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sabato 21 febbraio 2026

Mau 5 - La storia di Riccardo

Riccardo - Toungad - Mauritania - gennaio 2026

 

Sabbie di Azoueiga
Svegliarsi all'alba tra le sabbie, ha un che di magico, che importa se non sei abituato alle scomodità del campeggio selvaggio, per la verità, la famiglia che vive qui ha predisposto anche una sorta di baraccotto semichiuso con tanto di buco nel terreno, ma il deserto è grande e infilarsi tra gli arbusti dietro le dune è un attimo e poi non ci pensi più. Oltretutto non si sono fatti vivi neppure gli scorpioni, vuol dire che quello di ieri sera, è stato un episodio marginale da raccontare al ritorno e nulla più. Ci raduniamo attorno alle braci spente di ieri sera e sul piccolo tavolino ecco la sorpresa, assieme ai formaggini e al caffè solubile, un bel cilindro ammonticchiato di pancake appena fatti, con accanto un sontuoso barattolo di benedetta Nutella, che fa bella di mostra di sé, regina della tavola, trionfo della gola e delle reminiscenze patriottiche. C'è poco da fare, questa è una delle realtà italiane più famose nel mondo e non c'è luogo della terra per quanto sperduto o isolato che non ne disponga. Caro monsü  Ferrero, hai fatto una cosa grande e sarai sempre ricordato con orgoglio nazionalistico per questo; la Nutella l'abbiamo trovata dalla Mongolia a Ushuaia, dal Borneo all'Azerbaijan e direi che non è poco. Comunque noi, a pancia piena facciamo su baracca e burattini, come si dice e continuiamo a percorrere la cosiddetta Vallée blanche, un deserto di meravigliosa sabbia bianca come zucchero circondata dalle alte dune arancio che si stendono verso l'orizzonte. 

Capanne di nomadi
E' una goduria proseguire su questo terreno ondulatissimo, salire con fatica lungo il fianco della duna e poi arrivati sul sif, il confine netto come una lama che il vento forma sulla cima con un arco preciso che pare disegnato col compasso, buttarsi giù lungo il bordo successivo, quasi lasciandosi precipitare verso il basso trascinati dalla forza di gravità, sbandando di lato per poi riprendersi alla fine della discesa e proseguire mentre il motore ruggisce per mordere nuovamente nel punto dove la sabbia diventa più solida e consente di proseguire zigzagando tra i fondi dei uadi ed i bordi sassosi che emergono tra le sabbie. Il paesaggio è davvero superbo e di tanto in tanto emergono anche degli altipiani di roccia nera e friabile su cui si procede invece con cautela per non incocciare in pietrisco tagliente ed infido. Ci fermiamo in mezzo a queste dune bianchissime e curiosamente negli avvallamenti se scavi pochi centimetri con le mani, mentre i granelli finissimi ti scorrono tra le dita come fossero acqua, ecco che subito nello strato sottostante, compare quella stessa sabbia giallo ocra che ci circondava stamattina. Un fenomeno curioso e inspiegabile. Di tanto in tanto incontriamo qualche altro viaggiatore, ecco infatti un russo che percorre la nostra via, si ferma anche lui ad ammirare meravigliato quanto lo circonda, è di una città siberiana e dice che lì non si sentono molto gli incerti della guerra o forse non vuole sbilanciarsi troppo, comunque raccoglie anche lui la sua bottiglietta di sabbia, poi prosegue e subito lo perdiamo di vista. 

