giovedì 16 settembre 2021

Lamenti

Menton - la plage


Che siamo esseri incontentabili l'ho già rimarcato più volte, noi metereopati in particolare. Se non piove, c'è il problema della siccità, che, per carità bisogna chiedere subito lo stato di crisi; se invece piove, maledizione è finita l'estate; se c'è il sole, fa troppo caldo, che pizza, si soffoca; se è nuvolo, non se ne può più di questo tempo di m... E sempre un occhio al meteo e maledizioni a destra e a manca se non ci azzecca al millesimo. Ora, ho capito che non bisogna esagerare, ma nel tempo in cui sono stato nell'Eden della Val Chisone avrò avuto si e no 5 o 6 giorni davvero belli, di quelli in cui al mattino si mette la testa fuori e non ce n'è per nessuno, si parte per la gita a una vetta, che poi io di gite alla vetta non ne faccio più da venti anni, lo so, e al massimo mi trascino fino alla Rosa Rossa a far venire ora di pranzo, lamentandomi coi vicini di quanto è cogliona la gente, ma fa niente, tanti altri magari la facevano la gita. Ma nello stesso tempo non è piovuto praticamente quasi mai o comunque mai nel momento giusto e mi riferisco naturalmente alla luna, per cui i miei incaricati non hanno portato a casa neanche l'ombra di un fungo che è uno e quindi quest'anno non ho avuto il piacere di mangiare neanche due porcini fritti di numero, che direi è quasi blasfemia. Adesso che sono al mare sono due giorni che piove, anzi peggio, il primo mi ha fatto andare fino in spiaggia, pagare il parcheggio e poi si è messo a sgocciolare, per cui ho dovuto scappare a gambe levate, smenandoci pure i due eurini. Il secondo era prevista pioggia da magnìn tutto il giorno e specialmente dopo l'una, per cui visto che al mattino già veniva bene, non sono neanche uscito di casa (salvo inviare un veloce messo ad acquistare due ettari di tarte au pommes, che mi fa impazzire come la fanno qui) e adesso sono ore che è uscito il sole, anzi ad onor del vero farebbe già caldo, roba da far venire il nervoso. E non avrei neanche il diritto di lamentarmi? Il peana dell'Eden l'ho già fatto ieri, oggi direi che ce n'è abbastanza per scatenare le reprimende del pensionato uggioso, a questo punto mi mangio la torta e ci vediamo domani!


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mercoledì 15 settembre 2021

Eden

 

Menton

Mi sono fatto convinto, direbbe Montalbano, che se c’è mai stato un giardino dell’Eden, o come volete chiamarlo a seconda della vostra religione, che ognuna ha il suo particolare Paradiso terrestre, questo è sicuramente stato ideato in riva al mare. Non c’è ragione che non sia così, date retta a me che ne ho viste tante e tanti di posti bellissimi e accattivanti. Certo la montagna è magnifica, le vette incombono e portano a considerare il sentimento del sublime, d’accordo, ma al mare innanzitutto c’è il mare e questo credo che nessuno lo possa negare, è un assioma lapalissiano e incontestabile. E al mare non puoi stare che bene. Bastano i piedi al contatto con la sabbia, quella pressione delle dita che la penetrano come fosse carne viva, calda e pulsante, il leggero crocchiare che provoca il tuo peso quando il tallone la penetra e la stessa fatica dell’onda che bagna appena la riva, dove vai a mettere il piede affinché sia lambito dolcemente, affinché tu possa sentirne il calore, l’umidore accogliente di quel liquido amniotico da cui arriva la vita di questo pianeta. La carezza del sole sulla pelle e il profumo che ad occhi chiusi senti arrivare da quel piano azzurro in perenne movimento, un odore salso e sapido, di alga viva, di pietra bagnata, di scoglio scolpito dall’impeto della spuma bianca che lo tormenta nell’acme  infinito, mentre si sbrindella in mille schizzi di piacere. 

