martedì 14 gennaio 2014

Giuseppino in Africa



Gli allievi del 120° corso dell'Accademia militare e della scuola di applicazione di artiglieria e Genio "Pronti al cimento", saranno di certo stati preparati e decisi a battersi, come recita il motto dell'anno di corso, ma proprio fessi non erano e quindi anche se il 1942, non aveva ancora rivelato con chiarezza quale sarebbe stato l'esito della guerra, certamente avevano compreso che il conflitto, anche dopo l'entrata in guerra degli Stati Uniti da pochi mesi, sarebbe stato tutt'altro che una passeggiata. Erano i finiti i tempi dei tromboneggiamenti, degli spezzamenti delle reni alla Grecia e le altre esibizioni di regime, la guerra si stava rivelando per quello che era, una terrificante e lunga carneficina il cui esito era paurosamente in bilico. Ecco perché, come ho detto ieri, i neoufficiali pronti per essere mandati al fronte, cercavano di valutare bene dove fosse preferibile finire. Quasi tutti scelsero il fronte russo, che appariva sulla carta più debole, dove i tedeschi sembravano avanzare senza problemi nel sud verso il Caucaso, anche se l'Operazione Barbarossa era già fallita miseramente, con l'appena costituita 8° armata ARMIR che stava partendo verso il Don. Quantomeno si pensava, se le cose vanno male, saremo sempre sulla terraferma e si tornerà a casa in treno o al limite a piedi. Il nostro Giuseppino invece scelse l'Africa. Intanto neve e freddo gli erano sempre state di traverso e poi Rommel stava mietendo successi e aveva ricacciato in Egitto gli Inglesi. Ma nell'autunno del '42 la guerra subisce un rivolgimento di fronte e dopo la disfatta ad El Alamein, comincia una ritirata che attraversa tutto il Nord Africa. 

Giuseppino ci arrivò proprio in tempo. Deve essere stata una stagione davvero difficile. Lui non ne parlava affatto volentieri, come di solito fanno i reduci di tutte le guerre, magnificando fatti ed avvenimenti a cui hanno partecipato. Mesi di pericoli e di fatiche. Solo qualche volta, sollecitato, raccontava di giornate di trincea sotto continui bombardamenti. Notti insonni a controbattere le cannonate nemiche con altri cannoneggiamenti continui. Tre giorni senza dormire e poi crollare seduto appoggiato ai sacchi di sabbia che circondavano la batteria e risvegliarsi qualche ora dopo, perché un colpo aveva portato via di netto il sacco su cui si era buttato. Neanche un graffio. -Non era la mia ora- Certamente, neanche quell'altra volta, quando un altro proiettile di artiglieria, mentre alzava le braccia al cielo per segnalare una posizione, gli squarciò di netto la sahariana con le tasche imbottite di bombe a mano che caddero a terra senza esplodere. Forse dopo queste cose diventi più fatalista. A poco a poco la ritirata percorse tutta la Libia, abbandonata definitivamente nel gennaio 1943. Chissenefrega proclamavano i comandanti, tanto è solo uno scatolone di sabbia senza nulla che valga qualche cosa. Mio padre c'era stato quasi dieci anni prima per quasi due anni, unica sua uscita dall'Italia in tutta la vita, ma allora c'era tutta la prosopopea dell'Impero e i soldati stavano lì in posa da conquistatori, come si vede dalla foto, in sahariana e casco coloniale (di cartone perché l'autarchia imponeva certi aggiustamenti, accanto all'italo orbace). Anche a lui però era sembrato che oltre a datteri e dromedari non ci fosse altro, neanche le faccette nere della canzone per la verità erano poi così appetibili. 

1935? - Mio padre in Cirenaica
Ma nel '43 l'aria era molto diversa. Gli alleati erano sbarcati in Marocco e i fronti erano diventati due. Durante tutto l'inverno fu un susseguirsi di battaglie sanguinosissime e la Tunisia fu il teatro predominante, mentre la tenaglia degli alleati si stringeva sempre di più. A marzo anche Rommel abbandonò l'Africa mentre le poche decimante truppe rimaste si ritiravano quasi al confine algerino. Giuseppino si trovò in quel maggio terribile con il suo gruppo a ripiegare dietro il Chot el Jerid, il grande lago salato nel sud tunisino. Sembrava una postazione sicura, le guide locali avevano assicurato che il lago non si poteva attraversare. Una barriera larga quasi ottanta chilometri. C'era di che stare tranquilli per qualche giorno. La mattina dopo i carri armati alleati erano lì davanti che cannoneggiavano. In quella stagione l'acqua del lago è alta pochi centimetri e una pista sicura lo attraversa tutto. Dopo un ultimo furioso combattimento attorno a Mazzel si arresero l'11 maggio. Il 13 il comando alleato si arrese senza condizioni dopo la sconfitta di Enfidaville. I prigionieri furono avviati in Marocco per la loro definitiva dislocazione. Per Giuseppino e gli altri superstiti, la guerra era finita. Tanti anni dopo alla fine degli anni '70, l'ho attraversato anch'io il Chot, con una piccola utilitaria, un paio d'ore a fendere le acque che si aprono davanti a te come fosse la prua di un motoscafo. Ti fidi che l'acqua sia sempre profonda pochi centimetri e segui le balises che la segnalano. In fondo, lontano, nel tremolio del calore che rende l'orizzonte difficile da interpretare, dopo l'infinito specchio bianco di sale, qualche bassa altura, dove forse Giuseppino e i suoi stavano là tranquilli ad aspettare i carri che non sarebbero mai dovuti arrivare.

