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giovedì 15 ottobre 2020

Luoghi del cuore 71: Comprare souvenir a Pechino

La città proibita - Beijing - Cina - maggio 1998


Alacremente al lavoro in fiera
Pechino, anzi Beijing, come avevo imparato a chiamarla. Ci sono stato così tante volte che è diventata, come Mosca, un poco parte di me, come tutti quei luoghi dove puoi considerare di avere realmente abitato. Considerato che per ogni appuntamento ci sono stato almeno una settimana, possiamo pure dire che ho vissuto da pechinese almeno per mezzo anno o più. Certo, in un albergo non è la stessa cosa che vivere in una casa tua, ma l'abitudine ad un luogo, il ritrovare, ogni volta che ci ritorni, i tuoi angoli preferiti, l'abitudinarietà a frequentare ambienti dove ormai ti senti come a casa, ti fanno considerare una città in modo diverso da quando ci passi una volta con la obbligatoria fretta del turista che deve spuntare un certo numero di luoghi topici. Andare in un paese per lavoro, oltre al privilegio di farti conoscere il posto sotto altri non meno interessanti aspetti, ti dà anche questo vantaggio, quello di farti conoscere, anzi di ricercare luoghi comuni, privi del cosiddetto interesse turistico, che alla fine ti danno l'impressione di essere davvero un abitante di quella città. Non parliamo poi dei punti fissi che ogni volta non potevo evitare, come il Lufthansa centre e il quartierino dei ristoranti al suo fianco, il mercato della domenica delle cose vecchie, con le sue interminabili file di banchetti e le straordinarie viuzze dei tarocchi di Xui shui, dove mi perdevo per ore e venivo via con sacchi neri pieni di roba da stipare nelle valigie. 
I lavori per lo stadio delle Olimpiadi

L'ultima volta che ci sono stato, nel 2005, mi ha stretto il cuore trovare il piccolo quartiere di viuzze circondate da banchetti microscopici che vendevano ogni tipo di falso immaginabile al mondo, sostituito da un palazzone di sei o sette piani, pieno a sua volta di negozietti, che tenevano ugualmente i tarocchi sotto il bancone, dato che ufficialmente erano proibiti, ma senza più l'appeal del mercatino orientale. L'arte del tarocco era straordinaria nella Cina di quegli anni e accanto a quelli perfetti, che anzi, non erano neppure imitazioni dato che arrivavano dalla stessa fabbrica che faceva gli originali da mandare in Europa, fatti uscire per così dire, sottobanco, c'erano delle cose di una ingenuità commovente. La più bella che vidi, era una maglietta con la scritta Lentino Garava, evidentemente era stata copiata da una foto in cui si vedeva solo la parte anteriore del capo e non si riusciva a leggere l'intera scritta (Valentino Garavani)! Già è proprio così, ogni volta che tornavo in queste città dell'Asia dove la crescita economica è stata travolgente e rapidissima, sentivo un moto di deprivazione, un senso di perdita per un passato che scompariva. Certo una idiozia assoluta per gli abitanti della città, che di certo stavano sempre meglio, ma questa nostalgia del tempo che fu, insensata di certo, è propria dell'uomo occidentale e ogni volta, mi trovavo a pensare con dispiacere a quell'oceano di biciclette che transitava nella Chang An, sostituita da rumoroso flusso di auto che transitavano a passo d'uomo davanti alla Tien An Men. 

La città proibita

Mi rimanevano però sempre i miei quadri preferiti, ammirare la Città proibita dalla Collina del carbone leggendomi la citazione di Marco Polo dello stesso sito per poi andare a mangiare un'anatra laccata nelle viuzze dietro il mausoleo di Mao, le domeniche pomeriggio davanti agli specchi d'acqua del Palazzo d'estate, quel ristorante in stile vecchia Cina dove si esibivano i cantanti dell'opera di Pechino e i parchi dove all'alba qualche anziano faceva Tai Ji e i gruppi di donne si esercitavano nelle forme della spada dal fiocco rosso. Passavo ore, la domenica mattina al mercatino delle cose vecchie, un enorme spazio all'aperto circondato da un muretto che lo separava dalle altre case del quartiere e da immensi parcheggi di biciclette; mi sono sempre chiesto come fosse possibile ritrovare la propria dopo averla parcheggiata in un mucchio di almeno 10.000 altre tutte uguali, ma tanto lì nessuno le rubava, così era quanto meno la vulgata, anche se il mio amico Ping mi diceva che gliene avevano fregate già due. Poi camminavo avanti ed indietro sotto le tettoie dove c'erano, a terra, gli stalli delle cose più interessante e vecchie, pietre, giade, dipinti, scodelle, sculture in legno, parti intagliate di vecchi letti, vasi, tappeti, vecchi ricami, cose semplicemente vecchie e anche un sacco di ciarpame per turisti, ma sempre una gioia per gli occhi. Magari mi prendevo una mezz'ora a guardare un calligrafo che riempiva con tocchi delicati grandi fogli di carta leggera, oppure con grandi pennelli tracciandoli con l'acqua sul cemento iscurito, dove gli ideogrammi nascevano come per magia per scomparire subito dopo man mano che l'acqua evaporava sotto il sole gentile della primavera incombente. 

