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lunedì 26 ottobre 2020

Luoghi del cuore 76: La luce di Capetown


La famigliola al Capo

Kruger Nat. Park
Io credo che sia tutta una questione di luce. Quella sensazione particolare che ti fa apparire tutto quanto ti circonda un po' sovraesposto, chiaro e limpido al punto da dovere strizzare un pochino gli occhi, specialmente a quelli come me a cui danno fastidio gli occhiali da sole ed al massimo tirano un po' più giù la tesa del cappello. La stessa atmosfera di leggera irrealtà del sud della Francia, con i colori violenti, l'aria che profuma di salso e le foglie che coprono il loro verde di un sottile strato ceroso di pruina, per difendersi dall'aggressività dei raggi solari. Chissà perché, ho ritrovato questa similitudine pensando all'atmosfera di Città del Capo, così lontana, con la sua collocazione così estrema da dare sempre la sensazione di stare alla fine di un mondo, del segnare il confine tra la terra ed il nulla che c'è al di là, a guardia di una penisoletta, lembo finale di quell'Africa, non Africa, mondo ibrido tra un continente primigenio ed un innesto innaturale che ne ha stravolto l'anima ed il corpo, ma che ha creato una situazione del tutto nuova e diversa, da prendere così com'è e da osservare come un esperimento etologico del demiurgo. Ci eravamo arrivati, fin laggiù, al termine di un lungo cammino di oltre 6.000 chilometri percorsi su di una utilitaria affittata a Johannesburg, attraversando territori magnifici, un esplosione di natura assieme all'esibizione di una quantità di animali selvatici mai vista prima. 

Ryno
Gli elefanti di Addo, i rinoceronti di Umfolozi, i leoni del Kruger, le balene di Hermanus, in un continuo caleidoscopio rutilante che non dava tregua e l'arrivo a Capetown dopo quasi un mese, rappresentava un po' la chiusura del cerchio, quella presenza di civiltà conosciuta e sentita come tua, che quasi ti fa sentire a casa, anche se appena dietro il profumo dei frangipane o il rosso vivo degli alberi di stelle di Natale, i petali carnosi delle gerbere ed il velluto scuro delle violette dell'Usambari, c'è sempre la netta presenza di altro mondo, molto lontano dal tuo. Basta fare un giro nelle township che circondano il centro della città e ritrovi l'Africa della disperazione contenta che mostra come in qualunque situazione, anche la più disperata o stravolta, l'uomo esprime comunque la sua inesauribile capacità di adattamento, quello che ti garantisce che qualunque cosa possa accadere a questo pianeta, questa specie maligna, sopravviverà senza estinguersi. Se la popolazione vive e si moltiplica comunque in quegli agglomerati di baracche di lamiera e cartoni, con una ventina di bagni comuni e tre rubinetti per l'acqua ogni duemila persone circa, vuol dire che l'uomo col suo desiderio di sopravvivere, resisterà a qualunque avversità, naturale o provocata da lui stesso, ne sono convinto. La penisola a sud della città invece, sembra un giardino dell'Eden con le sue spiagge deserte, piene di piccoli pinguini chiassosi ed i suoi boschi che scendono fino al mare punteggiati di fiori smaglianti. Le ultime rocce estreme del Capo di Buona Speranza, rappresentano come ovvio un punto di arrivo finale, voler affermare di essere arrivati fino a lì. 

Curiosity kill the cat

Guardare la linea immaginaria che congiunge i due oceani o che li divide a seconda di come vuoi interpretare questa cosa, rimane comunque un punto di arrivo, una ragione per ritornare indietro, in una sorta di rimescolamento di culture interiori. La città invece, ti rilascia un mood europeo da farti sentire già quasi a casa tua, anche se quella luce a cui facevo cenno e la sagoma della Table Mountain che occhieggia alle tue spalle, ti costringono a mantenere quel senso di difesa che sempre alita leggero sul collo quando sei fuori casa. Dunque si passeggia per la città con le sue villette bianche piene di fiori, con bovindi all'olandese o sui moli del quartiere turistico come in una qualunque capitale del mondo occidentale, tra locali internazionali e gli oyster bar per farsi uno spuntino o bere una birra. Così, per festeggiare la fine del viaggio, finimmo in una memorabile steak house dal nome programmatico: Titanic. Per gli amanti della carne, il Sud Africa, come l'argentina, Brasile e Stati Uniti, è un luogo topico che prelude sempre ad esperienze mistiche. Chi davvero vuol provare il senso vero della bistecca degna di questo nome, (dopo la fiorentina fatta con carne di bovino piemontese, naturalmente) deve cascare in uno di questi paesi, non tanto per la qualità della carne stessa, comunque stellare, ma in particolare per la capacità di cuocerla nella maniera ideale che la valorizzi completamente. 