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lunedì 13 gennaio 2014

I Cavallini di Sardegna.


Cavallino da 15. c a secco.


Visto il giudizio tranchant del medico, Giuseppino passò parte dell'infanzia, correndo a piedi nudi sulla spiaggia come uno scugnizzo. Probabilmente, grazie a questa vita si irrobustì notevolmente superando quella fase critica che lo aveva fatto considerare il più debole e malaticcio dei cinque fratelli. A quei tempi era molto difficile che nelle famiglie numerose tutti i figli arrivassero alla maggiore età. Malattie varie ne riducevano il numero in maniera consistente ed invariabile. Così dopo un po' se ne tornò a Torino per seguire le scuole come gli altri. Tornando a casa ogni giorno sul Lungo Dora però, cominciò ad incrociare ogni giorno una ragazzina con una treccia così lunga e bionda che lo lasciò incantato. Giorno dopo giorno, accalappiato da quella treccia, maturò la decisione che quella sarebbe stata la donna della sua vita. Per la verità la ragazzina lo snobbò per anni. Il Ventennio con i suoi fasti bolsi e tromboneggianti era nel suo pieno fulgore e le ragazze andavano a sfilare vestite da Giovani Italiane, anche se, più che l'ardore patrio e l'ammirazione per il Duce prevaleva la voglia di poter uscire di casa autorizzate ed in piena libertà, potendo sottrarsi alle pressanti autorità paterne. Anche Giuseppino fu attirato dalla vita militare, probabilmente più dal senso di rigore e sicurezza che dava quella strada che dalle sirene di conquista di lontani imperi o dal desiderio di ribellarsi al giogo ed alle imposizioni della perfida Albione. 

Questa carta giocò decisamente a suo favore, perché la bionda treccia di Elsa, probabilmente colpita dal fascino della divisa brillante ed azzimatissima del giovane cadetto, crollò definitivamente, concedendo dopo tanto tempo, di essere accompagnata ufficialmente alle occasioni mondane del periodo. Ma la Storia non aspetta gli eventi e la guerra scoppiò di colpo senza badare alle piccole vicende dei singoli, attizzata dagli interessi dei potenti e dalle idiozie del popolo, come sempre facile da ingannare, ma alla fine vero responsabile di non aver capito e si aprì la voragine della barbarie. Il corso "Pronto al Cimento" alla Scuola di Applicazione di Torino terminò all'inizio del 1942 e i neo ufficiali erano ormai pronti per essere gettati nella mischia. Per la destinazione fu data loro la scelta. Quattro su cinque scelsero la Russia, convinti che se le cose fossero andate male, si poteva comunque tornare a casa a piedi. Giuseppino, già allora detestava il freddo e scelse l'Africa, ma prima di partire volle sposare Elsa per dare concrete certezze in quel tempo di euforie esagerate e segnali di tragedie prossime venture di cui l'aria si stava saturando. In verità alla mamma non piaceva la futura nuora, troppo pallidina e fragile con quella treccia esageratamente bionda, forse troppo decisa e volitiva per i tempi, ma se ne fece una ragione di fronte alla determinazione del figlio. 

