Visualizzazione post con etichetta tao. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta tao. Mostra tutti i post

lunedì 19 agosto 2013

Il tao dello stagno.

dal web

Il piccolo stagno, sotto le Colline Profumate, aveva una superficie piatta ed immobile nella calura del pomeriggio. Sembrava uno specchio grigio argento e le canne d'acqua appena appena piegate lungo il bordo ad est, parevano piantate a bella posta da un creatore di vasi floreali. Non un refolo di vento a muoverle, nel pomeriggio di Pechino, le foglie diritte e basse ad indicare la propria ombra inutile. L'aria sembrava spessa come miele. Solo un insetto d'acqua si muoveva adagio sul piano perfetto, le sottili zampe appoggiate a formare una piccola fossetta, come a sopportare il piccolo peso che la tensione superficiale, manteneva tesa ed impermeabile come per magia. Si spostava a zig zag, qua e là, come un giocattolo meccanico comandato dalla riva. Sotto il grande pruno, il cui tronco contorto per gli anni, sosteneva una larga chioma spessa di foglie, un'ombra cortese copriva la ripa non troppo scoscesa e ricoperta di erba verde chiaro. Appoggiato all'albero Li Guo Feng teneva gli occhi leggermente chiusi, attraverso la piega della fessura, si intravedevano però, le pupille nere, vigili che abbracciavano tutto l'orizzonte visibile. 

Non fissavano un punto specifico, non c'era la concentrazione precisa che fa perdere di vista la presa di coscienza generale, ma mantenevano una visione d'insieme, comprensiva di tutto l'ambiente circostante, come questo potesse abituare corpo e mente a considerarsi parte di un ambiente unico, a sentirsi un tutt'uno con esso. Solo quando dopo un po', una leggera brezza da nord cominciò a far dondolare le foglie dei giunchi, sembrò avvertirla, mentre lieve, gli carezzava i capelli. L'aria scorreva tra le mani appoggiate tra l'erba e sfiorava le dita, passandogli poi sul viso glabro e sulle labbra, leggermente curve all'in sù, come in un sorriso inconsapevole, sereno, atteggiamento inconscio di un non pensiero, aiutato da una respirazione lenta, meditata, che scioglieva le tensioni fisiche del collo, delle spalle, della mente. Lontana, la grande campana di bronzo del tempio della Luce Suprema, rintoccò un colpo secco, la cui sonorità piena si adagiò sui fianchi della collina e sembrò quasi smuovere la superficie dello stagno in onde concentriche che si allontanavano verso la riva. 

Il suono parve risvegliare l'attenzione di Li Guo Feng, che si smosse appena, poi alzò la schiena raddrizzandosi. Le fessure degli occhi si aprirono completamente come se il pensiero cosciente si  fosse d'improvviso risvegliato. Si alzò lentamente dirigendosi verso l'entrata del parco dove aveva lasciato l'auto nuova appena ritirata dal concessionario. Aveva deciso. Appena arrivato a casa avrebbe cacciato via a calci in quel sederone grasso, quella sfaticata di baby sitter che si era permessa di chiedergli l'aumento dello stipendio da 50 a 80 dollari. Quella schifosa si era fatta mettere su dall'amica che lavorava dalla vicina. Quelli spargono soldi a piene mani, se ne fregano se poi le ragazze si parlano e alzano la cresta. Se ne tornasse al villaggio a guardare i maiali. Dette un'occhiata al Rolex d'oro nuovo che aveva al polso. Era tardi, con quel caldo, ti scappava la voglia di tutto. Girò la chiavetta e accese l'aria condizionata a palla e le casse dell'iPod.


mercoledì 11 maggio 2011

Il tao del PET.