Trattativa in corso

Una straordinaria similitudine della vanità e della lieve inconsistenza della vita umana. Ammirare un piccolo oggetto, che fossero vecchie bacchette, una campanella tibetana o una piccola scodella sbrecciata con leggeri disegni blu, i cosiddetto Ming di campagna, prenderle in mano e rigirarsele con attenzione sotto l'occhio indagatore della venditrice, spesso più interessante dell'oggetto stesso, chiedere il prezzo, trattare se la cosa ti interessava, cercando di far subito capire che eri sì un Gua Lo, ma non un turista qualunque, buttando casualmente lì l'offerta con i numeri in cinese o facendoli con le dita alla moda locale o proseguendo la trattativa facendo finire la cifra con 8 o 88, cosa che cambiava subito l'atteggiamento del venditore, che proponeva subito un prezzo più "cinese", valutandoti come scafato conoscitore del posto. L'unico problema era che subito venivi identificato anche come conoscitore della lingua, cosicché il tipo o la tipa, continuava bellamente la chiacchierata in mandarino fluente e la comprensione si ingarbugliava subito, anche se a quel punto cercavo di barare, ridacchiando e continuando a scaricare cifre o le poche altre parole a mia conoscenza, sulle quali dominava sempre il classico Tai Kuei La (troppo caro) per trarmi d'impaccio. Che bello alla sera camminare nei quartieri di cibo di strada, circondati da colori e profumi a mangiare qualche specialità famosa. 

Attore dell'opera di Pechino al trucco

Inutile pensare alle solite orribili cose, vermi, scarafaggi, scorpioni e ovviamente cani, gatti e altra fauna selvatica, dai famigerati pangolini, a topi, pipistrelli e chi più ne ha più ne metta. Quella roba lì devi andartela a cercare apposta, se no manco la vedi. Mi ricordo invece, una deliziosa testa di maiale marinata con 15 diversi trattamenti, mi sembra si chiamasse Pa Chu Lie, si scioglieva in bocca e il proprietario, dopo aver spiegato con accuratezza il modo in cui si mangiava, scalcandone con cura i deliziosi pezzetti da  bagnare con le varie salsine, voleva brevettarne la ricetta e aprire una catena di ristoranti con quel nome in tutta la Cina, ma poi mi sembra, gli distrussero il ristorante attraverso una finta protesta di dipendenti, perché pare non volesse pagare il pizzo. Tutto il mondo è paese, ehehehe. Una sera l'amico mi portò in un palazzo del benessere, non pensate subito male, dove in due settori rigorosamente separati, maschile e femminile, passavi due o tre ore a fare bagni, sauna, pulizia accurata del naso e delle orecchie, pelatura del corpo con apposite striglie durissime, massaggi ai piedi ed alla schiena o ogni altro genere di delizie, operate esclusivamente da uomini nerboruti per finire con un rilassante spuntino. Insomma tutte quelle piccole cose che mi facevano sentire un residente e non un visitatore di sfuggita che appena firmato il contratto se ne sarebbe scappato il giorno dopo col valigione, la borsa nera dei contratti in mano ed un vaso cinese ben imballato in una scatola di cartone, per non tornare più. 

