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venerdì 26 novembre 2021

Luoghi del cuore 115: I templi dell'Assam

 Dato che la situazione virus comincia a lasciarmi privo di speranze a breve termine su quanto riguarda quella trentina di viaggi che vorrei fare prima di tirare definitivamente le cuoia, comincio a rassegnarmi al fatto che ormai mi rimangano solo più i ricordi su cui rimuginare, masticando amaro. Ecco perchè voglio riprendere qualcuna delleimmagini che mi hanno maggiormente toccato nei tempi felici (espressione del mio amico Zhenia), quando ancora si poteva andare a cercar di scoprire cosa c'è dietro la collina. E oggi mi voglio ricordare di quella che ho vissuto quasi come una fuga, anche se forse era proprio quello il modo giusto per lasciare Calcutta. Alle 4 di mattina, di soppiatto, come ladri che scappano senza farsi notare quando è ancora buio ed i fagotti sui marciapiedi sono ancora immobili. Così mi ritrovo proiettato in quel mondo dove non c'è ancora nessuno per la strada, per lo meno quasi nessuno; in effetti a certi incroci ecco già il movimento di chi sta preparando la giornata che sta per arrivare, qualcuno che carica materiali, frutta, cocchi, balle di tessuti. Qualcuno che riempe camioncini che andranno a scaricare più in là, dove tra poco l'ansia di sopravvivere sta per riprendersi la città. Qualcun altro semplicemente si stiracchia, allontanando lo straccio sporco che è stato il suo riparo notturno e si avvia verso una pompa pubblica, godendosi la temperatura ancora accettabile se pure a te si appiccicano già i vestiti sulla pelle. Sembra che a quest'ora i rossi non valgano, agli incroci neppure si rallenta, tanta è la furia con cui si vuole scappare da questa India tumultuosa. Anche l'aeroporto è ancora semideserto, un'area franca nuova, anonima, quasi corpo estraneo innestato qui per necessità, ma con un'anima differente. Ma bisogna ripartire da qui per raggiungere d'un balzo un'altra India ancor più differente, assolutamente diversa da quelle che ho conosciuto prima. 


Campanelle
Questa volta invece l'intenzione è di arrivare in un'India diversa e sconosciuta, quel pezzo nordorientale del paese che anche geograficamente pare un corpo estraneo rimasto attaccato per sbaglio al subcontinente, una frattaglia di territorio posto al di là del Bangla Desh e che non si sente neppure troppo legato alla madrepatria se si vuol tenere conto di tutti i vari movimenti separatisti che contraddistinguono tutte le minoranze bizzose di questo mondo, popolata di genti dagli occhi diversi che sopravvivono in una terra dalle poche risorse, l'Assam, una grande pianura depositata dal Bramaputra, disceso dal Tibet raccogliendo le acque di tutti i torrenti che piovono giù dalle montagne himalayane, prima di unirsi al Gange per formare uno sterminato paesaggio di paludi e di bracci laterali che si allunga verso il golfo del Bengala. E' la terra delle avventure di Sandokan e Tremal Naik, delle Sunderbands popolate di cobra, tigri ed elefanti, con i babiroussa dalle zanne aguzze che si nascondono tra i cespugli e i tughs con il laccio attorno alla vita. E' stato il primo libro che ho letto nella mia vita: I misteri della jungla nera e si svolgeva proprio qui, in questa terra estrema. Salgari mi aveva innestato questo chip maligno nella testa più di sessanta anni fa. Prima o poi dovevo venire a verificare. Lo sentivo quasi come un obbligo.

Acquisti di fiori e caprette
Questo pezzo di India non attira turisti, niente Taj Mahal, niente forti maestosi o palazzi dei maharaja, solo questa grande pianura assamese, l'immenso fiume che la attraversa e le colline scoscese ed impraticabili che fanno barriera alle montagne più alte del mondo, ricoperte proprio da quella jungla fitta e difficile da penetrare che forse però, nasconde cose che vale la pena vedere. Guwahati è la capitale dell'Assam, cittadona sovrappopolata in cui si mischiano India e oriente. Vedi facce diverse, quelle piccole e nere dei bengalesi arrivati da occidente, a fianco di larghi volti dai nasi schiacciati che rivelano l'origine tibetana e poi facce dalle guance pienotte delle ragazze del sud, occhi tagliati alla birmana, turbanti sikh e vestiti multicolori di tutte le fogge del subcontinente che si mescolano nella consueta confusione del sovrappopolamento. Ma la città apparentemente anonima, nasconde un luogo particolare. Prendendo una stradina tortuosa si sale su una vicina collina dove sorge il tempio Kamakhya, uno dei centri principali del neo-Vaishnaismo, una delle mille religioni indiane e loro varianti, comunque la principale qui nell'Assam. Tanto per riassumere questa corrente dell'hinduismo, vi racconto la storia di Sati o Shakti, che innamorata di Shiva il distruttore, lo sposa nonostante la furiosa invidia del bieco Shakhta. 