Immagine Somatec
Vediamo se qualcuno, non del mestiere, saprà riconoscere cosa sono queste strane cose mostrate dall'immagine. Niente sexyshop, non focalizzatevi sempre e solo sul bungabunga. Si tratta di una dei più mirabili prodotti dell'ingegno umano che la maggior parte di noi si trova ogni giorno sul tavolo senza rendersene conto. Ingiustamente demonizzate, grazie anche ad un astuto lavorio delle lobbies concorrenti, le materie plastiche hanno notevolmente cambiato la vita dell'uomo e costituiscono il materiale costruttivo di circa il 50% delle cose che ci circondano, rendendole possibili, migliori e accessibili a tutti. Ma questo è discorso complesso che non riguarda il tema di oggi. Torniamo agli oggetti mostrati, una serie di preforme in polietilentereftalato. Se ne osserverete la parte inferiore probabilmente riconoscerete con facilità la bocca delle comuni bottiglie in PET. Riprendo quindi quanto già ho postato tempo fa in modo da rinfrescarvi la memoria per richiamare la vostra attenzione su una piccola cosa considerata di valore quasi nullo, di uso minimo e svalutato al punto da farla diventare un problema anche quando questo utilizzo ha compiuto il suo breve corso.

La preforma in oggetto è il punto di passaggio necessario e tecnicamente obbligatorio dal granulo alla bottiglia di plastica che con stizza ogni giorno gettate nel pattume con un gesto di cui qualcuno, interessato, vuol farvi sentire colpevole. Tutto parte dal PET, il granulo informe e apparentemente senza anima, questa creazione dell'Uomo, che però contiene in sé tutte le anime delle sue potenzialità future che il suo creatore gli ha previsto e destinato, che, scaldato e sciolto in un magma informe è pronto a prendere forma non appena infuso nello stampo chiuso con la forza titanica di centinaia di tonnellate, il vaso di Pandora che contiene l' εἴδωλον della preforma, passaggio indispensabile per arrivare alla creazione finale, la crisalide necessaria a dar vita alla meravigliosa farfalla, il bocciuolo che aprirà i suoi petali straordinari. Il gelo dell'acqua che corre nelle viscere d'acciaio farà rapprendere la forma potenziale. Altre mani meccaniche la coglieranno per farle iniziare il cammino a cui è destinata, la gran macchina che dapprima la farà girare a lungo riscaldandola dolcemente quasi a trarla in vita da un sonno profondo e la ammorbidirà prima di farle conoscere un nuovo stampo, di soffiaggio stavolta, dove è scolpita la premonizione della sua forma definitiva, quel suo destino di diventare bottiglia, di contenere e proteggere in sé un liquido.

Ecco entrare potente il soffio vitale, le centinaia di atmosfere che il demiurgo ha predisposto per assottigliare le pareti della preforma, per stenderle fino a quando non saranno adagiate sulle pareti dello stampo a segnare la forma definitiva, lungamente studiata per essere resistente all'uso che se ne dovrà fare, con le costolature che, scelte per rafforzarla tecnicamente, la faranno bella e spesso da sola, ne identificheranno il prodotto contenuto con il solo richiamo visivo. Eccola pronta, la nostra bottiglia, elegante, più trasparente del vetro stesso che sostituisce, diritta in piedi sulla mirabile invenzione del suo fondo petaloide quasi fossero tacchi da sera, bellissima nella sua nudità, perfetta, leggera, delicata eppure funzionale a quanto da lei si richiede, a svolgere il suo compito indispensabile di contenere al minimo costo, al minimo consumo ecosostenibile e inferiore (benché quasi nessuno lo sappia) a tutti gli altri a partire dal vetro, richiesto per quell'uso. Eccola, presa per il collo e con molte compagne, avviata ad una lunga via segnata dal suo karma, girata, lavata, immessa su un carosello che sembra infinito, una giostra in cui il suo destino si fa pieno, riempita di colui per cui è stata creata, femmina nuda che accoglie e contiene, amorevole e consolatrice. Eccola che corre ancora verso un incontro preordinato, verso il piccolo ma perfetto tappo, il suo tappo, che la aspettava tra migliaia di altri, per correrle incontro preciso e complicato ad un tempo, delle cui meraviglie vi parlerò un'altra volta.