Il mausoleodi Mao e la piazza Tien An Men

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mercoledì 12 ottobre 2016

Spade a Pechino

Tien An Men - Pechino - fine anni '90

La primavera avanzata a Pechino ti può regalare anche giornate terse e gioiose, con lo sguardo che arriva lontano e non offuscato come di solito dalla caligine nebbiosa dello smog o dal fastidioso polverino giallo del loss che il vento di nord ovest porta da lontano e che rimane a mezz'aria per giorni. Era piovuto abbondantemente nei giorni precedenti, pulendo l'atmosfera come accade di rado. Una domenica mattina serena che invitava a passeggiare col naso per aria in giro per la città ancora poco affollata di mezzi a quattro ruote. Gli intasamenti erano ancora di là da venire. Solo qualche stripelliodi campanelli delle grandi biciclette nere. Così mi piaceva andare per parchi a respirare la primavera che in Cina è una stagione piena di gioia e di speranze. La collina del carbone si alza proprio dietro la Città proibita ed il giardino che la contiene e la circonda è sempre piuttosto affollato di turisti, grazie alle belle vedute sui cortili segreti del palazzo, mentre al di là delle mura rosse riesci quasi ad intravedere la vastità dell'immensa piazza fino al mausoleo sullo sfondo, ma quella mattina, non c'era ancora quasi nessuno, forse anche perche era davvero troppo presto e l'orda dei turisti, benché allora non fosse ancora così numerosa, era ancora bloccata negli alberghi a fare colazione. 

Così me ne stavo seduto su una panchina rivolto verso il palazzo, come direbbe il Buddha, a respirare in solitudine serena. Poi un gruppo di donne, una quindicina almeno, arrivò silenziosamente da un punto dietro le mie spalle, dove stava nascosta una entrata secondaria. Avevano il passo strascicato delle anziane cinesi, poco abituate a cammminare con le scarpe moderne, quell'andamento con la postura un poco arretrata che fa gettare i piedi verso l'esterno, un po' come le papere, che a noi appare buffo, ma che sembra sia una mano santa per la postura ed i dolori della colonna. Si disposero con un certo ordine dietro quella che sembrava la capa, silenziosamente e rivolte nella mia direzione. Solo allora mi accorsi che ognuna di loro teneva nella mano sinistra una spada Jiàn, l'arma cinese più nobile che rappresenta il fuoco e forse era quella di più difficile uso. E' una spada diritta a doppio filo, leggera e dalla punta flessibile, cosa che la rende particolarmente maneggevole ed elegante. Nel pomello posteriore dell'impugnatura è legato un lungo fiocco, motivo per il quale viene anche detta la spada dal fiocco rosso, che non aveva soltanto una funzione estetica, ma serviva nelle varie tecniche di combattimento per trattenere l'arma, distrarre l'avversario o portare attacchi diretti ed inattesi, tanto che un tempo era formato da fili metallici con uncini utili ad offendere. 

La spada Jiàn
L'antico ideogramma rappresenta due uomini a sinistra evidentemente pronti a duellare e una lama a doppio taglio a destra. La storia della forgia di queste spade ha qualche tratto di mitico, nella tecnica dei maestri forgiatori a simiglianza delle katane giapponesi, anche se qui risaliamo molto più in là nel tempo. In origine costruite in bronzo, hanno poi visto l'avvento dell'acciaio che poteva venire disteso fino a cinque strati diversi di differente durezza a differenza dell'arma giapponese in cui due strati di diversa durezza vengono ripiegati più volte su se stessi. Vedere l'eleganza dei movimenti che si utilizzano nell'uso di quest'arma, in particolare nelle tecniche e nelle forme del Tai Ji Quan, ti incanta. Il gruppo di donne dopo essersi sciolte un poco con lenti movimenti articolari, rimase a lungo immobile con la spada con la punta verticale verso l'alto dietro la spalla sinistra. Erano tutte piuttosto anziane e non apparivano così pronte ad un qualsiasi esercizio fisico. La maggior parte aveva ai piedi quelle specie di babbucce nere con la suola di corda usate dagli anziani, così comode e silenziose nei movimenti ed erano quasi tutte coperte di casacche scure coi bottoni davanti. Una di loro aveva ancora addirittura una delle tradizionali giacchette blu del periodo maoista. Al Kai Si della maestra iniziarono con estrema lentezza i movimenti della forma. 


