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sabato 27 novembre 2021

Luoghi del cuore 116: Sacrifici nell'Arunachal Pradesh

Donna Apatani della valle di Ziro


Le manifestazioni di alcune culture rimaste isolate possono essere solo per stomaci forti e la valle di Ziro nell'Arunachal Pradesh, è una di queste, lontana da raggiungere e lontana dal nostro sentire. Tuttavia quel giorno mi è rimasto impresso nella testa come se me ne avessero inchiodato le immagini a viva forza. Guddi trotterella sulle sue gambe grassocce fasciate nei jeans troppo stretti; si ferma a parlottare con un gruppetto di donne che sembrano tornare dai campi anche se siamo solo a metà giornata, la gerla piena sulla schiena, poi, convinta, cambia direzione di marcia. Seguiamo le donne che vanno veloci verso Dutta, un piccolo gruppetto di case, di poco fuori della strada al limitare del bosco. Il sentiero sterrato sale appena verso il centro del paesino; a fianco, le case di legno hanno quasi tutte una bandierina azzurra con le insegne del sole e della luna, il segnale che contraddistingue gli animisti. Molte, appena fuori della veranda hanno i piccoli altarini di bambù che segnalano sacrifici recenti. Contrariamente agli altri abitati, qui sta circolando molta gente che si dirige verso il centro del paese, uno spazio triangolare più aperto presieduto da un'alta piattaforma in legno, riparata dalla solita copertura di lamiera ondulata arrugginita. Gli anziani sono già tutti radunati lì. Nella case intorno, intanto si stanno assiepando molte donne e ragazze, con il vestito tradizionale della festa, sopra una sorta di sarong rosso con una larga fascia blu e una blusa bianca con una sciarpa blu elettrico ricamata di mille colori che finisce sulla schiena. Ma la cosa che più colpisce sono i fasci di collane di perline, all'apparenza piuttosto pesanti, di turchesi e altre pietre che pendono dal collo ricoprendo la veste fino alla vita.


Lo sciamano
I ragazzi invece hanno attraverso il corpo un grande scialle bianco che li avvolge completamente, con i bordi oro e blu. A tracolla portano solo un lungo filo di grandi pietre bianche rotonde, quasi una specie di rosario. E' subito chiaro che una festa è in pieno svolgimento. Una famiglia importante della comunità ha deciso di ingraziarsi gli spiriti della natura per avere un anno particolarmente prospero e fortunato, per cui ha pagato una grande festa per tutto il paese, che avrà il suo culmine nel sacrificio propiziatorio di due animali, a cui seguirà un grande banchetto comunitario e grandi bevute per tutta la notte. E' stato convocato lo sciamano che da ore sta infatti salmodiando sulla piattaforma, seduto tra gli anziani che lo ascoltano. La presenza nostra non sembra turbare affatto la cerimonia, anzi veniamo subito invitati a prenderne parte. Lo stesso sciamano, mentre continua a cantare, fa cenno di avvicinarci. Ripete da ore una serie di mantra in una lingua che lui solo conosce, diversa dal dialetto del paese, per cui nessuno lo segue nel canto, anche se tutti sembrano ascoltarlo, mentre vengono fatte altre cose, comunque riguardanti lo svolgersi del rito. Le donne della famiglia officiante che si fa carico della cerimonia, continuano a girare intorno offrendo al resto del paese dolcetti, involtini di riso e altre cose mangerecce. Anche le soglie delle case vengono per così dire benedette con farina di riso sparsa a terra. 

Sacrificio di un uccellino
Non si sa bene quando verrà il momento del sacrificio. Il canto dello sciamano che può durare ore ed ore, deve richiamare gli spiriti dalla foresta. Solo quando lui li sentirà presenti e disponibili ad accettare l'offerta delle due vite, darà il via alle operazioni. Per cui, da qualche ora, tutto il paese continua ad aggirarsi lì intorno in una attesa compunta, anche se a volte distratta; non sono pochi, infatti i gruppetti di giovani o di ragazze che ingannano il tempo giocherellando col telefonino. Ai piedi della piattaforma intanto, legati con due corde intrecciate, una piccola vacca marrone e un colossale mythun pezzato dall'alta gobba e dalle tozze corna coniche, cercano di brucare i pochi rimasugli di vegetazione che ancora cresce attorno. Ogni tanto qualcuno passa loro al fianco, li guarda con palese approvazione, qualcuno li accarezza e le donne della famiglia vanno a benedire anche loro con la farina di riso, tanto che le corna degli animali sono ormai completamente bianche. I grandi occhi dei due bovini guardano intorno, ruminando, come stupiti di tanta attenzione, non ancora consci del loro destino. Le cose sembrano andare per le lunghe, pare che gli spiriti amino farsi pregare a lungo, ma Guddi assicura che tra non molto si arriverà al dunque. Intanto sulla piattaforma avvengono attività strane, mentre continua una generosa distribuzione di alcool di riso. 