Un tocco lieve ed eccolo calzato su di lei, in una nuova giostra gioiosa, mentre una testina scende magicamente, lo preme e lo gira spietata, fino a che la curva studiata dell'anellino abbia superato il sottosquadro con un piccolo scatto, profittando della sua plasticità prima e rendendo il sigillo inviolabile dopo, rigido e vigile, compenetrati e inviolati come due innamorati in attesa che la mano di chi la vorrà, lo giri con la giusta forza, con la morbida delicatezza che strapperà i ponticelli, che ne violerà primo ed unico la purezza per averla finalmente tutta per sé. Ma prima ancora un carosello, per vestirla con il vestito migliore, per coprire la sua pur stupenda nudità con l'etichetta per lei disegnata da qualche grande stilista, che la renda ancor più bella e desiderabile verso chi sarà suo compagno di un istante. Ma quando vuota avrà esaurito il suo compito, voi, senza considerarla, la getterete come un'amante di cui vi siete stancati, accartocciata se vi sentite ecologisti , intera e con fastidio, coprendola di ingiuste colpe, senza pensare che potrà essere ripresa amorosamente e con poco spreco, energia e calore (non più di 180°C), non come la sua presuntuosa compagna di vetro, che se riutilizzata inquina montagne di acqua per essere ripulita, o che pretende più di 1000°C per essere ricostruita, pesante, infida rilasciatrice di metalli pesanti, lei che davvero può permanere indistruttibile per migliaia di anni, carico morale che, vile, ha cercato falsamente di addossare alla sua ingenua ed inesperta compagna; eccola appunto, rinascere a nuova vita a formare un'altra sé stessa di forma diversa, o se troppe volte riutilizzata, diventare un pile sportivo e caldo, come sempre protettiva e materna. Pensateci un attimo prima di gettarla via, magari insultandola ingiustamente per la dedizione che vi ha dato.


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:





lunedì 31 gennaio 2011

Il tao della neve.

E' nevicato di nuovo. Ormai sta cominciando a diventare un'abitudine. Un ritorno al passato, una ripresa dei normali cicli stagionali, almeno quelli a cui ero abituato quando ero bambino, in cui gli inverni caldi e senza neve, quelli sì che erano l'eccezione. Questa regressione ai ritmi naturali ti porta alla ripresa di abitudini che sono in palese contrasto con il movimento e la velocità efficiente a cui l'ultimo secolo ci ha abituati spacciandolo come il meglio per l'uomo. Alle nostre latitudini questa dovrebbe essere la stagione dell'ottundimento dei sensi, della predisposizione al letargo, il momento in cui anche il lavoro, così osannato ed innalzato sull'altare degli obblighi benefici, deve forzosamente rallentare, le attività si riducono al minimo vitale e l'uomo si ritira nella sua caverna in attesa dei tepori primaverili; al massimo crea, pensa, si dedica all'arte e al bello, riscaldando al meglio il suo corpo o cercando qualcuno che glielo riscaldi nel frattempo. Come è dolce è piacevole il rallentamento dell'attività delle sinapsi, lo sprofondare, ma con lentezza, nel pozzo dell'ozio privo di bisogni, protetto dal proprio nido, mentre fuori il bianco cancella colori e pulsioni, frena, calma, rallenta il battito.

Così il Buddha meditava all'alba. Sopra di lui una grande roccia lo riparava da tutto quanto potesse scendere dal cielo. La sua sensorialità era completamente distaccata da quanto lo circondava. Certo poteva sentire, attraverso gli occhi ridotti a fessure sottili poteva vedere, mentre la sua pelle nuda era esposta alle variazioni della temperatura ed alla carezza del vento. Ma tutto questo non arrivava quasi neppure alla sua mente che galleggiava lontana dal mondo della sensorialità. Solo le labbra erano piegate in un leggero sorriso di consapevolezza. L'alba appena sorta prometteva una lunga giornata. Davanti a lui un discepolo, ancora molto indietro nel cammino della conoscenza, volgeva lo sguardo inquieto qua e là, come per cercare aiuto, consiglio, approvazione. Non riusciva a trovare la corretta immobilità che lo aiutasse nella concentrazione meditativa, anzi tutto quella assenza di stimoli sensoriali, lo disturbavano non poco provocandogli una continua distrazione.