Per non farvela lunga, disperata per gli insulti di Shakhta, la povera Sati si sacrifica, ma il marito, il bizzoso Shiva dopo aver staccato la testa all'invidioso e averla sostituita con quella di un caprone, comincia una danza macabra sul corpo dell'amata Sati deciso al termine della quale, a distruggere l'intero universo. Solo attraverso l'intermediazione di Visnu, Shiva il distruttore si placa. Il corpo di Sati viene smembrato in una cinquantina di parti che vengono sparse in tutta l'India. Le dita dei piedi finiscono a Calcutta, mentre su questa collina finisce la sua yoni (l'equivalente del maschile lingam insomma, tanto per capirci) dove sorgerà questo tempio tantrico dedicato alla femminilità, tanto che il festival annuale in giugno celebra appunto la fine delle mestruazioni della dea. Quindi il punto chiave di questo luogo tantrico è il sangue, sangue e ancora sangue, ottenuto dallo sgozzamento sacrificale di una quantità di caprette belanti che potrete portarvi da casa o acquistare direttamente al tempio. I pellegrini che salgono qui con ogni mezzo, formano una folla compatta e pervasiva, come in ogni santuario di ogni religione che si rispetti. Dovunque bancarelle per comprare generi di conforto o materiali per le puje, ghirlande di fiori o caprette per il sacrificio.

Per la erta scala che ascende la collina verso il tempio ti devi fare largo tra famigliole in vacanza e gruppi di fedeli più motivati e compatti i cui uomini sono coperti da larghi scialli bianchi bordati di rosso, l'emblema di questa setta di adoratori di Visnu, in particolare della suo avatar Khrishna, quel giovinetto blu appoggiato su una gamba sola che suona il flauto alle sue pastorelle, le Gopi, nella iconografia più tradizionale. Lungo la scalinata una serie di sadhu dalle lunghe barbe ed i volti segnati da emblemi colorati, si rivolgono alla carità dei fedeli. Mentre sali tra la folla ti sembra di entrare a far parte di un rito tribale ed arcaico. All'interno del tempio attorno al grande edificio centrale dove è nascosto il sancta sanctorum a cui affluisce il sangue delle caprette sacrificate in una sorta di tettoia mattatoio laterale, dove i sacerdoti addetti, dopo averle benedette inseriscono il loro collo in una specie di giogo, su cui abbattono una pesante scimitarra, la gente si accalca per entrare e vengono formate tre diverse file a seconda della entità dell'offerta. Per quella semigratuita, la folla infinita viene fatta infilare in una specie di strettissimo corridoio ingabbiato da sbarre che si snoda attorno a tutta la costruzione e qui le persone vengono chiuse dentro a chiave ad aspettare il turno per ore. 

Il sacrificio
Nello spazio non ci passano più di due persone alla volta (o una grassa) ed una sensazione claustrofobica indescrivibile ti prende solo a guardarle queste gabbie, dove, invece la gente si accoccola serena chiacchierando in attesa del turno. Qualcuno mangia le provviste portate da casa, i giovani digitano sugli smartphone, gli altri ti scrutano con curiosità. Pagando, l'accesso è immediato e trovarsi all'interno buio del tempio rinnova il senso di prigione, accentuato dall'odore dolciastro del sangue e delle offerte versate con cura sul lingam centrale, latte, burro fuso, fiori e altro. Un rito ancestrale segnato dal salmodiare di sottofondo dei sacerdoti che come in ogni luogo santo pregano e all'occorrenza benedicono e raccolgono offerte. Fuori, tutto dà invece l'impressione di un'area picnic, con ragazzi e famiglie che sfruttano la giornata di vacanza, chiacchierando sull'erba, ansiosi di farsi un selfie con lo straniero, merce rara da raccontare a casa, la sera al proprio ritorno. I belati delle caprette quasi non si avvertono soffocati dalle risate argentine ed acutissime delle ragazze indiane che ciondolano la testa in segno di soddisfatta approvazione. Scendiamo a valle, perché oggi ci sarà ancora un sacco di strada da fare.

