venerdì 19 giugno 2020

Luoghi del cuore 18: La luce di Helsinki


Cattedrale - Helsinki - Finlandia - agosto 1983

 
Piazza del senato
Quel tratto di mare identificato come golfo di Finlandia è in realtà una specie di lago interno, non molto dissimile al Ladoga che ne è la sua naturale prosecuzione a est o il golfo di Botnia, l'omologo spazio che gira verso nord. In sostanza uno specchio d'acqua assolutamente tranquillo, costellato da una miriade di isolette lungo coste basse e verdeggianti, oltre che assai scarse di popolazione e solcate dall'andirivieni di grandi traghetti che ne collegano le opposte sponde appartenenti a stati che sono rimasti sempre politicamente piuttosto lontani tra di loro, come spesso accade quanto più i luoghi sono simili e apparentemente fratelli. Comunque la grande nave che ci portava verso la costa finlandese, lasciava una terra che se da un lato si definiva a quel tempo e con buona ragione come Oltre cortina, dall'altro pareva mettere in contatto due luoghi talmente omogenei da renderli quasi indistinguibili tra di loro, per storia ed aspetto fisico. Terre fredde insomma con stagionalità incongrue alle mentalità mediterranee, che sono da sempre scandite da un'alternanza di giorni e notti quasi uguali, nel clima e nei comportamenti. Qui invece è il regno delle notti infinite, che regalano pochissime ore di una luce crepuscolare che sa raccontare di saghe popolate di fate e folletti, di elfi buoni e troll ferocissimi  nascosti tra i tronchi bianchi delle betulle che corrono all'infinito su terre ondulate senza nome, ingioiellate da stagni e laghetti di mille forme e colori, mentre nel cielo compaiono fasci verdi di luci che si muovono come scenari di una fantascienza di anni '50, tra lande innevate ed ombre misteriose. 

Il salmone
E poi, quei giorni infiniti nei quali la luce non finisce mai, anche quando la stanchezza ottunde un po' i sensi e navighi in un chiarore altrettanto irreale quanto lo era quello del mezzodì invernale, con il desiderio di non dormire mai ed il corpo che invece cerca disperatamente di abituarsi a questi ritmi sempre più dilatati, quasi bramoso di ritrovare al più presto quella fase letargica perduta da mesi e nella quale finalmente abbandonarsi. Pure questa luce estiva è la sensazione topica che caratterizza questo grande nord e che ti porti a casa  sopra ogni altra cosa. A questo pensavo mentre il traghetto si avvicinava al grande porto di Helsinki dove arrivammo proprio verso mezzogiorno, con la città adagiata intorno in questa luce surreale e fortissima. E questo mi rimase principalmente di questa capitale, la luce che la avvolgeva per tante e tante ore, rendendone godibile aggirarsi per i suoi larghissimi spazi, dove mai hai la sensazione della folla.  Dove la gente ti è anche distante a causa di questa lingua impossibile, diciassette casi, declinazioni, radici incomprensibili, lontanissime dal tuo sound, dove telefono si dice Puhelin e centro, Keskusta, non so se mi spiego. Capisco bene come praticamente tutte le zone scandinave, in tempi di coronavirus, abbiano adottato misure paco restrittive in campo di distanziamenti sociali. Qui creare l'affollamento è di per se stesso un problema, tanto territorio c'è per tanta poca gente. Sei in centro nel grande spazio della piazza del senato, dominata da una scalinata grandissima che appare nella sua solitaria presenza, ancora più immensa. 

