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lunedì 27 aprile 2020

Una pista nel deserto


Tra le rovine di Marib

Tra le case
Un'altra notte a Marib, trascorsa in un silenzio irreale nella casa dirupata della città morta. Tutta la giornata era stata senza vento e nel buio più completo, avevamo soltanto una piccola torcia le cui pile si stavano esaurendo, trovammo la scaletta che permetteva di raggiungere la terrazza superiore della casa. Le altre costruzioni intorno erano sagome indistinte di mattoni crudi sbriciolati dal tempo e dalla violenza degli uomini, nel cielo già alta, una falce di luna che comunque rischiarava un poco le cime delle rovine circostanti; la stellata sopra di noi, mirabile trapunta di diamanti sul mantello di velluto nero. Accidenti che sbrodolata, scusatemi pure, ma ci sono occasioni in cui altre parole ti sembrano brodini senza sale. Quella era la sensazione esatta che mi porto dietro ancora adesso dopo 43 anni. Non è tanto la bellezza incondizionata del luogo, ma essere soli davanti a tutto quello e poterlo apprezzare, che te lo rende speciale e te lo scolpisce nella memoria. Dopo non è più necessario chiedersi perché si continua a voler partire a vedere il mondo e si capisce bene che a chi ti fa questa domanda non è necessario dare risposte. Dormimmo nei sacchi a pelo leggeri, appagati anche se il nostro giro era prossimo alla fine, come i soldi del resto. La mattina dopo salutammo il nostro Ascaro che mi strinse la mano con forza, ricordandomi l'invito a far conoscere questo posto ad altri italiani che lui avrebbe accolto tanto volentieri. Di certo oggi non ci sarà più, chissà se qualcun altro ha raccolto il suo business.

Un negozio a Marib
Già perché bisogna segnalare un fatto assolutamente strano che ho scoperto dando n'occhiata in giro sul web, quando ho cercato informazioni sullo stato attuale della città di Marib, che credevo scomparsa ormai per sempre. Avevamo ancora la mattinata libera dovendo arrivare alla pista nel deserto dove sarebbe arrivato il nostro aereo, verso mezzogiorno. Il nostro amico che ci aveva condotto alla diga il giorno avanti la prese quindi alla larga e ci condusse  fino alla cosiddetta Nuova Marib, una cittadina che sorgeva alle spalle delle rovine, solo qualche chilometro addietro seminascosta dalle dune basse e sabbiose. Non so quante persone abitassero lì, non più di qualche centinaio, in casette e baracche di nuova costruzione, salvo qualche casa più vecchia che al mattino evidentemente mettevano il naso fuori con una certa lentezza, così era facile chiedersi cosa facesse quella poca gente in mezzo al deserto e quale attività svolgesse, visto che le pratiche agricole non sembravano essere troppo semplici da quelle parti e sulla pastorizia non crescono le città. Al limite della case c'era una specie di locale, diciamo un baretto. Sulla soglia, tre sedie scalcagnate erano occupate da anziani che già masticavano qat, mostrando il caratteristico bolo a palla su lato sinistro della guancia. Ci guardarono con occhio stanco invitandoci a sedere per un caffè, rigorosamente Nescafè, curioso eh, nel paese che lo aveva inventato, ma la conversazione fu difficile. Fuori, un bambino in camiciola correva disperatamente verso il deserto, forse dietro una capra che si era perduta. Scomparve anche lui tra le dune basse che alla luce del mattino erano grigie e tristi. Dove stava andando?

Sana'a
Pensai davvero ad luogo senza vita destinato a spegnersi nel nulla di quella terra di morti. E invece, a quanto ho letto, risulterebbe che oggi, dopo quarant'anni, la città di Mareb è fiorita, mutandosi in una metropoli di quasi un milione di abitanti in continua crescita. In pratica la guerra che si è sviluppata soprattutto nella zona costiera, ha spinto quaggiù una marea di profughi dalla capitale e da tutta la Tihama, forse la parte filo saudita, sempre che io abbia capito qualche cosa di questa diatriba complicatissima che oppone fazioni tribali dai credi diversi, nemiche mortali da secoli. La città gode fin dal 2015, anno in cui gli Houti sciiti ribelli sono stati respinti fino a Sana'a, di una economia basata sui traffici di guerra, contrabbando e movimento di armi e generi alimentari che arrivano dal sud e sembra che gli affari non siano mai andati così bene, le nuove costruzioni crescono come i funghi e gli affari prosperano. Pare che le macerie che ci sono in giro non siano causate dalle bombe ma dalla frenetica costruzione di nuovi edifici, negozi, centri commerciali, banche in cui arrivano i proventi della vendita di gas e petrolio, mentre la città è assediata da almeno dodici campi profughi. Vedete come la guerra vada sempre a braccetto con gli affari comunque e sembra che la voce comune sia: questo è il momento di investire. Se siete curiosi al riguardo, date un'occhiata qui, a questo articolo che mi sembra illustri bene la situazione attuale. Noi invece lasciammo la città di casupole sonnolenta e grigia per prendere la via del deserto ed arrivare ad una lunga striscia che qualche lavoro aveva resa liscia e piana per almeno un chilometro. 

