lunedì 7 novembre 2011

L'albero dei griot.

Se esci dalle città e dalle loro periferie sovrappopolate e polverose, l'Africa riprende la sua natura ancestrale, il senso di pace e di assenza di tempo della campagna. Girando lungo le piste polverose e rosse, la piana senegalese è punteggiata dai rami contorti dei baobab, innaturali nei loro grassi tronchi grigi che li fanno apparire come alberi piantati al contrario con le radici al cielo. Tra i campi secchi, rimane solo qualche stoppia del miglio raccolto o delle piante di arachidi senza foglie. Sul bordo della pista, quattro capanne seminascoste tra alberi bassi, una piccola comunità Sehrer.

Al centro dello spiazzo di terra battuta, una donna sta pestando nel grande mortaio una massa di foglie secche di baobab. Serviranno per dare sapore al couscous di miglio. Tutto è silenzioso attorno, anche i bambini giocano senza fare rumore, lo spessore dell'aria è rotto soltanto dai colpi del pesante pestello di legno duro, che affonda ritmato. Un gruppo di ragazze portano l'acqua dal pozzo. Una anziana, all'ombra di una capanna è circondata dai bambini che la ascoltano rapiti. L'anziano che racconta le storie. Ecco una delle costanti africane. La credibilità ed il rispetto per i vecchi che detengono il sapere reale e il ricordo della storia. La figura del griot è ancora fondamentale nella vita africana. Il cantastorie che gira per i villaggi a raccontare le vicende del passato o della fantasia, le mitiche avventure dei grandi imperi africani, da Sundiata Keita a Kankan Musa che donò tanto oro durante il suo viaggio attraverso il deserto per arrivare alla Mecca da farne crollare il prezzo per una generazione. La storia ed il mito ad un tempo, la cultura orale e la sua importanza in un mondo in cui pochissimi sapevano e sanno ancora scrivere. Le sue frammistioni con l'animismo. I Griot venivano sepolti nei baobab, per sottolineare la sacralità della loro figura e quando arrivi al gran baobab, il più grande del Senegal, albero immenso al centro della pianura, puoi capirne il mistero e la forza. Da un piccolo buco si accede al centro dell'albero che può contenere anche 50 persone. Qui era sepolta la saggezza di un continente.

domenica 6 novembre 2011

La storia di Awa.

Awa era una bambina bellissima. Veniva sulla spiaggia a giocare e le piaceva fermarsi per stare vicino a qualche toubab, quegli stranieri con la pelle così rosa che dopo un giorno o due diventava rossa vermiglia come il nastro che teneva per fermare le sue bellissime treccioline. Fece amicizia con una famiglia a cui quella spiaggia sembrava un sogno meraviglioso e che andandosene decisero comunque di ritornare prima o poi solo per gli occhi meravigliosi di quella bambina. Passò qualche anno e la bambina era diventata una ragazza molto bella dalla pelle di ebano e dal portamento regale. Continuava a venire sulla spiaggia per tentare di vendere qualche collanina o qualche statuetta, ma la vita era molto difficile. Una sera però, quando i turisti se ne erano andati tutti nello loro belle case sulla spiaggia e la notte era scesa di colpo come accade qui, né la sua bellezza, né le sue preghiere bastarono per fermare la furia di possesso di un ragazzo che da qualche giorno le stava appresso con insistenza. Se ne tornò a casa piangendo, come già a molte sue amiche era accaduto, con la sola speranza che quel giovane tornasse a sposarla per evitarle la vergogna. Ma lui tornava solo ogni tanto per averla e quando ebbe la bambina, sparì per un po'. Era troppo per la famiglia, che come si fa in questi casi la cacciò di casa, con la bambina a cercare rifugio in una baracca vicino alla spiaggia. Sapeva che il suo futuro sarebbe stato terribile come a tante altre la cui colpa era quella di essere state violate perché troppo belle. 