Deserto di pietra
Tu intanto continui a meravigliarti di come sia possibile procedere in questo territorio senza punti di riferimento con sicurezza assoluta senza perderti. E' pur vero che di tanto in tanto specialmente nei punti più selvatici spuntano delle balise, aste piantate nel terreno a segnare il tracciato di un qualche  simulacro di pista ma, credo tu debba avere una bella esperienza per seguire da solo questi itinerari. Alla fine però, chilometro dopo chilometro avverti che anche questo deserto non è poi così assolutamente deserto come sembra. Infatti basta che in qualche punto più affossato della valle o in qualche punto più riparato tra le dune, le condizioni consentano il formarsi di una certa umidità superficiale o la presenza di una qualche fascia di falda idrica più o meno ricca, consente il formarsi di piccoli o anche più vasti palmeti, quello che è l'idea dell'oasi, che in qualche modo permette di sopravvivere anche in questi luoghi estremi. E' assolutamente vero, la capacità di adattamento dell'uomo è straordinaria e qui basta guardare con attenzione e compaiono piccoli segni a malapena distinguibili che ti sfuggono se ti fermi distrattamente a considerare il paesaggio. Qualche palina arrugginita con una traccia di filo spinato ormai corroso e spezzato dal tempo o qualche animale sparso qua e là, segnalano inequivocabilmente la presenza di un luogo dove qualche pastore sorveglia il suo gregge o una tenda di nomadi è accampata al margine del palmeto quando comincia la stagione della raccolta dei datteri. 

Aisha
Il deserto insomma non è mai davvero deserto, casomai è un ponte per passare da un luogo all'altro, una giunzione tra ambienti diversi, di cui si conoscono, almeno per chi lo percorre abitualmente, le modalità per traversarla, per sopravvivervi senza problemi. Arriviamo su un dosso roccioso e nero che emerge al bordo di quella che potrebbe essere un grande, ma rado palmeto che si allunga senza mostrare la fine. Confuse con la roccia, qualche casupola di pietra si mostra solo se guardi con attenzione. La maggior parte sono in rovina e si confondono con la roccia di cui sono costruite, qualcun altra è ancora in piedi e forse saltuariamente abitata. Sul bordo del villaggio senza nome, un paio di donne hanno allungato uno straccio sul muracciolo di pietra ed espongono pochi oggetti, di un artigianato povero e ingenuo, collanine fatte con le pietre colorate trovate nei dintorni e poco altro, segno evidente che siamo su un itinerario percorso dai turisti. Compro una bella assicella intagliata, che veniva usata per formare i bordi dei basti per i dromedari. Mi piace perché è palesemente vecchia e in parte rovinata dall'uso e sono deliziato dagli eleganti intagli che la ricoprono tutta e la appenderò al muro, proprio sopra quella sella da cammello che avevo portato a casa da Turkmenistan anni fa. Già mi pregusto l'effetto, ma come vedremo in seguito il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. 

il passo
Proseguiamo e dopo pochi chilometri siamo al cosiddetto passo di Tifoujar. segnalato anche qui, proprio sulla scarpata, dalla presenza di un gruppetto di nomadi in attesa del passaggio di qualcuno. Offrono sacchettini di datteri, dei quali Ahmed fa man bassa, non si sa mai che manchino i viveri e che ci serviranno di tanto in tanto per recuperare calorie durante la via. In realtà qui non c'è nessuna pista tra le sabbie gialle, ma semplicemente uno strapiombo di un centinaio di metri di profondità o anche più, al di là del quale le auto si buttano, si potrebbe assolutamente dire, nel vuoto, puntando il muso verso il basso e lasciandosi sprofondare nella sabbia mentre il peso ti trascina giù in maniera scomposta, come un toboga senza guida per una pista di neve fresca. Andiamo giù come barche nella cascata fino a che il motore ruggisce e le ruote sembrano mordere un poco nella sabbia mentre la pendenza si affievolisce a poco a poco e infine si arriva, non si sa come, in fondo senza danni, mentre le nere pareti incombono intorno a noi. Ci fermiamo alla base del baratro e a guardare in su, da dove siamo venuti, appare impossibile l'impresa, di certo è impensabile risalire da questa parte, ci sarà certa un'altra strada certamente. 