Pesce sotto sale
La risali lentamente in una sensazione di assoluta pace, come un'ascesa tra le nuvole che ti portino verso la cattedrale bianca, un tempio che chiama a sé con la forza di antichi Asi millenari che dominano leggende nordiche e che solo casualmente si sono adattati a nuovi nomi, a differenti etichette, a diversi riti, ma che conservano imperturbabilmente la loro potenza pagana. Anche il mercato lungo il porto, mi colpì particolarmente con i suoi banchi così distanziati e lindi; come è facile avere soluzioni dove l'ambiente da solo ti aiuta già per l'80%! Dietro ognuno di essi, donnine piccole e grassocce, quasi uguali tra di loro, una congregazione forse di sorelle o un popolo a sé di questa terra estrema, dalle gote rosse ed i cappellini di lana colorati di blu, calcati su binde capigliature. Banchi dove si agitavano ancora salmoni dalle dimensioni inquietanti, ancor vivi o già sfilettati che si adagiavano gli uni accanto agli altri, lingue rosa intenso dal profumo di mare. E poi i frutti del bosco, montagne di mirtilli neri, grossi e sugosi, di ribes rosso e blu a piccoli grappoli, di lamponi vermigli e morbidi da prendere con piccoli secchielli e fragole rosse e aglio e patate e poi fiori, tantissimi fiori di ogni colore, segnale di amore infinito per quello che nei luoghi del grande freddo, rimane una rara bellezza, da apprezzare e da avere il più possibile con sé, di fronte a sé, intorno a sé, per ricordare il piacere della vita colorata, quando sei circondato solamente da una continua, se pur bellissima, scala infinita di grigi. Una città dai ritmi lenti che ti dà grande pace e ti ottunde la furia ipercinetica. Una sensazione che ti segue a lungo sulla strada tra i boschi per Turku, verso un altro traghetto, un altro braccio di mare, un altro non luogo uguale seppure diverso. 


Savonlinnaa

Frutti del bosco
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Pelli di volpe







giovedì 18 giugno 2020

Luoghi del cuore 17: Le mura di Tallin

Tetti di Tallinn- Estonia - agosto 1983

Le mura 
Nell'83 circolare con il proprio mezzo nell'Unione Sovietica era inconsueto, non tanto per la difficoltà oggettiva, ma soprattutto per la distanza e le complicazioni burocratiche necessarie per arrivarci, infatti per tutta la decina di giorni che trascorremmo in quelle lande non incontrammo altri mezzi occidentali ed il nostro topone grigio e cornuto veniva spesso indicato a dito per le strade, forse però proprio a causa della sua incongruenza esteriore, che per il suo essere proveniente da altri mondi. Allora, tuttavia, come ho più volte rimarcato, muoversi in certi spazi era al contrario forse più facile di adesso ed infatti la frontiera tra Russia ed Estonia, dopo Ivangorod passando per Narva, non solo non esisteva politicamente, ma anche nella pratica era un esercizio formale come capita oggi nell'area Shengen. Così mentre ci spostavamo verso Tallinn, la capitale estone, dovevamo preoccuparci solo della pioggia torrenziale che ci accompagnò per tutto il viaggio. La pioggia cominciò subito dopo la nostra partenza, così avemmo tutto il tempo di fermarci sotto un cavalcavia per mettere al loro posto le spazzole dei tergicristalli che come tutti, nell'URSS di quel tempo, si tenevano sotto il sedile nel timore che venissero rubate. La carenza di ricambi per automobili era cronica e pervicace e non si contavano le barzellette sull'argomento. 

Una via
In pratica dagli anni '70 in poi nelle fabbriche russe si produceva ben poco e tutto di pessima qualità e quasi tutto veniva rubato direttamente in fabbrica dai dipendenti per barattarlo con altri beni a loro volta rubati dalle altre fabbriche o rivenduti al nero, cosicché nei negozi dello stato a prezzi ufficiali, arrivava ben poco e questi prodotti erano ricercatissimi. Comunque i quasi 400 km di pianura non lontani dal mare scorsero via veloci e Tallinn ci si parò dinnanzi già nel chiaro pomeriggio mentre il cielo smetteva di gocciolare. Sebbene allora le differenze interne all'Unione fossero molto sfumate, dappertutto si parlava soltanto russo e i simboli erano sempre gli stessi, tuttavia in quella bella città antica, l'aria era un poco differente, sentivi, non certo sentimenti antirussi, che pur come scoprii anni dopo, covavano di certo e ben forti, sotto la cenere, ma venivano tenuti piuttosto nascosti, ma un chiaro differenziarsi da quel mondo slavo, che avevamo appena lasciato. Qui, in quelle che orgogliosamente si sono sempre sentite, Repubbliche Baltiche, si è sempre avuta una decisa appartenenza a quel mondo anseatico, rivolto a nord ovest e alla mitteleuropa, ai commerci e ai traffici internazionali a cui è legata ogni città di mare. Molto lontana dalla chiusura autarchica e statocentrica che tenta di erigere barriere verso l'esterno, illudendosi che le notizie non penetrino in nessun modo, attraverso quelle frontiere che possono sbarrare la strada alle merci, ma difficilmente alle idee.