Ma la ragazza era intelligente e decisa. Per la sua bambina avrebbe fatto qualunque cosa. Cominciò a proporre ai turisti di fare loro le aragoste alla griglia sulla spiaggia, sapeva che questo piaceva molto. Si faceva anticipare i soldi, andava al mercato dei pesci di Mbour e tornava alla spiaggia dove vicino alla baracca le cucinava, per loro. Forse piangeva cullando la sua bimba, quando accadde una cosa talmente imprevedibile da non potere essere neppure sognata. Davanti alla baracca passava proprio quella famiglia che anni prima l'aveva conosciuta ed amata. Si riconobbero subito come se qualche cosa avesse preparato con cura quell'appuntamento. La aiutarono e poco a poco riuscì ad avere un localino dove accogliere i bianchi che venivano, dopo averla conosciuta sulla spiaggia. La aiutarono poi a costruire una piccola casa e avendo ormai recuperato credibilità sociale si sposò ed ebbe altri figli. Adesso le cose vanno bene, il localino fa sempre le meravigliose aragostine alla griglia assieme alle brochettes di pesce con un riso e cipolle da sballo ed anche il negozietto di souvenir, sembra marciare bene. Oggi Awa è serena, con la sua famiglia senegalese e con la sua famiglia italiana. Quella sua prima figlia è adesso una stupenda ragazza di 16 anni, che parla un italiano quasi perfetto e ama moltissimo gli spaghetti e quando sorride ti riempie il cuore di gioia. Adesso il sole è alto nel cielo e non ci sono ombre nei suoi occhi.

Il parco di Bandia.

Potete dire quello che volete, ma quando si pensa al'Africa, la prima cosa che ci viene in mente sono gli animali liberi e selvaggi che si aggirano per boschi e savane come nel paradiso terrestre. Così se vuoi incantare il viaggiatore, devi metterlo su una 4x4 e scorrazzarlo da qualche parte a vedere le bestie e a fotografarle soprattutto. In Senegal, questa condizione di selvaticità, tra clima e insediamento umano se ne è già andata da un pezzo, ma diciamocelo per accontentare il turista non ci vuole moltissimo. Eccoci dunque a bordo del nostro mezzo, penetrare la riserva faunistica di Bandia. Eh ragazzi, potete dire quello che volete, potrete aver già visto un sacco di ambienti e situazioni simili, ma l'emozione è sempre la stessa.

Quando ti muovi lentamente nella brousse, tra cespugli ed erba alta, giri attorno ai grandi baobab cercando di spiare qualche movimento tra il fogliame e poi d'improvviso ti appare davanti un branco di antilopi, che ti guardano all'unisono con gli occhi cerchiati di bianco, prima di levarsi lentamente e girare le groppe per andarsene, non riesci che a rimanere incantato. Intanto uno struzzo con le due compagne corre attraverso il sentiero, le impala saltano lontano e un grande Kudu, dopo pochi metri alza al cielo le corna ritorte, maestoso e regale. E' l'emozione della caccia, forse, quel cercare attento che conduceva i nostri antenati a cercare la preda in attesa della lotta finale. Un rinoceronte si muove nel fango circondato da un gruppo di grossi facoceri, ci dà un'occhiata, prima di muoversi con la sua velocità di crociera verso il folto del bosco. Ancora zebre e le elegantissime giraffe che appena si accorgono di noi. E poi ancora uccellini di ogni colore, tucani e scimmie che avvisano del tuo arrivo con grida stridenti. La grande mandria di bufali sta a guarda dello stagno dove i coccodrilli aspettano la sera con la bocca aperta. Che meraviglia. Lasciatemi godere fino al fondo questo momento, mentre il sole tramonta dietro la selva di baobab che stendono i loro rami grassi e contorti, ormai resi neri dalla note che cade di colpo, verso il cielo viola.

sabato 5 novembre 2011

Invece di giocare a bocce 2.


