martedì 11 agosto 2026

Pam 41 - L'anima della Kirghisia

Kirghizistan - giugno 2026

 

Una yurta
La mattina arriva presto e la temperatura, non temperata dall'aria degli altipiani, è già calda. La colazione del nostro B&B, è a dir poco sontuosa, addirittura tre uova a testa (che poi dato che Tiziana non riesce a mangiarli al mattino, per me diventano sei, alla faccia del colesterolo!) poi domandiamoci come mai non si dimagrisce in viaggio, e ancora formaggi e crepes e dolci e marmellate e tutto il resto, io che poi a casa riesco a mandar giù a malapena un caffè nero, figuriamoci. Ma in giro siam tutti fatti così, ci si ingozza sempre come se non ci fosse un domani, poi la cura dei nostri ospiti è tale che parrebbe brutto rifiutare, capirete bene; così poi quando viene l'ora di partire sei già pieno come un otre e ti allunghi sul sedile dell'auto a fare una pennica digestiva, altro che goderti il paesaggio. Che poi è un delitto non stare attento, perché qui tutto attorno è davvero una meraviglia, con questi prati che si stendono su per le valli, con questi colori, verdi dell'erba e rossi della terra scoperta, che sembrano il vero marchio di fabbrica di tutta questa provincia kirghiza. Però la strada comincia a salire, anche se è quella nuova, molto scorrevole e veloce. E' quella che porta alla parte alta del paese, quei pascoli alti, ma non troppo che rappresentano la vera ricchezza per l'allevamento di questo territorio e che ne hanno condizionato per secoli lo stile di vita. 

Una valle laterale
I kirghizi infatti sono un popolo seminomade di pastori e allevatori di origine turco-mongola, la lingua infatti appartiene al gruppo delle lingue turchesche, che sono arrivati qui nell'Asia Centrale da est, forse addirittura originari dall'area del fiume Enisej in Siberia e migrati qui attorno al X secolo. Tradizionalmente la loro vita è sempre stata legata al bestiame, soprattutto all'allevamento del cavallo, che forniva loro la fonte di sostentamento e ne condizionava lo stile di vita. Quindi nel passato anche recentissimo, hanno sempre condotto una vita altalenante tra gli accampamenti invernali stanziali a quote basse, per superare i rigori delle grandi precipitazioni nevose e delle temperature che scendono abbondantemente sotto lo zero per lunghe settimane, mentre vanno alla ricerca del pascoli alti durante i mesi primaverili ed estivi, quando tutta la tribù si sposta in alto con tutte le yurte al seguito, che grazie alle loro tecniche tramandate da generazioni, si smontano o si montano in un solo giorno di lavoro, pur essendo case vere e proprie e anche assolutamente confortevoli. Sono quindi ben abituati alla vita di alta quota, nutrendosi di moltissima carne delle loro mandrie e dei loro prodotti, dai latticini di yogurt, per arrivare fino al kumys, la loro bevanda tradizionale di cui fanno grandissimo uso. 

Il fiume Naryn
Sono meno di sei milionie vivono qui per la maggior parte salvo piccoli gruppi di minoranze che stanno a cavallo dei confini e nei paesi vicini. Il nome forse richiama le "40 tribù", raggruppate secondo la leggenda del loro poema storico, dall'eroe leggendario Manas, di cui vi ho già detto. Certo ci sono anche città e piccoli paesi in questo territorio, che portano ad una popolazione totale del paese di quasi 7,4 milioni, ma sono state, nella maggior parte dei casi, agglomerazioni create da altri gruppi etnici, uzbeki, tajiki, kazaki e molti altri, oltre che dallo stile di vita sovietico, mentre la vera essenza della popolazione kirghiza rimane legata alla tradizione del seminomadismo anche oggi. Ricordiamoci che il pastore errante nell'Asia a cui si è ispirato il nostro Leopardi è proprio un kirghizo. Insomma proprio qui tra questi pascoli senza fine, risiede la vera anima della Kirghisia. Qui bisogna arrivare per tentare di comprendere il paese. Mentre la strada sale ancora e il fiume Naryn che scorre in fondo alla valle si allontana limaccioso, scavando il suo corso tra pareti di terra fangosa e rossastra, si intravedono più frequentemente al bordo della via, grandi spazi dove si affollano le tombe e le altre costruzioni cimiteriali di questo popolo, che hanno caratteristiche assolutamente uniche ed una loro presenza davvero affascinante. 

