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venerdì 24 aprile 2020

Ritorno a Sana'a


La strada della montagna - Yemen - agosto 1977

Il nostro funduk a Manakha
Il funduk, al momento l'unica soluzione per fermarsi a Manakha, era organizzato in modo da offrire anche una cena, che non si rivelò neppure male: riso,montone e uvetta, pani arabi, un intingolo di montone molto saporito e verdure varie, che dopo la sgambata si facevano mangiare volentieri. Poi i ragazzi austriaci, per la verità di poche parole, si ritirarono nell'angolo di destra nei loro sacchi a pelo e noi dal lato opposto, tenuto conto che i tappeti ed i cuscini erano abbondanti e abbastanza morbidi e confortevoli. Ci svegliò naturalmente il gallo, così potemmo con calma scendere al piano di sotto ed utilizzare a turno il locale con l'acqua corrente. Poi via verso la piazza del mercato che a differenza del giorno prima era molto affollata. L'interesse era dato soprattutto dalla zona in cui si trattavano gli animali, dromedari e asini, di una razza di dimensioni minute ma probabilmente molto resistente, merce di valore in una zona dove i trasporti si valevano ancora minimamente di mezzi meccanici, essendo fatti soprattutto per sentieri di montagna. Era davvero un bel mercato ruspante, popolato di genti con le facce rugose e seminascoste da ampi turbanti che trattavano acquisti e vendite con brevi cenni delle mani, con una gran pacca finale quando evidentemente la trattativa doveva considerarsi conclusa. Naturalmente c'era l'angolo del qat, come sempre piuttosto affollato di compratori.

Una casa ad Hajjarah
L'aria era comunque frizzantina dato che penso Manakha sia attorno ai duemila metri di altitudine. Girolammo qua e là sempre adocchiando le scene che si svolgevano nell'ampio spiazzo popolato di bestie e di uomini, fino a che notammo che qualcuno cominciava a lasciare il mercato prendendo i viottoli in fondo alla piazza che salivano verso la montagna retrostante. Qualche donna portava in testa grandi fagotti pieni di fieno o di altri foraggi, altre avevano borse di verdure a frutta. Il mercato entrava nella sua fase finale e anche noi raggiungemmo con una breve camminata la strada principale per trovare un mezzo che ci facesse raggiungere Sana'a. Eravamo ancora al di qua della cresta di montagne ed alla capitale mancava ancora un centinaio di chilometri, attraverso una orografia particolarmente difficile. Ci sedemmo su un piccolo rialzo di fianco al cippo che segnalava il bivio per Manakha, che è fuori dalla direttrice principale di un paio di km, almanaccando su come fare per il rientro. Quasi non avevamo fatto in tempo a sederci che subito si fermò una macchina, un fuoristrada piuttosto lussuoso a dire il vero, come se avesse percepito un nostro cenno, una richiesta di passaggio. Si trattava di due giovani di bell'aspetto, anche piuttosto eleganti che vestivano abiti curati, turbanti a pié de poule rossi ed esibivano due djambije di gran pregio coi foderi d'argento piuttosto elaborati. 

Mercato di Manakha
Andavano giustappunto a Sana'a e approfittammo al volo del passaggio gentilmente elargito, anche se la conversazione fu piuttosto scarsa durante il tragitto, visto che, nonostante l'aspetto danaroso, parlavano soltanto arabo. Ci offrirono naturalmente del qat, di cui naturalmente avevano un gran fascio sulle ginocchia, che declinammo ringraziando educati, e quindi procedemmo per la montagna. Più o meno a metà strada, subito dopo Souk al Aman, si arriva al passo di 3100 metri dove ci fermammo un attimo ad ammirare il paesaggio bellissimo, prima di cominciare il tratto di leggera ma continua discesa che portava fino alla periferia della capitale, dove a segnalare l'inizio della strada, i cinesi hanno posto una specie di grande chiosco a forma di pagoda, riconoscibilissimo. I ragazzi, gentili ci scaricarono in centro dove potemmo considerare concluso definitivamente il triangolo Sana'a, Taizz, Hodeidah che ci aveva occupato per quattro giorni. Bisogna dire la verità, lungo il tragitto ci sono molte cose da vedere, soprattutto sarebbe interessante lasciare spesso la strada principale per inoltrarsi nelle piste secondarie che se ne distaccano, fino a raggiungere paesini di straordinaria bellezza, perduti nelle valli laterali o nel deserto polveroso della Tihama. Il problema principale è quello di poter disporre di una macchina personale e allora bisogna dire che costava davvero un botto e non ce la potevamo permettere. La città ci accolse comunque soddisfatti del giro fatto e per le cose viste, assolutamente superiori a quanto avevamo previsto e tutto sommato il percorso si era dimostrato non troppo complesso da eseguire. 