Il caldo non ti soffoca mai, intanto perché sei pressoché nudo, quasi allo stato di natura, anche se sgradevole alla vista, ma pazienza, in fondo nessuno vede se stesso e la tendenza comunque è a soprassedere, a giustificare, in ogni caso a non essere troppo severi nel giudizio, anche se non ci sono vesti che occultino o camicie che facciano difetto. E se per caso fa troppo caldo, proprio lì a due passi, c’è il più straordinario modo di rinfrescarsi, ogni altro è un succedaneo, un sostituto miserevole e non paragonabile al bagno di mare. Una vasca infinita nella quale crogiolarsi all’infinito e poi ancora. E quando ne sei sazio, se mai arrivi ad esserlo, c’è tutto quello che sta alle spalle della battigia, una terra di latte e miele, da cui vengono brezze di monte, leggere e profumate, sentori di rosmarino e borragine e più avanti odori più forti di lentischi e tamerici selvagge ed aspre (sempre così sono le tamerici, lo dicono almeno i poeti, io non so neanche cosa siano, al pari degli asfodeli dell’altro giorno, ma dai, fa tanto poetico e suona benissimo). Il monte del mare poi, è quasi sempre selvatico e spinoso, la macchia mediterranea impenetrabile e aspra, ma ricca di profumi forti e distintivi che richiama sempre il salmastro dell’ingombrante vicino. 

In questa stagione poi, la folla ha lasciato la spiaggia e stare sulla rena a piedi nudi, quasi da soli (oggi ci saranno state venti persone in un chilometro), solo qualche presenza lontana che prova col piede la temperatura dell’acqua, non ha prezzo. Sarà per questo che per non farti godere troppo, chi pensa all’organizzazione generale ha deciso che da oggi qui sulla côte debbia piovere, cielo grigio e nuvole spesse che non promettono nulla di buono, come dire: non farti troppe idee in fondo sei un travet con la nuvoletta nera che ti segue, non pretendere troppo, soffri in silenzio e vediamo se starai bravo, tra qualche giorno. Anche domani pioverà, stavolta copiosamente, pazienza, tanto siamo già nel paradiso terrestre, perché lamentarsi, al limite come consolazione, c’è sempre la sfilata dei ristoranti sulla passeggiata. E se non mi sentite per qualche giorno non fateci caso, un po’ sarà la pigrizia che mi prende quando mi spiaggio come un otaria, un po’ il roaming che con i suoi costi nascosti mi impedisce di collegarmi.

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domenica 12 settembre 2021

Profumo di asfodelo

 

asfodelo - da wikipedia

Oggi non scrivo niente, non ho né voglia, né idee, mi spiace. Mi guardo un episodio della casa di carta e oggi pomeriggio, mi godo il gran premio di Monza. Avrò ben diritto a un po' di riposo, insomma! Dopo tre mesi di direzione lavori (da un tavolo del bar della Rosa) sono assolutamente esausto, le fatture le ho pagate tutte, così ho abbandonato le impalcature ancora allo stesso punto di prima e mi potrò cominciare a godere finalmente un po' di vacanza marina, che è un anno intero che non sento lo sciabordar dell'onda ed il profumo di asfodelo! Veramente non so neanche cosa sia l'asfodelo, devo andare a cercarlo su wiki benedetta, ma sentitelo, ripetetevelo a mezza bocca un paio di volte, asfodelo, asfodelo, che suono dolce e delicato, di sicuro un profumo inebriante, seppure sottile e femmineo, da suscitare pensieri inconfessabili. Ci sono parole che per il loro stesso suono, nella nostra lingua dalle parole lunghe e musicali, danno diletto e godimento al solo pronunciarle, sia per il significato sotteso che anche solamente per il loro sonar gentile e ricco. Salciccia, per esempio; al solo ripeterla vi riempie la bocca, vi sazia e vi delizia al tempo stesso, vi rende ebbri di quella soddisfazione che si prova quando si soddisfano le passioni, i vizi più condannabili, la gola in questo caso. 

