 |
| La moschea - Shakhrisabz - Uzbekistan - ottobre 2'25 - Foto T. Sofi |
 |
| I platani secolari |
Appena dietro il Dorus Saodat, mentre ancora vago tra i ruderi che probabilmente nascondono molti segreti, pensando alla caducità delle cose del mondo, ragionate un po' a cosa deve aver provato questo quasi onnipotente condottiero, che era riuscito a sottomettere il mondo conosciuto attorno a lui e che già si riprometteva di conquistare probabilmente senza problemi, ingrandendo ancora di più il suo impero, anche il Catai ed il Caucaso, quando ha dovuto vedere uno dopo l'altro morire quelli che pensava essere i suoi successori, tra l'altro figli e nipoti amatissimi, con una sequenza di sventure che hanno colpito la sua famiglia con sistematica crudeltà, quasi un contrappasso feroce per le sua stesse azioni. Chissà se sarà morto con quel rospo in gola, in preda ad una depressione insopportabile, trascinando la sua gamba offesa attraversando lento le oscurità dell'immenso palazzo con gli occhi rivolti a terra, chiedendosi perché su di lui gravava quella punizione, domandandolo forse al suo Dio, a cui aveva dedicato tanti templi meravigliosi. Cammino tra le pietre ed ecco la piccola moschea che la massa gigante del mausoleo, quasi nasconde alla vista. E' una piccola costruzione bianca circondata da un porticato sostenuto da sottilissime colonne in legno scolpito, con la base elegantemente tornita. In epoca sovietica, era stata trasformata in magazzino per il grano, sorte comune, quasi iconica di tanti film e racconti, poi recentemente recuperata, restaurata e restituita al culto.
 |
| Il figlio di Eldor |
Il minbar, quella sorta di pulpito a cui si accede tramite una corta scaletta antistante, da cui l'imam esegue la predica, è di certo recente, in un bel legno scolpito, addirittura posto fuori proprio tra le colonne, di fronte al bel giardino, segno che l'esterno della moschea stessa, molto piccola, come ho detto, viene riempito di fedeli durante le funzioni importanti. Il luogo ha una sua essenza mistica, grazie ai tre colossali platani che, mesi a dimora come risulta dai documenti, addirittura nel 1370 durante l'incoronazione di Timur e che ancora adesso compiono la loro opera ristoratrice in questo giardino. Nella mistica sufi infatti, il platano era fondamentale per il giardino della moschea, portatore di ombra e di frescura, sotto le cui fronde venivano passati gli insegnamenti e si poteva trascorrere il tempo nella meditazione, si risolvevano questioni comunitarie e si accoglievano i viaggiatori. Erano quindi simboli, di longevità, protezione e di pace, simboleggiando nientemeno che il giardino dell'Eden. Possiamo quindi immaginare che proprio qui il nostro Timur venisse, seduto sui muriccioli e sulle moderne panche che li circondano, a trovare quella pace spirituale di cui era in cerca. Mi siedo anche io, forse proprio accanto alla sua ombra, io più che la pace cerco sollievo ai piedi ormai gonfi come zampogne, visto che è tutto il giorno che camminiamo, ma non oso neppure togliermi le scarpe per entrare nella moschea, il cui interno traguardo solo dalla porta, temendo di non riuscire più a calzarle.