la pista
Eccoci allora in uno stretto canyon che prosegue tortuoso fino a che la Vallée blanche non si allarga di nuovo in una larghissima valle percorsa dalle tracce di un uadi che probabilmente ogni tanto viene invaso dalle acque piovane e che è un seguito di palmeti più o meno fitti punteggiati da paesini fatti a volte di poche case, altre di insediamenti un poco più popolosi. Scendiamo fino in fondo e prendiamo la pista che percorre questa sorta di fondo valle e che serpeggia tra i palmizi. Nei punti dove intravedi la maggiore presenza di acqua, vedi coltivazioni tra le piante, piccoli appezzamenti di cereali e orti coltivati con cura. Tra i tronchi di palma ci sono anche pozzi e serbatoi di contenimento, riempiti con pompe che regimano l'acqua che può essere portata alla superficie. Qualcuno lavora tra gli alberi, la stessa pista che serpeggia è circondata da palizzate fatte con le lunghe frasche secche delle palme, segno che la proprietà del terreno è molto curata e, come ci racconta Ahmed, al tempo del raccolto è grande festa per oltre un mese e dalla città, tutti i parenti sono chiamati qui a raccolta nelle oasi di origine della famiglia, per partecipare al raccolto del dattero, la ricchezza del deserto; qui si approfitterà per combinare ancora matrimoni e si faranno affari. La gente che rimane qui fuori stagione a manutenere l'oasi è formata di operai stipendiati, ma dobbiamo ricordare che in Mauritania fino all'inizio del secolo scorso nelle campagne vigeva ancora un rapporto tra lavoratori e proprietari, di semischiavitù, forma che questo paese è stato l'ultimo ad abolire definitivamente anche se questi lavoratori della terra sono sempre rimasti in fondo alla scala sociale. 

Toungad
Arriviamo infine a Toungad, una vera e propria cittadina che appare però in questo momento semideserta e che si popola solamente tra agosto e ottobre come già detto. Come sembra le case sono costruite nell'area rocciosa fuori dal palmeto, su una specie di collinetta, che risaliamo e dalla quale puoi abbracciare tutto l'abitato, costituito da diverse specie di costruzioni, capanne rotonde a igloo fatte di rami e di foglie che vengono abitate solo in estate, in quanto permettendo lo scorrere dell'aria, sono più fresche durante i mesi più torridi; poi altre dalla stessa forma ma in pietra con il solo tetto di rami  e poi casette cubiche di muratura, evidentemente più moderne anche se molto piccole. Tra i sentierini che entrano tra le case, non incontriamo nessuno e anche dalla terrazza sommitale da cui abbracci tutta la valle, non si vede anima viva, quei pochi che stanno qui sono negli orti a lavorare. Tuttavia il colpo d'occhio è molto bello. Scendiamo tra le case e proseguiamo fino al bordo dell'oasi e dopo l'ennesima curva entriamo nel cortile spazioso di una casa, chiuso in fondo da una grande tenda. E' la casa di Riccardo, una sosta obbligata ormai per chi percorre questo itinerario. Riccardo infatti è un personaggio ormai noto, raccontato anche da alcune fortunate trasmissioni televisive, la cui curiosa storia attira molti a trovarlo qui, quasi fosse un pellegrinaggio. 

la valle
In effetti la sua vita è stata interessante e merita di essere raccontata. Fotografo di moda, trascorreva i suoi anni di lavoro tra Roma e Los Angeles per immortalare modelle famose e vestiti di haute couture, quando, abbondantemente dopo i cinquanta, per tirarsi fuori da un divorzio pesante che lo aveva toccato duramente nel suo equilibrio psicologico, decise di viaggiare per il mondo in luoghi poco battuti per tirarsi fuori la depressione che lo stava segnando. Allora il mondo, periodo in cui l'overturism non era ancora un problema e pochi si avventuravano al di fuori degli itinerari più classici, offriva a chi cercasse un poco di avventura, tante mete di eccezionale interesse e il nostro Riccardo ne percorse parecchie, per sgombrare la mente dai fantasmi più fastidiosi. Comunque dopo un po' di peregrinazioni nei luoghi più sperduti del pianeta e giunto sulla soglia dei 60, eccolo che attraversa il deserto della Mauritania con un viaggio faticoso e appassionante che lo conduce in questa valle perduta, quando, fermatosi davanti in questa oasi sconosciuta per passare la notte, vinto dalla bellezza del luogo, eccolo diventare protagonista di un incontro da romanzo di appendice. Lì, davanti al pozzo più isolato del villaggio, dove il nostro aveva montato la sua tenda, è andata come tutte le mattine a prendere una brocca di acqua, una ragazza di una bellezza straordinaria. Si guardano, gli occhi di lei lo vedono e quell'acqua non vuole venir su dal pozzo. 