Sulla strada per Sana'a
Ci godemmo ancora la città per tutto il pomeriggio, mai sazi delle facciate a perpendicolo sulle stradine strette attorno al centro, fermandoci vicino alla moschea e facendo un lungo giro attorno alle mura, prima di raggiungere il nostro albergo dove le nostre valigie ci aspettavano in uno strambugio dietro al bancone. Ci potevamo permettere ancora un giorno di riposo prima dell'ultima puntata verso il deserto interno, quello spazio senza confini apparenti che rappresenta il margine estremo del Rub al Khali e da cui sono sempre arrivate le minacce ed i venti di guerra. Il problema era, come raggiungere Marib la città della regina Bilqis, antica capitale dei Sabei, da cui passava tutto il traffico dell'incenso dall'Hadramaut e delle spezie che arrivavano dal lontano oriente? L'ideale sarebbe stato poterci arrivare in macchina, attraverso la pista che penetra il deserto di pietra e avrebbe consentito di arrivare anche a Barrakesh. Queste strade, come accertammo all'ufficio del turismo, erano diventate accessibili da poco tempo, da quando le tribù del deserto, i Kawlani, avevano riconosciuto dopo estenuanti trattative, l'autorità del governo centrale. Sarebbe convenuta sicuramente la pista a nord che parte da Rowda e dopo Nehem, permette la deviazione fino a Al Ashraf dove bisognava chiedere un permesso allo scheik locale per arrivare a Barrakesh e poi raggiungere attraverso un wadi la città di Marib. Purtroppo il costo della macchina si rivelò subito decisamente fuori budget e ripiegammo sulla soluzione aerea, che sorprendentemente invece era piuttosto accessibile.

Il mercato del bestiame



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mercoledì 22 aprile 2020

Al Hajjarah


Al Hajjarah - agosto 1977




Verso la porta della città
Stava lì, davanti a noi, dall'altra parte della stretta valle, come appesa tra montagna e cielo, la base fluttuante e seminascosta dalle nuvole basse, come una visione onirica di una storia fantasy, la città stregata, il rifugio nascosto, il segreto di una storia antica. La serie di case di pietra alte fino a sette, otto piani, affiancate le une alle altre senza spazi intermedi a formare una muraglia cresciuta sullo strapiombo sottostante, chiusa a chiunque volesse penetrarla, formando un unico fortilizio inaccessibile ad ogni tentativo di espugnazione. Rimanemmo a lungo ad ammirare questa visione di bellezza assoluta, così inattesa e straniante, con le file ordinate di finestrelle buie, sormontate dalle piccole mezzelune, in alto le terrazze, punti di osservazione sulla valle. Nessuno in vista, a simulazione di una città abbandonata da secoli. Invece, guardando con attenzione, mentre l'occhio si abituava a poco a poco alle piccole variazioni di intensità dei grigi della roccia, ecco che si riusciva a scorgere una linea che con un ampia curva, risalendo gradualmente i livelli, scavalcava la valle e mostrava gli intagli nella pietra di una lunga gradinata che arrivava fino ai piedi della barriera murata, scomparendo dietro ad uno spigolo di una delle torri procombenti nel vuoto. Ci incamminammo lentamente sempre con l'occhio verso l'alto per arrivare sotto al baluardo che si ergeva a perpendicolo per almeno una ventina di metri o più sopra le nostre teste e, superato lo spigolo ecco apparire, bene occultata alla vista di chi arrivava dalla pista tra le montatgne, una porta in pietra i cui battenti in legno consumato dal tempo, erano aperti.