Con le padrone di casa
Uno dei partecipanti è ormai talmente ubriaco che cerca di alzarsi e dare movimento alla cerimonia stessa, ma due ragazzi lo prendono di peso e lo portano verso la sua capanna, non ritenendolo evidentemente idoneo a continuare. Lui cerca di uscire un paio di volte, ma viene sempre riacchiappato e nell'ultimo caso, almeno, convinto con metodi alquanto bruschi ad andare a riposare. Uno dei più anziani accanto allo sciamano, un vecchietto dall'aria buona e dagli occhi dolcissimi è arrivato con un uccellino tra le mani e lo accarezza con amore, poi comincia a strappargli le piume mormorando preghiere prive di pietà e le lascia andare nel vento, mentre i pigolii si fanno sempre più disperati. Un altro ha un gallo nero tra le mani, gli torce il collo con un movimento brusco, poi estrae il coltello che, come tutti gli uomini, porta appeso al fianco e gli estrae il fegato che viene esaminato con cura da un aruspice incaricato della bisogna. Tutti fanno cenno di approvazione, evidentemente gli auspici sono favorevoli. Qualcun altro porta sulla piattaforma generi di conforto, un pentolone con brodi e trippe varie. Solo lo sciamano si astiene, continuando la monodia ritmata che nessuno sembra capire, anche se si guarda intorno con occhio svagato. Tuttavia qualche cosa si muove. Il suo tono cambia e si fa più rapido e affannato. 

Una famigliola di partecipanti

Intanto la piccola folla comincia a dirigersi verso la casa dei festeggiamenti. Andiamo anche noi, che evidentemente considerati ospiti di riguardo, veniamo prima ricevuti nella camera centrale dai padroni di casa e poi sul grande terrazzo interno in muratura che dà sul cortile, a segnale della agiatezza della famiglia. Qui è già stata preparata una incastellatura di bambù che oltre ai pennoni alti ed agli ornamenti obbligatori, ha anche una specie di giogo all'altezza del terreno. Intanto i giochi si stanno compiendo, la processione percorre le strade del paese e arriva alla casa, preceduta dal gruppetto dei giovani che fanno festa. Lo sciamano prende posto sul balcone prospiciente il cortile; intanto davanti al corteo arriva la mucca che si guarda attorno con occhi impauriti, forse già conscia del suo destino. Viene trascinata verso l'altarino e la corda è assicurata al giogo basso, in modo che quasi non riesca a muovere il muso. La padrona di casa, la cui veste bianca contrasta con il rutilare di colore che gira intorno, si avvicina all'animale con un secchiellino argenteo ed un mestolo rituale e le sparge farina di riso e burro fuso sulla testa e poi si ritira, mentre da dietro, acquattato e quasi senza farsi notare, arriva un uomo robusto con una grande ascia. 

Il sacrificio della vacca
E' un attimo, con il movimento rapido di chi è abituato a colpire i tronchi robusti nella foresta, la lama si abbatte sul collo dell'animale che piega le ginocchia, mentre una ventina di ragazzi, che da ore attendevano il momento le si gettano addosso. Chi la prende per una zampa, chi per la coda; in tre le afferrano il collo torcendolo allo spasimo e facendola stramazzare a terra con un muggito straziante. Due le spalancano le fauci, mentre un terzo le getta in gola un secchiello di farina di riso bianca, non si capisce se per benedirla ulteriormente o per farla soffocare. L'animale si dibatte furiosamente mentre un uomo le ficca una lunga asta di bambù nel costato per raggiungerle qualche organo interno. Spinge, torce, grida, il sangue schizza dappertutto, fiotti di liquidi si spargono a terra, mentre il salmodiare dello sciamano sale alto e si spande sulla folla che grida, prega, ride, in un sabba arcaico e feroce. Subito compaiono lunghi ed affilati coltelli che vanno a piantarsi nell'animale che per fortuna ormai ha terminato le sue sofferenze e viene spostato di forza in fondo al cortiletto, dove altri addetti cominciano a sezionarlo in pezzi. Le voci si calmano e una pausa irreale scende sulla scena. Ma dal vicoletto arriva la seconda processione e il canto si alza di nuovo sulla folla estasiata. 