Le braccia si muovevano quasi all'unisono nei movimenti iniziali, anche se qualcuna di quelle nelle ultime file li eseguiva in modo un po' più approssimativo. Tuttavia il colpo d'occhio di insieme era davvero emozionante e la morbidezza con cuisi muovevano non si sarebbe potuta immaginare per persone non più giovanissime come apparivano. I polsi ruotavano lenti e l'impugnatura passò alla mano destra, le punte si alzavano alcielo e poi, con misurata lentenzza il filo calava fino all'orizzontale, per poi protendere la punta avanti a ferire l'aria. La mano sinistra vuota a pugno con le due dita a puntare la direzione, bilanciava il gesto, fino al salire del corpo, eretto sulla gamba destra, col piede sinistro a protezione del ginocchio. Nessun rumore, solo il lento dipanarsi delle respirazioni, fruscio di vesti ed un piccolo, leggero scricchiolio della ghiaietta sotto le calzature morbide. Nel gesto perfetto della maestra, leggevi facilmente, la tensione della tecnica, l'energia che fluisce fuori dal corpo fino alla punta estrema della spada, la perfezione del movimento che permette l'evoluzione senza tentennamento del fiocco che danza sul braccio senza aggrovigliarsi. 

Quando vedi un bravo maestro subito capisci il senso della pratica dell'arma nel Tai Ji. Questa amplificazione del corpo che ti permette di sensibilizzare anche visivamente i piccoli errori impercettibili nella pratica a mano nuda, le incertezze del movimento, della precisione e del colpo d'occhio, della corretta canalizazione dell'energia. Diversamente che senso avrebbe oggi apprendere il maneggio di uno strumento così antico e totalmente inutile nella vita moderna. Le donne continuarono la forma fino alla sua conclusione e quasi tutte eseguirono il calcio con l'esterno del piede, opposto al taglio della spada in orizzontale, una delle tecniche più complesse soprattutto per la rotazione nella posizione incerta, con buon equilibrio. Quando la mano sinistra raggiunse l'elsa per raccoglierla e riportare la spada nella posizione iniziale e tutte rimasero erette, mentre il respiro scendeva lento nella suo ultimo ciclo per il termine dell'esercizio, un senso di grande calma era sceso su tutto il giardino.  Silenziosamente il gruppetto si allontanò lungo il vialetto da cui era arrivato. Ti pareva di sentire crescere l'erba. Poi uno strombettare stridulo e sgradevole ruppe il silenzio. Era arrivato il primo pullman.


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lunedì 19 agosto 2013

Il tao dello stagno.

dal web

Il piccolo stagno, sotto le Colline Profumate, aveva una superficie piatta ed immobile nella calura del pomeriggio. Sembrava uno specchio grigio argento e le canne d'acqua appena appena piegate lungo il bordo ad est, parevano piantate a bella posta da un creatore di vasi floreali. Non un refolo di vento a muoverle, nel pomeriggio di Pechino, le foglie diritte e basse ad indicare la propria ombra inutile. L'aria sembrava spessa come miele. Solo un insetto d'acqua si muoveva adagio sul piano perfetto, le sottili zampe appoggiate a formare una piccola fossetta, come a sopportare il piccolo peso che la tensione superficiale, manteneva tesa ed impermeabile come per magia. Si spostava a zig zag, qua e là, come un giocattolo meccanico comandato dalla riva. Sotto il grande pruno, il cui tronco contorto per gli anni, sosteneva una larga chioma spessa di foglie, un'ombra cortese copriva la ripa non troppo scoscesa e ricoperta di erba verde chiaro. Appoggiato all'albero Li Guo Feng teneva gli occhi leggermente chiusi, attraverso la piega della fessura, si intravedevano però, le pupille nere, vigili che abbracciavano tutto l'orizzonte visibile. 

Non fissavano un punto specifico, non c'era la concentrazione precisa che fa perdere di vista la presa di coscienza generale, ma mantenevano una visione d'insieme, comprensiva di tutto l'ambiente circostante, come questo potesse abituare corpo e mente a considerarsi parte di un ambiente unico, a sentirsi un tutt'uno con esso. Solo quando dopo un po', una leggera brezza da nord cominciò a far dondolare le foglie dei giunchi, sembrò avvertirla, mentre lieve, gli carezzava i capelli. L'aria scorreva tra le mani appoggiate tra l'erba e sfiorava le dita, passandogli poi sul viso glabro e sulle labbra, leggermente curve all'in sù, come in un sorriso inconsapevole, sereno, atteggiamento inconscio di un non pensiero, aiutato da una respirazione lenta, meditata, che scioglieva le tensioni fisiche del collo, delle spalle, della mente. Lontana, la grande campana di bronzo del tempio della Luce Suprema, rintoccò un colpo secco, la cui sonorità piena si adagiò sui fianchi della collina e sembrò quasi smuovere la superficie dello stagno in onde concentriche che si allontanavano verso la riva. 