 |
| Il caravanserraglio |
Guarda un po' come sono più terra terra i miei problemi, altro che quelli di trasmettere un un impero alle tue future generazioni! Eppure proprio da qui passò agli inizi del '400, quel Ruy Gonzales de Clavijo, inviato come diplomatico per osservare il grande imperatore, con cui le potenze crescenti dell'Europa cercavano contatti in chiara antitesi coi sultani ottomani, nemici storici, e si stupì, nel suo diario di viaggio Embajada a Tamerlan, parlando proprio di questi meravigliosi giardini verdi popolati di alberi fronzuti che crescevano tra le moschee ed i monumenti di quella che lui chiama "la Città verde". Emozione pura rimanere qui seduto, toccato dalle medesime sensazioni, altro che piedi gonfi! Il luogo solitario aiuta ed all'interno della sala di preghiera ci sono solo tre fedeli che sbrigano frettolosamente le loro devozioni per poi filarsela lungo il porticato. Ma certamente anche a quel tempo mica vivevano solamente di emozioni, anzi di sicuro pensavano anche e non secondariamente alla pancia, per cui non facciamoci problemi a proseguire fino a quello che a quel tempo era il caravanserraglio, dove forse anche allora potevi trovare albergo e ristoro. Adesso, sotto la sua grande cupola, c'è una serie di ristoranti atti a placare la fame del turista vorace, più di calorie che di suggestioni mistiche ma, non stiamo lì a criticare troppo, visto che anche questo, alla fin fine è stato sdoganato come aspetto culturale di un paese.
 |
| Il museo di storia nella Madrasa Chubin |
Quindi non stiamo troppo a discutere e sgobbiamoci senza sensi di colpa, questi magnifici spiedini di montone sfrigolanti e sugosi, davvero ottimi, sicuramente molto simili a quelli che aveva mangiato a suo tempo il nostro Ruy, prima di mettersi a spiare qua e là, di certo rischiando la testa, allora mica si andava troppo per il sottile su queste cose e poi mettersi a scrivere a pancia piena una missiva al suo re e annotare la visita della giornata e gli incontri fatti sul suo diario. Oltretutto questa città è davvero economica e puoi satollarti al meglio senza depauperare il portafoglio in alcun modo; pranzo completo abbondante in 6 per 280.000 sumi (20 Euro), per intenderci. Sicuramente anche Ruy ci stava nelle spese di trasferta, che il re di Castiglia doveva essere sicuramente assai generoso con i suoi inviati all'estero e di certo non pagava su presentazione degli scontrini a piè di lista e poi qui figuriamoci, sarà stato quasi sempre ospite dello Zoppo. E noi non vogliamo proprio andarci a questo palazzo di Timur, eppure è proprio qui in fondo non lontano, se ti giri indietro ne vedi quel che rimane, sembra quasi di poterlo toccare, lì dietro la siepe. Sì, col cavolo non lontano. Il fatto è che le rovine del palazzo sono di tali dimensioni che sembrano di essere lì a due passi e invece, cammini e cammini e non ci arrivi mai, tanto è l'effetto della prospettiva che le fa apparire come sempre lì davanti ad un passo da te. Comunque piano piano ci si arriva, guidati dal piccolo figlio di Eldor che cammina spedito davanti a noi, leccandosi un meritato gelato.
 |
| La statua |
Finalmente eccoci lì sulla spianata dove troneggia la statua, questa volta quella in piedi, la terza che vediamo del grande imperatore, posta, questa volta di fronte a quello che sono le vestigia del suo palazzo, come a voler rimarcare il suo orgoglio per quella opera talmente grandiosa da rappresentare per chi non volesse capire, quale era la grandezza di quell'impero, con quella scritta che sottolineava proprio questo concetto proprio lì sull'architrave. Poi finalmente arriviamo davanti ai due colossali monconi che troneggiano e che la furia dell'emiro Abdullah, non è neppure stato capace di distruggere completamente come avrebbe voluto. Per completare la leggenda di cui vi ho già accennato, l'Emiro infatti ammirò la straordinaria bellezza delle costruzioni e della città verde, dal passo della montagna dove era appena arrivato, che subito gli apparve vicinissima, ingannato dalla prospettiva e le dimensioni del palazzo reale. Così scatenò la corsa del suo cavallo, che tuttavia, nella folle corsa di circa 30 chilometri fatti per raggiungerlo, non resistette alla fatica e giunto alfine davanti alla porta, stramazzò al suolo morto, scatenando l'ira dell'emiro stesso, che oggi viene così ricordato solamente per questo suo insensato ed inutile tentativo di distruzione non riuscito completamente. Eccole qua dunque le due costruzioni che si innalzano massicce davanti a noi fino ad oltre 40 metri e fate mente locale che non sono che i due monconi rimasti di una opera che doveva essere di circa 92 metri!
