina non mi sarei proprio alzato. Sono pigro? Sono vecchio? Soltanto non ho voglia di fare le cosa che sono state messe in scaletta oggi? Vi prego lasciatemi stare ancora un po' in questo tepore umidiccio che sa di me, nella mia tana letargica fino a primavera! Invece no, bisogna alzarsi sfregando l'occhio cisposo; ma che fastidio! Sbuffo, mugugno, barbotto, pieno di voja d'lasmi stè, per dirla in Alessandrino. Tocca andare, fare 'sta serie di telefonate e prenotare il parcheggio da Mariuccia vicino a Malpensa che già l'ora si avvicina. Sü, dumsi da fè, tempus fugit, poi magari me ne torno sotto le coltri ancora un po', tanto il cielo è così grigio!

sabato 17 ottobre 2015

Haiku d'ottobre



Rinfresca l'aria
La rondine è partita
Se ancora c'era


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Tarda primavera.

martedì 22 settembre 2015

Haiku autunnale

Fort Dauphin - Hautes Alpes - Francia - agosto 2015


E' ancora caldo
sembra il verde ancor vivo.
Cade una foglia.



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Tarda primavera.

sabato 2 novembre 2013

Sustanzialità epistemologica della polenta.


Flan di broccoli con fonduta.



Coniglio all'alloro.
Cara la mia gente, questa è proprio la stagione giusta! Magari più tardi mediterò un haiku dedicato, ma ieri, dopo aver adempiuto con serenità ai doveri cimiteriali (perché poi i cimiteri di montagna, col sole sono luoghi così sereni e piacevoli?), si imponeva un altro dovere forte, trovarsi con il gruppo di amici che a questa filosofia dedica spazio e tempo adeguati, per meditare su un tema importante e congruo alla stagionalità: la polenta. Bravo, fai presto a dire: ecco i soliti goderecci infami, che sorvolano sui problemi veri per darsi al bagordo. Magari di questo parleremo in altro giorno, ma la polenta è tema importante e va trattato come merita. Intanto la sua povertà filosofica e categoriale, impone tutta una serie di ragionamenti socialmente utili. Certo un cibo povero a cui ci si può richiamare per lasciarsi andare al cazzeggio mentale da bar. La realtà è più seria, quello che conta per ottenere un risultato, è solo in parte la materia prima, ma molto conta l'azione che la circonda. la capacità di manovrare gli eventi, il sentiment che spira intorno e che in fondo poco ha a che vedere con la sustanzialità della cosa in sé. Insomma, la polenta come metafora della vita? Forse, ma ragazzi bisogna saperla fare e presentare in modo acconcio e infine mangiarsela in buona compagnia, tutto il resto è Master Card. Partiamo dalla farina. Guardate che il Pignoletto rosso, di cui indegnamente eravamo serviti, può valere molto in termini qualitativi, ma infondo simile performance la avrebbe data un qualunque altro vitreo da alimentazione umana come il Marano o l'Ottofile tortonese o il più moderno Astico, a prescindere dal fatto che la maggior parte dei palati non inclini a fare troppe distinzioni, farebbero poca rilevanza anche con una qualunque precotta di bassa lega. 

Polenta concia.
Magari per andare incontro alle mode del momento, il venditore lo avrà pure prodotto con metodi "naturali" e pertanto sarà stato ricolmo di micidiali micotossine, ma chi se ne frega, i nostri corpi hanno un potere tampone di gran lunga superiore alle meschine realtà della scienza. Le difese immunologiche sono soprattutto scatenate dall'affetto di cui siete circondati e dal piacere che provate assaporando cose gradite. E poi diciamola tutta, quello che fa la differenza è il tipo di macinazione, che lascia la granulosità ragionevolemente grossa ed una setacciatura parziale che rende la farina stessa anche se solo un poco, ma parzialmente integrale. Ecco quindi una pasta che, al termine dei regolamentari 40 minuti di cottura presenta una consistenza non troppo sbrodolosa, una sua sapidità intensa e non anonima e quella ruvidezza che consente un matrimonio felice con sughi e l'altra materia che la accompagna. E' un po' la storia delle paste rugose al punto giusto per raccogliere meglio il sugo. Qui si tratta di amalgamare ed incorporare in un abbraccio di amoroso senso che ti faccia apprezzare, consistenza, sapori e profumi unici, che trasformi la cacofonia di note, pur dolci ma casuali,  in musica d'angeli. E raramente connubio fu più perfetto di quello di ieri sera. Prima la calda accoglienza degli amici cari, che è l'ingrediente fondamentale, poi la tenerezza avvolgente di un coniglio lungamente cotto nella capace pentola, i cui sughi venivano assorbiti dal letto giallo oro su cui erano stati deposti. 