Il suono parve risvegliare l'attenzione di Li Guo Feng, che si smosse appena, poi alzò la schiena raddrizzandosi. Le fessure degli occhi si aprirono completamente come se il pensiero cosciente si  fosse d'improvviso risvegliato. Si alzò lentamente dirigendosi verso l'entrata del parco dove aveva lasciato l'auto nuova appena ritirata dal concessionario. Aveva deciso. Appena arrivato a casa avrebbe cacciato via a calci in quel sederone grasso, quella sfaticata di baby sitter che si era permessa di chiedergli l'aumento dello stipendio da 50 a 80 dollari. Quella schifosa si era fatta mettere su dall'amica che lavorava dalla vicina. Quelli spargono soldi a piene mani, se ne fregano se poi le ragazze si parlano e alzano la cresta. Se ne tornasse al villaggio a guardare i maiali. Dette un'occhiata al Rolex d'oro nuovo che aveva al polso. Era tardi, con quel caldo, ti scappava la voglia di tutto. Girò la chiavetta e accese l'aria condizionata a palla e le casse dell'iPod.


giovedì 18 novembre 2010

Il Milione 30: Vino di riso.


La parte centrale di Pechino, ripete dopo secoli lo schema ordinato, si potrebbe dire da accampamento romano, che ha mantenuto nel tempo, lo stessa che ha visto Marco Polo, che forse anche oggi riconoscerebbe i grandi viali diritti e larghi, in un certo senso sorprendenti per una città il cui progetto urbano risale a quasi mille anni fa.

Cap. 99

...or sappiate per vero che 'l grande Sire à ordinato per tutte le mastre vie, che vi siano piantati gli albori lungi l'uno dall'altro, su per la ripa della via, due passi. E questo acciò che li mercatanti o altra gente no possa fallare la via, quando vanno per cammino e questi albori sono tamanti che bene si possono vedere da la lunga.

Era davvero un piacere, quando ero laggiù, passeggiare per questi ampi viali, dai marciapiedi larghi che alternavano i parchi agli isolati di Hu Tong, le tradizionali case cortile che la rivoluzione non era riuscita a distruggere completamente. Quando già la primavera ed un pallido sole cominciavano a riscaldare l'aria, camminavi più lentamente osservando un mondo in grande fermento intorno a te. me lo sono sempre sentito vicino, il nostro Veneziano, mercante come me, ma osservatore curioso di quel mondo così nuovo e diverso, attento a spiarne differenze e punti in comune, cose positive e difetti. Di certo è la caratteristica mercantile quella che attira di più l'occhio. E' tutto un susseguirsi di negozi, bancarelle, attività commerciali e artigianali, mercati e luoghi di ristoro per soddisfare una folla in ricambio continuo con le sue continue necessità. Le bancarelle dello street food, poi sono dappertutto e sempre affollate di gente che mangia e beve a tutte le ore del giorno e della notte, come è tipico delle città vive. E' tutto uno sfavillar di fuochi sotto i wok anneriti dall'uso e pieni di olio sfrigolante dove saltano pastelle, spaghetti, tocchetti di carne di ogni tipo, fumi e vapori di cotture lente e profumate, odori di spezia, che tanto interessavano a Marco, e fiumi di bevande, bottiglie di liquori tradizionali (magari, per deformazione professionale, io andavo controllando il tappo delle bottiglie più moderne, dei quali avevamo fatto una grande fornitura all'azienda più importante) e piccoli contenitori di terracotta di vino di riso da bere riscaldato o da usare nei tanti piatti proposti, dal pollo dei tre bicchieri ai teneri e profumati bocconcini di manzo con le cipolle che ci racconta qui la nostra vivandiera Acquaviva, sapientemente aromatizzati da questo alcool morbido e vellutato e da gustare nelle piccole ciotole da tenere in mano, mentre le bacchette pescano nel cibo fumante tentando di afferrarli.