Il mythun
Il mythun, tirato da due ragazzi arriva nel cortile seguito dal grosso della gente che ne occupa gli ultimi spazi ancora liberi. Le terrazze e i balconi che danno verso l'interno sono tutti affollati di donne festanti e di bambini che suggestionati dal momento urlano senza posa. Il grande bovino è certamente molto più faticoso da gestire della povera vacchetta che lo ha preceduto, ma anche lui, nonostante gli scrolloni del grosso testone ed i muggiti riottosi viene legato al giogo dell'altare. Ancora una volta si ripercorre il cammino della benedizione, mentre l'uomo con l'ascia gli scivola dietro furtivamente. Adesso sulla folla aleggia un silenzio irreale, un'attesa ansiosa e partecipata, neanche i bambini presenti in massa tra le gambe tre grandi, gridano più. Di nuovo il gesto rapidissimo e preciso e la pesante ascia si abbatte sul collo dell'animale. Ma questa volta la massa è molto più grande e dura da abbattere. Dalla folla sale un urlo animalesco. Il gruppo di ragazzi che gli si gettano addosso, pur determinato e feroce, fatica molto a gettarlo a terra, tra muggiti e urla selvagge. In tre cercano di torcergli il collo afferrandolo per le corte corna e gettandoglisi addosso con tutto il loro peso. Gli occhi della bestia sono rivolti al cielo, quasi una preghiera perché tutto finisca in fretta. 

Si sventra il mythun
Poi, le corde che erano state legate alle zampe, opportunamente tirate, hanno ragione della forza dell'animale e la vicenda si ripete, con furia ancor più bestiale. I coltelli compaiono quando ancora il gigantesco bovino scalcia disperatamente, mentre i muggiti si sono spenti nella gola soffocata dalla polvere bianca e cominciano a squarciare la pelle, sventrando i tessuti mentre ogni cosa fuoriesce, quando ancora il lungo palo verde viene agitato dentro e quasi sfugge di mano al lanciere determinato a colpire al cuore. Un ragazzo quasi invasato dalla furia colpisce con calci feroci i testicoli del mythun tra gli applausi della folla che ruggisce a lungo. Poi è una furia devastatrice, chi taglia gli zoccoli, chi cerca il fegato, subito separato in pezzi e dati alle personalità presenti. Un anziano se ne va soddisfatto con la sacca dei testicoli in mano. Sono passati soltanto pochi minuti, il cortile è ormai una macelleria, una piccola processione che segue lo sciamano, se ne va verso il luogo dove si terrà il banchetto. La furia orgiastica della folla si placa a onde. Le grida dei giovani a poco a poco si spengono, come quella degli ubriachi ormai ebbri di violenza e di sangue. Il cortile pian piano si svuota, rimangono solo i residui della rabbia. Gli spiriti del bosco forse se ne sono già andati.

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lunedì 4 maggio 2015

Arunachal Pradesh: Lasciando i monti



Ragazze Nyishi
 
Sulle strade dell'Arunachal Pradesh
Che strano questo viaggio, così inusuale, che si va dipanando tra villaggi e foreste, in un territorio così aspro e selvatico, così chiuso in se stesso a non voler essere penetrato e nel contempo così amichevole e disponibile al contatto, quando lo vai cercando. La strada però, è la chiave di tutto. Un tempo erano solo i sentieri che percorrevano il mondo con un livellamento democratico assoluto, aperti al mercante che li voleva percorrere o al soldato che ne bramava la conquista. Oggi la buona strada o la sua quasi totale assenza compiono la differenza tra l'isolamento materiale o l'invadenza ossessiva della cultura preminente. Dico materiale, perché nelle teste e nel pensiero, la penetrazione è stata ormai totalmente compiuta dai media immateriali inarrestabili che hanno portato in ogni più recondito angolo di mondo la conoscenza dell'esistente e di tutto quello che tecnologicamente è possibile fare e possedere. 

Ragazza Nyishi
Una cornucopia di piaceri irresistibili a cui nessuno potrà mai porre freno, che modifica senza possibilità di moderazione qualunque comunità e ogni cultura per antica e forte che sia. Così continuo questo itinerario tra monti scoscesi e valli vertiginose, circondato da una vegetazione tanto prepotente da prevaricare ogni desiderio di maggior conoscenza, seppure amica per chi la abita e a poco a poco scendo verso la pianura lontana, apparentemente più semplice dal punto di vista orografico, tuttavia ancora difficile per il suo isolamento causato dalla povertà di risorse, altra barriera immateriale da considerare nella facile semina dei giudizi. L'orografia mantiene isolato l'Arunachal Pradesh e lo farà ancora per molto, anche perché la sua posizione geopolitica non ne favorisce l'apertura. Rimarranno ancora per molto tempo i passaggi delle infinite teorie di mezzi militari che lo percorrono in lungo e in largo, cuscinetto delicato verso le mire espansionistiche cinesi ed i singulti dei movimenti indipendentistici che ti tanto in tanto lo agitano. Quelle genti resteranno ancora per molto legati alla loro condizione, i giovani con le loro voglie di conoscere meglio un mondo avvertito attraverso internet ed i vecchi almanaccando sulle bellezze di un mal ricordato passato, nel rimpianto delle tradizioni della loro giovinezza ed al contempo nel contrasto con i benefici della modernità che, anche se non voluta, è comunque ricaduta loro addosso, con tutte le sue difettosità e vantaggi. 