Due giorni di viaggio di nozze a Venezia, poi la famiglia si spostò dai nonni a Fenestrelle, dove rimasero qualche giorno prima della partenza. Era una casa antica, costruita ed ampliata da un trisnonno notaio alla fine del 700, quando Fenestrelle si fregiava del titolo di Città e che il Forte con il suo brulicare di militari aveva reso tutto sommato ricca. Del vecchio notaio rimanevano libri, qualche mobile ed un sacco di vecchie carte, che Giuseppino, che fin da piccolo si era appassionato ai francobolli spulciò con cura. C'erano una sacco di cose divertenti, atti del posto, compravendite, lettere di parenti emigrati in Francia; addirittura in fondo ad un baule un fascio con qualche decina di carte postali bollate, i cosiddetti Cavallini di Sardegna emessi dal 1819 al 1820. Una curiosità filatelica precedente ai veri e propri francobolli, cosiddetti "interi postali" di recapito autorizzato che permettevano di inoltrare la posta personalmente senza passare dal sistema postale che deteneva il monopolio. Ritenne che potessero avere un certo interesse e li sistemò con cura assieme ad altre carte in fondo ad una bella cassapanca che stava sulla parete di fondo e partì per la guerra nell'estate del 42. Quando tre anni dopo tutto finì e finalmente poté rientrare a casa, la famiglia era già rientrata a Torino. Si può solo immaginare quali potessero essere le esplosioni di sentimenti del ritorno di un reduce tra le mura domestiche. Ritrovare tra le macerie di un paese distrutto le persone che ami, che per anni non hai più visto e che hai di certo temuto di non rivedere più. Il calore di abbracci insperati, spiare i cambiamenti che il tempo ha lasciato sui volti, i segni delle privazioni, della paura e delle sofferenze subite, non si riesce credo ad immaginare lo stordimento di questi momenti se neppure chi li ha vissuti, riesce più a descriverli. 

Cominciava un nuovo mondo, tante cose da fare, da ricostruire, ricominciare da zero, ma con la speranza e la sicurezza di essere di nuovo insieme. Però, acquietata la felicità del ricongiungimento, la vita ti pone di fronte alle cose più pratiche e banalmente reali, le necessità minime vitali. E' sempre necessario fare un punto della situazione, calcolare e programmare il futuro familiare in base alle possibilità  e alle previsioni.  Così la prima cosa che venne alla mente a Giuseppino, a cui la lunga prigionia, non aveva di certo offuscato la memoria, fu quella di chiedere  a moglie e suocera dove fossero stati messi i Cavallini che lui stesso aveva accuratamente messo da parte nella famosa cassapanca. Stupore, sguardi interrogativi tra le due donne. Finalmente capirono di cosa si trattava, ma certo, tutta quella carta che stava nel mobile vicino al camino. Certamente in quei momenti difficili era stata preziosa, ben due inverni terribili in montagna. Era stata tutta carta benedetta, aveva permesso per due anni di accendere il fuoco della stufa per attizzare la poca legna verde che si raccoglieva nei boschi. Certo, l'avevano bruciata proprio tutta, perché? Giuseppino si sedette sulla sedia con la testa tra le mani, un gesto che gli è rimasto consueto per tutta la vita quando qualche cosa gli appariva irrimediabile. Sospirò a lungo e sul momento non disse più nulla, mentre Elsa usciva per andare a fare la coda coi bollini della tessera annonaria. Oggi i Cavallini di Sardegna originali da 50 c. sono quotati più o meno 10.000 euro cadauno, ce n'erano almeno una ventina.


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sabato 11 gennaio 2014

Disporre fiori

da Musei di Genova.

Il sabato è giorno di riflessione, della calma e del riposo dal lavoro, curiosamente anche per il pensionato, non si sa bene se per abitudine o per inedia. Una giornata tranquilla che inclina alle meditazioni filosofiche ed estetiche. Così oggi vorrei parlare di fiori e di come goderne l'esistenza. Ecco là, mi direte, andiamo sull'ikebana, ben sfruttato e manipolato in mille modi anche dall'occidente, che riesce a piegare ai suoi modelli tutto quanto arriva da laggiù; pensiamo che siamo riusciti a dare credito pure alla bufala omeopatica, business multinazionale da cinema, partendo da teoremi orientaleggianti ed olistici. Ma tant'è siamo fatti così, ci piace spendere 100 per una cosa che ha valore 1, d'altra parte pagare tanto per qualche cosa, ne aumenta automaticamente la credibilità e l'efficacia, anche se nell'omeopatia io consiglierei il farmaco equivalente, l'acqua fresca a costo zero, di pari efficacia, ma questo è un'altro discorso. Ma veniamo ai nostri fiori. Anche qui, come al solito, parte tutto dalla Cina, altro che Giappone, infatti uno dei più importanti trattati sull'argomento è il Ping Shi, stilato nel XVI secolo da Yuan Chung Lang, apprezzatissimo anche nel paese del Sol Levante, dove si parla specificamente di uno stile "Yuan". Per la verità, con il consueto pragmatismo cinese, il buon Yuan premette che è molto meglio godersi fiori direttamente nei giardini o meglio ancora ammirando le distese di prati e colline, ma, dovendo richiudersi tra le quattro pareti, il piacere dei colori e dei profumi offerte da tanta bellezza, non ha eguali. 