Cap. 100

Ancora sappiate che la magiore parte del Catai bevono un cotale vino com'io vi conterò. Egli fanno una pogione di riso e co molte altre buone spezie e concialla in tale maniera che egli è meglio da bere che nullo altro vino. Egli è chiaro e bello e inebria più tosto che altro vino, perciò ch'è molto caldo.
Piace ai cinesi bere in compagnia, le liriche Tang, da Li Po a tutti gli altri poeti successivi, fanno di questo vino la base della convivialità e dell'amicizia. Quando il mio amico Ping mi portò a casa dei suoi suoceri, parlammo di tante cose, compreso il calcio, argomento in cui noi italiani siamo ritenuti intenditori. Proprio il suocero era appassionato di questo sport e ammirava il nostro paese anche per questo (tutto serve nelle relazioni internazionali, meditate). Bevemmo assieme e quando me ne andai volle regalarmi due contenitori di quell'alcool, non solo bevanda ma spesso, anche simbolo di amicizia. Li ho ancora qui, non ho potuto togliere la ceralacca che li sigillano; mi piacerebbe farlo assieme ancora una volta, perchè questo è il loro senso.



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sabato 16 ottobre 2010

Il milione 28: Pane e cartamoneta.


Acquaviva, con le sue focaccine cinesi di cipollotti, le famose cong you bing, mi ricorda che oggi è il 5° World Bread Day. Scommetto che non lo sapevate. Certo questo è un alimento comune nelle sue più diverse forme, in ogni parte del mondo, Focacce di tutti i tipi, piadine, pizze, chapatti, nan, pittah arabe e tutta la miriade di pani lievitati salati e dolci, come i candidi e deliziosi panini con una specie di purea dolce all'interno che trovi in tutti mercati di Pekino e che Ping mi guardava mangiare golosamente, ridendo, perché par che laggiù, li mangino solo i bambini. Che delizia lo street food!Chissà se piacevano anche a Marco Polo, mentre si aggirava negli sterminati mercati della capitale, in cerca di buone occasioni e di affari. Non dimentichiamoci che lui era soprattutto un mercante e quindi la quantità, varietà e qualità delle merci che arrivavano da ogni parte dell'impero per fare ricca e incredibile quella città, lo attiravano come un' ape sui fiori, oltre che stupirlo in continuazione.

Cap. 94


E sappiate per vero che in Cambalu viene le più care cose e di maggiore valuta del mondo, e ciò sono tutte le cose che vegnon dall'India, come pietre preziose e perle, che son recate a questa villa e ancora che son recate dal Catai e da tutte altre province. E più mercatantie qui si vendono e qui si comprano; ché voglio che sappiate che ogni die vi viene in quella terra più di mille carrette caricate di seta, perché vi si lavora molti drappi e ad oro e a seta. E bene d'intorno a 200 miglie vegnono per comprare quello che bisogna, sicché non è maraviglia se tanta mercatantia vi viene.
E di certo con un simile giro d'affari non si poteva andare al baratto come spesso in Europa. Infatti ecco come ci racconta, e fu sbeffeggiato dai Veneziani assai per questa incredibile novità, il sistema della cartamoneta , istituito proprio da Kubilai.

Cap. 95


Or vi diviserò del fatto della seque (la zecca) e della moneta che si trova in questa città. Or sappiate ch'egli fa fare una cotal moneta dalla scorza di un albore ch'à nome gelso e di quella buccia fa fare carta come di bambagia e sono tutte nere. Così egli ne fa de le piccole che vagliono una medaglia di torneselli piccioli, l'altra un tornese, l'altra un grosso d'argento di Vinegia, l'altra un bisante d'oro e l'altra 2 e l'altra 5 e così fino a 10 bisanti. E tutte queste carte son suggellate dal grande sire e egli ne fa fare tutti li pagamenti in tutte le province e regni e nessuno osa rifiutare a pena della vita. E di questa moneta si paga ogni mercatantia e di perle, d'oro, ariento e di pietre preziose. E se a qualcuno si rompe o guastasi, il grande sire, incontamente gliene cambia, ma gliene lascia 3 per 100. E se qualcuno abbisogna di ariento e oro, va alla tavola e il grande Sire gliene da quanto vuole per queste carte.


Certo un sistema rivoluzionario, con tanto di oro a garanzia nei depositi di stato e cambio con tassi di commissioni, moderati tutto sommato. Che pacchia allora come ora, passare le giornate in questi mercati, osservando, valutando, contrattando. E che nostalgia, quel passeggiare tra le bancarelle sbocconcellando un panino dolce mentre il mio amico Ping se la ride sotto i baffi che non ha.

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martedì 5 ottobre 2010

Il Milione 26: Spaghetti a colazione.