Un cimitero
Le tombe o piccoli mausolei che siano, perché non saprei neppure bene come definirli, si affastellano le une sulle altre creando una sorta di città dei morti, dall'aspetto misterioso e inquietante. Non ci sono paesi vicini, che ti riportino all'esistenza. In questa landa tutto sommato deserta e spopolata, appaiono come cittadine senza vita che ti chiamano a sé con voci che provengono dal sottosuolo, quasi fossero ingressi di un Averno che mettono in comunicazione questo mondo terreno con quello dell'oltretomba. Qualcuno, forse i più antichi, hanno le facciate delle costruzioni che presentano i mattoni quasi consumati dalle precipitazioni, acqua e neve che di certo qui sono presenti in modo massiccio e si mostrano quindi come fantasmi che baluginano, quasi tremolanti nel fondo degli occhi, facendoti chiedere se si tratti di una immagine reale o creata solo nella tua mente, grazie ai racconti che si sono fatti davanti alle yurte attorno ai fuochi notturni. Sia come sia, si tratta di luoghi piuttosto affascinanti che invitano ad una sosta anche solo per fare uno scatto. Intanto qui siamo ormai sopra i duemila e abbiamo imboccato una valle strettissima che taglia la montagna. 

La strada per il Sonkul
La strada che si inerpica sui suoi fianchi è ormai diventata uno degli sterrati che ci hanno accompagnato per tanti chilometri durante questo viaggio e guadagna ancora quota con lunghi tourniquet lungo i cui fianchi si aprono frane e si vedono frequenti lavori di ripristino. Di certo manutenere le vie di comunicazioni da queste parti, deve essere piuttosto impegnativo. Su una balconata ai bordi della pista ci fermiamo, per far prendere fiato al motore, anche se il panorama ci rimane precluso. Me ecco, un gruppetto di sette od otto ciclisti, sono fermi a respirare anche loro, tutti inglesi che si stanno sgroppando questa montagna e intendono arrivare prima di sera fino al Sonkul, la nostra stessa meta. Tanti auguri e buona salita, visto che mi sembrano tutti over 60. Certo che per queste imprese ci vogliono muscoli, cuore, ma soprattutto tanto fiato e anche se questi mi appaiono tutti come motivati e soddisfatti, devo proprio concludere che, questo modo di viaggiare, non è mai stato nei miei progetti, neppure lontanamente. Lì molliamo lì mentre ancora cercano di riprendere fiato e continuiamo a salire tra boschi fittissimi di conifere scure come la notte e affusolate come lance, che cercano di penetrare il cielo. 

La miniera di carbone
Si tratta (mi assicura Google) della Picea shrenkiana, nota comunemente come abete rosso del Tien Shan, che cresce in popolamenti puri in queste valli fino ai 2700 metri circa, quota dove scompare completamente lasciando spazio ai pascoli privi di qualunque altra forma di vegetazione nella grande conca del lago Sonkul ad oltre 3000 m., ricoperta di sconfinate preterie chiamate jailoo. Sono davvero alberi maestosi, questi, neri ed inquietanti, che svettano con coni stretti e lunghissimi che arrivano fino a 50 metri di altezza, vicinissimi gli uni agli altri, quasi non volessero lasciare spazio ad alcuno, pur di non essere penetrati, per preservare forse la loro virginea segretezza che nasconde i segreti delle leggende di questo mondo lontano. Una foresta dove perdersi per sempre, che non invita ad entrarvi. Nella radure noti sempre più spesso, piccole mandrie di ovini o di bovini, ma, man mano che si sale cominciano a prevalere i cavalli, bellissimi, con le criniere al vento e le code che sventolano intorno per scacciare le mosche. Ad un tratto, dopo un dosso, ecco che nel fianco del monte si apre una spaccatura degna di un girone infernale. Una ferita profonda, uno sfregio di un nero cupo e maligno. Si tratta di una miniera di carbone a cielo aperto, che i Cinesi stanno "valorizzando" da qualche anno. 