Tutto il trattato pone però l'attenzione sul fatto di non commettere l'errore di considerare i fiori come cosa, pur bellissima, ma fine a se stessa, ma di trattarli come insieme di sensazioni piacevoli che devono essere abbinate e godute assieme ad altre. Insomma come sempre abbasso gli specialisti monomaniaci e sì alla tuttologia applicata. Non bisogna rifiutare nulla, e assaggiare tutto. Intanto, dice Yuan, se si vuole combinare un insieme di cose piacevoli, occorre mettersi sempre dal punto di vista dell'altro, in questo caso dei fiori stessi. Ecco alcune delle condizioni da tenere presente che piacciono ai fiori. Una finestra luminosa, una stanza pulita, un proprietario che ami la poesia, un monaco in visita che si intenda di thé, un ospite che porti del vino, la presenza di amici spensierati, una bella concubina che scriva storie di fiori. Sembra che soprattutto quest'ultima condizione rivesta una certa importanza. Al contrario ci sono altre situazioni assolutamente umilianti per i fiori stessi, da evitare come la peste, come ad esempio: Un padrone di casa a caccia di ospiti importanti, cani che si azzuffano sotto la finestra, donne brutte che di fiori si ornino i capelli, false espressioni d'amore e poesie scritte per piaggeria, non aver pagato i propri debiti, tracce lasciate dalle lumache, vino che viene a mancare durante la serata, discutere di politica o di promozioni di impiegati statali, frasi fatte e libri in cattive condizioni lì intorno, un cattivo scrittore che verghi frasi banali e scontate come "l'aria porporina del mattino", espressione consueta del tempo nelle poesie di lode al potente. Ecco, ho capito perché io non son capace a disporre fiori.

Refoli spiranti da: 
Lin Yu Tang - Importanza di vivere - 1937
Yuan chung Lang - ping Shi - XVI sec.


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venerdì 10 gennaio 2014

Tián

Eccomi qua a sfogliare libri e guide, a smanettare sui siti per trovare indicazioni, consigli utili anche per cogliere immagini e prepararmi a quello che devo cercare, ciò che voglio tentare di capire. Le immagini più frequenti di quella parte di mondo, sono quelle della campagna. Una serie infinita di piccoli appezzamenti, delimitati da confini precisi, arginelli di terra che segnano il limite e trattengono le acque, dalla pianura alla montagna dove, come in tante parti del mondo, la fatica di secoli di lavoro ha terrazzato montagne per trasformare le discese e le scarpate in piani orizzontali, al servizio della vita dell'uomo. Un altra costrizione della natura alla nostra esistenza. L'ennesima dimostrazione di come l'agricoltura non abbia nulla di naturale, ma ontologicamente si ponga come una distorsione, un contrasto agli eventi del tempo, del clima, delle stagioni a favore di chi la esercita e a cui la natura stessa, appena mollato un attimo il controllo, si rivolta con impeto distruttivo. E forse proprio le risaie saranno il denominatore comune di questo viaggio, già segnato simbolicamente dalla partenza, quando il solito pullman, mi farà percorrere la piana del Vercellese verso la Malpensa, tagliando di traverso le infinite larghissime camere delle risaie già coperte da un velo protettivo di acqua.  La lingua cinese, che ha influenzato fortemente quella vietnamita (almeno un terzo delle parole di questa lingua sono di origine mandarina), ha un pittogramma molto simbolico per indicare la risaia, l'appezzamento di terreno. 田 - tián, infatti è un reticolo stilizzato di come appaiono le risaie viste dall'alto. 