La città dalla Table Mountain

Dunque nel detto locale servivano diversi tipi di bistecca, ponendo comunque l'accento sulle proporzioni. La bambina, che già a quattordici anni tendeva a farsi valere, si scofanò un filetto da mezzo chilo alto tre dita, mentre io affrontai la bistecca da un chilo, che, se mangiata senza avanzarne parte alcuna, dava diritto anche alla maglietta omaggio con bandiera sudafricana e logo I ate the one kilo steak, che comunque è sempre una affermazione machista della propria potenza e che purtroppo non riesco più a mettere, sicuramente a causa di un morbo misterioso che fa restringere i miei abiti nell'armadio (solo i miei e non capisco perché). Andò giù come il burro, senza difficoltà, anche perché davvero si tagliava con un grissino come diceva una vecchia pubblicità, anche se, arrivato alla fine confesso non avrei mangiato altro, pervaso da un sano senso di sazietà. Considerai dunque di avere fatto bene a non tentare la sfida del locale, che era esposta in menù come Sink the Titanic (Affonda il Titanic), sottotitolo, probably the biggest steak in the word, di 2,4 kg. Le note sottolineavano che nel caso la bistecca fosse stata mangiata senza avanzi, né aiuti di altri commensali, unitamente a tutta la montagna di patatine fritte che la accompagnavano, il conto sarebbe stato gentilmente offerto dalla casa, unitamente all'onore di essere scritti nell'albo dei prodi che avevano terminato con successo l'impresa, esposto nel salone. Già tre italiani, notai, erano presenti nel breve elenco. Noi, all'estero, sappiamo sempre come distinguerci e farci onore.

Pinguini del capo

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mercoledì 11 dicembre 2013

Un giorno a SoWeTo

dal web


Era l'agosto del 2000. Tredici anni fa tra le baracche di Soweto. Il sole era forte, ma l'aria frizzantina. A parte l'altitudine, era poi sempre inverno laggiù. C'erano dei ragazzi che giocavano con una palla di stracci, nella polvere, mentre le donne andavano a mettersi in fila ad uno dei bagni in un angolo della piazzetta chiusa tra le lamiere. Un gabinetto ogni 300 persone e vicino i rubinetti da cui prendere l'acqua nelle taniche. Una cartolina dell'Africa, quella delle ragazze che portano a casa le taniche gialle piene, ciondolando per il peso e la fatica. Però nell'aria c'era un senso di gioia e di allegria che leggevi nei volti della gente raggruppata attorno ai pali della luce pieni di fili volanti o negli occhi degli anziani raggomitolati all'ombra dei muretti di terra. I bambini poi, quelli sorridono sempre. Sentivi speranza nei mercati pieni di grida, nei canti dei cori nelle chiese; una impressione netta dell'attesa di un futuro migliore. Mandela era quasi al termine della sua attività politica e stava costruendo la sua successione, ma era già un monumento. Andavi a vedere la casa della moglie, Robben Island e tutta l'iconografia classica di questi casi, in un paese che lo aveva eletto padre  e protettore della sua storia futura. 

Certo sarà stato contento se avesse potuto vedere il suo funerale, tra la gloria del mondo che lo applaude, lo stuolo interminabile dei coccodrilli di giornali e televisioni di tutto il mondo, la sfilata di tutti quei nomi celebri che volevano esserci a celebrare il mito. Tutti vogliono appropriarsi di un pezzettino di gloria, tutti si richiamano a lui e alle sue parole. Ogni politico che si rispetti, in questi giorni ha voluto citarne discorsi, frasi, qualcuno ha voluto anche paragonarsi a lui, tanto per capire fin dove arriva la faccia tosta, ma questo è il destino dei grandi, essere ricordati per quello che hanno detto o fatto. Però io credo che Madiba non avrebbe pensato alla sua soddisfazione personale, che certo sarà stata piena di orgoglio per l'immagine che ha lasciato al mondo, ma guardando al suo paese a cui ha dedicato la vita e per il quale ha tanto sofferto, il suo sorriso avrebbe di certo lasciato spazio ad una pensosa tristezza. Come sempre, un grandissimo uomo può fare e dare cose straordinarie, ma tutto quello che viene dopo è fatto da uomini al massimo normali, con tutte le tare degli uomini normali. E poi, molte cose, anche se si lavora bene, non sono facili da fare. Ecco dunque il SudAfrica di oggi. 

