giovedì 23 settembre 2021

Recensione: G. Dainelli - Esploratori e alpinisti nel Caracorum

 

Volume praticamente introvabile della UTET, salvo qualche usato su internet, saggio geografico per specialisti. Edito nel 1959 poco dopo l'impresa italiana della conquista del K2, racconta nel dettaglio tutte le esplorazioni scientifiche e di scoperta nella zona del Karakorum. Ricordo che in quell'anno mi regalarono il vocabolario Melzi, con un volume cosiddetto scientifico, dove sulla mappa delle esplorazioni c'erano ancora molte zone in grigio, in vari punti della terra, con la dicitura "terre inesplorate", pensate a quanto sono vecchio e queste opere si richiamano a quei tempi. Comunque, ancorché molto tecnica e ripetitiva, una lettura appassionante che ripercorre tutte le spedizioni nel Karakorum a partire dalle primissime, quella dell'italiano Padre Ippolito Desideri nel 1712, fino alla spedizione di Desio. Lo stesso Dainelli ha partecipato a due di queste spedizioni nel 1913/14 e negli anni trenta, contribuendo alle prime idee per la salita al K2 per la quale era stato addirittura incaricato di studiare la fattibilità. Per quanto riguarda l'impresa, non rinuncia a critiche mirate e a piccole polemiche che all'epoca dovevano avere accompagnato il viaggio. Il commento alla conquista della vetta, fatto evidentemente a caldo, non include i risvolti della vicenda Bonatti, emersa evidentemente solo in seguito. Al di là del fatto specifico e della strepitosa messe di foto d'epoca a cominciare quelle dell'archivio Sella e di quelle scattate dallo stesso Dainelli nelle sue due spedizioni, di particolare interesse, specialmente per chi è stato da quelle parti, sono i resoconti dettagliati di tutta la parte etnografica, riguardante il Baltistan e il Ladakh, in cui ho riconosciuto passo dopo passo i miei itinerari e le puntuali descrizioni dei paesi, delle genti e della parte dedicata ai monasteri lamaisti. 

Interessantissime le considerazioni sulle differenze culturali tra i due versanti, che l'autore imputa principalmente, guarda caso, alla religione (Islam contro Buddha e stiamo parlando di un periodo in cui questi contrasti non erano certo di attualità, né c'erano preconcetti negativi alla radice). Ad esempio le sue osservazioni sulla tristezza insita nella vita dei Balti, tipicamente ingrugniti e poco comunicativi, in contrasto con la gioiosità e l'allegria tipica dei Ladakhi, sempre pronti al gioco, allo scherzo e a far festa, nasce a suo parere proprio da questo atteggiamento di base, che ha condotto ad una organizzazione sociale molto diversa, anche se lo stato di miseria e pochezza di mezzi è molto simile nei due gruppi. In particolare nei Ladakhi si è sviluppata una soluzione familiare poliandrica in contrasto a quella poligamica dei Balti, senza che questo migliori la situazione generale della donna, sempre minoritaria e priva di potere famigliare (a differenza di certe società matrilineari come nella vicina Cina). Tuttavia questa situazione ha generato un particolare sistema ereditario, in cui il patrimonio rimane sempre indiviso e passa al figlio maggiore e in mancanza alla sorella maggiore, purché non sia sposata e via via, in mancanza al fratello maggiore o alla sorella maggiore purché non sposata (il matrimonio fa perdere alla donna il suo status all'interno della famiglia di origine), o ancora agli zii, mai al padre o peggio alla madre vedova. Questo sistema oltre a mantenere le proprietà indivise (come nel nostro maso chiuso) le fanno passare sempre a eredi privi di altre sostanze creando via via una società in cui il capitale rimane parcellizzato, ma non accumulabile. Questo sembra creare una società di economicamente uguali, meno sensibile alle gelosie, cosa a cui contribuisce anche il sistema poliandrico e renderebbe la gente più felice. Non saprei, tuttavia il sorriso dei Ladakhi mi è rimasto impresso indelebilmente anche dopo quasi 50 anni. Un volume per amatori comunque.


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