capretto
Verrebbe da dire col sommo poeta, quel giorno più non vi leggemmo avante..., ma intanto una scintilla è scoccata, la freccia di Cupido è stata scagliata senza possibilità di recupero e lo ha trafitto irrimediabilmente. Riccardo si ferma nell'oasi nei giorni successivi, parla coi fratelli, che alla fine lo accettano, sposa la ragazza e si ferma lì definitivamente. Adesso sono passati oltre quindici anni, lui ha assunto la cittadinanza mauritana e intanto sono nate tre figlie bellissime. All'inizio aveva aperto un piccolo ristorante con un socio italiano, ma si sa che le società è meglio farle in numero dispari minore di tre e quindi ora Riccardo, che tra l'altro non è neppure in perfetta salute e cammina a fatica, fornisce qualche servizio turistico nell'oasi, dispone di quattro posti letto, di cui vi invito ad usufruire se passerete di lì e vive tranquillamente la sua vita, offrendo un tè a chi lo viene a trovare e nell'ulteriore occasione, senza stancarsi dell'insistenza, ripete loro la sua storia, mentre la moglie in fondo al cortile, porta in cucina gli ortaggi che arrivano dall'oasi, vicino al famoso pozzo. Ha davvero una espressione serena e soddisfatta, Riccardo, mentre, probabilmente per l'ennesima volta, racconta questi scampoli della sua vita al passeggere di turno. Forse riuscire a trovare la propria dimensione in un ambito così lontano da quello che avevi pianificato all'inizio della tua vita, è il segreto per essere completamente soddisfatti e per avere avuto una esistenza degna di essere vissuta. Il capretto nato da pochi giorni, cerca di uscire all
'aperto della tenda mentre fuori, un asinello si avvicina all'abbeveratoio ciondolando le lunghe orecchie.

a casa di Riccardo

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venerdì 20 febbraio 2026

Mau 4 - Le dune di Azoueiga

Dune di Azoueiga - auritania - gennaio 2026


Con Brahim
Avendo terminato di divorare il capro, espiatorio evidentemente, ma buonissimo, mentre il tè forte e dolcissimo mi raspa ancora il fiondo della gola facendomi tossire un po', ma il grato sapore di menta, si mescola perfettamente al gusto della carne alla brace così tenera e saporosa e vado a fare un giro nella cucina, dove ero già stato l'anno scorso e dove ormai mi sento di casa, cercando di non fare troppo caso alle misure igieniche, d'altra parte qui siano quasi nel deserto e non si può fare troppo i difficili. In mezzo alla camera deposito, c'è appeso un altro capretto che evidentemente sta frollando per i prossimi ospiti, ma non vedo forni, quindi è possibile che il nostro lo abbiano grigliato proprio nella fossa, come previsto dalla tradizione. La signora ride e non si rifiuta alle foto; in Mauritania, come ci ha più volte spiegato ad Ahmed, le donne sono piuttosto disinibite e abituate a lavorare anche in proprio, infatti molti di questi locali, ristoranti o guesthouse sono gestite direttamente da donne. I nostri girano per il cortile abbracciando e salutando tutti coloro che gli arrivano a tiro, qui d'altra parte si conoscono tutti e il deserto accomuna. Alla fine partiamo, tra grandi saluti e pacche sulle spalle, pare davvero di essere graditi ospiti e non certo solamente per quei pochi spicci del pranzo. Il deserto abitua alla solitudine e l'incontro, anche se certamente in questi anni si sarà fatto più comune e consueto, rimane comunque un momento particolare di gradita comunità anche tra sconosciuti, figuriamoci tra persone che si vedono di tanto in tanto e che non aspettano che queste occasioni per scambiarsi notizie e sentimenti di amicizia. 