Mezzi di scavo
Man mano che procediamo, lungo il suo fianco si apre lo scavo gigantesco che consente di accedere alla vena, grande quasi come l'intera montagna, bene scavata in profondità, segno che il lavoro procede da tempo, mentre in fondo, nei punti di raccolta, i mezzi di movimento del materiale, gialli, con gli ideogrammi rossi disegnati sui fianchi, seppure colossali come dimensioni, appaiono minuscoli giocattoli di Lego che si muovono qui e là a caricare, a spostare materiale, a fare il loro lavoro di demolizione graduale del monte, che di certo, tra non molto tempo sarà del tutto integralmente mangiato dalla fame di energia del mondo. Tutto l'insieme appare come un incredibile girone di un pianeta lontano che racconti qualche saga di Star Wars. Alla fine ce la lasciamo alle spalle e cominciamo una lunghissima serie di stretti tornanti sterrati che portano ai 3375 m. del passo di Moldo Ashuu, la porta che dà accesso all'altopiano del lago di Sonkul. Superato il passo, la strada si spiana e mostra la straordinaria visione delle praterie che si stendono a perdita d'occhio nell'altopiano, punteggiato di yurte bianche e circondato dalle catene lontane delle cime del Tien Shan coperte di neve. Una visione assolutamente idilliaca. Le yurte sono disposte a gruppetti su piccole alture od in lunghe file lungo il bordo di un rilievo. Dovunque mandrie di bestiame, in particolare di cavalli. Intanto è cominciato a piovigginare, mentre noi percorriamo l'ultima ventina di chilometri per arrivare fino al lago. 

Cimiteri


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domenica 9 agosto 2026

Pam 40 - Kazarman

Il nevaio - Kazarman - Kirghizistan - giugno 2026

 

Pascolo
Non mancano più molti chilometri a Kazarman, una cittadina che giace in fondo ad una suggestiva valle circondata di monti, nostro punto di arrivo per stasera. La strada per arrivarci attraversa ancora alcuni percorsi contorti, dove attorno scendono canaloni impressionanti, che arrivano dalle catene circostanti. Quelli rivolti a nord sono ancora completamente pieni di neve che si spinge quasi fino al ciglio dell'asfalto. Questo fa capire come questa area sia sempre stata particolarmente isolata. Qui le precipitazioni invernali sono molto abbondanti e la zona rimaneva chiusa per mesi, in particolare quando c'era solamente la strada vecchia, ma da quest'anno, almeno così si spera, il miglioramento viabile dovrebbe essere concreto. Comunque tutti gli automobilisti di passaggio, sono subito attirati dalla possibilità di un selfie con i nevai che precipitano dall'alto, portandosi dietro frane e detriti vari, circondati dai fianchi scoscesi delle montagne, adesso smeraldini, per farsi un bel selfie. Il colore di questi prati è davvero stupendo, così forte e acceso ed al tempo stesso sfumato ai bordi quando si collega con dolci curve al terreno  ed alla roccia. Poi la strada, dopo aver superato l'ultima asperità del passo di Toguz Togo scende e in un'altra mezz'oretta eccoci arrivati, attorno ai 1300 metri, a Kazarman, un paesino all'apparenza insignificante sorto in periodo sovietico come presidio militare per la zona, che sorge dove si incrocia la cresta terminale della valle di Fergana e le montagne del Moldo-Too. 