Dovrebbe essere un esercizio consigliato dai dietologi in sostituzione ai pasti, almeno a qualcuno di essi. Tutto ciò mi fa ricordare che dovrei sentirmi pronto alla prova costume, in quanto tra un paio di giorni dovrò esibirmi di fronte alle esigenti e raffinate francesi. Non ho lavorato molto su questo punto. lo confesso, vorrà dire che anche quest'anno se ne dovranno fare una ragione. Ma continuiamo invece a vellicarci con le parole, Maccherone, Filomena, Stracciatella, sentite che melodia, che cadenza, sembra musica a ripeterla, deve essere facile fare il rapper in italiano, le frasi suonano già da sole. In molte lingue deve essere molto più difficile. Il cinese ad esempio, in generale, come tutte le lingue monosillabiche, zhong, mao, bian, ti arriva subito il concetto, ma il suono non ti impasta la bocca, non ti lascia il tempo, perché il suono della parola ti ronzi nella mente riscaldandola con la sua sola musicalità. 

Altre come l'arabo e il tedesco le sento un po' ostili con la loro rauca pronuncia, le aspirazioni continue che danno ansia, i suoni duri e raschiati, per creare atmosfere ambientazioni da sogno. Anche un lied cantato con dolcezza, mi urta come un ordine perentorio da parte di un taliban col mitra in mano. Invece altre lingue come il russo, con le sue parole lunghe e modulate, suoni che paiono vergati a mano come note delicate su un pentagramma di pergamena, mi paiono più adatte al concetto che ho cercato di esprimere. извините пожалуйста, sentite la dolcezza del suono, l'abbondanza delle i che rendono più dolce la frase, l'abbondanza di vocali, le a che si trascinano più a lungo quasi a voler ancora chiedere scusa. Se poi il tutto è pronunciato da una donna biondissima, con gli zigomi alti e gli occhi di un azzurro cielo che sfuma all'orizzonte in una tundra infinita, pelle delicata come le betulle bianche, non vi farebbe sdilinquire al solo ascoltarla, non vorreste rimanere lì a sentirvelo ripetere di nuovo e poi ancora? Di certo l'invenzione del linguaggio ha fatto fare il salto di qualità, almeno quanto la cottura dei cibi, non c'è dubbio e con questo vi confermo che oggi non ho voglia di scrivere altro e mi ritiro.

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sabato 11 settembre 2021

E adesso fa caldo

Alessandria - il ponte Mayer

L'uomo è davvero un animale incontentabile. Non finivo di lamentarmi fino a ieri di come ormai la montagna stesse volgendo il capo verso l'inverno, gufando neve, gelo e tormenta e adesso son già qui a neanche 24 ore di distanza, nella città tentacolare che mi lamento di come faccia ancora caldo, della pelle appiccicosa e e delle lenzuola che si attorcigliano attorno alle gambe. Bisognerebbe porre un freno alla lamentosità della gente, oggi ancor più di un tempo dato che tutte queste querule geremiadi vengono poi moltiplicate sui social sui quali, io per primo, si sfogano tutti i malesseri degli incontentabili umani. Chi li ha inventati forse non aveva neppure previsto che il motivo di questo successo inimmaginabile, fosse dovuto in primis a questo aspetto di pianto continuo e ovviamente poco motivato, almeno nella maggior parte dei casi. Certo poi viene la possibilità di esternazione della propria parte oscura, l'odio sparso a piene mani e la goduriosa possibilità di spargere scemenze, insulti e menzogne a profusione senza doverne pagare pegno. Questa un po' la sindrome già conosciuta, dell'abitacolo della propria auto, luogo liturgico all'interno del quale persone di norma ammodo ed educatissime, si lasciano andare alla esternazione delle peggior cose all'indirizzo di chi li circonda, anche questi protetti a loro volta dalla confortevole corazza di lamiera del proprio veicolo. 