A rigore il termine esatto per risaia sarebbe 水田 - shuǐ tián, appunto l'appezzamento con l'acqua, ma per i cinesi il riso è elemento predominante e fondamentale della vita, quindi per estensione, anche il solo carattere di cui parliamo oggi, la identifica. Questo segno è molto usato negli ideogrammi più complessi, proprio per la valenza fondamentale che ha la terra, il suo lavoro e il suo possesso in quella società. Possedere dei campi era la differenza chiara tra ricco e povero, tra uomini e schiavi, a volte, in un mondo difficile traversato dalle carestie, il confine tra la vita e la morte. Come avevamo già visto, unito al carattere di Forza: 男 - nán, dà Maschio, colui che usa la propria forza nei campi, anche se poi questa idea è frutto della ipocrisia maschile, in quanto come si sa, il lavoro duro nelle risaie se lo sono sempre sobbarcato le donne. Un altro ideogramma emblematico è quello che si ottiene mettendo il segno di Risaia sopra quello di Cuore. Si ottiene l'usatissimo verbo 思 - sī - Pensare, Riflettere, Ponderare. Questo perché per il contadino, la risaia è il chiodo fisso, il principale oggetto dei suoi pensieri e il suo andamento è alla base di ogni decisione da prendere. Certo il punto di discrimine tra poveri e ricchi è sempre stato lo stesso, da una parte chi possedeva le risaie e se ne aveva molte se le faceva lavorare da chi era povero, che si sobbarcava la fatica di produrre e anche di allevare quegli animali destinati alla mensa più abbiente. Così il bracciante curava il pollaio del padrone, faceva crescere le galline per il desco del ricco e a lui non rimaneva, se voleva mangiare carne che ricorrere alle: 田地 - tián jī - le galline di risaia, che poi non sono niente altro che le Rane.


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giovedì 9 gennaio 2014

Un'ultima pennellata

Dice Ommar Khayyam nel primo distico delle sue quartine: -Se fosse dipeso da me il mio venire, forse non sarei mai venuto e se da me dipendesse l'andarmene, quando mai me ne andrei?- Scusate se sono monocorde in questi giorni, ma certe perdite ti colpiscono più di quanto ritenevi possibile anche se un poco ti dovrebbe rincuorare la naturalità dei tempi e il corretto corso degli eventi. Però far colazione al mattino, aspettare inconsciamente i lievi rumori al di là della porta, alzare gli occhi ed invece vedere sempre buio, sentire che non arriva nessuno ancora e sapere che non arriverà più, ti lascia un senso di vuoto, una deprivazione sorda e carica di malinconia. Lo abbiamo lasciato là, in quel piccolo cimiterino di montagna dai sentieri coperti di neve fresca che scricchiola sotto le scarpe e che il sole rende lucida. Quando te ne vieni via e chiudi il cancelletto, tutto si acquieta e lascia fuori le convulsioni della vita, la frenesia delle aspettative, perché ormai tutto è compiuto. Quanti rivolgimenti in quasi un secolo e tutto interamente vissuto, eppure quando te ne vai, pare sempre che ti manchi ancora qualche piccola cosa per terminare il quadro, un'ultima pennellata che forse vorresti dare per lasciare la tua opera davvero compiuta, mentre la tragedia del divenire non è di per se stessa concludibile. Tuttavia il nostro Giuseppino si è portato con sé un bilancio che non può che almanaccare come positivo. Quantomeno ha avuto la soddisfazione di ripensare sempre a quanto aveva sentenziato il medico, chiamato al suo capezzale di bambino esile e malaticcio. "Non mandatelo ancora a scuola, tanto non arriverà ai sei anni". Così, invece di crescere con gli altri fratelli, fu mandato dagli zii, in un piccolo paesino di mare a terminare la sua infanzia correndo e giocando a piedi nudi sulla spiaggia. Era il 1922.

Cuore, quando il tempo ti porta tristezza
e va via d'improvviso dal corpo l'anima pura,
siedi sulla neve e vivi felice ancora un momento
prima che l'erba spunti dalla tua cenere.

Ommar Kayyam (Quartine)



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martedì 7 gennaio 2014

Prima d'inverno



Cade una foglia
simulacro insecchito
di lunga estate.
Un crisantemo bianco
sente l'aria di ghiaccio.