Ci sono tanti modi e tutti ugualmente possibili. Puoi passeggiare sulla spiaggia, facendo crocchiare la sabbia rosa mista alle conchiglie corrose, ai gusci spezzati, ai residui dei pasti dei cormorani, che di tanto in tanto si lasciano cadere tra le onde come frecce spezzate per riemergere subito dopo con un pesciolino nel becco; oppure puoi rinchiuderti al di là della siepe del resort, sul bordo di una piscina a godere il colore delle bouganvillee, l’ombra del ventaglio delle palme, gli uccellini gialli che si posano sui rami del tamarindo, oppure puoi fermarti ad ascoltare delle storie. Tante storie che circondano i resort, scivolano lungo le spiagge, corrono nei villaggi dietro le dune, dove l’ombra è poca e non rinfresca, tra gli orti spelacchiati, le casette non finite fatte di muri grigi e già in rovina prima di aver raggiunto il tetto, magari perché Abdu non ha mandato più soldi dall’Italia o quest’anno arrivano così pochi turisti. Storie di vite difficili, di speranze tradite, di sogni impossibili, un piccolo banco di drogheria varia al mercato o che  mancano i soldi anche per l’affitto della baracca. Così ci sono anche delle persone che senza volere fare niente di particolare, si affezionano e cercano di dare un piccolo aiuto, cercando di organizzare un progetto fai da te per permettere ad un po’ di bambini di andare a scuola, perché magari con un po’ di istruzione, aumenta un poco anche la speranza. Con una piccola cifra questi bambini possono pagare la retta della scuola, i libri e i quaderni e magari rimane anche qualche cosa per aiutare la famiglia. Così negli anni, per un gruppo di amici si è creata la consuetudine di venire da queste parti, andare a trovare le famiglie con cui si è creato un rapporto stabile  seguendo i progressi dei vari bambini, vedendo le pagelline e tutte quelle cose fanno dei contatti e delle amicizie, una rete di affetti. Paola è una di questi amici e dandomi il privilegio di accompagnarla in questo viaggio, mi ha dato l’opportunità di conoscere tante storie, a volte dolorose, a volte delicate e piacevoli, magari nei prossimi giorni ve ne racconto qualcuna.

Il villaggio Peul.

La macchina corre a fatica nella brousse. Si fa largo un poco tra l'erba alta, un poco aggirando le fosse di sabbia e di terreno più morbido per non incagliarsi. Il motore asfittico ansima quando prima del dosso, Moussa cerca di dare un po' della potenza che non possiede più. Di tanto in tanto un piccolo carretto trainato da un cavallino piccolo e magro, percorre il sentiero in senso inverso col suo carico umano, generalmente una famiglia al completo che va al mercato di Mbour. Ancora qualche faticoso chilometro in questa pista contorta, poi al di là di una grande pozza fangosa, residuo delle piogge di ottobre, un gruppetto di capanne emerge tra i cespugli. Indovini i tettucci conici coperti di paglia seminascosti dai rami ormai secchi, disposte a raggiera attorno ad un grande albero. La pista finisce nelllo spiazzo al centro del villaggio semideserto. Gli uomini sono in giro col bestiame, i grandi zebù bianchi che di tanto in tanto si vedono all'orizzonte. Le donne vanno al mercato. Sono Peul, una etnia di pastori che arriva dal sud del Mali, spinti ancora più a sud dall'avanzare del deserto e dalle difficoltà di vita. 

Alti, magri, più chiari dei Wolof e dai lineamenti bellissimi, sono nomadi orgogliosi e restii a farsi omologare nelle periferie disumanizzate delle megalopoli africane della costa. Un piccolo gruppo di ragazze è seduto sotto il grande albero, intente alla cura della propria persona. Le piccole annodano le treccine alle più grandi con cura maniacale. Distribuiamo un po' di cose comprate al negozietto del paese vicino e i sorrisi si allargano. I bimbi si affastellano attorno al display della macchina fotografica  per guardarsi e riconoscersi ridendo. Una bimba mi prende per mano e mi porta a vedere la sua capanna, spoglia se pur fresca, dalle pareti in terra cruda. Su dei sostegni le bacinelle e gli strumenti per la mungitura e la cagliata per fare inacidire il latte, loro nutrimento basico. Usciamo dal villaggio accompagnati da una donna con una bimba nata da poco appesa alla schiena che dorme placida. Sale con noi, le daremo un passaggio fino al mercato. Si chiama Ily, ed è molto curiosa. Il mento tatuato le trema un poco ridendo, di noi credo, così pallidi e dai lineamenti così brutti, secondo la logica Peul. Non parliamo poi di chi è in sovrappeso. La bellezza, il fisico asciutto e slanciato, è una parte molto importante nella loro cultura. La sua ricerca riveste una predominanza fondamentale rispetto ad altre cose, come la convenienza economica. 