Bimbe Nyishi
Certo, direte voi, è facile filosofeggiare mentre si scende la valle, maledicendo fango e acqua o la mancanza di connessione. Quando la piana assamese si avvicina, intanto, si fanno più frequenti paesi e costruzioni più solide. La terra si spiana a poco a poco e anche la strada sembra prender fiato; Emontonath guida con minore tensione, anche il fango lascia lo spazio alla polvere. Qui in pianura fa più caldo e l'acqua rimane umidità nell'aria, non riesce più a coagularsi per trasformarsi in pioggia. Una piccola cittadina, forse Simen Chapori, forse Silapathar, reclama il proprio spazio, con la grande strada che si allarga, la serie interminabile di mezzi di movimento terra giapponesi che sbancano, spianano, gettano bitume con metodi diversi dalle latte che, sulle montagne, lo colavano nelle buche riempite coi badili e con le mani, da schiere di ragazze coi cesti di giunco pieni di pietrisco sulla testa, che le loro amiche spaccavano, raggomitolate sui mucchi ai lati dei fossi. E' la prepotenza con cui la civiltà entra nel passato e pretende trasformarlo in futuro. 

Donne Mishi
Dietro, intanto, già si affolla la fila infinita di auto, camion ed autobus strapieni di genti che vogliono solo muoversi, andare, spostarsi, percorrere le vie del mondo. Fuori della strada però, c'è movimento; si sta svolgendo un festival locale. Le genti Nyishi, sono scese dalle colline o dalla periferia di quella che è ormai città a tutti gli effetti e, vestiti i costumi della tradizione, mostrano a se stessi più che ai pochi altri che passano di lì per caso, le rimanenze della loro storia, fasti tenuti in piedi dalle Proloco, modalità comune di ogni parte del mondo. C'è un palco, dove si esibiscono i gruppi che arrivano dai villaggi vicini, qualcuno canta canzoni tradizionali, gruppi di ragazze bellissime e magnificamente vestite, ballano. C'è una prima fila di autorità, addirittura una giuria che distribuirà premi e tutto intorno vive la voglia di festa. A fianco, le donne approfittano della presenza di questi stranieri d'occasione e, cercando di coinvolgerli a rimanere il più a lungo possibile, offrono spettacolo e cibo, pur di trattenerli. E' lo spirito della festa di paese, è la voglia orgogliosa di mostrare il meglio di sé, assieme a qualche valore antico spendibile in un mondo moderno che riesca ad apprezzarlo. Ci si ferma un poco, per godere di questo sforzo e forse anche per riposare la schiena che le ore di sballottamento sulla pista di montagna hanno messo a dura prova. Ma la polvere non riesce a coprire l'odore dell'acqua vicina. L'immenso corso del Bramaputra e a pochi chilometri bisognerà attraversarlo in qualche modo, visto che l'enorme ponte che legherà indissolubilmente le rive opposte è ancora in costruzione e ben lontano da essere terminato. Dunque è necessaria la maniera antica, quella che ci aspetta più in giù dove vanno affollandosi uomini e mezzi. Bisogna muoversi prima che arrivi il buio ed i ritmi antichi impongano soste obbligate.




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domenica 3 maggio 2015

Arunachal Pradesh: Guerrieri nella notte

 
In casa di Tapang

Un magazzino di grano
Siamo un po' in ritardo, la giornata è stata lunga e tra pioggerellina fastidiosa, fango con cadute varie e ponti di bambù che si aprono sotto i piedi, anche piuttosto impegnativa. Ma Gibi non vuole farci perdere il suo ultimo asso nella manica. Ha amici nel villaggio di Yekshi della tribù Minyong, un sottogruppo della etnia Adi, che trovi nella foresta a solo pochi chilometri dalla città. L'ultimo tratto, una salitella pietrosa, devi fartela piedi e sulla collina, trovi subito il gruppo di capanne sparse, che occupa una larga radura verde dove ognuna domina un punto un poco più elevato degli altri. Tutto intorno i soliti maiali neri, capre, galline. La casa di Tapang, il maestro del villaggio è più isolata dalle altre, molto grande come tutte quelle di questa tribù, che hanno sviluppato le classiche longhouses su palafitta, schema molto comune in tutto il sudest asiatico, su una larga pianta quadrata ad un piano, con ampia veranda tutto intorno. La porta di ingresso dà su un grande ambiente centrale comune, attorno ad uno spazio delimitato per il fuoco. Al di sopra, rastrelliere cariche di legna già tagliata da far seccare, data la forte umidità, ed ancora sopra, spazio per larghe fette di lardo spesso con la sua cotenna, che nel tempo si affumica. D'altra parte, tanti maiali a qualche cosa dovranno pure servire. 