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martedì 19 maggio 2015

Un altro treno nella notte

Il mercato di Dibrugarh

Assam - Cogliendo il thé
Serata buia sul terrazzino dell'Helsa cottage a lume di candela, si sa che quaggiù di luce di notte ne arriva poca, mangiando pollo e dal con papad sottilissimi e croccanti che bruciano la lingua. Alla nostra tavola, Fernando, che viene da Saragozza e si è preso un anno sabbatico per girare l'Asia. Ormai è quasi alla fine del suo percorso e gli è cresciuta una barbaccia salafita che lo confonderebbe tra la folla in molti paesi, non fosse per il pesante zaino che è anche la sua casa. Certo, girando con pullman e treni, i tempi sono molto più dilatati e poi girare da solo lascia più spazio al pensiero e alle valutazioni interiori. Qualcuno ama molto questo sforzo solitario, certo non litighi con nessuno, il contraltare è che non puoi neanche dire a qualcuno: guarda che bello. Insomma ci sono i pro e i contro nel viaggiare da soli. Lui sembra abbastanza tranquillo, a questo punto gli mancano solo due o tre mesi per portare a termine il suo cammino e appare come rassegnato al destino che si deve compiere fino alla fine. Legge molto, chissà se questa esperienza gli avrà dato quello che cercava. Di certo sarà stata impegnativa e con una sua utilità intrinseca. L'aria intanto è rinfrescata parecchio e dalla balconata sulla valle non si vedono neppure più le masse nere degli alberi tra cui sono nascoste le baracche. Meglio ritirarsi sotto le zanzariere.

Il check post tra Nagaland e Assam
Nahmey, la guida konyak arriva con calma la mattina. Andiamo alla polizia a segnalare la nostra partenza ad un presidio piuttosto assonnato ed infastidito di dover tirare fuori il registrone con gli spazi da riempire ricavati con cura con un righello dentellato. Poi sono solo curve in discesa per ritornare alla piana dell'Assam. Il posto di confine sembra semiabbandonato. A quest'ora non passa nessuno. Il graduato alla scrivania ha voglia di chiacchierare un po'. Sarà stato spedito in quella sorta di fortezza Bastiani, da Delhi, ad una inutile operazione di controllo e segnalazione su montagne di cartacce che finiranno a marcire nello stanzino retrostante. Fa caldo qui in pianura. Si interessa molto almeno in apparenza, alle motivazioni culturali che mi hanno condotto fino alla terra dei Konyak, se ne ho tratto spunti di interesse sufficienti a consigliarne la visita agli amici e così via. Si capisce che cerca di trattenermi il più possibile, poiché non ha niente altro da fare per impegnare il suo inutile tempo. Chiama un sottoposto per far portare un thé e vuol conoscere ancora quale saranno le tappe future del mio viaggio. Sorride compiaciuto al sapere delle mie tante volte in India, poi a malincuore mi lascia al mio destino, mantenendo la posizione dietro la scrivania malandata, di certo un lascito della dominazione coloniale.

La frontiera
Le sole cose lucide tra le baracche fatiscenti che circondano questo avamposto sperduto sono i grandi cartelli rosso fuoco della Vodafone che garantiscono una connessione super rapida a chiunque faccia l'abbonamento. Di lì in poi solo le sconfinate piantagioni di thé o i gruppi di ragazzi in costume che vanno a piedi in qualche villaggio vicino dove si svolge uno dei tanti festival. L'India sovrappopolata è di nuovo lì e ti avvolge nel suo abbraccio caldo, dolciastro e carico di sentori di spezia. Tutta una umanità scende a valle, nella piana dove scorre il grande fiume. Dibrugarh è lì in fondo a raccogliere questo flusso, cittadina relativamente piccola, ma con la stessa confusione frenetica di quelle più grandi. La necessità di cambiare denaro in una banca ti mette ancora una volta di fronte ai meccanismi della burocrazia indiana. Ufficietti sovraffollati dove respiri però un aria sacrale di sacerdoti che detengono la verità al di là delle scrivanie e che per questo guardano la fila dolente e rassegnata davanti a loro dall'alto in basso, riempiendo registri e quando questi sono superati, abbinandoli a lunghe operazioni digitali davanti a schermi obsoleti carichi di programmi tarocchi che si imballano continuamente, mentre alle tue spalle si aggirano fattorini col mitra, che la sicurezza è importante, a fare fotocopie e ancora dalla scrivania alla cassa, con altri mitra e conta e riconta, infine ti danno le tue rupie puzzolenti in cambio di dollari che devono essere puri e immacolati pena il rifiuto, capirà.

Al mercato
E' banca, ma è la stessa aria dei negozietti e delle bancarelle del mercato dove stazioni un paio d'ore prima che arrivi il treno a portarti via da qui. Profluvi di merce povera ma sempre ridondante per attirare il compratore che comunque si ammassa nei vicoletti che puzzano di pesce secco o di verdura sul punto di marcire. I negozietti di oreficeria invece sono presi d'assalto da donne, madri e suocere e giovani ragazze silenziose che scelgono quella che sarà l'unica loro ricchezza di future spose. La luce forte sulle vetrinette piene di braccialettini, catenine splendenti, orecchini e grandi pendenti da naso, richiama le attenzioni di questi gruppetti che si spostano dall'uno all'altro come falene che sbattono continuamente contro il vetro del desiderio, senza riuscire a penetrarvi. Il corridoio delle spezie invece è avvolto dagli odori dell'India vera. Monticelli di polveri colorate si alternano sui banchi, la curcuma giallo oro, il chilly rosso fuoco, cardammomo verde, masala e miscugli di curry in tutte le sfumature del marrone. Ogni banco ha la sua miscela segreta, la migliore ovviamente del mercato; i misurini attendono di essere riempiti per andare a confondere gli altri sapori nel buio delle cucine. Le frutta impilate con maniacale precisione mostrano la ricchezza dei mandarini, delle mele e di quanti altri regali della terra dia la stagione. 