Dune
Dunque non stupitevi se verrete sempre accolti con sincero calore fuori delle città, anche questo è uno degli aspetti più piacevoli di viaggiare in queste terre. Alla fine riusciamo a partire ma, poco dopo, lasciato il paese e superato l'ennesimo posto di blocco, abbandoniamo la  nazionale N1, verso Atar e prendiamo decisamente una pista sulla destra che si inoltra nella sabbia poco profonda e che addirittura scompare dopo pochi chilometri. L'orizzonte è ancora basso e rettilineo, ma, lontane sullo sfondo si vedono già le sagome delle dune del deserto di Azoueiga. Diciamolo pure, quando lasci la strada asfaltata hai certo una sensazione di eccitata attesa, la pista si snoda davanti a te e anche se non si seguono direttamente le tracce delle auto che ti hanno preceduto, ti senti pronto all'avventura a cui non sei abituato nella tua terra. Ma quando anche la pista svanisce nella sabbia e a poco a poco le tracce diminuiscono di numero fino a scomparire, viene spontaneo un senso di leggera, ma decisamente avvertibile, apprensione, ma qui, non è che ci stiamo perdendo? E subito questo il dubbio che ti viene alla mente e tu, homo cittadinus, che brami l'avventura sulla carta, non appena passata la prima duna ti senti perduto per sempre. Ma sarà normale? Non so, ma mi risulta che molti hanno questi miei stessi dubbi e momenti di angoscia. 

La Mela di Sodoma
Certo basta guardare i nostri due che chiacchierano animatamente e ridacchiano tranquilli che ti senti subito più sicuro, certo se non lo sanno loro dove stiamo andando che questo giro lo avranno fatto mille volte... , ma sì stiamo sereni e godiamoci il paesaggio, che intanto muta continuamente. I monticelli sempre più sabbiosi si fanno più frequenti, compaiono piante da deserto come la Calotropis procera, detta anche Mela di Sodoma, forse l'arbusto più comune che compare tra le sabbie, con pochi rami isolati, oppure in cespi rigogliosi con le larghe foglie dai gambi spessi che secernono un latice medicamentoso molto usato nella farmacopea tradizionale africana. Sembra che sia una mano santa per le affezioni della pelle che qui sono una piaga diffusa. Le collinette lontane sono diventate un rilievo continuo e sempre più alto. Il sole le ha colorate di un arancio intenso, non c'è foschia, visto che da ieri il vento si è calmato e lo stacco tra l'azzurro indaco del cielo e la cresta è nettissimo, quasi non riesci a staccarti dal seguirlo. I dromedari, le capre e le pecore che di volta in volta sfilano ai tuoi fianchi, raccontano tuttavia di un deserto ancora vivo e vivibile, evidentemente. Il pastore arriverà pure prima o poi da qualche parte a prendersi cura dei suoi animali, ancorché i suoi dromedari, siano debitamente impastoiati e di strada ne possano fare decisamente poca. 

Toyota
Poi ci fermiamo, la sabbia è diventata più profonda e a tratti molto morbida, per cui è venuto il momento di togliere aria dagli pneumatici, bisogna diminuire la pressione in modo che la superficie a contatto col terreno aumenti, facilitando il grip e diminuendo la possibilità di insabbiamento. Comunque è necessaria una certa perizia per guidare in questi su e giù, senza impantanarsi, Niente di grave, per carità, però poi bisogna scendere, mettere qualcosa di solido sotto le gomme e cercare di uscirne, cosa non sempre facilissima. Questo modo di procedere sarà magari fastidioso per chi deve andare da un luogo ad un altro e non ha altri itinerari possibili, ma per chi invece è in vacanza, è decisamente molto divertente. Certo è una spasso vedere le macchine che cercano la strada in mezzo a barriere di pietre o scoscendimenti ripidi e apparentemente invalicabili per noi, uomini da autostrada, ma queste Toyota 4x4 vanno davvero dovunque e anche passaggi che sembrano impossibili da superare con la pazienza e la perizia di chi ha esperienza su questi terreni, diventano una via faticosa sì, ma del tutto percorribile e pure divertente. Dopo una sessantina di chilometri arriviamo in una valle circondata dalle dune alte a destra e da una cresta rocciosa quasi nera a sinistra, di certo frutto di una antica eruzione vulcanica che ha sparso un oceano di lava per decine di chilometri.  