La carovana ormai si è sciolta; i tre Polo sono stati ricevuti con onore a palazzo (come vedete in questa miniatura medioevale che illustrava una delle prime edizioni del libro) e il buon Khan ha soprasseduto al fatto che non abbiano portato con loro i cento saggi cristiani, evidentemente giudicando che una religione che lo snobbava, avesse poca credibilità essa stessa. Stimandoli, ha assegnato loro incarichi importanti e il giovane Marco deve essere piaciuto subito. Ma padre e zio non hanno tempo da perdere e si buttano subito negli affari. Possiamo immaginare invece che Marco, colpito dalla ricchezza e dalla potenza del luogo, sia rimasto un poco in una fase di attonita meraviglia a considerare e ruminare il nuovo che lo circondava. Infatti per molti capitoli prosegue la descrizione della corte e della sua magnificenza, delle grandi feste e della sontuosità che le accompagnavano.


Cap. 88/94

E quando lo sire viene alla mastra città di Cambaluc, egli dimora nello palagio. Tiene grande corte e grandi tavole e grande festa e mena grande allegrezza con tutte sue femmine... E fanno loro festa a capo d'anno del mese di febbraio. Egli e sua gente si vestono di vestimenta bianche perché a loro prenda tutto l'anno bene e allegrezza. E la mattina di quella festa , prima che le tavole siano messe, tutti vengono a la sala dinanzi al grande Khane e quegli che qui non cappiono dimorano al di fuori dal palagio.

Questi favolosi banchetti diedero senza dubbio la possibilità a Marco di conoscere la grande varietà della cucina cinese, a lui così estranea ed esotica, che evidentemente lo colpì a tal punto che tradizione vuole, ne abbia portate molte cose al suo ritorno in Italia, piatti e tradizioni entrati poi a far parte anche della nostra cucina e ormai diventati tipicamente italiani, come gli agnolotti, la pizza (che in cina era più un calzone, diremmo oggi) e appunto gli spaghetti (che poi in Italia c'erano già). Chi ha visto un cuoco fare a mano gli spaghetti, non può che essere rimasto affascinato da questo spettacolo di destrezza di giocoleria più che di culinaria. E ritorno proprio ad un capodanno di qualche anno fa, dietro la Città Proibita, dove ordinati gli spaghetti, ci disponemmo a goderci il cuoco che, preparato un grumo di pasta, attraverso stiramenti successivi e duplicazioni susseguenti (ad ogni raddoppio, raddoppia anche il numero degli spaghetti; sei duplicazioni fanno quindi 64 spaghettoni che vengono buttati poi nell'acqua bollente) preparava in meno di un minuto una bella porzione. Non trovo per il momento il mio video ma solo la foto, quindi vi allego quello tratto da Youtube, che è sostanzialmente identico. In pratica l'apoteosi della pasta fresca e preparata al momento. Troverete interessanti riferimenti storici, nonché le ricetta dalla nostra vivandiera Acquaviva. E poi a pancia piena, via ad esplorare la città piena di genti mai viste, merci, colori, sensazioni ed esperienza. Cosa troverà Marco, finita la festa a palazzo, quando si butterà nella sterminata città dei mercanti?




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lunedì 27 settembre 2010

Il Milione 25: Nella città proibita.


Ricorderete che avevamo lasciato i nostri amici della carovana dei Polo quasi un mese fa, alle prese col deserto del Gobi. Ma pian piano la meta del loro viaggio si avvicina e, traversata la Mongolia interna e superata la grande muraglia che Marco non cita mai, tanto da far venire ai suoi moderni detrattori il dubbio che ci sia davvero stato in Cina, eccoli arrivare alle porte di Cambaluc, la capitale dell'impero del Katai, la Pekino di oggi. Questa mancanza è invece assai logica in quanto la muraglia era stata costruita proprio a difesa dai Mongoli che invece, ormai da cento anni avevano conquistato l'impero e che quindi da essi era stata lasciata cadere in disuso, uno dei tanti "muri e castella" che erano sparsi nell'immenso territorio del più vasto impero che il mondo abbia mai conosciuto e che si estendeva dall'Ungheria fino all'Oceano Pacifico.