Venditore di immagini sacre
Già compaiono i primi manghi, il frutto degli dei, ancora minuscoli e verdognoli. Grosse papaye sul punto di sdilinquirsi tanto sono mature, formano i mucchi più consistenti. Tutti vanno e vengono, con sporte piene, strusciando i lunghi sari smaglianti o i pantaloni rigonfi e colorati sulla polvere e sulla sporcizia del terreno. Il treno non è ancora pronto a partire nella grande stazione a fianco del mercato. Intanto lungo il muro che la separa dalla città, cinta invalicabile che definisce lo status di viaggiatore, si accalcano camioncini e piccoli autobus assieme alle centinaia di Apecar e ciclorisciò, carichi di valige e pacchi che i possessori di biglietto hanno portato al seguito. Sono le 18 e la sera è già scesa come sempre. La stazione è buia e all'apparenza semideserta. C'è solo un andirivieni affannato di facchini che trascinano immensi fagotti e montagne di valige. Il Radjani express è già lì, lunghissimo e silenzioso, all'apparenza deserto. E' arrivato il momento di salutare Emontonath, uomo di poche parole, che prima vuole accertarsi che tutto corrisponda, la carrozza numero 3, i posti prenotati, l'orario di partenza. Un abbraccio che lascia sempre un poco di tristezza, verso chi non hai potuto conoscere abbastanza e che certamente non vedrai mai più. Il treno sbuffa ogni tanto, come non avesse voglia di partire. Riconosco lo scompartimento descritto a lungo in Cuccette per signora di Anita Nair. Ma non è ancora venuto il momento di tirare le spesse cortine. La notte sarà lunga.

Giovano agghindati per il festival

SURVIVAL KIT

Dibrugarh - Cittadina dell'Assam di circa 150.000 abitanti, importante snodo ferroviario per tornare verso l'area di Delhi. Da Mon circa 130 km ma dovete calcolare almeno 4 ore effettive più le soste. Nell'attesa del treno, c'è fuori della stazione un bel mercato dove procurarsi qualche cosa da mangiare.

Rajdhani Express - Treno notturno che in 48 ore collega Dibrugarh a Delhi. Arrivo a New Jalpaiguri, punto di partenza per accedere al Sikkim in circa 17 ore. Partenza alle 20:35. Cuccetta di 2° classe 2.265 R. inclusa acqua e pasto a bordo.  Scompartimenti aperti da 4 cuccette con tendine. Abbastanza pulito e confortevole. Consigliabilissimo.

Da Mon a Dibrugarh

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mercoledì 6 maggio 2015

Assam: Nel tempio di Shiva

Un sadhu davanti al tempio

Il tempio di Shiva dol
Vijay è un bambino grasso, come del resto lo è il padre, la madre e la zia, diciamo una famiglia tendente all'obesità, cosa non del tutto infrequente tra gli indiani ricchi e la famiglia Singh si può tranquillamente definire almeno benestante, vista la bella macchina giapponese nuova nuova che sfoggiano in questa loro devota visita al tempio. Una bella famiglia di Sikh molto osservanti, il padre con la gran barba nera ben curata e trattenuta assieme ai capelli nascosti dal turbante altrettanto nero, la moglie in un magnifico salwar camiz rosa con piccoli motivi dorati coi bordi verdi e la zia anche lei elegante, con la dupatta in tinta mollemente appoggiata alla spalla. Ma il più bello è certamente lui Vijay, un bel pacioccone con la crocchia raccolta sotto il turbantino leggero che riesce a mantenere uno sguardo serissimo e tutto compreso per la cerimonia a cui ha appena partecipato, con il segno rosso e giallo sulla fronte ben marcato che i vari santoni fuori dal tempio ti appongono accompagnandolo con una preghiera di benedizione in cambio di una piccola offerta. Si mettono in posa per una foto con compunta serietà. Finita la visita al tempio di Shiva Dal a cui hanno reso omaggio pur appartenendo alla religione del guru Nanak, ma in India le religioni sono molto sincretistiche e nell'affollamento dei vari dei c'è un fitto interscambio, se ne stanno uscendo per tornare a casa ed un contatto con stranieri, che raramente capitano da queste parti, è occasione gradita, forse per innato senso di accoglienza, forse per profittare dell'occasione per fare esercitare il ragazzo nell'inglese. 