Tetti
Tuttavia la parte che mi colpì particolarmente era proprio quella antica capitale, con un centro antico e perfettamente conservato all'interno di mura severe e poderose, con torri basse e rotonde, cieche o con piccolissime aperture verso l'esterno, come fossero sempre in attesa di un attacco di feroci invasori, dalle quali potevi far correre l'occhio su distese di bellissimi tetti spioventi dalle tegole color rosso mattone. Le strade tutte curve, dall'acciottolato lucido per la pioggia si infilavano tortuose tra le case mostrando angoli segreti di grande fascino, con piccoli negozi che sembravano neppure mostrare la staticità e la standarizzazione dei vari Producti Magasin o Gastronom o Atelier dei loro corrispettivi russi. Le ragazze, bellissime che volteggiavano leggere sui marciapiedi in pietra lucida avevano un'aria più sbarazzina, le gonne leggere dell'estate svolazzanti ed il sorriso sulle labbra. Sì questa città affacciata sul golfo di Finlandia, mi diede davvero una bella impressione e ricordo bene il senso di dispiacere che provai due giorni dopo mentre caricavamo il topolone sul traghetto che raggiungeva Helsinki, che le sta proprio di fronte e il rammarico di non avere il tempo di spingersi più in là nel profondo del paese e magari arrivare alle altre repubbliche che le stavano al fianco. Peccato, mi dicevo, da queste parti, in questa URSS così chiusa e distante, forse non ci verrò mai più. Pensa te, invece neppure dieci anni dopo, proprio laggiù, mentre cominciava lo sfacelo di quel mondo, cominciai la mia seconda vita di venditore di chiacchiere.

Via del centro di Tallinn



La piazza del mercato
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mercoledì 17 giugno 2020

Luoghi del cuore 16: A spasso per S. Peterburg


La guglia dell'ammiragliato - Russia - agosto 1983


Il topone cornuto davanti alla moschea
Il 238 grigio topo di venti anni aveva lasciato con calma la landa desolata, ma mitica, di Nord Kap e come vi ho già raccontato, dopo aver zigzagato a lungo tra i laghi finlandesi si avvicinava al confine sovietico in un mattino di fine agosto. E sì, lo confesso, non solo sono andato in Russia per due decenni in Russia per vendere impianti, ma addirittura a farci le ferie, dieci anni prima! Direte che ero matto, ma all'inizio degli anni 80, quel mondo chiuso e sconosciuto aveva un fascino ed un richiamo alla scoperta, a cui non ero riuscito a sfuggire. Certo andare in Russia via terra allora non era semplicissimo burocraticamente, ma la buona volontà era tanta, così la rotta proseguì verso il confine. Poiché un amico voleva assolutamente che gli portassi a casa le corna di una renna e dato che, essendo di dimensioni esagerate, nel camper non ci entravano tutte, le avevamo legate con dei tiranti di gomma (il famoso e micidiale ragno) sulla cabina davanti al serbatoio del GPL a far bella mostra di sé, come la preda che i cacciatori espongono sui cofani delle macchine per far vedere quanto sono stati bravi. Alla frontiera eravamo l'unico mezzo e, come mi avevano predetto ci apprestammo comunque ad una lunga attesa. Le corna facevano comunque simpatia e dopo aver ridacchiato a lungo ed averci fatto la consueta accoglienza a forza di Italiani, Sicilia, mafia, ecc. i due doganieri bardati, iniziarono l'opera di controllo accurato che avevo previsto (esperienziato da precedenti viaggiatori) e che continuò per un paio d'ore. 