Non è detto infatti che, fermata l'auto o nel nostro caso abbandonata la tastiera e scesi in strada, poi la gente sfoderi il proverbiale cacciavite per perforare l'intestino tenue del proprio avversario, qualche volta lo fa, è vero, ma in misura minima rispetto ai casi che si dovrebbero prendere in esame. Questo succede dappertutto, anche nella rispettosissima Cina dove nel traffico ho sentito più volte al mio pilota e accompagnatore pronunciare l'orribile e irriguardoso wan ba tan, uovo di tartaruga (l'edulcorazione del nostro stronzo) l'impronunciabile insulto rivolto a chi tagliava improvvidamente la strada, cosa che mai sarebbe stata digeribile se pronunciata di persona personalmente, direbbe Catarella. Insomma sarei quasi portato, non dico a giustificare la cascata inarrestabile di insulti, vituperi e porcherie inviate via web, accettandole come sfogatoio liberatorio del popolo, una sorta di stanza delle violenze data in uso temporaneo dove tutto è concesso una tantum, anche l'uso della mazza da baseball per sfondare ogni cosa a portata di mano, per poi poter tornare, una volta uscito, ad una vita civile e dignitosa fatta di prego, scusi, prima lei. Ma sì, anche se fa caldo, maledizione, gustiamoci ancora un po' questa libertà e ragioniamo sul fatto che avremmo potuto benissimo nascere in Afganistan.


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giovedì 9 settembre 2021

Settembre andiamo...



 Se le cose stanno così, adesso che è appena iniziato settembre , non oso pensare cosa saranno le vie del mio paesello verso metà novembre, con la bruma che cala dai fianchi più scoscesi del monte e le muraglie del Forte che si perdono alla vista tra le nuvole alte. Neppure il bramito del cervo che si annida nei boschi tra i pini più alti ed i larici resi ormai gialli dall'incombente inverno, con l'odore metallico della neve che ha una disperata voglia di scendere, ma non ne ha ancora la forza, smuoverà voglie di esploratori incalliti e gitanti di gamba buona. Sarà il tempo della furia della tormenta e del gelo che faceva dire al Cardinal Pacca, prigioniero di lusso tra le antiche mura: - Se vuoi conoscer l'inferno vieni a Fenestrelle d'inverno - e va bene che non c'erano i vetri nelle celle e che ormai è tempo di global warming, ma parole come queste avranno voluto pur dire qualcosa. Rimarrà così solo la gran via che attraversa il paese completamente deserta, i pochi vecchi rimasti, rintanati in casa ad accendere le stufe a pellet, che costa meno della legna del monte, a sbucciare qualche patata bitorzoluta, che qui in queste terre avare anche le famigerate Agria, la varietà che va per la maggiore in pianura, perché rende tantissimo, producono pochi tuberelli duri come il ferro che se li tiri in testa a uno lo ammazzi, pietre vere e proprie che si confondono con i ciotoli della montagna, ma che i rari contadini del luogo si ostinano a piantare nella speranza di gabbare qualche gitante. Neanche gli gnocchi vengon mangiabili con questa varietà, buona solo da fare patatine da busta, cariche di olio fino a farti scoppiare il fegato grasso, che ce l'abbiamo tutti ormai il fegato grasso, anche peggio delle oche da fois gras. 