Con la famiglia Singh
Ma Vijay appare subito timidissimo e non spiaccica parola, salvo porgere subito qualcuno dei dolcetti di cocco che ha avuto in regalo all'uscita dalla funzione. Solo alla fine gli scappa un welcome in Assam, tra i segni di approvazione della mamma, prima di risalire sull'auto tirata a lucido per l'occasione, mentre il padre gigioneggia, sistemando gli specchietti retrovisori lucidissimi. Il tempio è subito dietro, con la sua cupola centrale altissima, un missile puntato verso il cielo, almeno così lo interpretano gli amanti dietrologici che cercano presenze ufologiche nei vimana, i carri volanti raccontati nei testi sacri delle Upanishad. Davanti all'ingresso, una corte dei miracoli di mendicanti che esibiscono le loro deformità cantando e santoni con lunghe barbe bianche che cercano clienti a cui imporre il segno rosso sulla fronte ed un filo di stoffa da legare al polso e quantomeno da benedire. Dall'interno arrivano i canti dei sacerdoti che, al ritmo di cembali, tamburi e tamburelli, accompagnano i fedeli all'interno a versare latte ed altre offerte nel buco centrale, perché arrivino fino a Shiva il creatore/distruttore dell'universo, colui che spazza via ogni cosa per poter ricominciare da capo, ciclicamente, con un mondo nuovo e migliore di quello che lo ha preceduto. Un Dio grillino insomma, molto amato e temuto al tempo stesso, noto soprattutto per la sua furia periodica e per il suo lingam smisurato, oggetto di venerazione assoluta da parte delle donne di ogni età, simbolico com'è di una fertilità così desiderata e fondamentale in questo paese. 

Raccoglitrici di thé
Forse semplifico un po' troppo, ma i punti che ho sottolineato hanno comunque una certa importanza da queste parti. Usciamo dal tempio sufficientemente benedetti per questo tratto di strada e di vita che ancora ci rimane da percorrere, almeno, speriamo che sia così, perché la via che abbiamo davanti è ancora piuttosto difficile e complicata. Comunque appena fuori del giardino che circonda lo Shiva Dal, un mendicante steso su una carriola sventola la sua gamba deforme ridendo come un pazzo, in una sorta di saluto beneaugurante. Rimane però ancora un tratto di pianura prima di arrivare al confine con il Nagaland e man mano che ci si allontana dal Bramaputra il terreno si ondula un poco ricoprendosi all'infinito di piantagioni di thé, una distesa a perdita d'occhio di cespi fitti di questi alberelli alti all'incirca un metro, gonfi di foglie verde scuro, ben disposti in file regolari. A distanze fisse di una decina di metri spuntano altrettante file di alberi di acacia necessari a diminuire l'impatto del sole diretto e ad arricchire il terreno con i loro residui organici. Il tutto conferisce al paesaggio una sensazione di grande ordine e di una agricoltura particolarmente curata. Ogni tanto vedi spiccare tra il verde, le macchie vive di colore dei sari di schiere di donne piccole e di carnagione scura che circondano i cespi raccogliendo a due mani, le fogliolina apicali più chiare, che vengono gettate nel sacco di stoffa che portano appeso alla testa sulle spalle. 

Raccoglitrici di thé
La raccolta procede veloce; le mani si muovono con rapidità mirabile strappando qua e là i germogli, mentre per ogni gruppo un capo rimane in disparte a controllare che il ritmo del lavoro non vada scemando e richiamando di tanto in tanto le più pigre a chiacchierare di meno e ad alzare il ritmo di raccolta. Ma basta che lasci la strada per fare qualche passo tra le piante e subito tutte smettono il lavoro per venirti attorno, circondandoti per chiedere da dove vieni, dov'è tua moglie e quanti figli hai e mettendosi in posa per essere fotografate. Chi tra di loro ha uno smartphone (quasi tutte), provvede a sua volta ai selfies del caso, insensibili ai richiami del kapò, intanto la paga è a cottimo, almeno dieci chili di foglie raccolte al giorno per 8 dollari, salvo surplus, quindi chi non raccoglie non porta a casa i dindini, niente job act a tutele crescenti e tutti felici. Ma il tempo passa e la strada che rimane da fare è corta ma pessima e servono ancora diverse ore, quindi gambe in spalla e andare. Tutto bene, non fosse che forse, la benedizione ricevuta al mattino non funziona tanto. C'era stato un difetto di comunicazione, infatti il dio a cui rivolgersi per avere un viaggio sereno e senza intoppi sarebbe Ganesha, quello con la testa di elefante, figlio del predetto Shiva che essendo, come già vi ho raccontato, appunto piuttosto bizzoso, gliela staccò di netto perché faceva troppi capricci. 