Kazarman
Non per nulla il nome arriva dal fatto che la sessantina di soldati zaristi che avevano preso stanza qui all'inizio del '900, chiamarono il luogo la Caserma, così il nome è passato direttamente al paesino sorto nello stesso luogo per i lavoratori della miniera d'oro a cielo aperto, ormai semiabbandonata che era stata scoperta sui monti vicini. Il crollo dell'attività mineraria, ha reso questo, una sorta di paese fantasma, abbandonato dai giovani, che sopravvive con la residua popolazione sovietica rimasta, attorno alla piazza principale e alla Dom Kultury. In effetti il paese sembra semi spopolato, vedi poca gente in giro e le strade corrono rettilinee e solitarie lungo le file di vecchie case di legno, spesso dall'aspetto di vere e proprie baracche poverissime e attorno alle malandatissime krushiovke del centro, sopravvissute come le altre costruzioni pubbliche, fino al vecchio aeroporto semiabbandonato e credo ormai addirittura fuori servizio. Pochissimi gli esercizi commerciali aperti e scarsissime le possibilità di alloggio ed è un peccato perché questa zona presenta moltissime possibilità di escursioni nei dintorni, lungo valle solitarie e sconosciute e assolutamente lontane dal turismo, anche per l'isolamento di cui hanno goduto fino ad oggi. 

Una moschea
Tutto questo potrebbe di certo diventare un vero e proprio paradiso per trekkers in cerca di mete poco note e solitarie. Proprio grazie al suo isolamento infatti, l'area, situata all'esatto centro del Kirghizistan ne mantiene inalterato, il suo puro stile di vita. Così la signora ci conduce direttamente al suo B&B, che ammetto sarebbe stato difficile da scovare, visto che è ben nascosto tra le altre case e in giro non si vede anima viva per chiedere informazioni, che da fuori, diciamo la verità non presenta molto bene, anzi appare come poco più di una baracca di campagna, mentre all'interno si rivela essere completamente ristrutturato e alla fin fine assai accogliente. I gestori si fanno in quattro per accontentarci, come sempre infatti, nei luoghi di famiglia, il calore dell'accoglienza è decisamente superiore a quello delle città. Andiamo a fare un giro per il paese, anche per cercare un posto dove mangiare qualche cosa. Il giro come ho già detto, ci porta in mezzo a questa sorta di cittadina semiabbandonata, incrociando strade polverose e deserte, dove tutto ti appare in completa decadenza, dai parchi giochi arrugginiti, alle case del centro davvero male in arnese e cadenti in ogni senso; si vede persino, in mezzo al grigiume generale, una specie di murale che campeggia sul fianco di una casa, sede di una qualche istituzione, appare pure lui, scolorito e spento. 

Il mausoleo
Arriviamo fino alla periferia, da cui sulla collina si vede l'antico cimitero, e che appare, se possibile più in ordine della città stessa. Una serie di costruzioni piuttosto complesse, che sono probabilmente tombe familiari in mattoni, sono abbarbicate le une sulle altre al fianco della collina, mentre più in alto, distinto dalle altre, si erige un vero e proprio mausoleo dalle dimensioni sproporzionate al luogo, evidentemente di un personaggio di spicco che ha voluto mantenere questa distintività anche nella morte. Bisogna dire che questo luogo ha un suo punto di interesse particolare rispetto a tutto il resto dell'abitato. Rientriamo tra le case basse, tutte ad un solo piano e cerchiamo una sorta di locanda, dopo aver girato un paio di posti, che da fuori sembravano esserlo, ma dove, una volta entrati a chiedere lumi, abbiamo trovato solamente occhi che ci guardavano stralunati chiedendosi cosa cercassimo. Alla fine troviamo un posto che serve piatti caldi, su cui stendo un pietoso velo e quindi non starò a dettagliarvi nei particolari, ma confermo che mi è sembrata la vera stalovaja sovietica dei bei tempi e intendo quelli degli anni '90. Così chiacchieriamo del più e del meno, tanto per tirare tardi e alla fine Jamshed tira fuori una delle sue storie. Racconta che in uno dei suoi ultimi giri ha accompagnato degli americani e tra questi, due personaggi non più giovani, dalla storia molto particolare. 

