martedì 31 luglio 2018

Etiopia 38 - Le cascate del Nilo Azzurro


Le cascate del Nilo Azzurro

Lavori agricoli
Placati i sommovimenti interiori, che fossero dovuti alla mistica della preghiera o piuttosto alla colazione abbondante e ai vari succhi di frutta fresca, di guava e di mango, a cui non avevo saputo rinunciare, riattraversiamo la calma superficie del lago in pace con noi stessi e, riguadagnata la riva, troviamo la nostra macchina in attesa, con un Lalo raggomitolato sul suo sedile. Purtroppo il dispensario dove era andato a farsi vedere, aveva una fila di pazienti in attesa di molte ore e ha deciso di rimandare l'accertamento a Gondar dove arriveremo  questa sera e dove pare conosca  un dottore. Intanto ci aspetta la seconda attrazione della zona. Ma le cose bisogna guadagnarsele e la strada per arrivare alle cascate del Nilo Azzurro, è una pista larga sì, ma estremamente accidentata e per percorrere la trentina di chilometri che ci separano da Bahar Dar bisogna calcolare un'oretta di salti e sobbalzi, masticando la polvere delle varie carrette e minibus che la percorrono trasportando umanità varia nei vari villaggi posti ai lati della strada. La zona è piuttosto popolosa e la vicinanza dell'acqua produce anche una agricoltura abbastanza sviluppata. Ad ogni gruppo di case, c'è sempre un  piccolo mercato con un assembramento di mezzi vari, inclusi carretti e traini animali, carichi di derrate varie, dal fieno alla paglia, ai sacchi di cereali, che prendono poi la via delle campagne o dei mercati della città più grande. 

Ponte portoghese
Il nostro passaggio è comunque sempre oggetto di attenzione, in fondo qui il turista, sebbene presente, è merce ancora rara e fonte di una minima curiosità. Arrivati all'ingresso del parco, c'è però un drappello di personaggi in attesa che, sebbene regolamentati, cercano di spartirsi in maniera omogenea la carne fresca in arrivo. A noi tocca uno "studente" che ci introduce nell'area recintata. E' un percorso circolare che prende inizio dal cosiddetto ponte portoghese, un manufatto del 1660 che fa bella mostra di sé, essendo ancora molto funzionale e vantando il titolo di primo ponte di pietra costruito in Etiopia dall'imperatore Susenyos. Si dice che abbiano supervisionato all'opera anche architetti spagnoli e indiani, ma allora non è chiaro come mai sia detto ponte portoghese. Comunque se gli stessi portoghesi arrivarono in effetti in Etiopia chiamati in aiuto per combattere gli infedeli arabi che tentavano di imporre la loro fede proprio in quel periodo a danno della locale chiesa ortodossa, significa che questo fiume era già ben noto nel XVII secolo e che la sua riscoperta da parte del nostro Bottego alla fine dell'800, fu soltanto una chiarificazione del suo reale sviluppo. Forse prima gli europei non immaginavano che questo corso d'acqua, che qui aveva oltretutto un altro nome,  fosse lo stesso che dava origine al Nilo. 
  
Il Nilo Azzurro
Dopo il ponte, che supera la forra che il fiume ha profondamente scavato tra le rocce, una specie di orrido che rumoreggia una decina di metri più in basso, si cammina a lungo attraverso una campagna accidentata che porta a superare una collinetta che si affaccia su un pianoro. Un poco più lontano si intravede la spaccatura al di là della quale arriva il fiume che si divide in mille rivoli più o meno grandi prima di gettarsi in un salto di una quarantina di metri. Ora al di là dell'aspetto storico e psicologico, in quanto questo è il primo dei salti e delle cateratte che il Nilo affronta nelle molte migliaia di chilometri prima di arrivare al Mediterraneo, si deve dire che l'impatto è piuttosto deludente. E' pur vero che siamo in periodo di secca e che tra tre o quattro mesi l'imponenza del salto sarà assolutamente diversa ed inoltre la diga che ha deviato una parte consistente della regimazione del lago, ne ha ridotto di conseguenza notevolmente la portata, ma la descrizione di stupita meraviglia degli esploratori del passato e le raffigurazioni storiche e le stampe che tratteggiavano questa cascata, facevano immaginare ben altre emozioni. Comunque diciamo che, data la storicità del luogo bisogna farsela andar bene e comunque l'ambientazione circostante ha un certo suo fascino. Riattraversiamo la spaccatura su una lunga passerella sospesa e riguadagnamo l'altra sponda, cosa che consente di vedere ancora le cascate da diverse altre angolazioni.