Il negozio dell'elettrauto
Educazione tradizionale, direte voi, quando ci vuole ci vuole, dura ma efficace, salvo che quando la sposa Parvati, con tratto tipico di tutte le madri sempre troppo tenere nei confronti dei figli, lo pregò di rimediare, in fondo è solo un bambino, il buono Shiva, forse conscio di avere esagerato un po', gli rimise in capo la testa del primo che passava davanti a casa. In quel caso fu un elefante e così il piccolo Ganesha, dio della fortuna, simpatico e sempre allegro, si beccò quella testa lì, facendosene una ragione. Fatto sta che, senza la benedizione giusta, la dinamo se n'è andata e la macchina parte solo a spinta. Per un po' si va avanti così, parcheggiandola magari in discesa per essere un po' agevolati, ma poi in qualche modo bisogna provvedere. Così in un paesotto sembra che ci sia un elettrauto di valore che, ficcata la testa nel cofano, la ciondola un po', fa la diagnosi, poi parte con il nostro Emontonath in motorino per andare a procurarsi il pezzo o quantomeno uno abbastanza simile. Una sosta imprevista di circa tre ore. Per fortuna c'è un localino che serve chapatti e thali vegetariano, proprio lì davanti con tavole e sedie di plastica sulla terra battuta. Ci si può anche lavare le mani da una fontanella nel giardino retrostante, davanti alle latrine. Dopo pochi bocconi, la lingua e le papille sono completamente cotte e quindi non senti più nessun gusto, evitando di decidere se ti piace o no. Quando si riparte, la frontiera con il Nagaland è ormai a pochi chilometri.

Una raccoglitrice

SURVIVAL KIT

Un sadhu

Il tempio di Shiva Dol, al bordo di un lago artificiale quadrato, la riserva d'acqua della citta di Sivasagar, è il più famoso della zona e sede di pellegrinaggi continui da parte degli abitanti dei dintorni. La cupola è una Shikhara a ogiva nella tipica architettura di stile  Ahom, che con i suoi 32 metri è la più alta dell'India dedicata a Shiva. Interessante da visitare perché praticamente priva di turisti e piena di fedeli che seguono le funzioni. Da tutti, atteggiamenti molto amichevoli. Se si accetta la benedizione, lasciare una piccola offerta, bastano anche 10 R.

La strada tra Sivasagat e Mon, la capitale del Nagaland, passando per Tizit, è soltanto di un centinaio di chilometri, ma considerando che per gli ultimi 50 dopo il confine, in uno stato terribile, occorrono anche quattro ore buone, alla fine ci si mette quasi tutto un giorno, considerate le soste. Lungo la strada piantagioni di thé.
Da Sivasagar a Mon


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martedì 5 maggio 2015

Assam : Il traghetto sul Bramaputra


Salire sul traghetto



Il Bramaputra
Sono bastati pochi chilometri ed il paesaggio è completamente mutato, dalle aspre e contorte colline ricoperte di jungla dell'Arunachal alla piana senza rilievi dell'Assam. Dopo Pasighat, piombi in questa valle dove l'aria spessa ti impedisce di vedere lontano e l'umidità che, anche nella stagione secca, ingombra l'orizzonte, ti vieta respiri profondi e voglia di infinito. Sei in quell'interregno non chiarito tra terra e acqua, dove ad ogni stagione ricomincia la disputa su chi vincerà quell'anno e dove, chi ci vive, rimane soggetto a questa alternanza, obbligato ad adattarsi o scomparire. La valle è larga quasi cento chilometri ed è completamente preda del grande fiume che la sconvolge periodicamente, basta guardare le documentazioni fotografiche facilmente reperibili, che raccontano di inondazioni epocali, città e paesi spazzati via o ricoperti di acqua e spazi enormi lasciati in secca, isole di sabbia grandi come province e nuove vie che il fiume si crea nella sua ansia di arrivare al mare, quasi che già da qui volesse formarsi un delta infinito, fatto di canali, e bracci contorti e collegati tra di loro, che forse, già c'era milioni di anni fa. Questa è davvero la terra che aveva immaginato Salgari, selvatica perché la natura ne è completamente padrona. Una natura che ignora la presenza dell'uomo all'apparenza troppo piccolo per poterla gestire, ma che, se ne vuole fare in qualche modo parte, si vede costretto ad trovare un adattamento, un accordo purchessia, seguendone i capricci ed i cicli. 