Prùs côit Martin Sèc al Vin
Dopo ancora, l'enorme teglia che sortiva dal forno dove la povera ma preziosa polenta aveva concesso una croccante gratinatura in superficie, mentre le sue viscere assorbivano e si confondevano in una dissoluzione amorosa, con una quasi pari quantità di morbida gorgonzola, lasciatemelo dire, davvero la regina dei formaggi, posto che il parmigiano sia il sovrano indiscusso. Non ho altre parole da aggiungere se non che ne ho mangiato una quantità immorale, di cui temevo pentirmi nella nottata, ma si sa che la polenta riempie subito e poi svanisce come la prima neve al pallido sole dell'inverno imminente e dunque ho dormito come un ciocco il sonno dei giusti. Non ha senso dunque, che vi parli più oltre dei delicati salumi che hanno preceduto il sabba, dell'inarrivabile flan di broccoli e fonduta, di leggerezza angelica che metteva dispiacere ad intaccar con la forchetta. Né vi parlerò dei dolciumi di fine pasto, un paio di torte che meriterebbero un discorso a parte, né infine, del tocco finale, una poderosa teglia di prus martin sèc al vin, di cui vi allego a fianco l'immagine, una poesia vera, quando emanavano, gemelline nel piatto, coi loro timidi piccioli rivolti verso di te, un aroma d'ambrosia vinosa, tra sentor di garofano e cannella, come a dirti: abbandonati a me, fottitene di Grillo, Berlusca e Epifano, mangiami e conquisterai il paradiso. Non potevi ingurgitarne altre, ché l'impenetrabilità dei solidi lo vietava, ma un provvidenziale e caritatevole doggy bag me ne ha concesso un meritato replay in altra occasione (oggi). Non guardate la foto dei funghi qui sotto, quelli grazie alla sensibilità dei nostri deliziosi anfitrioni, me li spazzolo oggi.

Porcini, grisèt e castagne.

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venerdì 25 ottobre 2013

Haiku urbano.



Castagne calde.
Scottano già. Dal fuoco,
chi le toglierà?



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Vena poetica.
I fiumi non ritornano.
Caravanserraglio. 
Haiku
Grigio nebbia.

domenica 6 ottobre 2013

Haiku d'autunno.

Tra Tanaro e Bormida - ottobre 2013


Comincia il freddo.
Nella bruma che scende,
povere ossa.


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Grigio nebbia.

martedì 1 ottobre 2013

Autunno.


L'autunno è la stagione dello struggimento, della inevitabile decadenza che sta per arrivare implacabile, della coscienza che la pienezza della stagione più ricca è ormai finita. Dice una strofa di un grande poeta dell'epoca Yuan:

Vigne seccate, piante vecchie, cornacchie alla sera, 
Un piccolo ponte, argini piatti, l'acqua fluisce,
Sulla vecchia via un magro ronzino; soffia il vento dell'ovest,
E mentre il sole scende al tramonto
Perduto amore, così lontano, dove sei?

Ma anche nella fragile semplicità dell'appagamento, sarà pur vero che post coitum omne animal triste est, però c'è sempre la pace e la serenità del pensiero al prodotto raccolto nel magazzino, della luna finalmente chiara nel cielo, dell'eccitante freschezza del vento autunnale. C'è una bellissima parola in cinese usata nello stile poetico antico: 瘦- shòu, che significa snello. Simboleggia l'autunno ed esprime la bellezza non sensuale. Rocce snelle e bambù, quando sono dipinti insieme. Anche la bellezza può essere struggente. Cadono assieme foglie e governi, puoi guardare distaccato persone dappoco che si agitano disperate perché non si rassegnano al loro destino, di cui sole, con le loro azioni sono responsabili; puoi ridere di coloro che sentono il potere che scivola via attraverso le dita e si dibattono guizzando come la carpa dorata nel retino del pescatore. Non sai accettare l'autunno? Peggio per te. E poi, diciamocela tutta, è la stagione dei funghi e dei tartufi.

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Nán 

Per un amico triste.

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