Certo nessuno le mette più le famose piattelline o le mitiche patate del burro, quelle che doravano in padella, sciogliendosi poi in bocca e che qualche astuto contadino, che le ha, spaccia ancora come oro colato su qualche banco di squisitezze a 8 eurini al kilo, ma son comunque così poche che qualcuno, cagamaretto con la bocca a cul di gallina per far vedere quanto è gourmet, se le compra lo stesso. Avessero almeno il buon senso di mettere le Bintje, che ne facevano pur poche ma in maniera accettabile, ma che avevano una pasta gialla deliziosa e le caiétte della tradizione venivano benissimo e le patate salà an t'la brunsa ancora meglio, specialmente se arricchite da cotiche e salamino, ma grasso mi raccomando che il rimasuglio croccante sul fondo della pentola venisse via solo se lo grattavi bene. Robe da inverno insomma, che piace ricordare solo agli occitani doc appunto, che ancora infestano queste valli e che si emozionano solo al suono di Se chanto, specialmente se la ghironda di accompagnamento è quella dei Lou Delfin. Noi, i Davalìn, come ci chiamavano una volta o i vilegiant, che anche se siamo gli unici a portar su qualche soldo in queste valli disperate, siamo un po' mal sopportati e lo sappiamo che alla fine, i quattro residenti del paese, aspettano soltanto che ce ne andiamo e che non ci facciamo più vedere fino ad un altro anno, posto che siamo ancora vivi, in modo da lasciare finalmente libere le vie del paese, dove se incontreranno un altro loro simile che sale dal fondo, gli sembrerà sempre che ci sia già troppa confusione. 

In fondo è sempre stato così, anche quando il paese, anzi la Città come si chiamava allora, brulicava di gente, c'erano undici locali pubblici, tre macellerie e decine di esercizi commerciali. I militari a centinaia scendevano dal forte in libera uscita ed invadevano il paesello e le sue taverne in cerca forse di ragazze compiacenti, adesso dopo neanche più un secolo nessuno sa più dove fossero le case di tolleranza, ce ne saranno pur state di certo con più di tremila soldati senza contar gli ufficiali, ma son cose che non fanno storia, mentre è perfettamente noto dove stava il medico, la distilleria, i panettieri o i negozi di stoffe per confezionare le divise. Ogni giorno arrivavano coi muli a caricare le ceste di pane per la guarnigione affamata e chissà che straordinario profumo di pane fragrante usciva nelle strade, mentre le vacche salivano all'alpeggio, mentre adesso anche quello arriva da giù e sembra fatto di plastica (anche questo è un commento classico di chi non ha neanche l'idea di che porcherie si mangiassero una volta, di che vinaccio più acetoso che spunto, girava per i borghi, ma va bene così, tutto fa parte della vulgata per consolare i vecchi che rimpiangono soltanto la loro gioventù perduta). Domani ce ne andiamo anche noi e il paesello rimarrà qui, immobile e solitario ad aspettare la neve a coprire definitivamente come un sudario le impalcature dei lavori, orgogliosamente iniziati a maggio, che dovevano essere ultimati a luglio e che forse, come i tormenti di questi monti, non finiranno mai.


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mercoledì 8 settembre 2021

Alla Rosa Rossa

Avventori alla Rosa Rossa

Questa mattina i tavolini della Rosa erano desolatamente deserti. Le colazioni degli ultimi residenti dell'albergo diffuso completate, solo io al desco con il marocchino caldo davanti a me ed il giornale ancora deliziosamente piegato in attesa di essere sfogliato, un piacere che tendo a rimandare il più possibile anche perché viene sempre inevitabilmente sporcato dai contenuti del giornale stesso che inevitabilmente poi compaiono alla vista. Davanti al vetro dove fumava la mia colazione, la schiuma densa ricoperta di un velo di cacao si addensava ancora di più, in attesa di un poco di zucchero, dietetico per carità, c'era un secondo piattino, messo lì come per caso, come se appartenesse ad un altro, con due paste di meliga, piccolo piacere che non mi voglio più negare, tanto cosa vuoi che abbiano di indice glicemico! Mentre le guardavo con calma, facendo trascorrere un po' di tempo, valutandone con dolcezza le increspature della superficie dorata, quasi assaporando il momento in cui le avrei prese delicatamente una dopo l'altra per spezzarle in due parti e valutarne il grado di transustanziazione, anche in assenza delle parole appropriate da pronunciarsi nel caso specifico, prima di addentarle con gusto, ma sempre delicatamente mi raccomando, ecco arrivare con un frullo d'ale, un frrrrr quasi inavvertibile, come di anime in volo, tre passerottini, due nati da poco e dal volo ancora incerto, assieme ad un loro fratello maggiore, più in carne e per questo più prepotente, a posarsi sul piano del tavolo e a guardare con un occhio, chinando un poco il capino piumato, gli uccellini si sa, hanno una visione soltanto laterale, data la posizione degli occhi, verso il piattino dal contenuto invitante.