Il B&B Roza
I due infatti si erano perdutamente innamorati giovanissimi, ma, in una sorta di Giulietta e Romeo formato yankee, le famiglie che erano assolutamente contrarie per motivi economici, hanno addirittura cambiato città per evitare che la storia prendesse un binario pericoloso. Così tutti e due i giovani trovarono una loro strada diversa, si sposarono ed ebbero entrambi una figlia, rimanendo dopo una quarantina di anni, entrambi vedovi. A questo punto lui, fulminato dal ritrovamento di vecchie fotografie, si mise in cerca dall'antica fiamma e riuscì a trovare infine il contatto telefonico della figlia. Quando riuscì a contattarla, questa, sorpresa, ma non troppo, prese nota della telefonata e lasciò un biglietto con l'appunto sotto il telefono, il quale fu puntualmente dimenticato lì e ritrovato dalla madre casualmente dopo ben quattro anni. Immaginiamo l'emozione provata e allora il contatto da parte di lei si perfeziona, i due si incontrano finalmente, l'amore rinverdisce e risboccia potente, tal che i due convolano finalmente a giuste nozze e siccome le belle favole devono finire in gloria, le figlie regalano loro un giro del mondo per festeggiare la luna di miele perduta in gioventù e tutti vissero felici e contenti come nelle fiabe tradizionali. Dice Jamshed che i due anzianotti che lui teneva sotto controllo, si sono fatti tutto il corridoio di Wakhan e la Pamir Highway, guardandosi negli occhi. Forse avranno visto poco, ma probabilmente la loro soddisfazione è stata superiore a quella di tutti gli altri viaggiatori. Eh, quante ne sa di belle storie la nostra impareggiabile Sherazade e come gli piace raccontarle! Sarà forse perché le belle storie d'amore piacciono proprio a tutti, non contano mica nazionalità, età o sesso, l'amore è un collante universale che affascina tutti e tutte ed i racconti affascinano comunque i cuori duri o teneri che siano, sotto ogni cielo e anche se l'amore di Elizabeth e George, che importa se questi sono nomi immaginari o meno, possono apparire lontani nello spazio che rimangono comunque vicini alla sensibilità di chi ascolta. E forse ancor di più sotto questi cieli senza confini, l'amore è il fertile humus di ogni pensiero germogliato da tutti i grandi poeti nati in queste terre e alimentati dai venti che spirano tra queste montagne. 

Dice Osmonov agli inizi del '900: - Non celare l'amore dentro al petto - non lasciarlo spegnere come brace sotto la cenere - Se mi ami dillo ai venti - come il sole bacia le cime del Tien Shan.- E incalza Navoi nel 1400: - Sei la luce che attraversa le tenebre del deserto - L'acqua fresca che disseta il viandante esausto - Essere ferito dalle frecce delle tue ciglia - è per me più dolce di qualsiasi corona. - E ancora Kunabaiev nel 1800 : - La steppa fiorisce dopo ogni primavera - Così la mia mente si risveglia al tuo sorriso - Se il destino volesse separarci - La mia ombra ti cercherebbe tra le erbe alte. -  Così nelle notti stellate, sugli alti pascoli tra le yurte bianche, i cantastorie pizzicano la Dombra, con accordi flebili e con gli occhi rivolti al cielo, recitano versi per colorire meglio le loro storie d'amore. Gruppetti di ragazze bellissime, seminascoste tra le falde delle tende, sbattono le lunghe ciglia cercando di nascondere pudicamente le guance arrossate dietro a veli leggeri, per i pensieri arditi che si affollano nelle giovani menti, al sentire le passioni che legano i personaggi; le anziane madri sorridono al ricordo dei sentimenti della loro gioventù; i ragazzi focosi cercano di mettere in mostra i petti forti e le braccia muscolose per essere notati. Qualche vecchio borbotta, masticando tabacco che queste cose una volta non si dicevano in pubblico, avendo ormai scordato le trecce nere che muovevano i loro cuori giovani. Il cielo nero è attraversato dalla fascia di seta bianca, con i milioni di stelle che aspettano soltanto di cadere giù, per donare agli innamorati desideri da realizzare. Il suono della dombrà, l'unico strumento capace di dare voce ad un amore troppo grande per poter essere espresso solo dalle parole, capace anche di riunire Jamila a Daniyar, si stempera in una melodia dolce, mentre la notte spegne adagio adagio le menti e lascia accese le braci dei desideri inespressi, lassù nei pascoli alti, mentre lo stallone nero nitrisce lontano. Adesso però, è meglio che ce ne andiamo a dormire, che domani si parte presto.