Così il tempo, concetto astratto privo di rilevanza, condizionava continuamente il suo debole pensiero. Dunque si rivolse al Buddha per cercare di carpire il segreto della sua imperturbabilità. - Maestro, - gli disse senza sapere se lui lo avrebbe ascoltato o se, addirittura, avvertisse la sua presenza materiale - ti prego dimmi, cosa intendi fare oggi, per tutto il resto di questa fredda giornata?- Per un poco il Buddha sembrò non avere inteso la domanda, la sua figura rimaneva immobile, la schiena diritta, il capo leggermente reclinato in avanti, le spalle morbide e prive di tensione, la muscolatura distesa. Poi, dopo un tempo indistinto, rivolse lo sguardo verso il discepolo impaziente e gli rispose: - Respirare. -


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

Il tao e la crisi.
Rosso corallo.
Il tao della precarietà.


mercoledì 22 dicembre 2010

Il Tao della precarietà.

Tutta la filosofia che sta alla base della cultura orientale è sempre stata molto attenta al problema della stabilità, considerando l'equilibrio del corpo e della mente, fondamentale per il benessere psicofisico. Lo stesso concetto di salute è legato in maniera indissolubile al mantenimento di uno stato di armonia, di non conflitto, di sostanziale mancanza di contrasti tra le diverse parti del corpo. Il corretto fluire delle cose per eliminare l'instabilità tra i diversi stati è la fonte di ogni tipo di benessere inclusa l'assenza di malattia, che è poi il loro concetto di salute. Che questo punto di vista sia o no estremo è da discutere, ma non si possono disconoscere i vantaggi della stabilità. Invece pare che nel nostro mondo si sia affermato un concetto addirittura opposto che vuol farci credere che l'instabilità sia un valore non solo da difendere, ma da incentivare, quasi che l'essere sempre sul punto di perdere qualcosa, migliori l'efficienza, il risultato. Quindi via libera, santificandolo, al precariato in ogni sua forma, soprattutto quando questo maschera il più bieco e deteriore sfruttamento della gente. Si parte dal non se ne può fare a meno, e via con è utilissimo per entrare nel mondo del lavoro, al crea occupazione, fino a il fatto è che la gente non ha più voglia di lavorare.


Non c'è modo più bieco e falso di far passare il modo più truffaldino per sottopagare chi lavora tenendogli un cappio al collo e negandogli ogni qualunque elementare diritto, per un amorevole e ponderato sistema ideato da benefattori del popolo che pensano solo al proprio benessere. Davvero vomitevole. Ora nessuno nega il fatto che ci sia la necessità da parte di chi ha bisogno di un lavoratore per tre mesi abbia la possibilità di avere un contratto ad hoc, così come a chi vuol mettersi a disposizione per un lavoro in modo parziale, sia possibile farlo. Questo è un bene, anzi stabilizza una zona grigia non correttamente contemplata. Ma la truffa, con strizzata d'occhio, parte quando questa tipologia di contratto viene estesa in maniera finta, facendo passare per temporaneo quello che non è. Si finge che un ragazzo ti serva per tre mesi o anche solo per uno, poi gli si rinnova il contratto all'ultimo giorno all'infinito, per tenerlo sulla corda e stringergliela a poco a poco attorno al collo, privandolo di avere un futuro normale. La parte che approfitta pensa di essere furbissima, guarda come li abbiamo fregati, adesso siamo noi a cavallo all'asino. E non si rendono conto, che questo avvilire chi lavora per te, ti porta soltanto disamore per il lavoro, per la tua azienda, un rapporto malato in cui non c'è più fedeltà morale tra le parti, in cui si cerca solo di prendere il massimo che si riesce ad arraffare, ad imparare per poi andarsene dal primo altro che ti offre una minima condizione migliore.