Ora, nulla di strano, in quanto queste visite sono frequenti, qui alla Rosa Rossa, locanda dal passato glorioso che ha ospitato principi e scrittori, a partire dal De Amicis che ne parla diffusamente nel suo alle porte d'Italia, magnificandone il menù. La loro presenza è comune anche quando il dehors è popolato, visto che gli uccellini hanno capito che i frequentatori del bar non li disturbano più di tanto, anzi si beano di queste presenze beneaugurali, magari fregandosene dei lasciti mollicci che gli stessi riserbano agli schienali delle sedie, salvo un levarsi di maledizioni quando inavvertitamente ci si appoggia. Si sono dunque avvicinati senza timore, sempre più arditi e quindi, noncuranti dello schermo del mio telefonino che avevo preparato a pochi centimetri per documentare la scena, hanno cominciato a becchettare senza sosta i biscottini medesimi, strappandone bei pezzettoni e ingoiandoseli di gran gusto, ingordamente, ognuno timoroso che il compagno glene rubasse la parte migliore. Li ho lasciati ovviamente fare, godendo di quella visita mattutina e sentendomi come quegli anziani cinesi che passano la mattinata al parco con la loro personale gabbietta, dalla quale, sollevato il panno che la copriva, gorgheggia qualche canterino colorato. Quando godi particolarmente di queste situazioni, significa che uno stadio della vita è segnata, come ricordava sempre la moglie del mio collega di Pechino, sei un anziano che va al parco con il tuo uccellino e questa è rimasta probabilmente la tua ultima soddisfazione, prima dell'arrivo della nera mietitrice o quasi. 


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martedì 7 settembre 2021

Tramonto a Pian dell'Alpe

Pian dell'Alpe


 Pian dell'Alpe in settembre è luogo iconico dello scorrere della vita. In giro sulle strade ritorte che salgono al colle delle Finestre, non c'è più la folla della piena estate, quella un po' caciarona, che fa chiasso nella stagione in cui ti sembra di potere tutto. Sei al massimo della tua forza, della tua capacità di influenza, del tuo contare nel mondo. Il sole è forte e brucia se ti alzi troppo nel cielo, ma mostra anche la tua vigoria. Non c'è più nemmeno un fiore però, quelli che nella primavera appena passata coloravano tutta la valle, dai primi timidi bucaneve, alle viole che dipingevano tutti i prati di lilla, seguiti poi dai narcisi bianchi e profumati con le loro sfumature di polline giallo, già circondati dalle api golose in cerca di bottino da accumulare. Come all'inizio della tua stagione, tutto ti sembrava possibile ed ogni possibile sfumatura di opportunità ti stava davanti, soltanto da scegliere, ad ogni passo potevi scoprire boccioli nuovi, le pulzatille timide, da cogliere con un gesto, le nemorose delicate da sfiorare appena per non rovinarle con un gesto maldestro. Per cogliere i gigli occorreva invece una primavera più avanzata, almeno ancora un mese di esperienza, di capacità e discernimento. 

