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mercoledì 24 settembre 2025

Recensione - I. Clark – La felicità nei giorni di pioggia

 

I. Clark – La felicità nei giorni di pioggia

Se non temessi di risultare troppo politicamente scorretto, anche se adesso pare diventato molto di moda, direi che questo è il classico libro da donne, senza offesa naturalmente. Non voglio dire naturalmente che potrebbe ascriversi direttamente alla serie Harmony, tuttavia, forse il problema di base è che a me questo genere di romanzi non suscita molte emozioni, se non che, si lascia leggere facilmente e anche velocemente e va abbastanza bene per passare quelle lunghe ore sotto l’ombrellone, come sto facendo in questi giorni, tra un bagno e l’altro in attesa che venga l’ora per andare a casa a mangiare. Ciò detto, tanto per inquadrare il tutto, si tratta di una autrice inglese, pare anche molto gettonata, visto che ha lasciato la molto proficua professione di avvocato per dedicarsi unicamente a fare la romanziera e stiamo parlando di libri da un milione di copie, quindi è sbagliato e presuntuoso anche da parte mia, prendere il suo lavoro sotto gamba, tanto meno vorrei dare l’impressione di irriderlo, anzi, tanto di cappello. Comunque tanto per chiarire tratta di un gruppetto di quattro amici (in una dei quali è facile riconoscere l’autrice) a cui viene affidato il compito di tutoraggio di una diciassettenne figlia di una di loro prematuramente scomparsa. Naturalmente pare una decisione sciocca e inconsistente che invece si rivelerà molto oculata e con un suo preciso senso, decisione presa da una madre che precedentemente sembrava la più sbandata e la meno capace di valutare queste situazioni, con qualche sviluppo imprevisto che ti fa andare avanti fino alla fine del libro. Comunque ve la toglierete velocemente perché è scritto grosso.


sabato 20 settembre 2025

Seta 43 - L. Waugh - Dove volano gli uccelli

 


Letture prima di cominciare il viaggio

L. Waugh - Dove volano gli uccelli

Bella lettura per chi voglia andare in Mongolia e vuol cominciare ad avere un’idea del paese che visiterà, anche se il libro ha 25 anni e quindi evidentemente molte cose sono cambiate. Racconta la storia di una ragazza, l’autrice, che dopo aver passato un paio di anni a Ulaan Bator, ha deciso di trascorrere un anno in uno sperduto villaggio in una zona estrema del paese, come insegnante di inglese, il punto più occidentale della Mongolia, al confine tra Russia, Cina e Kazakistan, tagliato fuori da tutto, rimanendo completamente isolata dal mondo e conducendo la stessa vita dei pastori abitanti dell’area, per rendersi conto di cosa sia la vera Mongolia. Una vita durissima e difficile, sia per il clima veramente estremo, con un inverno in cui la temperatura scende spesso al di sotto dei – 30°C, tempeste di polvere in primavera, piogge e straripamenti di fiumi e montagne coperte di neve e caldo altrettanto estremo in estate. Inoltre ha dovuto adattarsi al cibo locale, una dieta molto spartana dovuta alla quasi totale mancanza di frutta e verdura e di molto altro, inclusa l’elettricità, praticamente assente. L’interesse del libro è la descrizione puntuale e divertente delle abitudini di vita dei locali, che in effetti abbiamo ritrovato anche noi in molti particolari gustosi e comunque divertenti come l’intrusione notturna degli ubriachi, fatto che avviene evidentemente con una certa frequenza. Non nego che spesso leggendo il libro ho ritrovato situazioni vissute anche da noi nel nostro pur brevissimo viaggio in questo paese. Naturalmente la descrizione della vita dei nomadi, delle loro abitudini assieme ai contrasti sopiti ma sempre presenti tra i diversi gruppi etnici, Mongoli, Khazaki e Tuvani e la bellezza straordinaria del paesaggio, sono un altro punto di forza del libro, che rimane sempre di scorrevolissima lettura. Vi appassionerete anche voi ai vari personaggi raccontati nei loro difetti e nelle loro virtù e alla fine, quando l’autrice dovrà lasciare definitivamente il paese dove ha trascorso questo anno difficile, sarà una ulteriore dura prova dare l’addio definitivo a tutte le persone che sono diventate una parte importante della sua vita.