Con una totale ed assoluta perdita di efficienza, di cui poi gli stessi indecenti responsabili, si chiedono il perchè stupiti. Eppure sarebbe così facile regolamentare efficacemente una necessità reale e giusta che preveda che chi ha davvero bisogno di dare lavoro a qualcuno per tre mesi o voglia offrire la propria attività in modo parziale lo possa fare in modo corretto, che esca dalle varie zone grige preesistenti. Basterebbe che questo tipo di rapporto fosse meno conveniente dal punto di vista finanziario, così che verrebbe attivato solo da chi ne ha la reale necessità. Fine automatica del falso e dei furbacchioni. Invece la deriva di questo stato di instabilità precaria crescente è sempre stata la stessa nella storia. Viene un momento in cui la corda sempre più tesa, sempre più sottile e fragile, si spezza e allora sono lacrime e sangue. Il corpo della società disequilibrata si ammala irrimediabilmente ed è malattia, rivoluzione e guerra, in un cupio dissolvi catartico, fino a che si crea un nuovo equilibrio, non necessariamente migliore, certamente diverso.

lunedì 27 luglio 2009

Tai Ji

Cosa è Tai Ji? Quante risposte a una domanda a cui forse, come diceva un maestro, non è possibile rispondere. C’è un posto qui, sotto un vecchio larice, con una piccola radura piana coperta di erba bassa e senza pietre. L’aria sembra più fine quassù e l’essere circondati dal bosco da un senso di forza, di carica fisica e mentale al tempo stesso. Respiri profondamente, senti spirare dentro di te l’ossigeno, il sangue fluisce più rapidamente, la mente pur più vigile, si lascia andare ad uno stato di attenzione non analitica, non si appunta su alcun fatto specifico, rimane in uno stand-by attivo. Il respiro prende un suo ritmo calmo, prolungato. Poi, con lentezza inizia il movimento. Fin dall’apertura i piedi si muovono in modo ingannevolmente meccanico, la pianta stessa aderisce al suolo in maniera consapevole, considerando e ricercando un equilibrio globale. Il baricentro corporeo e mentale si abbassa istintivamente, per aderire alla terra, per facilitare il movimento, per rendere naturale ogni movimento. Le mani e le braccia si muovono con fluidità, alla ricerca di equilibrare una forza opposta e mutevole che fluttua nello spazio, scandendo posizioni, tecniche, movimenti. Lo sguardo segue un punto preciso in continuo divenire, che si sposta davanti, di fianco, dietro, a richiamare una reazione precisa in seguito ad una azione specifica. Le tecniche della forma si susseguono precise e cadenzate. Il pensiero non ha necessità di ricordarle, di prepararsi ad eseguirle in sequenza. Esse si susseguono naturalmente, perché il corpo ne conosce per imprinting il succedersi obbligato. La bella gru bianca allarga le ali e l’apparente instabilità del peso del corpo completamente sulla gamba sinistra mantiene il corpo stabile dopo la doppia parata; mani di nuvola per muoversi spostanto i colpi, mentre l’ossigeno penetra fino ai vasi più lontani; ago in fondo al mare e la posizione chinata e quasi rannicchiata del corpo aiuta la mano nel gesto di colpire; afferra la coda del passero ed i movimenti di afferrare, parare, spingere si dipanano lievi ed efficaci; accarezza la criniera del cavallo selvaggio ed ancora il corpo si sposta con naturalezza trattenendo per colpire. Un movimento scandito con lentezza che porta al termine la sequenza, che chiude la forma, che riporta il cerchio al suo equilibrio, alla posizione iniziale, alla tranquilla compiutezza. La mente rimane serena dopo. Ti puoi sedere su una roccia e guardare a valle. Sotto il grande larice, le cose assumono allora valenze differenti, come se i problemi fossero piccoli soprammobili da spolverare ogni tanto e se non ti piacciono più e ti infastidisce la loro vista, da riporre in un cassetto, definitivamente. La pianura con le sue paure, avvolta da una nebbiolina azzurra è lontana. Le ronde che la percorrono in camicie colorate, ancora di più.

venerdì 3 aprile 2009

Lo zen e la pressa ad iniezione.