Greggi
C'era una tenda militare al bordo, dove il nostro conducente ci lasciò col valigino al fianco ed i due zainetti in spalla. All'interno tre o quattro soldati ed una grande radio che gracchiava. Ci salutarono con un cenno della mano e ci dissero di accomodarci lì vicino su delle latte vuote. Intanto arrivò anche qualche altro aspirante passeggero. Dopo un tempo indeterminato, ma che senso ha parlare di tempo nel deserto? cominciò una certa agitazione dentro la tenda. Tipo: pronto pronti, qui torre di controllo, passo, ecc. si sgolava il soldato davanti ad un vecchio microfono di bachelite. L'altro era uscito fuori e guardava in alto in direzione di Sana'a, facendosi schermo con la mano tesa sugli occhi. Ogni tanto diceva qualcosa rivolto al compare all'interno. Quando scorse un puntino nero lontano, alto nel cielo, con voce concitata diede indicazioni più precise, facendo segni con la mano, più a destra, più a sinistra o che so io. Il tizio dentro continuava a dare indicazioni facendo procedere il velivolo verso la nostra direzione, evidentemente poco riconoscibile dall'alto, essendo tra le altre cose la tenda, appunto, mimetica. Ad ogni buon conto, come a Dio piacque, alla fine il DC4 atterrò e il nostro vecchio amico in camicia hawaiana, sempre la stessa mi parve, ci fece ampi saluti dal finestrino aperto invitandoci a salire. Eravamo meno di una decina stavolta e dopo un'oretta l'aeroporto di Sana'a che ci accolse, sembrava quello di New York. Un'ultima notte per sentire l'odore di montone arrosto della capitale e poi, finiti i soldi ed i formaggini Tigre che ci eravamo portati come viveri di emergenza, tornammo a casa dopo quel viaggio memorabile che ci rimase nella testa per sempre.

Fattorie torre


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In campagna

domenica 26 aprile 2020

Un volo per Marib

Yemen - agosto 1977


Ai margini del deserto
Dopo aver comprato il biglietto per il volo verso il deserto, il soldo cominciava decisamente a scarseggiare. I costi erano stati decisamente superiori al previsto per un paese dove tutti i servizi erano di uno standard decisamente basico, ma evidentemente il problema è sempre lo stesso: i rapporti di cambio sballati che,quando arrivi da un altro paese, possono farti diventare un ricco epulone o un miserabile a parità di necessità. Questo accade soprattutto dove questi livelli di proporzioni sono dettati da situazioni indipendenti da normali rapporti commerciali e sono spesso frutti dell'isolamento o di situazioni particolari, potenti svalutazioni o sfruttamento di materie prime in posizione dominante. Si tratta comunque sempre di economie alterate da fattori di interna instabilità e qui le guerre e gli altri movimenti interni sono sempre stati fondamentali. Dunque stavamo tanto per cambiare, raschiando il fondo del barile e chiacchierando col tizio dell'hotel di quanto costasse vivere a Sana'a, finché non lo inducemmo ad un qualche movimento di pietà, tanto che ci trovò un passaggio gratuito per l'aeroporto dove arrivammo di prima mattina. Comunque anche se era uno scalo internazionale di una capitale, gli aerei in partenza ed in arrivo ogni giorno erano davvero pochi, tanto che l'aerostazione era quasi deserta, per non parlare della parte dei voli domestici.