Facciamoci una birretta
Per terminare il giro però bisogna ancor attraversare un villaggio all'apparenza poverissimo e semideserto. Lungo il sentiero qualche bambino magro, che non ha neppure la forza di chiedere. Una donna sotto un grande albero custodisce un orcio di terracotta dalla quale a richiesta vorrebbe mescere birra di villaggio, ma visto il precedente di questa mattina mi astengo dall'esperienza. Ma alle spalle dei campi pianeggianti, il corso d'acqua si era diviso in cento rivoli e per ritornare alla base di partenza è necessario ancora valicare un paio di canali di una zona umida e paludosa della cui salubrità non voglio più a fondo indagare. Ci sono delle provvidenziali barchette per attraversare, che provvedono alla bisogna e intanto servono a far campare qualche disgraziato in più, come il nostro traghettatore, due spalle ossute con le mani nodose che spingono il bastone sul fondo, quel tanto che basta per dare alla barca l'abbrivio necessario alla traversata. Le dita che si allungano per ricevere i pochi birr necessari non hanno neppure la forza di stringerli per ficcarli nella bisaccia. Lungo l'ultimo tratto di sentiero, lo "studente" che, per la verità, non è stato di alcuna utilità nel compimento della visita di un'oretta, e che comunque era stato già regolarmente pagato, in base alle tariffe esposte all'ingresso, comincia un raccontare dolente di come qui si campi solo delle mance dei turisti, ma devo dire che il dire alquanto aggressivo mi indispone non poco ed alla fine lascio una cifra minima che suscita le sue ire innervosite, dato che evidentemente è stata al di sotto delle sue aspettative. 

Pausa caffè
Non voglio cedere e la disputa si incattivisce, poi per fortuna interviene Lalo redivivo, che seda la discussione e ci imbarca per il lungo ritorno. Per la verità sembra stare un po' meglio e sicuramente non ha la febbre. Sarà la pausa della terzana di verghiana memoria? Speriamo di no, si vedrà domani, comunque dopo una breve pausa ristoratrice a Bahar Dar. Riprendiamo la strada per i 150 km che ci separano ancora da Gondar la nostra meta di oggi. Arriviamo però, che ormai è notte e sta piovendo. La città posta su una serie di colline, è buia e farsi strada tra le buche fangose di queste strade abbandonate a se stesse da decenni, è disagevole. Sfortunatamente l'albergo che avevamo previsto non è disponibile e così comincia un'ulteriore ricerca affannosa tra altre soluzioni dello stesso tipo, dopo aver scartato bettole terrificanti, anche se con personale gentilissimo (possibile che ci siano tanti turisti in giro?), fino a che non sbarchiamo ad un hotel piuttosto pretenzioso e che presenta un prezzo accettabile, ma quando il responsabile della reception percepisce che i clienti sono stranieri, il prezzo cambia improvvisamente ed in pratica raddoppia. Lalo, completamente stranito, non ha neppure la forza di protestare, per cui bisogna buttare giù il boccone e dire che è dolce, dato anche che ormai è piuttosto tardi. Mangiamo qualcosa tanto per buttar giù qualcosa di caldo, tanto è sempre la stessa roba e poi andiamo a buttarci nel letto. Tomorrow is an another day.

Paesaggio

SURVIVAL KIT

AG Hotel - Gondar - Hotel dall'aspetto esterno pretenzioso, si rivela poi piuttosto modesto, il wifi non funziona e non c'è acqua calda. Dotazioni minime e camere normali. Il prezzo ufficiale della doppia è 750 birr, ma a noi sono stati fatti pagare 55 $. A nulla sono valse le proteste. A questo punto e solo per questo motivo, lo sconsiglio vivamente. Ristorante con i soliti piatti a prezzi standard. Quattro piatti principali e due birre per 500 birr. Colazione invece valida e abbondante.

Il ponte tibetano




Jacaranda
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