lunedì 6 gennaio 2014

La scacchiera vuota

La scacchiera sta lì appoggiata di costa sul cassettone. I pezzi ammonticchiati alla rinfusa nella scatola. Non credo che sarà più usata per molto tempo. Lui era l'unico con cui giocavo a scacchi. Gli piaceva molto disporre i pezzi con cura sulle caselle, partiva sempre coi neri. Appoggiava la testa alla mano come per pensare meglio e ragionava a lungo prima di muovere, con tanti ripensamenti, dispiacendosi di avere fatto una mossa avventata subito dopo avere mosso il pezzo. Quando la partita era compromessa, scrollava la testa dicendo: -Devo proprio imparare a giocare.- Quando vinceva, era tutto contento e cercava di consolarmi se ero stizzito per qualche errore di troppo, con un: - Dai lascia vincere anche me qualche volta!- Poi andava ad accendersi il computer per mandare qualche lettera a qualcuno o scannerizzare una foto, mandare gli auguri per Santa Barbara, fare l'elenco delle medicine per l'IRPEF, anche se aveva quasi 97 anni. Orgoglioso del traguardo raggiunto, triste per non potere più fare tante cose che avrebbe voluto fare, alzando gli occhi al cielo, scrollando un po' la testa e ripetendo tra sé e sé: - Povero Giuseppino -. Mi mancheranno il piglio deciso del Generale; i suoi racconti di guerra, l'Africa; il colpo di granata che gli portò via il sacco di sabbia da sotto il braccio mentre era addormentato dopo tre giorni di fuoco inglese; la prigionia ad Amarillo coi quadri dipinti sulla tela dei sacchi di farina. Il mio ritratto non è riuscito a finirlo, sta ancora lì abbozzato sul cavalletto nella sua camera; non gli venivano bene gli occhi, mi ha detto.  Neanche questa mattina ho sentito il cigolio della sedia a cui si teneva per venire a fare colazione, con la porta che si apriva e la sua voce ormai un po' indebolita che diceva: - Comincia una nuova giornata -. Se ne è andato così, stamattina, proprio il giorno della Befana, con una giornata di sole per fortuna, lui che non amava il freddo e la neve. Non ho fatto a tempo a dirgli che la sua amata Juve aveva vinto. Era l'ultimo dei nostri quattro anziani, mio suocero. Il prossimo sarò io. Mi mancherai Giuseppino. 

sabato 4 gennaio 2014

Una notte al pronto soccorso

L'animo umano e le sue diverse reazioni sono imprevedibili, forse casuali. Le producono sicuramente le diverse formazioni, le culture, le situazioni. Anche i luoghi con le loro particolari valenze le muovono attutendole od esasperandone gli effetti. Alcuni forse, date le loro implicazioni estreme, più di altri. Il pronto soccorso è un luogo estremo, per la sua natura ovviamente, dove arrivi sempre in condizioni di emergenza e l'emergenza sconvolge, stordisce, esaspera, estremizza ogni atto ed ogni reazione. Inoltre a causa di molti motivi, le condizioni in cui ci si trova improvvisamente a muoversi, agire, subire, sono da anni sempre più, se possibile peggiorate. Ci arrivi dopo le dieci di sera e la tua agitazione, che ti fa ritenere il "tuo" caso il più importante, anzi l'unico che deve avere la precedenza su tutto. E intorno a te, invece, tutti casi importanti, tutti con pretesa di essere unici e prevalenti. C'è confusione, molti che si affastellano davanti all'ufficietto per chiedere udienza, e l'umanità varia sparsa qua e là, chi sanguina, chi si tiene un braccio, chi si avvicina zoppicando, chi muto su una sedia tiene la testa bassa e basta. Dentro, la confusione è ancora più grande, barelle dappertutto, gente che si lamenta, qualcuno grida, qualcun altro chiede di essere ascoltato. In mezzo un numero assolutamente esiguo di figure, salta da una barella all'altra, calma, seda, dà disposizioni, convince, indirizza. 

Ogni tanto si chiama un nome, una barella con qualcuno dietro trafelato che la segue dietro una porta che si apre. Di fianco una donna enorme si lamenta tenendosi un ginocchio. Una ragazza è distesa con un collare che le immobilizza il collo e chiede sottovoce come fare per la pipì che scappa. Su una carrozzella una signora sta muta con lo sguardo rivolto verso l'alto, a tratti scossa da uno spasmo nervoso che la fa sobbalzare. Un'altra ragazza giace riversa mentre chi la accompagna le accarezza i capelli dicendole di stare tranquilla. Anche il tuo caso entra nella routine, i dati, i sintomi, quello che è avvenuto; il giovane medico chiamato continuamente da tutte le parti che deve seguire tre cose contemporaneamente. Vedi nei suoi occhi la fatica, l'ansia di non sbagliare per la troppa fretta, per distrazione, per confusione in una continua necessità di scelte ed esclusioni da prendere in pochi secondi. Decidere, subito, qualche volta fare imboccare una porta che ti dà la vita oppure la morte. Intanto, prelievi, controlli e poi lastre, TAC, eco e tutti quegli strumenti che l'odiata scienza, quella vera, non quella dei ciarlatani, ti porge per capire meglio, per aiutare la decisione. Intanto passano le ore. Dopo la mezzanotte, l'una, invece di calmarsi la ressa, se possibile aumenta. 