Copricapo da guerriero
Tutto intorno, gli spazi assegnati per i padroni di casa, di fronte all'ingresso, a fianco quelli per gli altri membri meno importanti della famiglia e di fronte infine quelli per gli ospiti, amici e parenti che vengono spesso a scambiarsi visite. Quella del tempo trascorso, dopo il lavoro nei campi, con parenti e amici è l'attività principale per tutte le tribù che vivono ancora secondo ritmi tutto sommato molto tradizionali, nonostante siano nel tempo comparse antenne satellitari e come ovvio, gli onnipresenti telefonini. Il maestro pare entusiasta di avere ospiti stranieri ed in un attimo convergono attorno al fuoco, che aveva già radunato la famiglia la completo, anche vicini e parenti. Saltano subito fuori thé, succhi di frutta e dolcini, ma Tapang è soprattutto molto interessato al giudizio degli stranieri sulla loro realtà e sul loro modo di vivere. Non pare vero, ma saltano subito fuori, pur in questo luogo così isolato e lontano dal resto del mondo, una serie completa di stereotipi, sulla importanza ed il mantenimento delle tradizioni, sul valore della vita e del cibo "sano" ed ecologico, mancava solo qualche pippozzo sulla Monsanto e le cattive multinazionali e le banche e poi potevamo immaginare di essere in una riunione di neoecologisti. 

Le collane del guerriero
Tuttavia, a bassa voce, qualche ragazzo dai capelli tinti di rosso, chiede sottovoce se è possibile trovare uno sponsor che gli permetta di venire in Italia e quando cerco di spiegargli che è molto difficile e che non è poi tutto oro quello che sembra, piega la bocca in un sorriso amaro, come se si sentisse condannato in eterno a rimanere prigioniero nel suo infernale paradiso. Il maestro insegna ai suoi bambini lingua, matematica, scienze, storia e geografia e anche un po' di inglese, per mettere in condizione chi vorrà o potrà di proseguire lo studio nella città vicina. La moglie Yaman, è seduta dietro di lui, apparentemente in secondo piano, in realtà partecipa alla conversazione intervenendo con temi molto concreti e assennati. Senti chiaramente che ha in mano la famiglia, nonostante sia ancora piuttosto giovane. I due figli piccolini scorrazzano con altri amici dietro agli adulti, per nulla intimiditi dalle presenze aliene. Come tutti i bambini del mondo perseguitano un cucciolotto che cerca di sfuggire all'assedio portandosi vicino al fuoco, ma viene irrimediabilmente acchiappato. La vecchia nonna ha preparato il thé e dopo averne offerto a più riprese rimane seduta in un angolo assieme ad altri anziani. Per loro, l'inglese rimane una lingua misterica e si mantengono silenziosi ad assistere, mentre riscaldano le ossa al fuoco. 

Le padrone di casa
Solo il più vecchio, il nonno materno sembra pervaso da una irrequietezza continua. Vorrebbe intervenire, ma, mancando una lingua comune non riesce. Alla fine non resiste più, si alza e se ne va nel suo spazio in fondo alla casa, separato da una tenda colorata. Lo sentiamo trafficare a lungo, poi dopo un po' eccolo uscire completamente bardato da battaglia. Come tutti gli anziani, conserva ancora religiosamente i suoi abiti da parata, che ancora esibisce nei festival e nelle cerimonie e che suo padre guerriero importante della tribù gli aveva passato alla sua morte, dopo averli a sua volta ereditati dal nonno che aveva combattuto gli inglesi. La casacca blu, bordata di rosso è completamente coperta, davanti, da un fascio di collane di turchesi e altre pietre nere di grosse dimensioni. Al centro spicca un pendente con frange di perline rosse. Ma la cosa più imponente è il cappellino di vimini, una calottina fasciata di cuoio e ricoperta di pelle di orso, con un largo ventaglio di piume bianche e due enormi zanne di cinghiale lunghe una buona spanna. Il vecchio vuole il suo spazio, per raccontare la sua storia, che è raffigurata per intero proprio da quel costume e dal suo atteggiamento bellicoso, quando con gesto plateale estrae la lunga spada diritta dal fodero di legno leggero e la brandisce come solo i guerrieri veri sanno fare, guardando con occhi fieri il nemico di fronte, le ginocchia piegate come in attesa di balzare in avanti e colpire senza paura, si tratti di animali della foresta o di uomini. 