L'altro giorno, per trovare i vecchi amici che mi allietavano le ore lavorative un secolo fa, sono andato alla fiera delle macchine per la lavorazione della plastica. Un rutilante mondo fatto di presse, stampi, soffiatrici, estrusori e compagnia cantando, che voi umani non potete neanche immaginare. Giovani studenti e compratori da tutto il mondo si aggiravano tra gli stand ammirando con occhi incantati, gigantesche macchine che sfornavano pezzi come fossero cioccolatini. Forse non lo sapete, ma l'Italia se la lotta con la Germania per il primo posto al mondo nella tecnologia di questi balocchi e qua e là si sentivano parlare tutte le lingue, arabo, cinese, russo e chi più ne ha più ne metta. D'altra parte chi può non rimanere incantato davanti ad una pressa ad iniezione? La macchina che è, essa stessa, l'essenza zen della creazione, il tao fatto meccanica. Per chi non ne conoscesse il funzionamento, voglio qui riassumerlo in pochi tratti, per farvene meraviglia e stupore. Tutto ha inizio dall' alimentatore che con un leggero fruscio fornisce il granulo di polietilene alla vite, la cui coclea, con un lento ma costante girare lo fa avanzare dentro sè stessa, mentre le resistenze lo scaldano dolcemente, fino a che il granulo si fonde e si confonde con i suoi vicini in una comunione spirituale in cui i molti diventano uno solo, con un solo intento: avanzare come uno spermatozoo verso l'ovulo per creare nuova vita. Quando finalmente il punto critico è raggiunto, una perfetta e sempre uguale quantità di magma bollente esce dall'ugello per essere iniettata nello stampo, che la pressa, deus in machina, tiene ermeticamente chiuso con una pressione di 400 tonnellate. E chi la apre! La plastica liquida scorre in mille rivoli lungo i canali dello stampo che, mantenuti caldi dalle resistenze, si suddividono in passaggi sempre più piccoli, ma sempre in totale armonia con tutti i parametri della creazione. Forza, calore, movimento, volume. E finalmente il liquido viene iniettato nelle 64 femmine, disposte armoniosamente ad accoglierlo, che penetrate da altrettanti maschi generano la forma magica del tappo di una bottiglia di acqua minerale. Quanto studio, quanta tecnologia attorno ad una capsuletta che tutti voi, con noncuranza, svitate e gettate nella spazzatura (senza riciclarla come sarebbe facile fare, ma questa è un'altra storia di cui magari un giorno parleremo)! Ecco, le cavità sono piene e attraverso altri canaletti, senza confusione ma con precisione costante, un flusso di acqua gelata avvolge l'esterno e l'interno delle cavità, passa, raffredda, scambia, porta via il calore e la plastica, questo materiale magico, a poco a poco si rapprende, si condensa, si solidifica ed i tappi consolidano la loro forma definitiva. Quando è avvenuta la magia, la pressa lo sente e i suoi muscoli oleodinamici fanno cessare come per incanto la mostruosa pressione, la ginocchiera si muove, lo stampo si apre, gli espulsori effettuano un piccolo ma calcolato movimento, un leggero soffio vitale di aria ed avviene il miracolo. Come una piccola cascata di montagna in una notte lunare del Tien Shan, come una pioggia leggera all'inizio di primavera sul monte Fuji, 64 tappi, cadono all'unisono verso il basso, ontologicamente perfetti nel loro essere tappo, predestinati nel loro destino di tappare, psigologicamente pronti ad eseguire la loro missione tappologica. Come il ticchettio dell'orologio appena carico, pigolano come pulcini appena schiusi, percuotendo il nastro trasportatore che li porta verso lo scatolone, verso lo svolgersi del loro ciclo di esistenza appena sbocciato. L'olio si comprime, la ginocchiera si muove, lo stampo si richiude ed il ciclo ricomincia, tutto questo in 4,2 secondi, 14, 28 volte al minuto, 857,1 volte all'ora, 20.571,4 volte al giorno, 7.405.714 volte all'anno, all'infinito. Un movimento sempre identico a sè stesso, perfetto nella sua essenza, preciso nelle sue finalità. Non c'è niente di più zen della pressa ad iniezione, nulla che concentri di più in sè i princìpi del Tao. Shui, l'acqua che percorre i suoi canali per raffreddare e controllare Huǒ, il fuoco che dentro le sue viscere costituite da Jīn, il metallo, l' acciaio temprato forma e produce tutto quello che si identifica e sostituisce Mù, il moderno legno rinnovabile all'infinito per poi lasciarlo al suo uso, a Tǔ, la terra. Non pensa la pressa, non è turbata dai problemi dell'esistenza, dalle passioni che travolgono la mente compresa com'è nella perfetta sfera di equilibrio dello Yin delle 64 femmine e nello Yang dei 64 maschi. Ha forse raggiunto l'illuminazione?