per le vie
Cominciarono con controlli di routine con gli specchi sotto lo chassis, per vedere se volevo introdurre qualche clandestino nella Santa Madre Russia (bah?), poi passarono all'interno del mezzo, dove mi fecero smontare lo specchio nel bagno, timorosi che nell'intercapedine fossero nascoste pericolose riviste antisovietiche. La scoperta del doppio fondo sul pavimento provocò loro una grande eccitazione, mentre me ne imponevano l'apertura con occhi brillanti. Scostato il linoleum ed aperta la botola, frugarono a lungo coi musi lunghi e delusi avendovi trovato solo i ricambi motore che portavo dietro per precauzione. Allo scoccare delle due ore, benché ci fossero ancora molti interstizi da esplorare, cadde loro in cacciavite di mano e ci lasciarono liberi. Capii dall'occhiata che avevano dato in alto, verso la guardiola degli uffici che l'intensità e la durata del controllo previsto dallo standard era ormai stata rispettata e perdettero ogni interesse a noi dandoci via libera. Un segnale netto di come le cose procedevano per burocrazia immutata e priva di vero interesse vessatorio. Purtroppo il mezzo non voleva rimettersi in moto, rimanendo ad ingombrare il passaggio comunque deserto. I cerberi rimasero a sonnecchiare su due sedie facendo stanchi cenni della mano a levarci dalle scatole, ma, niente da fare, il maledetto rimaneva morto col cofano alzato e io ed il mio amico a guardarci dentro con aria da finti competenti, a chiederci in che modo ci saremmo tolti dal guano. Tiziana, che era stata estromessa dall'operazione meccanica in quanto femmina, butta l'occhio dentro il cofano e fa: "Ma quel filo lì come mai è staccato e pende?" 

Lo Smolny allora museo del comunismo
Con la sufficienza propria del maschio, ma cosa vuoi capirne tu, poiché tutti hanno democraticamente diritto di parlare, provammo a infilarlo nel buco più vicino e bruuum, come per magia il mostro riprese vita e ci consentì di lasciare l'area dogana, silenziosi, senza fare commenti di nessun genere. Così, pensosi, arrivammo alla periferia della allora Leningrado e ci si infilò un po' a casaccio per un lungo prospiect. Vietato chiede informazioni sul percorso, il maschio italiano, si sa non chiede, va a istinto. Arrivammo ad un semaforo verde con frecce e vigile al centro. Svolto a destra contravvenendo all'unica regola stradale diversa da quelle italiane. Non si svolta a destra con semaforo verde, bisogna aspettare anche la freccia verde. Vado imperterrito, mentre al centro dell'incrocio il GAI' comincia a fischiare sbracciandosi. Fingendo si non sentire, proseguo, ma il delitto non paga, dopo 500 metri la strada termina senza uscita, bisogna tornare indietro; intravedo lontana in mezzo all'incrocio l'ombra vindice che mi aspetta a braccia conserte. Accosto e scendo in attesa di un processo rapido ed implacabile. Memore dell'andazzo e dei processi sovietici, un po' timoroso della Lubianka, sebbene lontana, sarei pronto ad una autoaccusa formale con annessa procedura di autocritica, ma, mentre si è ormai radunato un capannello di sfaccendati, pensionati e babuske con le sporte, il milite mi punta il dito gridando "пять рублей штрафа!", 5 rubli di multa. Non so come, ma mi viene spontanea la supercazzola. 

Lo scalone dell'Ermitage
Carta alla mano, comincio a chiedergli indicazioni per trovare il campeggio a cui eravamo diretti, in italiano, mostrando le vie e chiedendo lumi. L'agente dell'ordine continua a richiedere disperatamente il pagamento mostrandomi le cinque dita della mano e mimando la mia infrazione. Intanto attorno al camper bicornuto si è intanto radunata una piccola folla che partecipa con vigore al dibattito, chi cercando di fare segni sulla carta, chi cercando di deviare le intenzioni della legge, chi commentando cosa ci andava a fare da quelle parti un baraccone di quel genere, proveniente per di più dall'Italia. Le invettive della guardia diventano sempre più flebili, alla fine una vecchietta lo prende di punta e lo rimbrotta con aria severa. Credo che il senso fosse: "Ma va là non vedi che sono stranieri, poveretti e che bisogna dargli una mano?" Il GAI' cedette di colpo e se ne andò borbottando imbronciato nella sua guardiola e dopo aver stretto un po' di mani ce ne andammo verso la nostra meta. Le prime crepe nel gigante dai piedi d'argilla del regime, cominciavano a mostrarsi nella loro tragica evidenza. A tutto questo ripensavo con un tuffo di nostalgia al cuore, ripescando questa diapo del cornuto davanti alla Moschea dell'allora Leningrado. Certo, perché c'è anche una antica moschea a San Peterburg; un tempo il mondo era molto più tollerante di oggi, forse. Quindi andiamo pure avanti. Era l'ultimo decennio del regime e si sentiva nell'aria uno sfacelo incombente, uno sfascio di un sistema che, da quando aveva cessato di basarsi sui metodi forti ed era scivolato a poco a poco nella gerontocrazia bresnieviana, perdeva a poco a poco autorità e funzionalità. 