martedì 5 maggio 2020

Recensione: J. Coe - Middle England



Scrittore piuttosto reputato questo Coe, con libri di grande successo internazionale alle spalle, alfiere e prosecutore di quello stile narrante molto inglese, carico di sottile humor britannico. Va bene che non è il mio genere, ma ho fatto davvero fatica ad arrivare alla fine e direi che lo humor è davvero molto sottile. Poi ho letto qualche recensione, tanto per capire se sono io il difficile, e vedo che molti mettono il lavoro tra i meno riusciti di questo autore, un po' come succede molti sequel e molto distante da quel La banda dei brocchi, che dovrebbe essere il suo libro migliore. Comunque sia, si tratta del secondo seguito appunto della storia di una famiglia della middle England, che si svolge nell'ultimo decennio, in realtà una scusa per raccontare quella che dovrebbe essere la mentalità della provincia inglese media e qui in effetti, al di là della vicenda, mi sembra che il libro raggiunga il suo scopo. La parte decisamente più interessante, dalla metà in poi, è il racconto dal di dentro di tutto il travaglio interiore degli inglesi medi di fronte alla Brexit. Questo aspetto mi sembra davvero molto riuscito e fa capire molto delle teste britanniche e di come il popolo inglese sia alla fine così simile al nostro, riguardo al cosiddetto voto di pancia ed ai locali Salvini e Meloni. Il personaggio minore, a mio parere più riuscito è quello del portavoce di Cameron, a tratti e nel finale davvero spassoso. Si comprende bene così quello che poteva sembrare incomprensibile. Per questo aspetto merita di essere letto, secondo qualche detrattore invece solo un modo per monetizzare dopo il successo dei primi libri.


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lunedì 30 marzo 2020

Recensione: G. Durrell - La mia famiglia e altri animali

La mia famiglia e altri animali


Il libro del '56, è il primo di una trilogia nella quale lo zoologo Durrel racconta della sua infanzia trascorsa nel '35 nell'isola di Corfù, dove la famiglia,dopo la morte del padre si trasferì dall'Inghilterra. E' un elegiaco raccontare della scoperta della natura e al nascere della sua smodata passione per gli animali di ogni genere, dai cani agli insetti, che ha poi contribuito a segnare il futuro dell'autore e a portarlo ad occuparsi di animali per il resto della sua vita. Divertente soprattutto nella caratterizzazione dei vari personaggi principali e secondari, visti con l'occhio del bambino affascinato dal mondo nuovo che lo circonda. L'opera è assai famosa e da questa è stato tratto un film nel 2005 e una fortunata serie televisiva già al quarto anno. Devo dire che non essendo il mio genere, ho fatto un po' fatica a entrare nel mood, poi mi ha abbastanza acchiappato soprattutto per lo stile british alla Jerome e per il racconto dell'isola, che mi ha riportato ad una mia lontana estate, del '76, in particolare il capitolo della spiaggia dei gigli nella laguna di Antiniotissa che è rimasta indelebilmente impressa nella mia memoria assieme a quella di Paleocastriza. Piacevole lettura per sognare mondi lontani, giornate di luce chiara, mare di cristallo, rimpiangendoli assai, in questi momenti un po' bui.



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martedì 13 ottobre 2015

Recensione - J. Barnes - Il pappagallo di Flaubert


Un interessante metaromanzo di raffinata eleganza. La storia di un appassionato cultore dell'opera di Flaubert deciso a scriverne una biografia verità, compie un lungo viaggio in Normandia alla rivisitazione dei luoghi dell'artista in cerca di spunti e tracce di questo caposaldo della letteratura francese. Tutto il libro è una sorta di caccia al tesoro tra gli ambienti del grande nord francese che ne ripercorrono la vita rivelandolo come scrittore e come uomo. Il fil rouge è dato da questo famoso pappagallo, forse davvero esistito nella vita reale, quasi personaggio di grande importanza nel libro Un coeur simple e che forse ha rivestito allo stesso modo una parte decisiva nella vita stessa di Flaubert, raccontato dunque in tutte le sue debolezze e nei momenti di grandezza. 