Con scudo e spada
Canta il coro di guerra della tribù, una sorta di Hakha ritmata, mentre compie una serie di piccoli saltelli sempre in avanti per mostrare all'avversario la propria determinazione, l'assenza di paura di fronte alla lotta. Mostra lo scudo, un intreccio di vimini rettangolare, leggero e la spessa pelle d'orso che ricopre tutta la schiena, l'altra protezione per la battaglia. Poi estrae l'arco da caccia, quello con cui andare nella foresta in cerca di animali e le lunghe frecce con la punta di metallo ricoperta dal succo di un'erba segreta, un veleno che paralizza in pochi minuti. Con quello non c'è paura di incontrare l'orso o il cinghiale o addirittura la tigre, il leopardo, la pantera, anche se lui ricorda di averle viste solo da bambino quando seguiva suo padre nella jungla nelle battute che si facevano con gli altri guerrieri del villaggio fin dal mattino presto, quando sentivi le gocce di umidità che colavano gelate dalle larghe foglie degli alberi alti e le orecchie rimanevano tese per ascoltare il fruscio di qualche cosa che si muovesse nel fogliame marcio del sottobosco, prima di vedere gli occhi gialli immobili tra le felci. Quando prendevano la tigre o qualche altro animale feroce, era festa per tutto il villaggio e l'alcool di palma correva a fiumi per tutta la notte e gli uomini ballavano per mostrare alle ragazze la loro forza ed il loro coraggio. Tira un paio di frecce contro la parete della capanna, quasi per colpire il passato e quei fantasmi lontani. Un mondo perduto certo, i ragazzi ridono, la signora ci tiene a far notare che le collane valgono almeno un milione di rupie, mica balle. Fuori intanto è già scesa la notte.

Il villaggio Adi di Yekshi

SURVIVAL KIT

Ragazza Minyong
Tribù Adi Minyong - Sottogruppo delle tribù Adi presente nelle foreste a nord del Bramaputra. Il bel villaggio Adi di Yekshi, si trova a circa 10 Km da Aalo sulla strada verso nordest, ma ce ne sono molti altri nelle vicinanze. Feroci guerrieri combatterono duramente gli inglesi alla fine dell'800 prima di sottomettersi. Facili da incontrare facendosi accompagnare da una guida locale (calcolate 15$ al giorno più l'auto). Dispongono di una vasta farmacopea di erbe medicinali di cui vanno fieri. Per vedere i costumi esibiti al massimo bisogna arrivare in zona durante uno dei tre festival che si tengono ogni anno.


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sabato 2 maggio 2015

Arunachal Pradesh: Tra ponticelli e villaggi


Il ponte sospeso per Paya




Kabu - Vita di villaggio
Attorno ad Aalo, la natura è sempre più selvatica e difficile da penetrare. Verso nord soltanto foresta fitta su monti che diventano sempre più scoscesi ed alti. Un'unica stradina li risale fino al confine tibetano, chiuso a tutti. Queste vie di comunicazione sono tenute aperte soltanto dai militari che presidiano pesantemente tutta l'area. I pochi poverissimi villaggi di questa parte isolata dell'Arunachal, sono per la massima parte disposti sulle alture che costeggiano un fiume che in questa stagione è poco più di un rigagnolo, ma che la larghezza del greto ghiaioso mostra nelle sue dimensioni complete quando il monsone si frangerà contro questi rilievi scaricandovi sopra tutta l'umidità raccolta dall'oceano. Questi villaggi rimangono il vero punto di interesse di tutta l'area, isolati come sono e raggiungibili spesso solo attraverso piccoli sentieri e ponti sospesi di dubbia manutenzione. E' piovuto per tutta la notte ed anche se la giornata grigia non promette scrosci imponenti, l'aria stessa è umidissima e aleggia una specie di nebbiolina che anche se non sembra pioggia, ti fa sentire tutto bagnato. I sentieri sono fangosi e si scivola parecchio saltellando tra pietre e monticelli di terra, mentre si risale attraverso i campi. Paya è un assembramento di capanne poco fuori della strada. Ci si arriva attraverso un paio di ponti gettati su un rio profondo che ha scavato una valletta laterale prima di riunirsi al fiume. 