SURVIVAL KIT

Roza Guest house - 36, via Bekten - Kazarman - Nel paese. Camere spartane a due letti, ma rinnovate e pulite. Bagno nel corridoio. Acqua calda. No Wifi. Con colazione abbondantissima e completa, molto curata, 25 €. Gestori gentilissimi.  Otttima soluzione sulla strada tra Osh e Bishkek.

La camera del Roza


L'attrezzatura per il plof
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sabato 8 agosto 2026

Pam 39 - Dzalalabad

La valle verso Kazarman - Kirghizistan - giugno 2026

 

Stamattina la colazione è stata decisamente più ricca. Il nostro Jamshed sempre attentissimo a coccolarci, deve essersi lamentato con la direzione dell'albergo, che ha evidentemente provveduto, oppure, come credo, ci ha pensato lui direttamente a rabboccare l'offerta. Bisogna dire che in effetti spesso gli homestay e le piccole guesthouses dei paesini in cui ci si ferma tra le montagne sono molto più attenti ad accudire i propri ospiti con ogni cura, riservando loro trattamenti familiari di solito assai più ricchi di quelli degli alberghi di città, che forse risentono ancora dei trend statali sovietici, in cui l'utente era servito diciamo così, alla meglio. E poi l'atmosfera che trovi nelle case private è tutt'altra cosa comunque, in quanto di solito ti viene riservata una accoglienza calorosa, che ti fa sentire a casa tua dappertutto. Placata la fama mattutina, infine si parte. Oggi procediamo verso nord, dopo aver lasciato questo ultimo tratto della valle di Fergana, la parte più fertile ed agricola del paese, attribuitagli nella divisione formale del periodo sovietico, senza troppa attenzione alle suddivisioni etniche che in queste zone sono molte e complicatissime, cosa foriera di problemi anche grossi, che spuntano a distanzia di decenni quando meno ce li si aspetta. Anche qui è accaduto, tra Uzbeki e Kirghisi, anche se al momento sembra essere prevalsa la ragione. 

Tuttavia queste cose, sono maledizioni che accompagnano certi luoghi per decenni e per secoli, rimanendo magari sopiti sotto la cenere per anni per poi esplodere di colpo ed allora son dolori per chi ci vive. Purtroppo l'uomo è fatto così, non ama soprattutto il proprio vicino, anche se magari è quasi suo gemello, ma le piccole differenze, le variazioni di credo, anche solamente le differenze nel vestire, che identificano diversità così fastidiose da sfociare addirittura nella violenza bruta, come se non ci fosse peggior nemico del tuo vicino di casa. C'è poco da dire, siamo fatti così, molto più disposti magari ad accettare genti completamente diverse, piuttosto che a sopportare il nostro fratello. Così noi oggi procediamo verso quello che è il vero cuore del Kirghizistan, la parte del paese che più conserva le tradizioni di questo popolo seminomade che ha sempre fatto della pastorizia e dell'allevamento il suo modo di vivere. Il territorio è verdeggiante e ben coltivato: frumento, mais, tanti frutteti inframmezzati tra i campi e infine i bellissimi campi di colza la cui straordinaria fioritura giallo acido si sta dispiegando a raccontare la fine della primavera e l'arrivo dell'estate. Basse colline ondulate disegnano un paesaggio tranquillo e privo di asperità, le montagne sono lontane e noi continuiamo a navigare attorno ai 1000 metri di altitudine. 