In volo
Non ricordo neppure come si svolse il check-in ma di certo furono operazioni semplici. Quando chiamarono il nostro volo, questa volta dopo l'esperienza di Jeddah, stavamo attentissimi, in agguato ad ogni annuncio, andando a controllare più volte la zona di partenza, uscimmo da un gate che altro non era che una porticina nella sala partenze nazionali, uno stanzone piuttosto malandato dove la ventina di persone, evidentemente nostri compagni di viaggio, si ammassava in attesa, ma senza le classiche formalità da aeroporto. Ci incamminammo a piedi lungo la pista, verso l'aereo che aspettava con la piccola scaletta appoggiata sul fianco, senza nessun controllo bagagli, evidentemente la sicurezza era giudicata più che sufficiente. Si trattava di un vecchio DC4, che avevo visto soltanto nei film di guerra, un trimotore ad elica, appoggiato obliquamente sul ruotino di coda. Quando ci arrivammo sotto, la gente salì ordinatamente in fila indiana. Un tipo con la camicia a colori sgargianti aperta sul petto villoso, che dava un'occhiata all'ala sinistra, appena ci vide, venne verso di noi, che da bravi occidentali spiccavamo nel gruppo di turbanti e gonnelloni bianchi marezzati dalla fatica di vivere. Ci salutò con entusiasmo e ci disse distare assolutamente tranquilli, che lui era il miglior pilota che potevamo augurarci di avere e che ci avrebbe portato a destinazione senza nessun problema. Aveva pilotato aerei simili in guerra ed era sempre sfuggito a qualunque tentativo di abbattimento, dunque dovevamo avere in lui la massima fiducia.

Deserto di pietra
Decisamente tranquillizzati salimmo a bordo cercando di non calpestare il mucchio di pugnali che erano stati ammucchiati in fondo all'aere, nel piccolo spazio davanti al bagno e raggiungemmo i nostri due sedili, davanti. Tiziana era l'unica donna, ma i nostri compagni di volo non ci facevano assolutamente caso impegnati com'erano a sistemarsi le cinture e a preoccuparsi per l'esperienza in corso. Gli altri passeggeri erano già tutti seduti e allacciati, con le facce smorte ed impaurite di chi non aduso a volare e interpreta questo momento come una prova di crescita interiore e di coraggio a cui il destino lo ha sottoposto. Il tizio in camicia salì per ultimo e sparì dietro la porticina che però non chiudeva bene e pertanto rimase spalancata per tutto il tempo, non prima di averci fatto un ultimo cenno di rassicurazione. Poi l'uccello d'argento rollò traballando sulla pista e prese una lunga rincorsa prima di alzarsi con grande fatica, quasi ansimando mentre le eliche giravano all'impazzata cercando di avvitarsi nell'aria spessa della calura mattutina, poi, presa un po' di quota calmarono un poco il loro ruggito e l'aereo virò definitivamente verso il sole già alto che rifletteva sulle ali un bagliore accecante. Sotto di noi, superate le ultime montagne, si allargò subito il colore monocorde del deserto di pietra, un'ocra scura, che uniformava la superficie rendendone indistinguibili asperità e avvallamenti. Marib delle sabbie era ancora lontana con la sua fama di mistero e di abbandono, un avamposto nel deserto alle porte del Rub al Khali, lo spazio vuoto che occupa la maggior parte della penisola arabica. 

L'aeroporto di Marib



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lunedì 6 aprile 2020

Un Ascaro a Marib

Marib - Yemen - agosto 1977
Marib era solamente un gruppo di case sbrecciate e consumate dall'usura del tempo, radunate dall'insistenza del vento del deserto che ne aveva consumato le asperità attraverso secoli di abrasione, operata con costanza degna di ammirazione, ma forse una buona mano l'avevano anche data le bombe saudite che sono sempre state morbosamente attirate da questo avamposto di Houti, correligionari che siedono su una sponda solo leggermente diversa e per questo ancor più invisi e nemici. Quando ci arrivammo noi però quella guerra era terminata da qualche anno e probabilmente stava trascorrendo quella fase bassa dell'onda di sinusoide nella quale il sangue e la morte attraversano un momento di stanca, come se negli uomini fosse calata una sorta di nausea della violenza fatta e subita e fosse necessario almeno una pausa, per recuperare le forze esauste, prima di ripartire con un nuovo ciclo della furia della quale l'uomo non sembra in grado di rinunciare. La città, o almeno quanto ne rimaneva, un dedalo di case scoperchiate e muri cadenti, con qualche rara costruzione ancora in piedi, mostrava le occhiaie vuote delle finestre da cui traspariva tuttavia la bellezza tipica di questo paese, le decorazioni di vuoti e pieni che le incorniciavano, le lunette soprastanti nelle quali non erano più presenti le sottili lastre di alabastro colorato, le merlature leggere appena accennate dove ancora rimaneva la presenza della terrazza superiore, dalla quale guardare il deserto che assediava la città. 