Certamente sarebbe necessario, per potersi godere appieno questo libro, darsi una ripassata a qualcuno del lavori più importanti del maestro francese, a causa dei frequenti riferimenti. In ogni caso il racconto è avvincente e contrariamente a quanto la storia potrebbe sembrare, ti acchiappa e ti costringe a seguirne il viaggio fino alla piccola sorpresa finale.  Un misto di ambiguità, di intreccio e di invenzione. Quindi allo stesso tempo una biografia a tutti gli effetti, rigorosa e piena di fatti e notizie e romanzo divertente da leggere senza tormenti. Non è quindi una sorpresa il successo internazionale di questo lavoro, che ad una occhiata superficiale potrebbe apparire antipopolare; contenta infatti l'appassionato di letteratura ed il lettore di evasione. Se vi capita, dategli un occhio.


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lunedì 30 giugno 2014

Recensione: C. Thubron -Il cuore perduto dell'Asia




Libro imperdibile per chi programmi un viaggio in uno o più dei paesi dell’Asia centrale, dal Turkmenistan al Kirghizistan. L’autore è uno scrittore di libri di viaggio e come tale esamina con molta cura il percorso di questo lungo e magnifico itinerario, raccontandone, cose da vedere, aspetti particolari e interessi specifici. Naturalmente è anche uno spaccato su un mondo così lontano da renderlo di per se stesso interessante. Un altro punto a favore del libro è dato dal fatto che la vicenda è vissuta proprio alla caduta dell’impero sovietico, un momento assolutamente particolari che rende l’interesse ancora più vivo. Le persone incontrate, le difficoltà date dal momento, la bellezza del percorso, invitano a considerare questo come un possibile viaggio per tutti. Il momento specifico in cui si svolgono i fatti fa un po’ il paio con quell’altro magnifico volume di Terzani, Buonanotte signor Lenin, che aggiunge altra legna al fuoco. Mi sono piaciuti molto entrambi, anche perché molti di questi stessi luoghi, li ho visti e ho vissuto anch’io quel micidiale, inaspettato e difficile passaggio da un mondo ad un altro. Un cambiamento a cui la maggior parte delle persone che incontravi non era preparata e tutto questo ha condizionato scelte, comportamenti e vicende.



sabato 28 giugno 2014

Recensioni: Yousafzai - Io sono Malala



Oh Malalai di Maiwand 
Levati ancora per far capire ai pashtun il canto dell’onore,
Le tue parole poetiche fanno girare il mondo,
Ti prego levati ancora.


 Rahmat Shah Sayel


È giunto finalmente il periodo dell'anno dedicato alla meditazione, alla preparazione dei nuovi e futuri viaggi ed alla lettura,  il tutto corroborato dall'aria del mare o dei monti. Partiamo quindi con questo veloce instant book, scritto, con l'aiuto ovviamente di una giornalista inglese, dalla ormai famosissima ragazzina che la follia talebana ha tentato di spegnere con un colpo di pistola lo scorso anno. Libro comunque interessante anche se si tratta della classica operazione editoriale di marketing che sfrutta l'ondata di commozione per il fatto orribile in sé. Malala, in ogni caso non è certo soltanto una sprovveduta studentessa delle superiori di un paesino della Valle dello Swat in Pakistan, ma un'attivista a tutto tondo, guidata dal padre, un insegnante fortemente impegnato nell'opposizione ai talebani nel suo disgraziato paese, sul fronte dell'istruzione soprattutto femminile. Per fortuna Malala è riuscita a salvarsi e continuerà la sua certamente brllante carriera politica, ora che è assurta alla notorietà internazionale e noi glielo auguriamo di cuore, per lei e soprattutto per le tante Malale di quei mondi lontani. Il libro è anche molto indicativo di quanto in Occidente non si sia ancora capito a fondo il fenomeno del fondamentalismo islamico. Infatti, contrariamente a quanto si crede, quest'ultimo, non è veramente in lotta contro l'ovest, ma è necessario rendersi conto davvero che in questi anni è in corso una feroce partita tra le diverse fazioni dell'Islam, per la supremazia religiosa e per le ricchezze nascoste nel sottosuolo di quei paesi.  Il rimpianto è anche quello, per noi, di dover rinunciare a vedere luoghi sicuramente di grande interesse per chissà quanti anni ancora.

lunedì 12 agosto 2013

Recensione:G. D. Roberts - Shantaram.