Ponticello di bambù
Vedere questi ponticelli sospesi e decidere di traversare, è sempre uno sforzo psicologico impegnativo. Il primo sembra abbastanza solido e con un fondo stabilizzato. Quando cominci a camminarci sopra tenendoti ai fili metallici laterali non si muove troppo, solo al centro balla un po', ma chiudi gli occhi e in un attimo sei di là. Il secondo è solo un intreccio di stecche di bambù avvolte sotto ed ai fianchi da una rete metallica molto lasca. Fa una certa impressione, comunque alla fine si passa.  E' ancora presto quando arrivi alle prime capanne e data la giornata, molti se ne stanno ancora all'interno. Spunta una donna dall'aria insonnolita e ci invita ad entrare. La grande stanza centrale è buia, ma la cenere del focolare è già sparsa. Il fuoco è spento, gli abitanti della casa devono già essere nei campi. Da una tenda che si apre, spunta una vecchia incartapecorita, prende dalla  stuoia che fa da parete alcune suppellettili di alluminio e comincia a preparare il thé. Accanto alle altre tazze appese, campeggia orgoglioso un foglio attaccato ai bambù che rappresenta una figura di Gesù che si trattiene il cuore sanguinante, segno che qui la presenza dei missionari ha eseguito il suo lavoro. Il thé bollente scalda e quando te ne vai ti senti più rinfrancato per affrontare le stradine attraverso i campi che confinano col bosco, ma è un attimo, basta un momento di disattenzione sulla poltiglia scivolosa e sei subito per terra ad inzaccherarti di fango viscido e unto, posto che solo di questo si tratti. 

Una riunione a Kabu
Più in là, un altro ponte, stavolta davvero minuscolo e stretto. Per fortuna un cannicciato piuttosto fitto ripara i fianchi impedendoti di guardare sotto, dato che il torrente stavolta rumoreggia molto, molto più in basso. Kabu è un villaggio più grande con le capanne sparse su una vasta area ondulata circondata da una serie di risaie a terrazza circondate dalla jungla. Al centro del paese, una grande costruzione aperta su palafitte in cemento, esibisce un tetto di lamiera nuovo di zecca. E' lo spazio comune dove ci si riunisce per discutere e prendere decisioni. Ci sono infatti diverse decine di persone sedute e un tavolo dietro al quale tre o quattro anziani presidiano la riunione. Uno in piedi spiega la sua tesi. Sembra che si stia organizzando in che modo svolgere il prossimo festival che si deve svolgere tra un mesetto, ma i toni appaiono più quelli di una riunione politica a sentire la veemenza con cui vengono palesate le cose. Le donne presenti, accoccolate attorno al fuoco centrale, appaiono piuttosto distratte dalla nostra presenza, anche se ce ne stiamo buoni buoni in fondo, cosicché declinando l'offerta di dolcetti, thé con latte e altri generi di conforto e ci defiliamo per non disturbare oltre, anche perché gli oppositori dovranno presentare le loro mozioni e non vorremmo turbare l'andamento dell'assemblea. Un altro ponte, questa volta assai solido e si arriva a Darka, altre grandi capanne sulla collina assediate da maiali e capre che mantengono l'erba circostante rasa come un prato all'inglese. 

Darka - La messa
Dalla capanna centrale, più grande si sentono canti e grida. Ci avviciniamo con cautela; sulla veranda sono sedute diverse persone, gruppi di uomini da un lato e tutte le donne dall'altra. Un uomo al centro vestito di scuro legge da un libro, declamando con voce stentorea; gli altri gli rispondono in coro. Si sta svolgendo la Messa, a cui veniamo immediatamente invitati a partecipare. Si tratta di una cerimonia comune tra cattolici e battisti, infatti i due officianti si alternano a turno. La predica è particolarmente corposa, con inframmezzate moltissime parole in inglese, da cui si intuiscono temi in cui predomina l'attenzione per l'ambiente e l'ecologia e l'ingordigia che porta alla devastazione del territorio, alla cattiva politica e alla corruzione. Pare che anche da queste parti, tra un po' ci saranno elezioni. Comunque la cerimonia è molto sentita. Tutti pregano con fervore a voce alta. Non si riesce a seguire lo svolgersi delle cose, tutto è molto diverso dalla nostra sequenza. Si alternano canti piuttosto gioiosi, fatti dalle donne; c'è anche una chitarra di accompagnamento. La nostra presenza è stata apprezzata; ce ne andiamo in silenzio con un cenno di saluto, beninteso dopo la raccolta delle offerte. Un gallo impertinente ci saluta chiocciando a petto in fuori. Raggiungere l'ultimo villaggio in programma è un po' più faticoso. Una ventina di chilometri lungo il fiume fino alla confluenza con un corso d'acqua più imponente, uno dei tanti che scendono in parallelo dal serbatoio senza fine dell'Himalaya. 