lunedì 2 marzo 2009

Il tao e la crisi

Nel momento in cui mi introdussi per la prima volta nel difficile mondo del lavoro, ebbi la fortuna di incontrare un maestro (a proposito del mio post dell'altro giorno), sotto la cui ala protettiva fui messo, al fine di imparare i primi rudimenti di vita lavorativa. Quelle cose che non si imparano a scuola, bla, bla, bla. Era costui un anziano alpino, che era tornato dalla Russia a piedi, lasciandovi per la strada mezza gamba (mai avrei pensato che vent'anni dopo avrei preso la stessa direzione, un po' più comodamente, lasciandoci anche un pezzettino di cuore) a cui l'età e la durezza della vita avevano conferito la saggezza del Lao. Non parlava molto e cercò con affetto e con l'esempio di insegnarmi le sottigliezze dell'ambiente in cui ero precipitato. Il Tao era profondamente radicato in lui, anche se coscientemente non lo sapeva. La prima lezione che mi impartì, fu sul fatto che fosse meglio utilizzare le mezze maniche (si usavano veramente!) per evitare che la carta carbone sporcasse la giacca (obbligatoria). Non gli diedi retta e subito lordai di blu una bellissima giacca nickerboker che la mia mamma mi aveva preparato orgogliosamente per il primo giorno di lavoro. Non disse nulla, ma mi guardò da sopra gli occhiali, come solo i grandi maestri taoisti sanno fare, senza dire -Glielo avevo detto - (ci si dava scrupolosamente del lei) ma con quel mezzo sorriso, proprio di chi è illuminato dalla serenità del saggio. Così quando, dopo pochi giorni, mi vide un po' frastornato dalla massa delle grane che ogni mattina ci si trovava sulle scrivanie, il Ragioniere mi diede la prima grande lezione filosofica. Mi spiegò che il metodo più efficace, consiste nell'esaminare al più presto e con cura, tutti i problemi a vol d'uccello. La maggior parte sono dei non problemi e si risolvono con facilità e lo si deve fare immediatamente. Rimangono poi un certo numero di grane, che sebbene ci si sforzi di pensare ad una soluzione, rimangono refrattarie ad ogni trattamento. Si raccolgano dunque queste rogne in una cartellina denominata " Da definire" e la si riponga sotto il mucchio di documenti. (Allora si usava la carta, ma adesso il discorso vale allo stesso modo per il PC, documenti e cartelle da rinominare!). Dopo una settimana la si riprenda, e si noterà che molti di quei problemi irresolubili si sono risolti da soli. Si ripongano le rimanenti nella stessa cartella per riprenderla in mano la settimana dopo, proseguendo così ad infinitum. Cosa c'è di più Tao di questo modus non agendi! La signora Iris, l'anziana (così mi pareva allora) segretaria, che faceva da chioccia ai neoassunti, non era affatto d'accordo, ma non c'era nessuno meno taoista di lei. Purtroppo, non sono mai riuscito a mantenere questo tipo di approccio, essendo stato sempre troppo "occidentale" e quando se andò, il Ragioniere, mantenne verso di me il sorriso della consapevolezza. Oggi che infuria il problema dei problemi, che il mondo è percorso da brividi di paura, che ogni giorno si titola con nuove e sempre peggiori notizie, che ogni grande resposabile del mondo fa partire una nuova ricetta per risolvere la crisi economica e chi non ha il potere di farlo, suggerisce la sua, frustrato ed impotente, mi chiedo se la soluzione delle cartelline potrebbe essere praticata. Come suggerisce anche Ceronetti, nella sua follia di pessimista storico, potrebbe il Wu Wei (il non agire del Taotismo) avere un effetto risolutivo o anche soltanto positivo se portato a sistema di gioverno? E' una sfida cerebrale, ma una cosa è certa, sicuramente sarebbe più efficace che agire in modo sbagliato, dannoso, con conseguenze magari ancora peggiori e imprevedibili. Si potrebbe tentare una via di mezzo, dichiarare di fare un sacco di cose e azioni per convincere della propria efficienza l'opinione pubblica votante, aumentando il consenso, utile comunque a dare fiducia, e contemporaneamente nei fatti utilizzare il Wu Wei in attesa che passi la nottata. Ma non è che abbiamo un governo Tao?