Tra un gruppo di immensi baobab, una piccola mandria di zebù pascola tranquilla l'erba scarsa tra la sabbia. In piedi all'ombra, in equilibrio su una gamba, appoggiato al lungo bastone, una figura simile alle tante statuette dei baraccotti di souvenir. E' Sambà, un giovane pastore che mostra le sue bestie con occhio soddisfatto. Lo rende fiero il candido mantello degli animali, perfetto e senza macchie e soprattutto le immense corna, proporzionate e Incurvate da un bel movimento armonico. Anche lo sguardo degli animali è orgoglioso, come di chi sa di essere bello. Certo producono solo pochi litri di latte al giorno, una miseria con cui si fatica a vivere. Non è uno sprovveduto Sambà, ha sentito delle vacche pezzate bianche e nere, che vengono da lontano. Ha potuto vedere anche quelle immense e sproporzionate mammelle che sembrano fontane di latte. Ma che orrore quelle bestie, brutte e sgraziate, con piccole corna stortagnole, senza orgoglio nei timidi occhi bovini. Ride Sambà. Quale Peul vorrebbe avere quegli orribili animali al posto dei suoi stupendi zebù. Nemmeno per tutto il latte del mondo.

venerdì 4 novembre 2011

Al mercato di Mbour.


L’Africa è il mercato. Attorno al mercato nasce la vita e la comunità, dal mercato si costituisce la città, la comunicazione, ogni rapporto umano. Il mercato di Mbour è l’Africa viva, con la sua energia, prorompente, quella forza che nonostante tutto la fa  crescere nonostante tutti i suoi problemi. Infilarsi nella folla non è facile, tutti ti stringono e penetrare questo muro di umanità è difficile e faticoso. Il caldo calcina gli odori, che si fanno insopportabili solo in qualche punto particolare dove la materia si dissolve e fermenta. Prima il mercato della frutta e della verdura, ricco di colori che fanno a gara a confondersi con i vestiti che avvolgono queste statue di ebano nero, con le treccine infinite avvolte da grandi foulard in tinta. Poi sbuchi tra le vie e arrivi di fronte al mare. La grande spiaggia è tutta coperta dalle barche colorate dei pescatori appena tornati a riva. Cumuli di pesce di ogni tipo hanno invaso ogni angolo della rena. Divisi, catalogati, separati per specie e pezzatura ed  i commercianti si aggirano per aggiudicarsi le partite migliori. Un mondo di lavori accessori si affanna attorno a questo grande sabba dove ognuno svolge compiti, ognuno copre il suo ruolo. Ogni capannello, una barca, un carretto per caricare la merce, di qua uomini che si affannano a contrattare, di là altri che riposano stanchi, finito il lavoro.  Ancora gente che si affanna, che grida, è l’Africa che urla la sua voglia di vivere.

L'orgoglio della bellezza.

Già, la bellezza Senegalese; ti assale dai mercati, dalle stradine tra le case povere, ai lati della strada, lungo i sentieri della brousse. La bellezza di questo popolo, i Wolof, alti e proporzionati, dalla muscolatura naturalmente forte ed asciutta; petti forti, ventri scolpiti, braccia e gambe potenti. Il loro nero è abbagliante, così perfetto sotto il sole delle ombre corte, che li lucida fino a farli apparire quasi blu, mentre camminano lentamente, diritti ed orgogliosi come tutti quelli che sanno di essere belli. La bellezza senegalese che permea le donne e che si mantiene anche col passare degli anni, come quella di Marie che si prende cura di noi, con l’attenzione maniacale a preparaci cibi raffinati appresi dalle suore francesi, che lava ogni verdura e sbuccia con attenzione e bolle a lungo, sapendo dei nostri delicati stomaci d’occidente. La bellezza straordinaria di Monique, una delle sue figlie, che ti pare appena scesa da una passerella di Parigi, magra e slanciata eppure perfetta, dallo sguardo buono e sereno, dalla voce bassa e dolce, che la mamma alleva assieme ai fratelli con l’intelligenza e la speranza di un futuro migliore, con la dedizione ed i progetti che solo le donne sanno fare. Adesso vi lascio con una poesia di Senghor dedicata a tutte queste donne africane, straordinarie e bellissime che sostengono la parte maggiore del peso enorme della difficoltà di vivere di questo mondo.