Marib
Tutto pareva abbandonato da tempo e destinato in un tempo indefinito ma non troppo lontano al definitivo disfacimento ed a ritornare a quel deserto alla quale apparteneva di diritto, sabbia tra la sabbia, in un destino già segnato e non discutibile. Nessuno abitava più la città da tempo, ma come mi avevano suggerito informazioni desunte forse da un quaderno di viaggio di Avventure nel mondo, la bibbia per gli itinerari più ghiotti ed inediti a quel momento, c'era una famiglia che abitava una delle case ancora agibili e incaricata dal governo per una sorta di custodia del sito e disponibile a sistemare in qualche altro rudere chi arrivasse da quelle parti con intenzioni "turistiche". Il tizio della Land Rover ci accompagnò direttamente, anche perché era l'unica soluzione praticabile e perché evidentemente era una consuetudine da lui già ben conosciuta. Ci accompagnò anche nel dedalo di viuzze schivando le macerie cadute, fino alla casa di Hussein, ma lasciò a me il peso della valigia, compito evidentemente non degno del suo incedere da principe delle sabbie. Salutò l'amico con un cenno del capo, nel deserto le parole non si sprecano e si parla a bassa voce, come se non si volesse turbare il silenzio della sabbia o suscitare l'ira dei jin, gli spiriti maligni che vivono sotto terra. Poi se ne andò senza dover sottolineare o confermare l'accordo di venirci a prendere all'alba del giorno successivo. 

L'ingresso alla città
Mi immaginai che nel deserto ci fosse una sorta di impegno sacro sulle parole date, sarà una scemenza ma fa parte delle leggende sugli uomini delle sabbie. Hussein intanto ci accompagnò in una casa vicina, un tipico palazzotto yemenita cresciuto in verticale, di tre o quattro piani a cui si accedeva attraverso ripide scalette interne di terra cruda. Nelle pareti grige e disadorne potevi vedere ancora la paglia dell'impasto necessaria a costruirla. Superato il pianterreno che un tempo doveva avere ospitato gli animali e una specie di cucina nell'angolo, il piano superiore aveva ambienti stretti e malandati, mentre l'ultimo piano era costituito da un unico ambiente, una grande camera quella dove un tempo si riunivano gli uomini della casa a fumare il narghilè e a masticare il qat. Intorno sedili ricavati in terra attorno alle pareti e qualche tappeto e stuoie dove dormire. Sotto in un ambiente ristretto, Hussein ci mostrò con orgoglio la doccia. Un grosso serbatoio di metallo su un trespolo e una scatola di pomodori pelati con un manico di legno da cui pescare l'acqua e rovesciarsela in testa. - Ma fate presto- disse in un italiano approssimativo ma comprensibile - che tra un'ora arriva la tempesta di sabbia e entra dappertutto. Poi venite a cena a casa mia. -  Ci sistemammo alla meglio e poi rinfrescati, c'erano di certo più di 40°C, andammo a bussare alla casa vicina. 

Ci accolse la moglie che, al contrario delle tante yemenite viste fino a quel momento, non era completamente ricoperta dal velo nero ma mostrava parte del viso sotto un foulard colorato. Hussein, che era un ometto piccolino sulla sessantina stava in un angolo dello stanzone, accoccolato a terra a gambe incrociate. Piuttosto grassoccio, esibiva la parte procombente della pancia tra le ginocchia, mentre i piedoni nudi spuntavano ai lati. La cena prosegui per un'oretta mentre la signora arrivava di tanto in tanto con qualche nuovo piatto e intanto emerse il mistero della conoscenza della lingua italiana di Hussein. Era stato un ascaro dell'esercito italiano, forse di provenienza somala, e si era fatto tre anni di guerra, mi sembra anche a Montecassino ed era stato insignito della medaglia d'argento dopo essere stato 48 di seguito alla mitragliatrice pesante, poi era crollato al suolo come morto e portato per due mesi all'ospedale del Celio a Roma, dove si era brillantemente ripreso ed era stato decorato. 