 |
| Sovranicchia laterale |
Pensate che fino a quell'epoca le uniche costruzioni più alte della storia dell'uomo furono le piramidi e la guglia della cattedrale di Salisbury eretta un centinaio di anni prima. Voi direte mamma mia che palazzo, ma che avete capito, questo colosso di mattoni, foderato completamente di piastrelle invetriate e maioliche non era affatto la residenza dell'imperatore, ma solamente l'ingresso del suo palazzo! Il luogo da cui si accedeva a quello che allora era considerato una delle meraviglie del mondo: la reggia estiva dell'imperatore. Capite ora cosa dovesse essere quell'opera straordinaria a cui si accedeva attraverso questa monumentale entrata fatta di pilastri e colonne che si elevavano fino all'arco oggi scomparso, per magnificarne la bellezza e soprattutto il significato simbolico. Quello che oggi è chiamato l'Ak-Saray o Palazzo bianco, si può solamente immaginare; un restauro puntiglioso ed accurato cerca a poco a poco di completare la copertura delle migliaia di frammenti delle sue meravigliose maioliche blu, azzurre, oro che ricostruiscono pezzo dopo pezzo le eleganti calligrafie cufiche che lo ornavano in ogni sua parte. Da qui anche la statua di Timur appare lontana, eppure è stata eretta proprio nel punto dove sorgeva il centro del palazzo stesso con la sala del trono.
 |
L'Ak - Saraj
|
Da sotto non riesci neppure ad abbracciare completamente con lo sguardo i due immensi monconi e allora rimani lì testa all'aria a cercare di immaginare come potesse essere quell'arco immenso cinquanta metri ancora più in su, a chiosare quell'entrata che doveva intimidire chiunque volesse varcarla, spiegando a chi volesse accedervi il livello di potenza di chi l'aveva pensata e poi costruita. I visitatori, giocoforza ci girano tutti intorno con la testa all'aria, sventolando telefonini e grandangoli per cercare di fare entrare tutto nell'inquadratura. Invano, come un viaggiatore di quel tempo, fosse il mercante bramoso di opportunità, arrivato fin qui fortunosamente da Costantinopoli, fosse un soldato in cerca di ingaggi e di avventura, qui giunto, non riusciva neppure a capacitarsi di quanto vedeva, raffrontandolo con quello che gli era stato raccontato e forse arretrando un poco e facendosi scudo con la mano sulla fronte dai raggi del sole che cercavano di offuscarne la vista, tentava di registrarne a fondo la completezza che poi, successivamente, nei racconti che avrebbe fatto decenni dopo ai nipoti si sarebbero ancora di più ingigantiti, per lo sfumarsi inevitabile del ricordo o forse addirittura rimpiccioliti per l'incapacità di poterne raccontare la dimensione con parole credibili, che gli avrebbe fatto sminuire l'illustrazione dei fatti nel timore di non esser creduto, come già era accaduto a quel fanfarone del Polo.
 |
| Ak - Saraj |
Ma, trattenendo allora il suo smorzato sorriso da anziano, lui ricordava bene quanto aveva visto un giorno lontano e continuava a tenerlo per sé, meraviglia concessa solamente a chi aveva saputo rispondere alla insaziabile curiosità del viaggiatore ,che voleva spingersi al di là del margine di quella collina lontana, senza troppo voltarsi indietro. Anche noi così procediamo, poco più in là ecco comparire il tratto rettilineo delle mura, almeno quello che ancora è rimasto del perimetro di quelle città antica e che la furia dell'Emiro non è riuscito ad abbattere, troppo debole la sua furia per tanta grandezza. Sono molto simili a quelle di Khiva, con i loro bastioni di mattoni di terra cruda che si innalzano inclinati, quasi per resistere al peso esagerato del materiale, scandito dalle torri dalla base immensa, grassa e strabordante, coronata di merlature fitte. Usciamo dal grande portale quadrato e da sotto, le vestigia del palazzo sembrano lì a due passi, tanto la loro dimensione inganna l'occhio. Poi, finalmente a giornata conclusa, prendiamo la strada della montagna. Eldor ha mandato a casa i suoi ragazzi dopo averli tenuti stretti a lungo, appena arriveremo a Taskent, lui ripartirà con un altro gruppo di Italiani, ormai l'Uzbekistan è diventato di moda e lui starà lontano dalla famiglia un'altra decina di giorni. Certo il lavoro è benedetto, ma senti subito che questa mancanza è per lui una deprivazione dolorosa.