Un grande ponte sospeso
Lo attraversa uno dei ponti pedonali sospesi più lunghi dell'India. E' davvero impressionante, ad una quindicina di metri sopra  le acque verdi che scorrono veloci. Per fortuna non dobbiamo attraversarlo, così fragile come sembra, una serie di mezze canne di bambù, piccole piccole, avvicinate le une alle altre e tenute insieme da una stecca ogni tanto. Sui fianchi, niente parapetti solo dei sottili fili metallici intrecciati. Non ho neppure il coraggio di percorrerne qualche metro, quando dall'altra parte ecco arrivare una figurina ingobbita sotto il peso di una gerla piena di masserizie.  Accidenti che figura, se passano con quei pesi, cosa ci sarà mai da temere. Foto di rito, poi, suvvia coraggio facciamoci almeno qualche metro. Così gagliardamente salgo sulla passerella valendomi della perfetta sensazione di equilibrio conquistata in tanti anni di pratiche orientali. L'equilibrio, questa è proprio la forza stessa del tai ji, sia mentale che fisica, che porta anche ad una completa leggerezza del corpo, qualunque sia il suo peso effettivo. Dipende tutto dalla postura e da come ci si sposta nello spazio. Salgo sul bordo estremo del ponte con sicurezza e comincio a percorrerne i primi metri, cercando di ignorare le canne spezzate e i vuoti di qualche punto e che sarà mai, qui ci passano a decine tutti i giorni. Al quarto passo, non è ancora cominciata la scarpata sottostante che si precipita nel fiume, uno scricchiolio sinistro, nel senso che proviene proprio da sotto l'appoggio del mio piede sinistro.

La confluenza dei fiumi
 Neppure il tempo di pensare o spostarsi, un crack netto, forte e deciso, senza possibilità di remissione dei peccati, due stecche di bambù forse infragilite dal tempo, forse incapaci di sopportare il mio peso, direte voi, pur fortemente diminuito da giorni di dieta indiana, si spezzano di colpo e la mia gamba si fila nel buco formatosi, facendomi precipitare giù fino all'inguine. Bloccato come un personaggio delle comiche finali, prigioniero del ponte, incapace di tirarmi su, preso come un tordo nella trappola mortale tra l'orrore dei miei compari, riesco con fatica a cavarmi dalla pania, senza apparenti ulteriori danni alla struttura, che ho temuto spezzarsi completamente per farmi infine precipitare nel gorgo mortale.
Horribile visu!

Ma le schegge del bambù sono come le lame di Mani di forbice e ad un attento controllo, appaiono impietose sulla mia povera coscia segni impietosi, come una triplice unghiata di un artiglio rapace che ha segnato di lunghe striature rosse, indelebilmente, le mie povere carni martoriandole. Gibi, la guida si mette le mani nei lunghi capelli, temendo il peggio e accorre al salvamento. Non dice "lo avevo detto di stare attento" solo perché non parla italiano. Leggo nei suoi occhi un certo spavento. Fingo noncuranza, minimizzando per non impaurire gli astanti e torno sui miei passi segnato nel fisico e soprattutto nel morale. Per il resto del viaggio, porterò con me l'orrendo segno, reso ancora più scenografico dalle vermiglie spennellature di mercurocromo che mani amorevoli mi apporranno, prima di sera, per minimizzare le possibili conseguenze di queste dolorose stigmati. Occhio a dove mettete i piedi.


Il ponte trappola



SURVIVAL KIT

Foto 
Villaggi attorno ad Aalo - Tutta l'area di Aalo è popolata di interessanti villaggi Galo. Gli anziani portano spesso il cappellino a due punte di vimini, ma per il resto i vestiti tradizionali vengono indossati soltanto durante i festival. I villaggi sono visitabili in parte a piedi, perché non distano molto tra di loro, ma è opportuno spostarsi in auto per vedere i più lontani, immersi comunque in un bellissimo paesaggio. E' necessario avere una guida locale che di solito fornisce l'albergo presso cui pernotterete.  I più interessanti sono Paya, Kabu e Darka. Molto belli i tanti ponti sospesi (ponti tibetani) che permettono di accedere ai villaggi superando torrenti o valloni scoscesi. Attenzione che alcuni sono piuttosto pericolosi, le assicelle o i bambù con cui sono costruiti possono essere marce e fragili. Chiedete alla guida prima di passare e fatelo solo se è necessario, con una certa cautela.


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