I contrafforti della diga di Marib
Mi chiese notizie del Re, assai stupito della caduta della monarchia, mentre era al corrente della morte di Mussolini, della quale invero si dolse e mi mostrò grande soddisfazione di potere parlare un po' italiano. La moglie assentiva col capo. I tre figli lavoravano nella capitale, uno faceva il pilota. Quando ce ne uscimmo, dopo che il vento era cessato e la sabbia non smerigliava più i muri delle case e l'ombra cominciava a scendere assieme alla temperatura, una specie di grazia prevista per i condannati recidivi. Infine ci chiese: - Ma perché italiani non vengono mai qui a visitare posto bellissimo ? - Gli dissi che gli avrei fatto pubblicità e probabilmente se ne andò a dormire contento di aver fatto un buon lavoro di marketing. Camminammo un po' tra le stradine ingombre di macerie della città morta, immersi in quella greve atmosfera che la avvolgeva, simile a quella di tante altre consorelle in condizioni simili. Quella mancanza di vita, quel senso di abbandono che al tempo stesso è dolore e magia e racconta storie passate, nascoste dietro angoli scuri, appena accennate, destinate a scomparire anch'esse nell'usura del tempo, la rendeva misteriosa e affascinante. Chissà cosa è rimasto oggi di Marib e dei suoi muri sbrecciati, dopo altri insulti, altre bombe, altra sabbia che tutto cerca di ricoprire in un abbraccio che anestetizza la memoria.




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sabato 4 aprile 2020

Il tempio di Bilkis

Marib - Yemen del nord - Agosto 1977
Ricordo solo un caldo insopportabile. L'aereo, un DC4 residuato bellico, si era posato su una pista nel deserto dove la torre di controllo era costituita da una tenda militare malandata con due soldati attrezzati con due vecchi kalashnikov col manico sbrecciato. Il pilota in camicia hawaiana a fiori ci aveva salutato dal finestrino mentre ci allontanavamo a piedi nella sabbia trascinando la valigiotta di sussistenza, con lo stomaco in tumulto, dove ancora ballava il piatto di fagioli che, essendo stati serviti solo a noi, col titolo di stranieri privilegiati, andavano più su che giù, ancora lasciandoci in bocca il gusto del sale, come si diceva allora. Il tizio che si qualificava come steward, aveva appena finito di distribuire i pugnali, le ricurve djambie, ai legittimi proprietari, che in ottemperanza alla legge erano state ammucchiate per terra in fondo all'aereo, anche se avevo notato che al mio vicino era stato curiosamente lasciato il mitra, che teneva abbandonato sulle ginocchia mentre vomitava nell'apposito sacchettino. Un viaggio tranquillo. 

Un beduino allampanato con una grossa Luger alla cintola, aspettava con una vecchia Land Rover al di là della tenda. Ci accordammo per un passaggio alla città morta e per un giro l'indomani, ci disse che con lui potevamo stare tranquilli, d'altra parte la guerra coi vicini Sauditi era finita da un paio d'anni e adesso in zona, il confine qui è piuttosto vicino, ci si poteva muovere in sicurezza. La città morta di Marib, un antico abitato di case in mattone crudo in rovina, era al centro dell'area dove sorse millenni addietro, l'Arabia Felix della regina di Saba, il centro di smistamento delle spezie di Oriente e del passaggio della via dell'incenso, che dall'Oman risaliva la strada costiera del mar Rosso ai tempi dell'impero Romano, arrivando fino a Petra per raggiungere il Mediterraneo. Il giorno dopo raggiungemmo i contrafforti, almeno gli spuntoni rimasti della imponente diga sul wadi Adhana cominciata dai Sabei nel 750 a.C. e crollata per incuria oltre mille anni dopo. Un lavoro di ingegneria incredibile per i tempi che assicurò il fiorire di quella civiltà creando una situazione di fiorente agricoltura in tutta l'area. 

Poco più lontano in mezzo alle sabbie, che tentavano di seppellire nuovamente il lavoro di una missione archeologica che lo aveva portato alla luce  negli anni '50, le colonne quadrate del tempio cosiddetto della regina di Saba, che risale alla notte dei tempi, quando la città aveva oltre 50.000 abitanti ed era il centro del regno della leggendaria Bilkis. Pestavo sabbia dorata cercando invano riparo tra le ombre corte delle colonne abbandonate al vento del deserto. Altre guerre, altre bombe dovevano arrivare su questa terra martoriata e senza pace. Il contrafforte più elevato della diga, alto quasi venti metri è stato distrutto dai bombardamenti sauditi nel 2015, non ho notizie delle colonne del tempio. Quando alle rovine della città di fango, che aveva addirittura resistito senza danni all'assedio di Elio Gallo nel 24 a.C., che dovette ritirarsi ignominiosamente, credo si mescolino oggi, tra mura sbriciolate e soffitti crollati, corrosi dagli insulti successivi che una storia malvagia l'ha colpita come una maledizione antica, che Bilkis deve avere lanciato a suo tempo.