 |
| Le mura |
Compenserà il lungo inverno, quando rimarrà a casa a leggere a tradurre a scrivere e certamente riuscirà a terminare il suo romanzo a cui lavora da tempo. Non ci saranno molte altre attività da fare, sempre che non ci scappi il quinto figlio e si nasconde dietro un sorriso timido. Intanto ci fermiamo al passo, in cui all'andata, per motivi fisiologici, non avevo posto particolare attenzione al grande mercato di alimenti locali che occupa la spianata della cima. E' una serie sconfinata di banchi, dove una moltitudine di bei donnoni, che mi ricordano tanto i mercati colcoziani di Mosca, non fosse per i lineamenti un poco più orientali, offrono prodotti locali di ogni tipo, che vanno dalla frutta secca, tipica dell'Asia centrale ad una sconfinata tipologia di noci e altra frutta da guscio, in forme e tipologie mai viste. Poi formaggi e prodotti derivati, yogurt, kefir, ayran e altri di cui ignoro il nome, tutti articoli venduti curiosamente in palline rotonde del diametro di qualche centimetro e ancora uova, credo di quaglia e altre cose di difficile interpretazione. Una signora dalle dimensioni ragguardevoli cerca di farmi assaggiare delle giuggiole secche e incartapecorite, assicurandomi essere buonissime e al mio diniego assoluto, ancora non sono certo di avere completamente risolto i miei conflitti gastroenterici, si apre in un largo sorriso che dispiega una chiosa di oro massiccio che Tamerlano levati!
 |
| formaggio |
Tutti si fermano a comperare specialmente le auto dei turisti locali di giornata, evidentemente da Samarcanda vengono in molti a fare la gita domenicale da queste parti. Poi riguadagniamo la città dove faremo una frugale cena, spendendo quasi quattro volte di più rispetto al pranzo, ma alla fine saremo egualmente soddisfatti dall'eleganza del ristorante che presenta una enorme cucina a vista e che propone piatti molto sfiziosi. tra i quali una melanzana cotta al formaggio, in stile moussakà, per spiegarmi, mentre il meglio di sé, lo dà successivamente il suo reparto pasticceria che ci vuol mandare a letto soddisfatti anche dal punto di vista estetico. Per digerire il tutto si decide di fare ancora un ultimo salto fino al Registan a rivedere di nuovo lo spettacolo Suono e Luci, non basta mai insomma, tanto per andare a dormire finalmente soddisfatti, ma giunto finalmente nel letto, in attesa che i piedi dolenti, con lentezza punitiva, finalmente si sgonfino, ebbro delle emozioni della giornata, non riesco neppure a prendere sonno, ironia della sorte barbara e ria, ma vengo come ipnotizzato da un segno marcato sul soffitto del quale non capisco il significato e sul quale mi arrovello, pur di non prendere sonno, un simbolo, una freccetta, una scritta misteriosa. Poi improvvisa l'illuminazione, non è altro che il segnale della direzione in cui si trova La Mecca, per consentire di fare la preghiera della notte nella giusta direzione e che ogni albergo segnala in ogni camera come servizio indispensabile al cliente, anche se ormai tutti hanno l'apposita app bussola sullo smartphone. La serenità che questa soluzione mi concede, finalmente di scivolare tra le braccia di Morfeo.
 |
| Oro |
 |
| Al ristorante |
Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:
Nessun commento:
Posta un commento