Un paese che non ha conseguito i risultati che si prefiggeva, non è riuscito ad agganciare lo sviluppo dei Bric, quando si pensava che sarebbero presto diventati Brics, appunto con la sua aggiunta. Chi gli è succeduto non è riuscito ad arginare la corruzione, comune certo ai politici e agli amministratori di tutto il mondo (noi siamo gli ultimi a poter parlare), ma Africa in particolare. Certo l'apartheid non c'è più sulla carta, ma i ruoli sono ancora fortemente divisi, anche materialmente; i pochi bianchi vivono sempre più asserragliati in cittadelle circondate da filo spinato e guardie armate, mantenendo ben salde le leve del potere economico. La middle class nera, che si è creata nel frattempo, fa ancora molta fatica a conquistare ruoli decisionali e la crescita procede stentatamente . Così, malcontento, violenza e piccoli disordini crescono sul fertile substrato delle grandi fasce di povertà e di disoccupazione. l?immenso sogno di Madiba nei fatti si è appannato. I grandi atti di eroismo e la forza del pensiero sono in fondo più facili da sviluppare che la normale, noiosa, continua quotidianità. Per questo credo che il grande vecchio avrebbe seguito queste celebrazioni con un velo di tristezza negli occhi.


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mercoledì 26 agosto 2009

Miniere.


Vivere una vita come topi. Quello che vedete qui a lato (sempre che riesca a postarlo), non è come sembra, un Megaloptide di Mizar II reso schiavo nelle miniere di Surakhis da Paularius, il personaggio che, chi mi segue, conosce ormai bene, ma una ragazzo della val Germanasca che, non molti decenni fa, trasportava talco al di fuori della miniera Paola vicino a Prali. Il nostro amico Paularius, guarderebbe con invidia ai rapporti di lavoro dell’epoca, rapportandoli a quelli della sua miniera, che, ingenuamente nel descriverli, credevo disumani, infatti, nella realtà, i minatori di questo periodo, stavano in galleria per dodici ore consecutive, senza permesso di mangiare, con silicosi e sordità garantite, tubercolosi possibile ma non certa e durante il periodo invernale non avevano, causa neve ed altre intemperie, la possibilità di scendere a valle dove abitavano le famiglie. Trascorrevano quindi le dodici ore di riposo in baracche di fortuna vicino alle gallerie, in attesa del turno di rientro. Molto istruttivo dunque, il percorso proposto in due o tre ore da Scopriminiera che, dopo la visita del piccolo museo che contiene anche una bellissima serie di foto d’epoca, tra le quali quella che vi ho mostrato, vi trasporta per un kilometro e mezzo nelle viscere della montagna a vedere una realtà conclusasi solo nel 1995. Non è la prima miniera che ho visto. Ricordo, vicino a Johannesburg, una miniera d’oro con un immenso pozzo nel quale calava il montacarichi. Venti minuti di discesa e ti sembra di essere al centro della terra, in realtà eravamo a 250 metri di profondità, mentre il pozzo più basso era a -2800 metri! Stessa situazione, stesso lavoro, stesso martirio quando provi a maneggiare un martello pneumatico che quasi non riesci a reggere per le vibrazioni che ti trasmette alle braccia e per i 110 decibel che ti mitraglia nelle orecchie; non resisti neanche dieci secondi, devi mollare per non diventare matto. Poi pensi che invece quella gente se lo puppava per 8, 10, 12 ore di seguito e ti chiedi, ma come era possibile? Eppure questa vita da topi era addirittura agognata, si faceva la fila per poter scendere laggiù. I ragazzi di queste valli aspettavano con ansia di avere sedici anni per scendere con i padri nelle gallerie, lo preferivano anche negli anni ’50, piuttosto che scendere in città alla catena di montaggio. Poi piano piano, le condizioni sono migliorate, le gallerie più difficili sono state chiuse, anche perché non erano più redditizie e anche i ragazzi italiani hanno trovato altri lavori. Sono arrivati e rimasti i minatori polacchi. Perché si sa, ci sono lavori che in un paese ricco e sviluppato nessuno vuol più fare. Un momento, oggi rimane aperta solo più una miniera nella valle con una quarantina di addetti. Beh, udite, udite, quasi la metà sono ragazzi italiani e giovani; forse in Italia sta succedendo qualcosa e non ce ne accorgiamo, forse è meglio che si faccia qualche ragionamento su queste cose. Non ti becchi più la silicosi, si fanno otto ore e poi c’è pure la mensa, ma credo che non sia un lavoro da rose e fiori, fare la vita del topo. Per meditare su questi argomenti, se deciderete, incuriositi da questo post, di passare una gradevole giornata da queste parti, penso che non rimarrete delusi. Magari per non rimanere troppo intristiti e pessimistici sul futuro del nostro paese, cosa sconsigliatissima, vi esorto, scesi dal trenino e usciti dalla galleria della miniera Paola, di sostare all’adiacente ristorante Il ristoro del minatore, dove davanti ad un abbondante terrina di polenta taragna o un plateau di tome della valle con miele di castagno, potrete valutare le difficoltà della vita d’altri tempi.