Il palmeto
In fondo alla valle, dove comincia un piccolo palmeto, c'è qualche capanna e una decina di tende bianche molto spartane, in attesa di viaggiatori di passaggio. Evidentemente questo è un luogo che, ormai ben conosciuto per la sua magnetica bellezza, è sull'itinerario di molti amanti del deserto. In effetti le dune sono bellissime ed il colore dei dintorni, che da giallo intenso è diventato aranciato, si accentua sempre di più man mano che passano le ore. Cerchiamo con una certa fatica di raggiungerne la cima, per vedere da una posizione più elevata tutto il panorama circostante che si riesce ad abbracciare con un colpo d'occhio. Camminare in salita nella sabbia ti dà subito un senso di inusuale difficoltà; fai un passo avanti e contemporaneamente ti sembra di farne due indietro, tanto il peso tende a trascinarti verso il basso, non sostenuto dalla solidità del terreno. Però camminare verso l'alto e anche quello che devi considerare come il nulla, perché non hai nulla di noto su cui misurare la tua posizione davanti a te, non appena superi un paio di avvallamenti, avvolto da un silenzio più conturbante che confortevole, comincia ad apparirti alieno, sconosciuto, assolutamente anomalo, rispetto alle tue consuetudini. Se sei solo, puoi fermarti, sederti sulla sabbia alla sommità della duna e guardare e allora come puoi non sentire quel " sedendo e mirando interminati spazi e sovrumani silenzi, e profondissima quiete...ove per poco il cor non si spaura"! 

le dune
Solo il deserto, terreno alieno per definizione può darti queste sensazioni, io credo. In questa zona poi, ci sono curiosità non spiegabili, ad esempio accanto ad avvallamenti dove il colore della sabbia è talmente carico da sembrare cosparso di polvere di croco, ci sono zone ed aree di sabbia completamente bianca, di una purezza assoluta, che appare come travasata artificialmente in questo luogo oppure ancora emersa dalle profondità della terra, come da un altro continente. Quasi viene spontaneo raccoglierne un poco, in una bottiglietta, da portare con sé e rendere al ritorno questo ricordo indelebile. Noi restiamo sulle dune fino a quando il sole non scende oltre l'orizzonte. Il colore si è scurito di momento in momento, passando dall'arancio scuro, al rosa, al rosso, al viola sempre più scuro fino a quando il nero della notte ha avuto il sopravvento, sopra di noi, mentre stracci di nuvole hanno sfrangiato il cielo, colorandosi via via delle sfumature del tramonto. Ci hanno regalato davvero una tavolozza straordinaria, che tuttavia ci impedirà di vedere la stellata assoluta, l'altra meraviglia del deserto notturno, con il fascio luminoso della via Lattea che scorre da un orizzonte all'altro come un fiume in piena le cui acque argentate dividono l'universo. O uno o l'altro, ragazzi, non potete pretendere tutto. Scendiamo dalle dune pieni di bellezza, verso le tende, nella valle tra le dune più ripide. 