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sabato 28 maggio 2016

Le città perdute: Marib delle sabbie


Marib - Yemen - agosto 1977
Una città morta fatta di terra che non si stava sbriciolando sotto il peso dei secoli a cui aveva resistito impavida come poteva sembrare ad un primo sguardo poco attento. Solo le cannonate dei Sauditi, in una delle tante guerre sconosciute, l'avevano spopolata, ferita, graffiata anni prima, in quella lotta senza fine tra sunniti e sciiti che prosegue da sempre, virulenta anche oggi. E pensare che se mai piovesse da quelle parti, la città di terra cruda si scioglierebbe in circa 24 ore, così almeno si è calcolato, ma non è mai successo laggiù in quell'aria tersa e senza umidità, secca tanto da bruciarti la gola. Dormire per terra, in una di queste case abbandonate all'ultimo piano per poter trovare, sul terrazzo del tetto, sollievo al calore che brucia e che non dava tregua neppure durante la notte ricoperta di stelle, le stelle magiche del deserto che ricoprono il velluto nero del cielo, fino a quando non compare la luna a disegnare le ombre lunghe delle sagome delle case sbocconcellate dalle bombe e aspettare l'alba. Una città morta è magica soprattutto la notte quando puoi far lavorare meglio la fantasia, a fabbricare storie e racconti. 

Di giorno è solo un insieme di quinte deserte anche se scenografiche. Allora ti rimane il deserto che la circonda, il margine estremo del Rub-al Khali dalle cui dune può arrivare il nemico, nascosto tra le sabbie. Sabbie dove, semisepolte, ancora emergono le tracce millenarie del regno di Saba, residui immarcescibili di quell'Arabia Felix che un impero millenario al di là del Mediterraneo riteneva dispensatore di ogni profumo, ricchezza, spezia e fragranza. Forse certamente sopravvalutato, grazie all'astuzia dei suoi abitanti che nascondevano quella che era soltanto una attività commerciale con il ben più lontano Oriente. Quelle otto colonne squadrate rimaste ritte verso l'alto per millenni, raccontano di un orgoglio invincibile, in lotta perenne per non essere inghiottite dalle sabbie, ancora una volta la natura contro l'uomo e la sua voglia di vincere il territorio, affermare la propria superiorità di specie dominante. Poco lontano, l'immenso muraglione della diga che 3000 anni fa rendeva questa valle irrigua e fertile come lo è tutto il deserto quando è baciato dall'acqua, mostra cosa si poteva fare anche con pala e carriola. Che fantastico privilegio ho avuto di poterci arrivare in una delle poche pause tra gli interminabili conflitti che da sempre devastano lo Yemen, una delle terre più magiche diquesto pianeta.

Marib -Il tempio -Yemen - agosto 1977

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lunedì 17 ottobre 2011

Il Milione 56: Pesci secchi.

Seppie a seccare ad Hodeida (Yemen)

Chissà se anche Marco Polo, mentre si avvicinava la fine del suo viaggio quasi trentennale, sarà stato pervaso da quella sottile malinconia che prende il viaggiatore quando comincia a sentire l'aria di casa, in quella guerra di sentimenti che si svolge tra il piacere di ritrovare cose ed affetti e di lasciare la strada ricca di scoperte e di conoscenza che tanto gli ha dato. Però il nostro amico sta ancora risalendo il Mar Rosso dalle coste yemenite e il profumo del Mediterraneo è ancora lontano. Tuttavia, questo Yemen ancora oggi così turbolento e misterioso deve averlo colpito assai se per diversi capitoli ne racconta le lotte intestine tra le diverse fazioni di mussulmani e infine non manca di segnalarne il clima terribile e le abitudini più curiose.