La moschea di Jalalabad
Come abbiamo detto, la Pamir highway è ormai finita, la traversata attraverso il territorio rude e avventuroso delle alte montagne ha lasciato spazio al tratto più semplice della Via della seta, quello che conduce, terminate le valli fertili e la corona dei pascoli e dei laghi kirghizi, agli spazi infiniti del Xinjang, con i suoi deserti nuovamente aridissimi e apparentemente invalicabili. Questa è ancora una zona decisamente vivibile, che sembra scordare l'aridità del Pamir per lasciare spazio a terreni in cui una piovosità regolare, lascia spazio ad un modo di vita più semplice e sereno. I campi sono contornati da lunghe file di gelsi maestosi, dai tronchi antichi e bollosi, segno che qui ancora la coltura del baco da seta, non è stata dimenticata come da noi, mentre se la strada sale un poco si notano continue postazioni di apicoltura nomade, con schiere di decine e decine di alveari posizionati da poco, per sfruttare la fioritura nelle zone di maggiore altitudine. Il miele è senza dubbio un'altra delle produzioni secondarie che completa le attività dei nomadi kirghizi. Dopo quasi 130 chilometri, eccoci alla periferia della terza città del paese: Dzalalabad (o Jalalabad), una città decisamente moderna nella valle di Kugart, l'estremità nord, dove terminano le propaggini della valle di Fergana. 

Ragazze di Jalalabad
Le reminiscenze del passato in città sono poche, almeno per quello più lontano, mentre rimane ancora decisamente vivo il passato recente sovietico, visto che qui si sono moltissime e famose sorgenti termali che hanno visto il sorgere di famosi sanatori dove, da tutto l'impero si veniva in vacanza, a passare le acque e a fare i fanghi, che erano reputatissimi per le cure di innumerevoli malattie. Anche per non confonderla con le omonime città dell'Afganistan e del Pakistan, da un paio di anni, la città ha mutato il nome, prendendo quello dell'eroe nazionale Manas, re leggendario di questa zona che sarebbe vissuto attorno all'anno 1000, unificando le 40 tribù kirghize. Pensate che attorno a questa figura ed ai suoi epigoni, diventati il simbolo dell'identità del paese, è nata una trilogia che ne racconta le gesta e che sarebbe, col suo mezzo milione circa di versi, il poema epico più lungo del mondo, parti del quale sono tramandate ancora oggi oralmente negli incontri tradizionali nei villaggi, ad opera dei cantastorie locali. Oggi la città sembra in pieno sviluppo, con la corrente dei commerci che ha ripreso a fluire da oriente e di varie attività industriali ed estrattive, per lo meno da quel che si vede dalle nuove costruzioni moderne che si stanno sviluppando in centro. Credo che soltanto il bazar conservi la confusione e gli odori del passato. 

Il tunnel
Bisogna considerare tuttavia, che qui siamo vicinissima alla frontiera uzbeka, tracciata qui in seguito alla motivazioni di cui abbiamo già detto, per cui la presenza uzbeka in città è rilevante, credo addirittura superiore a quella kirghiza. Al centro, nel solito bel parco ricco di verde e di alberi, si incrociano le vie principali e noi approfittiamo di un moderno locale, il Moko Café, per una sosta pranzo davvero soddisfacente, dove ritrovare sapori noti e graditi oltre a trote alla griglia davvero piacevoli. Poi carichiamo con noi la padrona del B&B dove arriveremo stasera, che era qui appunto al sanatorio, non abbiamo capito bene se in vacanza o ad assistere un parente. Dobbiamo infatti adesso risalire verso la montagna a nord per arrivare fino a Kazarman, un paesino perso nel nulla nei monti Alaj. La strada infatti percorre tutta una serie di zone remote del paese e fino all'anno scorso era anche di difficile percorribilità. Per fortuna nostra è stato appena aperto il nuovo tratto che fa risparmiare almeno  un paio d'ore di viaggio e consente di viaggiare su una carreggiata nuova di zecca e attraversare il passo con la nuovissima galleria appena inaugurata, naturalmente cinese. Il percorso è comunque bellissimo, circondato com'è da montagne scavate dalle piogge frequenti che hanno disegnato i loro fianchi con una serie di scenografiche incisioni che lasciano scoperta una terra rosso fuoco dalle molte sfumature, che intagliano prati di un verde assolutamente caratteristico e piacevole a vedersi. 