 Femme nue, femme noire
Vétue de ta couleur qui est vie, de ta forme qui est beauté
J'ai grandi à ton ombre; la douceur de tes mains bandait mes yeux
Et voilà qu'au coeur de l'Eté et de Midi,
Je te découvre, Terre promise, du haut d'un haut col calciné
Et ta beauté me foudroie en plein coeur, comme l'éclair d'un aigle
Femme nue, femme obscure
Fruit mûr à la chair ferme, sombres extases du vin noir, bouche qui fais 
lyrique ma bouche
Savane aux horizons purs, savane qui frémis aux caresses ferventes du 
Vent d'Est
Tamtam sculpté, tamtam tendu qui gronde sous les doigts du vainqueur
Ta voix grave de contralto est le chant spirituel de l'Aimée

Femme noire, femme obscure
Huile que ne ride nul souffle, huile calme aux flancs de l'athlète, aux 
flancs des princes du Mali
Gazelle aux attaches célestes, les perles sont étoiles sur la nuit de ta 
peau.

Délices des jeux de l'Esprit, les reflets de l'or ronge ta peau qui se moire
A l'ombre de ta chevelure, s'éclaire mon angoisse aux soleils prochains
de tes yeux.
Femme nue, femme noire
Je chante ta beauté qui passe, forme que je fixe dans l'Eternel
Avant que le destin jaloux ne te réduise en cendres pour nourrir les 
racines de la vie. 

giovedì 3 novembre 2011

Ile de Gorée.

Le metropoli africane sono disperatamente uguali e terribili. Periferie sterminate che ospitano l'orrore e gli errori dell'occidente mescolandoli con la miseria africana in un cocktail micidiale e straniante. Dakar non fa eccezione. Quando tenti di percorrere le arterie principali che portano al plateau centrale, rimani immancabilmente bloccato in ingorghi colossali. Non ti muovi per ore, ma tutto intorno a te continua a vivere di vita africana, senza troppe ansie, senza nervosismi occidentali. I venditori si accalcano attorno alle auto a spingere il loro business, i mercati al bordo della strada fervono di attività, ma lenta, mediata dal calore meridiano. Lunedì sarà il Tabaskì, la festa musulmana del montone. I mercati ne sono pieni e le famiglie scelgono il loro montone e se lo portano a casa issandolo sul tettuccio dell'auto o dei piccoli bus, carichi di umanità stipata. Quanti sono gli africani, neri e bellissimi, alti, lucidi, atleti per DNA acquisito nelle savane. Le donne con un portamento regale, consce della loro bellezza superba e prepotente. L'immensa periferia brulica di gente  che si sta preparando alla festa. Anche nel centro le strade sono ingombre di bancarelle di ogni tipo, cariche dei frutti poveri della campagna. 

All'imbarco del battello per l'isola di Gorée, tappa obbligatoria per chi transita in Senegal, c'è poca gente, qualche routard di lungo corso, le venditrici che vanno ai loro banchetti sull'isola, un po' di locali in gita. Le stradine dell'isola sono coperte di buganvillee. La casa degli schiavi è lì, con i suoi ricordi ed i suoi orrori, le piccole camere dove venivano ammassati gli uomini incatenati a due a due, quelle delle ragazze e delle donne, infine quelle dei bambini. Orrori su orrori che hanno segnato oltre tre secoli. Di qui sono passati 20 milioni di esseri umani e guardare la porta del non ritorno ti dà una stretta al cuore. I malati gettati ai pescecani che circondavano l'isola, quelli recuperabili ingrassati con un pastone di fagioli e farina, selezionati per forza fisica, i migliori per la riproduzione. La bestialità dell'uomo, quando si coniuga con l'avidità è davvero senza limiti e le connivenze incrociate si sposano alla perfezione. Commercianti europei con i despoti locali, con la benedizione della chiesa cattolica hanno fatto funzionare un sistema spietato e infame con buona pace di tutti. Povera Africa, così dolce e violenta, così ricca e selvatica, così povera e disperante.

mercoledì 2 novembre 2011

Africa nera.