Deserto
Al centro più in basso, si vedono i nostri amici che sono andati in quella che è la piccolissima oasi, che sta alle spalle dell'attendamento e che non si riusciva a determinare dal basso, ma che in realtà è davvero piccolissima, a cercare rami secchi di legna e hanno cominciato a preparare un falò per riscaldare la cena, che arriva, preparata chissà come, nelle capanne nascoste tra le frasche, dove vive, almeno credo una famiglia di nomadi, proprietari della piccola area verde, attorno alla quale pascolano anche un po' di animali. Quando arriviamo, le fiamme sono già alte, poi piano piano si affievoliscono e rimangono le braci da ravvivare, aggiungendo di tanto in tanto altre frasche secche di palma. Intanto che il cous cous si scalda, ci viene data una soupe classica di carote, una persecuzione, ottima per la verità, che pure va giù benissimo e che sarà una presenza costante nei pasti di tutto il viaggio, poi l'ottimo cous cous, con verdura e carne di montone, altro piatto che troveremo continuamente. Il tè alla menta come giusto scorre a fiumi, con le cure di Salek che continua a produrne in quantità, sfornando bicchierini fumanti in continuazione. Più tè nel deserto di così... Voglio proprio confermarvi che stare qui mentre il calore delle braci si diffonde e la luna sale dietro le dune, vale proprio la pena. Quasi dispiace ritirarci nella tenda, intanto perché fa piuttosto freddo e poi perché sembra di rinunciare a qualche cosa. 

L'accampamento
Non resta che rimbaccuccarsi alla meglio e cercare di dormire. Guadagnamo il nostro spazio e cerchiamo trovare la posizione giusta, quando un urlo squarcia la notte. Usciamo di corsa, ma cosa succede, Lina sembra paralizzata sulla soglia della tenda con uno scarpone in mano. In basso, a terra, appena uscito da sotto la stuoia, tra il materassino ed il lenzuolo, un bello scorpione giallo, quasi trasparente, immobile, ma con la sua bella coda levata verso il cielo, che forse vuole solo mimetizzarsi nella sabbia, senza essere troppo disturbato, ma noi non sappiamo quale siano le sue reali intenzioni, orse non glielo hanno detto che i turisti non bisogna morderli, che c'è un accordo, un trattato o non so come dire meglio, ma son cose che non si fanno, ma quello devi dire che non ha assolutamente un bell'aspetto. Siamo tutti lì che non sappiamo come reagire, ma ecco che arrivano di corsa i nostri che vista la mala parata, con una ciabatta prendono il malcapitato, senza troppi complimenti, scagliandolo lontano e non stiamo poi troppo ad indagare quale fine avrà fatto. Poi, dopo che ci siamo spostati e tutti ci siamo ripresi dallo spavento, tirano fuori tutto dalla tenda, stuoie, tappeti e materassino e li scuotono tutti ben bene, per scovare altri eventuali ospiti, che per fortuna sembrano non pervenire. 

Il falò
Si rimonta allora il tutto e anzi si inserisce all'interno un altra tendina leggera con gli spioventi di retina tipo zanzariera, completamente chiusa per non consentire la penetrazione di altri ospiti. Poi, ancora un po' scossi e dopo esserci guardati ben ben attorno, ci infiliamo tutti nel nostro fidato sacco lenzuolo, dopo averlo ancora ben sbattuto per sicurezza, anche se non è facilissimo prendere sonno. Il tarlo continua a perseguitarti, ma avremo guardato bene, non è che ce ne sia un bel nido proprio sotto la nostra tenda? Sapremo poi domattina, che la scorsa settimana un turista era stato effettivamente  morsicato e anche se pare che questo tipo di scorpione non sia sicuramente mortale, almeno nella maggior parte dei casi, il piede gli è gonfiato come un melone, l''hanno portato in ospedale e poi piano piano ha risolto, ma sembra che questo tipo di esperienza non sia del tutto piacevole e che se ne possa fare tranquillamente a meno, insomma un male porco, tipo la spina della tracina, sempre che tutto si concluda bene. In ogni caso ricordatevi che se dormite in tenda da queste parti, controllate bene e poi al mattino conviene dare sempre una attenta occhiata agli scarponi, scrollandoli bene prima di infilarli, visto che pare che questi animaletti prediligano passare la notte al calduccio. A domani dunque, ben riposati e tranquilli.

I colori della sabbia



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