A vederlo è una mappazza di 1200 pagine che spaventa solo a guardarla e sembra uno spot pubblicitario a favore degli e-Book. Poi cominci da pagina uno e se sei appassionato dell'India e dintorni ti fai prendere la mano e te lo sbobbi fino alla fine. Diciamo che si lascia leggere e poi ti fai prendere dalla storia assolutamente poco credibile, tanto è esagerata e invece pare sia una autobiografia pari pari di questo Roberts, studente australiano, che si dà prima alle rapine, diventa eroinomane, finisce in carcere di massima sicurezza, evade, arriva fortunosamente in India a Bombay dove passa dall'hashish alla mafia indiana, alla vita dello slum e del villaggio rurale, al mondo di Bolliwood. Ancora prigione e avventure e addirittura guerrigliero talebano, primain Pakistan, poi in Afganistan contro i russi, in una serie di colpi di scena che l'autore spaccia per la sua vita reale. Non so se è  un po' come me, a cui piace, come si dice, colorare almeno un po' le cose e gli avvenimenti per renderle più emozionanti, sta di fatto che ne succedono di tutti i colori, in una cornice coloratissima, tra Nariman point e Colaba, da Crowford market a Juhu beach. Spari e botte da orbi, vita durissima in uno degli slum più tremendi della città, dove apre un dispensario, il colera, donne perdute e bellissime naturalmente, di cui innamorarsi senza speranza. Filosofia, spiritualità, canne e avventure. Alla fine dovrebbe avercela fatta, vista la pubblicazione del libro, avvenuta dopo che era stato riacchiappato in Germania e riportato a casa a finire di scontare la pena. Una cosa è certa, se conoscete almeno un po' Bombay, rimarrete attaccati alle pagine, quanto meno per riconoscerne tutti i punti più topici e caratteristici, vi parrà di risentire l'odore acuto del coriandolo e del masala, del pollo tandoori sulle bancarelle di strada, dei banchetti di betel circondati da sputazzi rossi  e della folla indiana che popola questa megalopoli assurda, ciondolando la testa per dirvi che tutto sta andando nel migliore dei modi, nonostante tutto. Quindi se vi capita tra le mani, niente paura, mettetevi di buzzo buono che alla fine si arriva, tanto siamo in vacanza.


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giovedì 25 luglio 2013

Recensioni: K.Follett - L'inverno del mondo.




Secondo episodio della trilogia The century, il romanzo ripropone i figli dei personaggi del volume precedente, raccontandone le storie che si intrecciano continuamente attraverso tre continenti. Come sempre storicamente ineccepibile, il periodo raccontato, ripercorre tutta l'ascesa del nazismo dal 1933 fino al suo tragico epilogo, vissuto nelle vicende complicate delle famiglie coinvolte. Come la maggior parte dei lavori di questo autore, la storia ti conduce morbosamente attraverso le 1000 pagine per vedere come finiranno le vicende dei vari personaggi. Alla fine non ci sono santi lo devi finire per forza. Ci sono tutti gli ingredienti più classici delle spy stories, sull'affresco generale della vicenda tedesca e delle tragedie a tinte fosche della guerra con tutti i suoi orrori. Comunque una letteratura di consumo, che va bene giusto per l'ombrellone e che, probabilmente viene commissionata anche per numero di pagine, anche per giustificare in qualche modo i 25 euro richiesti, cosa che, del resto può anche essere considerata un difetto visto la difficile maneggevolezza di lettura del tomo, se si è distesi sul lettino in spiaggia o peggio direttamente sulla sabbia. Si vedono qua e là i cedimenti stilistici alla cassetta, quel terminare i capitoli con pennellate di sesso un tanto al pezzo, cosa evidentemente giudicata di acchiappo per lettrici e lettori di bocca buona. Direi che anche con l'indulgenza dovuta alle letture estive ci sono modi migliori per spendere i soldi.


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