venerdì 26 settembre 2008

Tào

L'ideogramma qui a fianco, in cui si trovano i segni del piede (quindi cammino) e della testa (pensiero) rappresenta la filosofia taoista e significa anche "via" inteso come cammino reale o spirituale da seguire per migliorare sè stessi. Tra i semplici consigli che il Tào indica per raggiungere questo scopo, tre sembrano curiosi e inducono a un pensiero più attento. Il primo precetto recita: "Guidare i carri lentamente". Credo che non ci sia bisogno di commento pensando a dove ci sta conducendo questa furia insensata di arrivare primi ad ogni costo, in macchina come in ogni altro momento della nostra giornata. Anche il secondo: "Non portare mai armi con sè" mi sembra di grande attualità. Ci sono paesi dove portare armi è sancito dalla costituzione, ma John Ford diceva che se all'inizio di un film vedi un fucile, prima della fine ci sarà un morto. Il terzo (ricordando che il Tào si rivolgeva agli uomini) dice : "Sforzatevi di fare pipì accovacciati". Questo aspetto di cercare di vedere ogni problema, soprattutto dal punto di vista femminile mi sembra il più interessante da mettere in discussione nei nostri tempi. Mi piacerebbe sentire qualche parere illuminato in materia. Chissà... sempre che non consideriamo la Palin prossima vicepresidente, che, mi pare, sarebbe già in contraddizione con i primi due punti.

mercoledì 17 settembre 2008

Cha


L' ideogramma cinese "cha", significa thè. E' armonioso e delicato con i tre piccoli tratti in alto che ne indicano la derivazione da "erba". Così come è bello berlo il thè in Cina, come mi hanno insegnato i miei amici Ping a Pekino quando soffia il polveroso vento dell'ovest e Nunzio nelle sere calde della baia di Hong Kong. Si prende una tavoletta thè Oolong al pomeriggio o di Pu Er alla sera e se ne rompe un pezzetto apprezzandone con cura la consistenza. Con un bel cucchiaio di osso lo si pone nella piccola teiera di cotto marrone posta su di un tavolinetto di prezioso legno rosso Hong Mu dalla base traforata per lasciare percolare l'acqua in eccesso e si versa l'acqua bollente sulle foglioline che si aprono e si distendono quasi con piacere. Il calore ne estrae gli aromi e le sostanze con calma, poi il primo thè si versa nel secondo recipiente attraverso il colino di bella ceramica colorata e infine da questo nelle piccole tazze bianche con un gesto antico e misurato. Si sollevano le tazzine e mentre si guarda con ammirazione il fumo sottile che si leva portando con sè l' aroma delicato, si portano alla bocca assaporando lentamente il liquido caldo che scalda il cuore e disseta la mente. Si ripete tutto quattro volte così che l'acqua estragga dalle foglioline tutta l'essenza e la gradevolezza che possono dare. La prima volta fragrante e delicata, la seconda più profumata e ricca, la terza forte e con nuove sensazioni, l'ultima tannica e severa quasi a volerti dire "adesso ti ho dato tutto di me". Ed ogni volta assaporando le diverse sensazioni fino al piacevole ed amarognolo retrogusto finale che ti da pace e ti dispone a parlare di cose piacevoli e serene. Tutto lentamente, con cura, senza fretta. Come consiglia il Tao, la fretta è nemica dell'uomo, lo rende aggressivo e feroce e lentamente ne uccide la mente.

Oggi però anche i Cinesi corrono, corrono sempre più velocemente, si affannano per arrivare prima a mettersi in coda davanti al MacDonald.

Li abbamo quasi fregati.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!