Vi lascio immaginare lo stupore che può aver colto il giovane Marco ormai ventenne alla vista di questa città, forse allora la più grande del mondo e delle sue tante meraviglie. Possiamo pensare che la corovana sostò a lungo nel quartiere dei mercanti, che occupava quella che oggi è la gigantesca piazza Tien An Men e le zone limitrofe, uno dei cuori commerciali pulsanti dell'odierna Pekino, per riprendere le forze e presentarsi al meglio quando il Gran Khan, signore di tutte le genti, avrebbe dato loro udienza. Ecco come ce lo descrive:

Cap. 81

...Coblai Kane è di grande bellezza e di mezzana fatta. Egli è canuto di bella maniera e troppo bene tagliato di tutte le membre, ha lo suo viso bianco e vermiglio come rosa, gli occhi neri e lo naso bene fatto. Ae quattro femmine che tiene per mogli e ancora tiene molte amiche, che ogni anno sono scelte cento le più belle donzelle che vi sono e gli sono menate. Egli le fa giacere apresso lui per sapere se ell'àe buon fiato e s'ella è pulcella e ben sana. E quelle che sono buone son messe a servirlo in sei ogni tre die in camera e a letto per ciò che bisogna e così va tutto l'anno di sei in sei donzelle.


Certo questo aspetto ha colpito particolarmente il giovane Marco, che non manca di sottolineare tutti i vantaggi di questa situazione, ma ciò che lo ha sicuramente meravigliato più d'ogni cosa è l'ingresso a palazzo, quella Città Proibita i cui splendori superano ogni più sbrigliata immaginazione. Nelle sue parole rivedo me stesso, la prima volta che sotto l'occhio inquietante del gigantesco ritratto di Mao, ho superato il ponte di marmo, per varcare i grandi portoni rossi che aprono la strada agli immensi cortili e alla serie infinita dei palazzi e dei giardini. Anche se la Città Proibita di oggi, con la sua barocca architettura Chih, non è la stessa della dinastia mongola Yuan, possiamo immaginare che lo splendore, all'interno dello stesso perimetro non fosse molto diverso. Ma sentiamo proprio le sue parole che figuriamo pronunciate mentre attraversa gli androni immensi con gli occhi all'insù a meravigliarsi di tanta ricchezza e magnificenza.

Cap. 83

Lo palagio è d'un muro quadro d'un miglio di lato e in ogni canto à quattro palagi e ancora tra questi altri quattro ripieni di tutto quanto abbisogna al Grande Kane. In questo muro a mezzodie à cinque porte e nel mezzo una grandissima che s'apre solo quando egli vi passa e a lato son due piccole onde entra tutta l'altra gente (è la stessa disposizione attuale). E dentro è un altro muro e atorno otto palagi come il primaio e in mezzo a questi è il palagio del Grande Kane ed è il maggiore che mai fu veduto. Le mura delle sale son tutte coperte d'oro e d'ariento e scolpite istorie di cavalieri, di donne e di altre belle cose. La sala è sì lunga che bene vi mangia 6000 persone e fuori è vermiglia, verde e di tutti altri colori e così bene inverniciato che luce come cristallo. Aè begli prati e albori e bestie e verso maestro uno lago ov'à molte generazioni di pesci. E verso tramontana àe fatto fare uno monte alto cento passi, pieno d'albori che non perdono le foglie ma sempre sono verdi e se vi à uno bello albore, egli lo fa pigliare con molta terra e con tutte le barbe, lo fa portare a' leofanti e fallo piantare in quello monte dove non ha cosa se non verde. E sul colmo àe uno palagio tutto verde che a guardarlo è una grande meraviglia, donde avere quella bella vista per lo grande Signore a suo conforto e sollazzo.


Ora vi posso assicurare che con questa descrizione, potreste visitare la Città proibita di oggi ritrovando le puntuali descrizioni su cui Marco si dilunga ulteriormente, percorrerne i saloni, i giardini nascosti, il sentiero lungo il lago e salire sul monte, che oggi è detto la Collina del carbone, per godere della vista completa del palazzo dall'alto. Anche io stavo lì, seduto nel portico del palazzo a miurare con lo sguardo la fuga dei cortili, mentre un ragazzino si stupiva del mio naso lungo e rideva indicandomi al padre. Come si sarà sentito Marco anche lui straniero e diverso, con quel nuovo mondo davanti, da esplorare e da conquistare? Il mercante però è uomo pratico, così forse, dopo aver assorbito la stessa bellezza e la stessa grandiosità, anche voi, come lui e come me, 700 anni dopo, penserete a scendere, passo passo per andare a ristorarvi nel quartiere dei mercanti con una bella anatra laccata alla pechinese preceduto da antipasti tradizionali, come i bocconcini di pollo lesso che ci descrive qui Acquaviva. Marco invece era invitato al banchetto del Gran Khan, ma di questo parleremo la prossima volta.


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