Lungo le mura
Tre uomini armati di vecchi moschetti, stavano seduti all'ingresso, non è chiaro se a guardia o semplicemente in una pausa, prima di riprendere il cammino. Ci fecero cenno di entrare e così cominciammo a girare tra gli spazi angusti lasciati liberi tra le torri che a decine formavano il tessuto del paese. Al Hajjarah è uno dei diversi paesi fortezza che stanno appollaiati tra questi monti, come Hutayab o Safan che si raggiungono con un'altra oretta di cammino, ma si dice sia il più bello e ho potuto constatare da una foto che mi ha girato un'amica che l'ha visitato pochi anni fa, rimasto ancora uguale. La progettazione di questi borghi era dovuta ad un evidente bisogno di difesa contro gli attacchi esterni, che, evidentemente sono sempre stati un problema tra queste montagne tribolate. Una struttura medioevale che prevede appunto una sorta di cinta muraria che in questo caso è costituita dalle case stesse, che la pietra rende baluardo invalicabile e allo stesso tempo indistruttibile. La struttura è la stessa delle case in mattone crudo del resto del paese con un andamento stretto e verticale, noi diremo a grattacielo, formato da ambienti sovrapposti, tra i quali il più basso è riservato agli animali e poi alle cucine. Il paese era quasi deserto e camminare tra i vicoli per angoli continui e netti, faceva perdere l'orientamento, pur essendo l'agglomerato piuttosto piccolo. Solo quando arrivavi all'estremo di un lato esterno, su minuscole balconate che davano sulla valle, potevi renderti conto della posizione raggiunta.

La moschea
Tuttavia l'atmosfera tra le case era assolutamente irreale. Incontrammo qualche bambino seduto sulla soglia, ma senza la gioiosa vitalità che mostrano di solito i ragazzini alla vista anomala di qualche straniero che si introduca, spaesato, in un mondo  tutto sommato a lui alieno. Passò un gruppo di donne con fasci di erba in testa che arrivava da qualche pascolo esterno che ci buttarono un'occhiata di sguincio, senza muovere la testa per non far cadere la complessa incastellatura che portavano in equilibrio precario, tenendola su con entrambe le mani. Ogni tanto sentivamo qualche sguardo che arrivava dall'alto, da dietro le ante semichiuse di una finestrella. Nel silenzio assoluto avvertivi soltanto lo scalpiccio dei nostri passi sulla pietra dei vicoli. Girammo a lungo per il paese, incantato dall'atmosfera magica ed irreale, affascinati dalla solitaria unicità del luogo, pure certamente abitato e non da poche persone. Ci sarebbe piaciuto trovare una sistemazione all'interno del paese per passarvi una notte ed ascoltare il silenzio di quel non luogo, così carico di suggestioni. Chiedemmo ai tizi col moschetto, che intanto non avevano cambiato posizione, ma ci dissero che non c'erano soluzioni proponibili in paese. Guardando Pechino express, mi sembra di essermi trovato nella stessa situazione alla ricerca di una ospitalità impossibile. Lasciammo la città dopo qualche ora camminando ancora più avanti lungo la pista che regalava punti di vista ineludibili su gruppetti di case e altre costruzioni sparse nei vari punti cruciali dellavalle.

Vicoli
Su un altro spuntone diroccia c'era una costruzione chiusa, bassa a cupole, con una piccola torre, probabilmente una minuscola moschea, attorno un gregge di capre che brucava, un erba rada e stentata, il pastore accoccolato su una rupe a monte. Una scena dalle parvenze bibliche, di certo non molto diversa da duemila anni addietro. Ripercorremmo il sentiero all'indietro e arrivammo a Manakha che era quasi sera. Qualcuno ci indicò una casa in centro al paese. Era un funduk tradizionale, che utilizzava il muffredge, la grande sala all'ultimo piano come camerone comune per chi passava di lì. Ci trovammo due ragazzi austriaci che giravano da un paio di mesi il medio oriente e arrivavano dall'Iraq. Un posto talmente sonnolento da essere quasi noioso, dicevano, non fosse per quelle straordinarie rovine nel deserto, solo la gente, non era molto amichevole. Strano è, come cambia in fretta il mondo. A quel tempo l'area davvero off-limit era invece l'estremo oriente, dalla Cina al Vietnam, tutta area interdetta al turismo, con Pol Pot che massacrava la Cambogia e che qualcuno allora ammirava incondizionatamente e tutte quelle zone coperte di mine e di bombe inesplose. Pensavo che laggiù non avrei mai potuto metterci piede. Vedete come quello che sembra impossibile, muti rapidamente nel corso della vita umana. In quel deserto di pietra invece, l'Arabia felix dei Romani, che fin lì c'erano arrivati a piedi, tanto per cambiare, ma forse allora faceva meno caldo, suppongo, potevi andare dove meglio ti pareva e anche i beduini sembravano immobili nel tempo e non ti rincorrevano per convincerti ad affittare il loro ronzino. 

Nel Muffredge del funduk di Manakha

 

Bimbi di Hajjarah
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