Un sordomuto forse ubriaco, grida, tentano di capirlo, anche a lui la sua barella, dalla quale di tanto in tanto si fa sentire, cerca invano di far chiamare numeri di telefono a cui non risponde nessuno. Nei tanti separé dove vengono parcheggiate le barelle tra un trattamento e una visita, qualcuno ormai dorme, chi accompagna si rivoltola sulla sedia con gli occhi assonnati. Un anziana sola, ad intervalli regolari grida con voce roca "infermiere!". Le disgraziate che corrono come trottole le prime volte le danno retta, poi verificato che chiede solo il conforto di una compagnia passano ad altro, così il resto delle ore rimane scandito da quel richiamo, lungo straziante, un lamento senza risposta. Di tanto in tanto una delle infermiere si ferma un attimo appoggiata al bancone quasi per prendere fiato, si passa una mano sulla fronte, poi ad un'ennesima richiesta di aiuto, ti fa un sorriso e corre via. Le due, le tre, nell'aria c'è un odore di sudaticcio, fa caldo, quando arriva una nuova ambulanza col suo carico di carne martoriata le grandi porte si aprono e fanno entrare il freddo della notte. Anche i barellieri hanno fretta, scaricano il pacco e l'accompagnatore e poi corrono via verso un'altra chiamata. Arriva su una carrozzina una maghrebina, le mani appoggiate sul grande ventre teso. 

Il marito, giovane e preoccupatissimo la spinge cercando di qua e di là la direzione giusta. Davanti alla sua agitazione, lei invece ha uno sguardo calmo, quasi placido con gli occhi che sorridono di chi sa come andranno le cose. Le quattro, le cinque, ancora esami poi il medico chiama, tranquillizza, chiarisce, parla col reparto dove sarai ricevuto, perché dopo aver valutato, capito e deciso, deve anche preoccuparsi di cercare un posto, un letto, che sono sempre meno e sempre più occupati. Sono quasi le sei, la gente è un po' diminuita, quasi tutti sistemati o rimandati a casa. Mentre scrive il referto, si gratta un po' la barba rossiccia e si passa la mano sulla fronte sudata sospirando. Ti viene d'istinto domandargli: "Ma come fate a resistere?". Sorride amaro: "Siamo nelle condizioni delle bestie" e corre via dietro altre grida imperiose, pretese di attenzione, di sono ore che aspetto, manca solo il lei non sa chi sono io. Vai al reparto ancora immerso nel sonno e qui un altro medico prende in carico, sistema, controlla, valuta il da farsi per l'indomani che è già oggi. I corridoi qui sono deserti e silenziosi, solo battuti dalla corsa di qualche infermiera che scompare dietro la porta da cui suona un campanello segnalato da una luce rossa intermittente. Su una sedia, solo un signore ben vestito, che deve assistere un congiunto, ma che non volendo perdere tempo prezioso, impiega queste ore smanettando convulsamente su un piccolo laptop bianco con la mela morsicata. 

Socializzando come capita di solito in questi frangenti tra occasionali compagni di sventura, gli fai notare come in fondo sia bello vivere in un mondo dove tutto questo meccanismo che si prende cura della vita e della salute della gente, sicuramente costosissimo per poter essere efficiente ed efficace, ti venga erogato gratuitamente. Certo si pagano le tasse e forse troppe per questo, però sarebbe bello che tutti avesse una qualche esperienza di altri paesi, dove prima di varcare il cancello e accedere al medico, ti viene fatta strisciare la carta di credito nell'apposita fessura per controllare prima che ti metta le mani addosso dove arriva la tua copertura e di conseguenza decidere quali servizi erogarti. Forse se a fronte di questi servizi, a chi può, fossero fatti pagare una cinquantina di euro, magari si potrebbe avere un paio di medici in più a darti retta. Devi aver toccato un tasto dolente, perché il gentile signore, molla il computer e inviperito parte con una filippica classica, ma figuriamoci con quello che pago già, se avessi una assicurazione privata mi darebbero servizi tre volte migliori e so ben io dove sono gli sprechi e dove andrebbero fatti i tagli e a chi e così via. Ti ritiri in silenzio e velocemente dopo aver appurato che il tuo caso è al sicuro, esci quatto nella notte. L'alba sta per arrivare, ma il freddo è ancora intenso e continua a piovigginare.


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giovedì 2 gennaio 2014

Viaggi astrali.

Eccoci qua nel nuovo anno a far progetti e a smanettare nella rete anche per cercare di farsi spazio tra le miriadi di bufale che occupano uno spazio sempre più ingombrante. Certo che anche preparare un viaggio è una bella fatica. Sono quasi tre mesi che vado dietro a un progetto e adesso che sono più o meno ad un mese dalla partenza, non dico di essere in mezzo al guado, perché ormai stringo i biglietti in tasca e i punti fermi, sono ormai spillini piantati sulla mappa, ma sono sempre qui che mi aggiro come un cane da tartufi in cerca di un'araba fenice che mi permetta di partire senza quel senso di incompletezza classico, che poi invece dovrebbe essere il miglior stato d'animo con cui cominciare un viaggio vero. Ma sì, la nostra ansia moderna ed occidentale, vuole prevedere ogni cosa, dare sicurezze anche non soltanto tecniche, ma anche logistiche per poter concentrare in una programmazione temporale finita, la certezza di non tralasciare niente di importante tra le cose "da vedere". E' il nostro sbaglio peggiore, la programmazione fitta e precisa, quello che non ci consente di cominciare davvero il "viaggio", quel lasciarsi andare agli eventi, come diceva un grande viaggiatore cinese, quella di partire senza conoscere la meta. Noi (io) siamo tutto il contrario. 