Cap. 191

Pescatore al mercato di Hodeida (Yemen)
Qui si ànno molti dattari e pesci assai, che per uno viniziano si averebbe due grandi tonni. E sapiate che a' buoi e a' camegli e a' montoni ed a' ronzini piccoli, danno a mangiare pesci; e questa è la vivanda che danno a loro bestie. Questo è per cagioni che in loro contrada sì non à erba, perciò che ella è la più secca contrada che sia al mondo e si à grandissimo caldo ch'a pena vi si puote campare. E li pesci di che si campano queste bestie, si pigliano di marzo e d'aprile e di maggio  in sì grande quantità ch'è una maraviglia. E seccagli e ripongogli per tutto l'anno e così li danno a loro bestie e mangialli anco loro. Veritade si è che le bestie loro vi sono oramai avvezze che altra vivanda non danno a lor bestie. Ancora vi dico che di molti buoni pesci fannone biscotto; ch'elli tolgono questi pesci e tagliali a pezzuoli d'una libbra il pezzo e poscia sì li appiccano e fannoli seccare al sole. Così li mangiano tutto l'anno come biscotto.

Questo gran caldo, a noi insopportabile mi aveva quasi steso, quando, stolidamente avevo scelto proprio il mese di agosto per passeggiare lungo la fascia costiera yemenita sul mar Rosso, la Tihama. C'erano oltre 50 gradi e proprio al porto di Hodeida, davanti a queste infinite serie di pesci secchi distesi, mi sentii quasi mancare, non so se a causa del caldo o dell'odore. Ma la forte fibra della gioventù mi fece raggiungere l'ombra rovente dei cannicciati che proteggevano le stradine strette del mercato dove i grandi pentoloni roventi dei piccoli ristoranti, aiutavano ad aumentare la temperatura già insopportabile e servivano pesci in ogni forma e sapore, incluso il famoso makbous (più o meno una cernia) con il riso speziato che di certo avrà assaggiato anche il nostro viaggiatore. Ma l'interesse del brano è appuntata su questo uso della farina di pesce come mangime per animali, di cui qui si certifica l'abbondante uso in quel lontano passato, quasi a smentire tutte le giaculatorie di quanti, puristi della domenica, pontificano sulle proteine animali che vengono date negli allevamenti agli erbivori, quasi fosse un'operazione contronatura inventata dalla avidità dell'uomo moderno. L'alimentazione nell'allevamento (pratica che, come l'agricoltura, è ontologicamente contronatura, questo sì) ha sempre seguito la logica di fornire all'animale  allevato dall'uomo, il cibo a disposizione più economico ed allo stesso tempo più valido dal punto di vista nutrizionale, anche se allora tutto questo era calcolato empiricamente. Ma non voglio essere polemico, continuiamo dunque la risalita verso nord.
Carico dei cammelli al mercato di Sana'a (Yemen)

Cap. 190
Qui nasce lo 'ncenso in grande quantità e fassine molto grande mercatantia. Ed in questo porto (Aden)  li mercatanti traggono da le barche le loro mercatantie e càricalle in su camelli e vanno 30 giornate per terra infino ad Alexandria e in questo modo ànno li saracini d'Alexandria lo pepe e le altre ispezie delle isole d'India.

Viene così confermata la rotta delle spezie e dell'incenso che percorreva le rive del Mar Rosso fin dai tempi dei romani, rendendo ricco e potente il regno della regina di Saba  e che aveva avuto come punto di arrivo, prima Petra, poi Palmira ed infine Alessandria. Quando arrivai in quella Marib, capitale dei Sabei, ormai inghiottita dalle sabbie del deserto arabico, non più contenuto e coltivato come allora quando la grande diga, i cui resti mi impressionarono per le loro dimensioni, che permettevano tremila anni fa la vita ai margini del Rub-al-Khali, mi colpirono soprattutto quelle 5 colonne del tempio sacro, 5 dita lugubri che emergevano a stento dalla sabbia, l'unico segno rimasto della grandezza di quel regno, fondato sul commercio di quella globalizzazione ante litteram. I centri di potere passano ed i grandi imperi cedono la mano facilmente. Bastano pochi mutamenti e il centro del mondo si sposta in un attimo, ma bisogna considerare che è sempre stato il commercio e la finanza a condizionare questi mutamenti. Difficile farsi illusioni, già con il baratto, quando l'uomo ha incorporato nel suo genoma il senso dello scambio di cose, l'economia ha segnato il destino della nostra specie. Meditate gente, meditate.

Una carovana in Egitto.

Refoli spiranti da: Marco Polo - Milione - Ed.Garzanti S.p.A. 1982


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