venerdì 10 luglio 2009

My friend Moby Dick 2

Poichè vedo che da Bressanini continua la polemica sulla balena, vorrei anch'io ritornare sull'argomento, ma siccome i giorni passano e la disposizione d'animo non è più quella che mi aveva condotto a raccontarvi del mattatoio di Hvalfiordur, sono sufficientemente sereno per vedere e raccontarvi le balene che ho visto, da un altro lato (oddio, è comunque sempre meglio mettersi dal lato giusto con questi animali). Dunque c'è un posto magico in Sud Africa, paese che mostra aspetti di fascino raro e a cui ritengo si debba guardare con attenzione. Dopo aver visto tutti gli animali di cui Piero Angela vi aveva mostrato il preview, percorrete la Garden Route, una strada panoramica strepitosa che scivola tortuosa lungo la parte della costa meridionale con una serie di baie e cale tra il mediterraneo e l' oceanico. Dopo avere approfittato delle ostriche di Knisna e di Mossel Bay, un nome un programma, arriverete ad Hermanus, il luogo magico appunto. Qui, da luglio a novembre, prenderete alloggio in un alberghetto che si affaccia dritto sulla baia. Dopo una cena a base di rosse e spesse bistecche di struzzo, animale dagli occhi dolci e dalle ciglia lunghissime, riposerete tra lo sciabordio delle onde. Al mattino sarete in terrazza, ma non riuscirete a concentrarvi come meriterebbe sulla colazione ricca di uova, frutta e altre suggestioni locali, ma con la forchetta a mezz'aria non potrete staccare gli occhi da quello che succede a pochi metri, e ripeto a pochi metri da voi. Nel profondo golfo si radunano in questi mesi centinaia di gigantesche balene australi e megattere per avere i piccoli dell'annata e ogni mattina ne potrete vedere diverse (anche decine) che giocano, probabilmente per contratto, per voi, saltando sull'acqua, immergendosi di botto, dando grandi colpi di coda a sollevare fontane e schizzi di spuma, mettendosi in posizione verticale con il gigantesco muso alzato verso il sole come quella che ho fotografato o accompagnando il piccolo quasi fino alla riva fatta di massi rocciosi per fargli conoscere quei personaggi a due zampe abbarbicati agli scogli, che allungano le mani per cercare di accarezzarne il muso o tastarne la tenerezza della carne, promessa vaga di bistecca futura. Uno spettacolo che va in scena tutti i giorni e a cui non si resiste, un circo unico ed esclusivo per il quale non si vorrebbe mai lasciare questo posto, una droga che dopo una sola assunzione ti assuefa e ti costringe ad averne ancora. L'uomo è fatto così, si mangia di gusto il prosciutto, la bistecca e l'aragosta, ma se vede due occhioni dolci, poi gli rimane una remora psicologica e se decide di rifiutare una fonte di proteine si sente autorizzato a promuovere una crociata contro chi non ha subito il contagio della tenerezza. Comunque non turbatevi troppo, pare che la carne di balena sia ormai fuori moda in tutto il mondo, i magazzini giapponesi sono pieni di tranci invenduti e i balenieri islandesi, chiedono contributi statali per sopravvivere. Il problema etico come sempre, viene risolto automaticamente, non da una decisione consapevole ma dagli eventi e come l'entropia, pare che anche le balene aumentino di numero oltrechè di peso.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 122 (a seconda dei calcoli) su 250!