Ogni punto esaminato, controllato, previsto, sapere cosa si andrà a vedere conoscere la storia, quello che c'è dietro, l'ansia di capire attraverso i fatti e la conoscenza, anziché l'assorbire attraverso l'istinto e l'unica visione diretta. Troppo difficile ed estraneo al nostro (mio) modo di pensare. Come lo vorrei e contemporaneamente come respingo questo modo di procedere, condito dall'orrore di trovarmi in un posto senza saperne nulla, senza essere preparato a comprendere quello che c'è dietro, partendo da punti fermi, sapendo quello che devo andare a cercare, che bisogna non lasciarsi sfuggire, magari girando per un'altra strada, attirato da uno sguardo o da un sorriso. Chissà, intanto anche questa volta tutto è partito dal contatto con chi tra i miei conoscenti c'è già stato, dalle dritte che mi potevano dare, indirizzi, luoghi, tempi, fatti; da cominciare a sentire vari tizi in loco vagliando proposte prezzi, sforzandosi di far capire cosa mi interessa e cosa meno, di che livello mi può essere accettabile e così via, subendo la maledizione di Tripadvisor con le centinaia di giudizi, forse fasulli, forse reali, di chi ha trovato nelle camere delle varie guest house preservativi usati e salviette sporche o idilliche serate di tramonti incendiari e colazioni succulente (nello stesso posto naturalmente). 

Cercare disperatamente libri che ti tratteggino le atmosfere e ti mettano sulla strada per cominciare ad immergerti nel giusto mood (è di gran moda questa parola, non so se avete notato), dall'Americano tranquillo di Greene, all' Amante della Duras, al Drago e la farfalla di Ruggeri. Girovagare su Amazon e non riuscire a trovare altro che non parli ossessivamente della guerra. Lasciarsi andare infine al Terzani di Pelle di leopardo e Giai Phong, l'unico che ne penetri davvero i mille labirinti. Scartabellare nervosamente la Lonely planet, facendo schemi, accoppiando date per arrivare al tal mercato proprio di domenica. Valutare se i trekking tra le montagne del nord, saranno semplici passeggiate o infernali supplizi per pance sempre più espanse e piedi sempre più gonfi, accompagnate da mantra continui di maledizioni e dai consueti "ci sono cascato un'altra volta". Che fatica fare il turista! Per fortuna i giorni passano e si avvicina il giorno in cui, preparati zaino e valigia, il pullman gelato pieno di cinesi (ma ci sono sempre cinesi dappertutto quando vai agli aeroporti) che ti porterà attraverso risaie infinite coperte da un velo di nebbia bassa, promessa di altre risaie lontane e già verdi, si metterà in moto per condurmi fino al sospirato gate di partenza, porta di ingresso nel sogno, per volare via sopra le nuvole.

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mercoledì 1 gennaio 2014

2014

Beh il nuovo anno è arrivato, ha bussato timidamente e gli abbiamo aperto la porta in questa bella giornata di sole. Lasciando le cime coperte di neve, sono sceso a valle questa mattina presto, senza incontrare nessuno, solo i campi coperti di brina che fumavano sotto i raggi tiepidi. Una sensazione bellissima, Le cime delle montagne ancora arancioni per l'alba appena vissuta, la silhouette del Forte contro l'azzurro che diventa più blu man mano che scendevo. I campi ancora ricoperti di aghi di ghiaccio a nascondere la terra arata più scura e umida o il verde oliva del grano che si avvinghia al terreno per resistere all'inverno. Ho lasciato su la macchinetta fotografica, così non posso documentarvi, i finger food che, ieri sera, hanno accompagnato l'aperitivo, il cotechino e il tacchino con prugne e castagne della tradizione e la deliziosa torta di cioccolato. Tutto secondo consuetudine, quella più gradevole, lo stare con gli amici a chiacchierare e ad augurarsi che questo 2014 sia un buon anno davvero. Chissà. Io ho buone sensazioni. Casomai se ne parla più avanti, per adesso auguri a tutti ancora una volta.


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