Poi le distese di rododendri, che coprivano intere coste di monte, col rosa e vermiglio della consapevolezza della loro molle sensualità. Ma ora tutto è passato, settembre è la fine della stagione piena, il sentiero porta inevitabilmente verso il tramonto che ancora non si mostra nella sua piena ineluttabilità, ma evidenzia di continuo segnali inequivocabili. I costoni della montagna sono ancora verdi, ma appena appena, sotto sotto mostrano già il giallo seccume della mancanza di linfa vitale, dello spegnersi della forza. Gli steli appassiti sono spesso soltanto più stecchi duri e pungenti, isteriliti dalla fine naturale di un ciclo. Gli animali, che ancora sono sul monte, brucano paglie secche, illudendosi di ruminare erba fresca e il latte, il burro hanno perso la fragranza ed il profumo dei fiori. Sta lì la montagna, substrato indifferente che sente scorrere su di  sé le stagioni, che importa a lei se tra poco anche l'ultima ansia di vita fuggirà via e lascerà spazio al gelo invernale, alle dita fredde della tramontana che spazzeranno via quello che a noi è caro, l'odore della vita, per dare spazio al gelo mortale che avvolgerà ogni cosa. 

Corri, corri marmotta grassoccia, a balzelloni che fanno saltellare la tua coda appesantita dal lardo accumulato nei mesi della pacchia, quando fischiavi al vento per segnalare pericoli, per conquistare amori, ora è il momento invece di andare a rintanarti nel più profondo della terra, quasi per sfuggire al destino che ti manterrà in quel sonno profondo, quel limbo di pensiero così simile alla morte, per tanto tanto tempo, forse per sempre. Penserà mai la marmotta, mentre si raggomitola di fronte al letargo che l'aspetta? Avrà a volte la certezza di un risveglio possibile o sperato, tra mesi e mesi di attesa inconsapevole e senza sogni? Ci sarà mai un risveglio vero, una vita nuova dopo la stagione nera della morte? Le nuvole scendono dalla montagna, nere anch'esse come una premonizione maligna e senza scampo. Comunque sia, dite quel che volete, ma la polenta all'Alpe Pintas rimane davvero la migliore della valle, farina semintegrale macinata grossa di pignoletto rosso, annegata in una fonduta di tome d'alpeggio, uno spettacolo senza pari!


Col delle Finestre 2200 m.


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lunedì 6 settembre 2021

Haiku camminante

 


la roccia viva 

guida alla giusta via -

l'albero veglia


giovedì 2 settembre 2021

Insostenibilità del fritto misto

dal web


 Eh no! Questa non me la dovevano proprio fare! Già. questa mattina è precipitato tutto. Avevamo messo appena da parte per un attimo le interminabili discussioni filosofiche sull'essere o avere, le dissertazioni sulla geopolitica mondiale e su come si potrebbe risolvere la crisi afgana (eventualmente potremmo proporre un convegno dei G21, includendo la repubblica dei Champ, qui a Fenestrelle, tanto essendo finita la stagione non c'è più nessuno e si darebbe vigoria anche al momento di stanca della economia turistica locale, riuscendo a decidere, praticamente all'unanimità, che domani sarebbe stato il giorno giusto per andare a tirare il collo al favoloso fritto misto di sostenibilissima leggerezza, che ci aspettava sul crinale di Pramollo come da tradizione annuale. Tanto al bar ci siamo solamente più noi e abbiamo preso possesso del dehors al completo. Tutto deciso, numero dei partecipanti con scarto automatico dei no-vax privi di crin gras, ora e disposizione sulle macchine e quindi, essendo io stato incaricato della prenotazione, mi sono dedicato alla operazione appena terminato di sorbire il mio marocchino special che l'amico Mattia prepara specialmente per me. 