Non era solo l'odore, il senso di tamburi lontani. Un tocco di corde di balafon, il vento carico di umidità. Non sono solo sensazioni, è davvero Africa. L'Africa occidentale, quella più nera ed agitata, quella delle masse povere, ma non poverissime, che hanno voglia di lottare, di trovare una soluzione di vita, disposti a muoversi e a tentare qualcosa, anche ad ogni costo. La notte piena all'aeroporto di Dakar è popolata di figure nere. E sono grandi, grossi e tanti, tutti ad aspettare l'aereo che arriva dall'Europa e che scarica, oltre a qualche raro turista,  quelli che tornano a casa, benedetti da chi li aspetta come divinità che tornano da un altro cielo, fieri delle loro esperienze, pronti a dimenticare o a nascondere le umiliazioni subite, i giorni passati a mendicare la possibilità di essere schiavi di un mondo che li rifiuta, ma li usa, gongolando. L'Africa nera senegalese ti avvolge cupa e materna come la madre antica, da cui ci siamo staccati tanto tanto tempo fa, ma che è rimasta comunque nei nostri geni malati di moderno.

L'Atlantico infinito davanti a noi, Oceano, non mare, che non invita il marinaio con la sua onda di tenebra, dove le piccole barche colorate si muovono solo per gettare le reti di una pesca magra ma comunque utile. Camminare lungo le strade di terra tra le case di Niakhniakhal dove sono fiorite le piccole attività di sussistenza in attesa di un turismo fai da te che comunque riesce a dare un po' di ossigeno ad una economia asfittica e afflitta dall'aumento della popolazione e dalla scarsità di beni che il territorio può produrre. Ma c'è  un affetto straordinario ed una accoglienza commovente per chi torna in questa terra come amico già conosciuto ed apprezzato, che ti fa visitare case, ti mostra i nuovi arrivati, che ride con te e ti abbraccia felice del tuo arrivo. Voi sapete che io, come una zecca mi aggrego a chi mi concede queste occasioni di vedere un paese in modo diverso, un po' da dentro, un po' con la curiosità e l'interesse di del viaggiatore in cerca di capire ed anche questa volta mi sembra proprio che l'esperienza sarà piena e completa. Ma non pensate che che sia tutta sofferenza interiore. Oggi Marie, da cui siamo e che ci accudisce con amore con la sua deliziosa figliola, ci ha preparato una crudité di carote con salsa olio, cipolla e senape, seguita dalle sogliole spadellate che ha portato il pescatore stamattina. Assolutamente strepitose. Papaia e fette di pompelmo per accompagnare la birra Gazelle. Una bella soluzione per ingannare il tempo tra le bouganvillee e le palme davanti alla spiaggia. Stasera ha promesso la lotte, un altro pesce di buona cucina. Aspettiamo il tramonto, respirando l'umido aliseo, mentre la spiaggia si popola a poco a poco di ragazzi in cerca di serenità.


Taste of Lisboa.


L’aereo rolla sulla pista. Profumo di kerosene. Adrenalina che scorre. Che bello l’assenza di peso, il tao della levitazione, sopra le nubi, sopra le borse che crollano, anche quelle degli occhi.  E’ un soffio, un attimo, non riesci neanche a mantenere un ritmo respiratorio che controlli i chackra in maniera decente. Passa sotto i tuoi occhi la carta di Google, ma non è così piatta come dovrebbe essere, sembra così vera, così autentica. Montagne coperte di neve come in un videogioco, sembra il flight simulator, pianure dai colori autunnali, poi ancora montagne e poi lontano sotto le nubi basse, una linea bianca infinita. Al di là un azzurro che si confonde infinito col cielo. Forse è un sogno e di colpo cambia il livello, sono per le strade di Lisbona, le strade larghe, quadrate, i quartieri con le facciate coperte di azulejos, i piccoli bar, le pasticcerie. Dal Rocio fino alla Piazza do Comercio che finisce nel mare. Nell’oceano, quella baia da cui partivano le navi alla conquista del mondo. Mentre il sole scende in un cielo di rame, dalle mura del castello guardi i tetti rossi sotto di te che a poco a poco diventano grigi, mentre la sera cala la sua veste di seta nera sulle stradine strette dell’Alfama, con le porticine strette da cui escono le note del fado. Profumi di bacalao e polpo asado, Luci gialle e fioche che fanno ombre lunghe sui muri di mattone. E’ ora di andare, nessuno aspetta, bisogna arrivare per tempo a sentire di nuovo quel rombo soffocato, quell’odore di kerosene. Ma c’è un altro odore nell’aria, più forte. Più misterioso. Un odore che viene da lontano. Odore d’Africa.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!