Il bollito
Salendo, incrociamo continuamente mandrie di cavalli che si trasferiscono verso i pascoli estivi più in alto e finalmente raggiungiamo il famoso tunnel, a 2500 metri. Al di là, il percorso continua tra scenari spettacolari. Ci fermiamo per godercelo meglio proprio vicino a quello che dovrebbe essere l'ingresso di un parco montano, quello di Saimaluu-Tash, noto per la presenza, almeno si dice, di oltre 90.000 petroglifi lasciati sulle rocce di questa valle dal 3000 a.C., fino all'VII sec. circa, a testimoniare il fatto che queste remotissime zone del pianeta erano abitate fin dal più lontano passato. Certo qui varrebbe la pena di fare un piccolo trekking che conducesse almeno nelle parti più accessibili della valle, considerando il fatto che qui nevica molto e rende queste visite possibili solo per 3/4 mesi l'anno. Vicino all'ingresso, c'è una grande yurta di pastori, circondati di cavalli al pascolo. Seduti attorno ci sono cinque o sei uomini con un paio di bimbi che scorrazzano ed una tavola già imbandita. Ma vicino, proprio al loro fianco, ecco che troneggia un pentolone con un diametro di certo superiore al metro, colmo fino all'orlo dove vedi sobbollire ogni tipo di pezzo di carne. Bei blocchi magri e costine che spuntano dal brodo, pezzi di coda e altre frattaglie e poi chissà cosa altro, che evidentemente da ore cuociono tranquille in attesa di andare ad arricchire la mensa. 

Il più anziano tra gli uomini mi fa grandi cenni perché li raggiungiamo e facciamo onore al loro desco. Sono sorrisi larghi che riempiono il cuore. Forse anche se siamo in ritardo varrebbe la pena di accettare l'invito, fatto con affetto evidentemente. Questa strada ti mette continuamente di fronte a queste situazioni, a questi incontri, che la trasformano quasi in un cammino dell'anima e di certo dispiace moltissimo, salutare solo con un cenno della mano che sembri anche un ringraziamento, facendo capire soltanto con un gesto, che il viaggiatore che arriva da occidente, è sempre a corto di tempo, ha fretta, deve andare, rinunciando ad allacciare rapporti e a condividere il pane dell'amicizia (e anche il bollito naturalmente). Siamo fatti così purtroppo e si prosegue per nuove valli e nuovi colli, incrociando i cantieri della nuova ferrovia cinese ad alta velocità che si congiungerà, allacciando la rete cinese a Kashgar, fino a Tashkent, da dove proseguirà per raggiungere l'Europa, attraversando tutto il Kirghizistan. I cinesi l'hanno capita bene questa nostra fretta, propria dei tempi moderni, che dopo aver percorso tutto il nostro mondo infestandolo senza pietà, ha conquistato ormai anche loro. Vedremo se saranno capaci di dominarlo trattenendone solamente i vantaggi ed eliminando tutto quanto c'è di negativo.


SURVIVAL KIT

Moko Café - Lenin street - Jalalabad - Posizione centralissima. Bel locale moderno che offre piatti internazionali ben cucinato ed altrettanto ben presentati. Si possono avere trota e salmone grigliati, oltre ai soliti spiedini e anche Pizza ai 4 formaggi, ottima (con gorgonzola italiana). In menu anche tramezzini, caffè espresso e cappuccino naturalmente, ormai internazionalizzato ovunque. Ottimi i dolci con cheesecake alla Nutella e ai tre cioccolati, serviti in un ambiente nuovo e piacevole. Personale gentilissimo e prezzi in linea col locale (piatti di pesce a 6/7 € ). 



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