La signora gentile all'altro capo del telefono, mi ha preso dati, telefono e numero di partecipanti quando, alla mia giunta finale: - Naturalmente fritto misto per tutti - mi ha gelato con una notizia ferale, inappellabile, conclusiva. - Guardi che il fritto misto non lo facciamo più, abbiamo cambiato menù -. Al solo vedere la caduta verso basso della mia mandibola, un gelo freddo si è diffuso all'intorno ed il gruppo che già si stava scannando sulla serietà del felpato sugli obblighi di green pass, ha iniziato a lanciare occhiate interrogative chiedendosi cosa stesse succedendo. Così a poco a poco si è fatta strada la tragica verità. Pare che siano cambiati i gusti alimentari della gente e causa aumento esponenziale di vegani, no gluten, salutisti e altre minchiate varie, nessuno o quanto meno pochissimi richieda più il famoso ed ineguagliato fritto misto alla piemontese. Così dato che la sua preparazione di qualità richiedeva una persona appositamente dedicata e ultimamente avanzava sempre un sacco di roba già belle che impanata e pronta per essere fritta, se ne è decisa l'espunzione definitiva dalla lista delle vivande offerta con conseguente licenziamento dell'addetto. Ecco qua, il salutismo d'accatto ha contribuito alla crisi occupazionale e noi il nostro fritto misto che non ungeva neanche la carta su cui era appoggiato tanto era asciutto, leggero, perfetto ce lo scordiamo definitivamente e ce lo prendiamo nello stoppino, caro Gallia. Poi vai a prendertela col Covid!

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mercoledì 1 settembre 2021

La sostenibile leggerezza dell'agnolotto

dal web

Oggi la sostenibilità della leggerezza dell'essere mi sembra più accettabile, fattibile, fruibile, sarà il refolo del vento dell'est che spira da oltre le creste, a cui sono sempre particolarmente affezionato, sarà l'aroma di deliziosi agnolotti alla borragine con granolata di pistacchio, con una pasta così sottile e leggera da essere stata probabilmente stirata dagli angeli, che, dite quel che volete, ma aiuta, oltretutto edulcorati, se ce ne fosse bisogno da un bicchiere di barbera d'Alba superiore di cui non vi dico il produttore per non fare troppa pubblicità (d'altra parte come sapete noi influencer citiamo i marchi solo a pagamento) forse anche perché non me lo ricordo avendone bevuto un paio di bicchieri di troppo. Siamo fatti così, tante belle parole, squisite disquisizioni (non correggo anche se è un po' cacofonico, ma mi piace ugualmente) sui problemi etici del mondo e poi basta un buon bicchiere e i piedi sotto il tavolo e tutto va a farsi benedire e i discorsi sui massimi sistemi e sulle colpe del satana americano o dei talibani sputafemmine ce li lasciamo dietro le spalle, vengano i cinesi e si piglieranno tutto il neodimio o il litio, chi se ne frega, in fondo i telefonini li compriamo già tutti da loro, cosa vogliono ancora? Meditano di prendersi Taiwan, e se la prendano, vuol dire che ci saranno un po' più di persone che proveranno le delizie di un regime autoritario, ce ne sono molti anche dalle nostre parti che lo auspicano a gran voce o peggio, che vanno a sfilare blaterando belinate che se lo meriterebbero con tutto il cuore. 

Va beh, avrete notato che da un po' di tempo parlo, parlo, ma vado menando il can per l'aia, perché non ho molto da dire. La mia permanenza montana che si va prolungando oltre ogni previsione, complici i maledetti lavori del mio personale infinito tunnel TAV, che non ne vogliono sapere di concludersi, dovrà estendersi ancora per qualche giorno e forse dipende un po' anche da questa forzatura, l'essiccazione della mia vena poetica. In fondo siamo in un periodo siccitoso e il mio ubertoso e sdilinquevole gusto per la chiacchiera si è decisamente inaridito, quindi porto avanti il discorso più col mestiere dello scribacchino aduso a mettere insieme parole senza costrutto alcuno che con la densità di chi ha idee da discutere e da proporre. Insomma, l'arte del retore di allungare il brodo anche se non ha niente da dire, un po' come se mi pagassero a riga e a cartelle e non a concetti espressi. Va bene vediamo cosa ci riserba il domani, al mattino infatti ho una importante riunione per definire l'orario di partenza per andare a mangiare un fritto misto alla piemontese di ragguardevole fattura, e lo dico con cognizione di causa dato che ne ho già fatto congrua esperienza, che ci aspetterebbe, crin grass alla mano permettendo, sulla cima ventosa di una collina. Eventualmente vi farò sapere qualche dettaglio interessante.

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Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!