Il ristorante
Così vedi un'agricoltura fatta di campi abbozzati, da un lato ricca, per la fertilità dei depositi del fiume stesso, ma precaria al massimo, perché in qualunque momento può essere spazzata via con la stessa assoluta implacabilità delle case e degli altri insediamenti. Qui il Bramaputra è padrone assoluto ed il suo corso disegna il territorio con voglie mutevoli, quasi fosse un Dio maligno che di tanto in tanto decide di cambiare il suo mondo. Eppure qui la gente vive, non solo sopravvive e cresce a dismisura come in ogni altra parte del subcontinente, facendo crescere ogni sorta di attività. Tutto questo necessita di vie di comunicazione, trasporti e genti in perenne movimento. Così l'uomo si è adattata ai bisogni del grande fiume adeguando i propri modi alla necessità continua di attraversarlo. A Bogeybil il letto stabile del fiume è di quasi dieci chilometri. Qui si è creato un sistema complesso di mezzi che consentono di traversare e poter arrivare agli stati del sud fino alla Birmania. Traghettare è una esperienza. Emontonath ha guidato spedito e senza concedersi troppe soste perché bisogna arrivare alla partenza dei traghetti prima delle tre, poi si rischierebbe di rimanere da questa parte del fiume per tutta la notte. Quest'anno il Bramaputra non si è ritirato moltissimo e la lingua di sabbia dove è sorto un gruppetto di baracche attorno alle quali si sviluppa il meccanismo, è piuttosto solida. Ci arrivi attraverso una lunga pista attraverso campi acquitrinosi, popolati di vacche piccole e magre e bufali sdraiati nelle pozze fangose, che indovini facilmente come casse di espansione dei mesi piovosi, ma che stupiscono per le dimensioni sconfinate. 

Carico delle auto
Al punto di raccolta c'è una gran confusione di macchine, moto, camioncini ed altri mezzi, alcuni sovraccarichi di merci che devono passare dall'altra parte. Nell'acqua, una serie di barconi che a loro volta seguono un loro ordine per arrivare a caricarli. Tutto intorno il bailamme di chi di queste necessità vive, posti di ristoro, friggitori di samosa e dolcetti, venditori di generi di conforto confezionati, donne coi cesti pieni di frutta e verdura da pronto consumo, tutti che si agitano in mezzo a baracche e tende a sottolineare il massimo della provvisorietà. Anche se la confusione appare massima, deve esserci una sorta di ordine precostituito, perché nessuno si agita o litiga per i turni, ma ognuno sembra sapere a priori quando toccherà a lui. Ad un certo punto Emontonath, sempre parco di parole, ci fa un segno e sale in macchina dirigendosi verso il barcone che si è appena ormeggiato alla riva. Tra il ponte e la sabbia c'è più di un metro di dislivello, ma questo non sembra un ostacolo preoccupante. Vengono poste di traverso due assi apparentemente robuste che li collegano, quindi l'auto, presa la mira con l'aiuto degli astanti, ognuno del quale dà indicazioni diverse e contrastanti, con un certo abbrivio si lancia sulle due passerelle larghe poco più dei pneumatici e tenta di salire sul ponte. Le assi sono bagnate da precedenti passaggi e le ruote slittano, ma con le spinte caritatevoli di altri addetti che impediscono che l'auto scivoli indietro, si riesce finalmente a saltare a bordo, fermandosi anche in tempo prima di cadere nel fiume dall'altro bordo. 

Discesa
Un paio di cunei assicurano la stabilità per la traversata, poi salgono altri due mezzi, tre è il massimo consentito dallo spazio, poi sulla stessa passerella saliamo tutti a bordo equilibrandoci con le braccia. Anche se l'acqua qui è bassa, finire nel fiume è un'esperienza, già fatta, che preferirei evitare, più che altro per la figura. Un gruppo di locali che hanno caricato una Toyota piuttosto lussuosa, guardano con una certa sufficienza e un bagno fuori programma credo lederebbe irrimediabilmente la supposta credibilità occidentale. E' una questione di orgoglio. Ci accoccoliamo sul cassero, mentre il proprietario dell'auto, di certo un maggiorente della zona tiene concione ai suoi sottoposti, agitando le mani grassocce, bardate da otto diversi anelli d'oro, uno per dito, esclusi i pollici, opponibili a fatica. Lo ascoltano con molta attenzione, potrebbe essere anche un politico in giro elettorale, dallo stile per lo meno. Intanto il traghetto lascia la riva e sei subito in mezzo al fiume. L'acqua che sembrava quasi ferma è invece percorsa da correnti e gorghi continui, giallastra e limacciosa, sembra avere la fretta di chi ha ancora molta strada da percorrere prima di arrivare al suo traguardo finale, portando con sé l'argilla fine raccolta sull'altipiano tibetano e non avendo ancora deciso dove depositarla, almeno per un po'. La traversata si matura sotto un cielo greve di nubi basse e grige, quasi vogliose di lasciare un segno del proprio passaggio prima di andare più a nord a perdersi nelle foreste delle alte vallate. 

I piloni
Sembra un paesaggio primordiale, questo fiume esagerato che solo lo stantuffare lento del diesel che spinge la barca, inquadra in una dimensione temporale, diversamente potresti immaginarti mille anni addietro o anche di più. Ma se alzi gli occhi dietro di te, scopri che qualche cosa sta cambiando, che l'uomo non si rassegna a sottostare a quel capriccio della natura di cui si parlava all'inizio, non ci sta ed accettare l'incertezza della stagione e l'impeto delle precipitazioni. Vuole sicurezza, pretende di programmare, non solo subire. Uno dopo l'altro a distanza regolare una serie di doppi piloni alti qualche decina di metri e di diametro altrettanto colossale, formano una fila il cui termine si perde nella foschia azzurra dell'orizzonte. Sono gli avamposti del ponte faraonico che renderà obsoleto questo sistema millenario di traghetti, eliminando l'incertezza dei collegamenti tra le due parti dello stato. Un'opera davvero gigantesca che irrimediabilmente vuole segnare la pretesa umana di andare avanti comunque, con un taglio netto, una riga retta, che trovi già segnata, anche se col tratteggio del futuribile, sulle carte. Un segno dell'uomo inconfutabile, ché la natura non riesce a procedere senza curve. La barca naviga borbottando fino all'altra sponda, dove si ripetono le precarie operazioni di sbarco. Siamo su un isolone sabbioso di cui non vedi i confini. Passando sotto un pilone puntato verso il cielo, la pista serpeggia verso sud. Ogni tanto qualche macchina isolata ai fianchi, tenta di cavarsi dalla sabbia in cui è rimasta impaniata. 

Due turisti
Tutti procedono in fretta anche se la colonna di mezzi si snoda in tante vie alternative. Il tempo passa e comincia a farsi scuro, dopo qualche duna più alta ecco un altro braccio del fiume, un altro assembramento organizzato, un'altra risalita sul ponte, questa volta, se possibile ancora più precaria e paurosa. Ma neanche oggi il dio del fiume ci ha voluto e ricomincia un'altra traversata. Quando arrivi alla sponda finale scorgi anche quello che sarà l'inizio del ponte, con la carreggiata altissima, già in costruzione, perché è proprio lì rivolgono di tanto in tanto lo sguardo i traghettatori. Forse dentro di sé lo maledicono, perché metterà fine al loro lavoro di sempre, forse invece ne intravedono opportunità, se al contrario aumenterà a dismisura occasioni di affari nuovi, ancora da immaginare forse, chissà. Quando scendi ti fai strada tra il gruppo di tassisti che cercano di accaparrarsi gli ultimi clienti disponibili della giornata. La traversata è durata in tutto un paio d'ore, il tempo per meditarci sopra e perdersi in questo paesaggio disarmante dalle dimensioni epocali. Rimane ancora un'oretta per arrivare a Sivasagar. La notte è ormai discesa completamente e la strada, finalmente diritta che consente un minimo di velocità può finalmente trasformarsi nell'ultimo incubo, così come appare, un toboga nero in cui, di fronte, arrivano luci gialle che ti sfrecciano accanto sfiorandoti, mentre tenti di superare le luci rosse più lente che ondeggiano di continuo davanti a te.

Il futuro ponte

SURVIVAL KIT

Tragetto di Bogeybil - E' l'umico modo per passare dall'altra parte del fiume, arrivando nel sud dell'Assam prima del ponte di Tezpur 200 km circa più a valle. Calcolate almeno due ore per l'intera traversata, variabile comunque a seconda della stagione, che nel periodo secco viene compiuta da due traghetti diversi, data la presenza di isole in mezzo al fiume. Ogni traghetto porta tre mezzi ed un numero adeguato di passeggeri. Per chi passa a piedi, ci sono servizi di taxi che raggiungono le rive e percorrono  il tratto sull'isola intermedia. Dovrete arrivare al traghetto prima delle 15, ora limite per le ultime partenze della giornata. Non si sa quando sarà terminato il ponte colossale che assieme ad una superstrada idonea, modificherà le comunicazioni di quest'area. Per ora sono in via di completamento i piloni e vengono posate le prime campate. Da Aalo a Sivasagar 270 km. Calcolate 6/7 ore più un paio per traghettare.

Hotel Bramaputra Nazira Ali Rd  .  Sivasagar . 3500 R la doppia inclusa colazione a buffet. Di buon livello. Camere belle e con buone dotazioni, pulizia insolita per questa area. Rinnovato da poco, quindi molto in ordine. Free wifi molto potente nella hall.AC, TV no frigo. Ristorante piuttosto elegante con piatti attorno alle 400R, cucina indiana e cinese. Unico neo lontano dal centro se volete fare una passeggiata. Personale gentile

Da Aalo a Sivasagar

Il Bramaputra


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