dalla Neva
C'era nell'aria una voglia di lasciar andare le cose come andavano, tanto non ci si poteva fare niente. Dei temuti controlli neanche l'ombra e anche se l'amico che era con noi, prevenutissimo, continuava a guardarsi intorno convinto di essere seguito dagli agenti del KGB, non c'erano limitazioni evidenti e nonostante l'obbligo di pernottare in campeggi prepagati (unica cosa che interessava, il versamento delle svanziche), si capiva che avremmo potuto tranquillamente dormire davanti all'Ermitage senza che nessuno ci dicesse qualcosa. Proprio sotto l'arco della grande piazza, mentre sistemavamo le cose prima di partire per il giro, un paio di ragazzotti ci avvicinò chiedendoci cosa avevamo da vendere. Parto sempre preparato, quindi estrassi dall'apposito contenitore il pacco di musicassette che tenevo pronte. Gli occhi dei tipi si arrotondarono e il sorriso arrivò alle orecchie alla vista degli ultimi successi di Celentano, Matia Bazar, Ricchi e poveri et similia. Dopo aver controllato nel mangiacassette di ordinanza del mio mezzo, il buon funzionamento del materiale (fidarsi è bene, ma con gli stranieri....) completammo la transazione e mentre l'amico friggeva, timoroso di essere internato in un gulag per commercio illegale, aggiunsi al patto anche un paio di mie vecchie e sdrucite sportosky (così chiamavano allora le sneakers) non resistendo agli occhi bramosi ed al filo di bava alla bocca che illustravano il desiderio inestinguibile di materiale occidentale di uno dei compratori. I jeans vecchi li avevamo purtroppo già piazzati il giorno prima. Con le tasche gonfie di rubli che avemmo poi grosse difficoltà a spendere, non essendoci quasi nulla da comprare (il diavolo fa le pentole ma non i coperchi), ce ne tornammo al camping per organizzare la serata. 

Al teatro del popolo
Pioveva forte e dovemmo fermarci a tirare fuori i tergicristalli da sotto i sedili per metterli sulle asticelle, sotto un cavalcavia intasato di zhigulì ferme che facevano la stessa operazione. Era merce ambita il tergicristallo e di quei tempi nessuno osava lasciarlo incustodito sul vetro della macchina. Così quando arrivammo al campeggio era già un po' tardi, anche se le notti bianche lo facevano sembrare pomeriggio pieno. Per concludere la serata eravamo interessati ad uno spettacolo di danze folkloristiche, che si rivelò poi bellissimo. Mi infilai quindi nell'office per cercare info precise e venni subito accalappiato da una biondina tutta sorriso e moine, con cui cominciamo a chiacchierare. La presi alla larga per rompere il ghiaccio e quella morsicò subito, partendo con i soliti luoghi comuni che vanno sempre bene, Italia, spaghetti, pizza, come mi piacerebbe vedere Venezia, ecc. un repertorio conosciuto. Sfruttando il suo inglese oxfordiano si chiacchierò un bel po', e come mai siete in Russia, e come vi trovate e compagnia bella. Quando capii che ormai sarebbe stata gentile anche se chiedevo solo informazioni, sparai le mie richieste, dove, a che ora, che strada era meglio fare per arrivare al teatro, come avere i biglietti. Come pronunciai le domande scattò un clic, calò una maschera, il sorriso si azzerò. " Per le domande di lavoro, deve rivolgersi alla mia collega, io sono l'interprete incaricata del tedesco", dichiarò come un terminator e non ci fu più niente da fare. Mi rivolsi alla collega. Lo spettacolo fu fantastico, ma c'era nell'aria un senso di disfacimento incombente e capii per la prima volta come mai il sistema filosofico del comunismo non potesse avere possibilità di funzionamento nel mondo reale e che anche lì era solo questione di tempo.

Fiori sulla prospettiva Nievsky



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lunedì 15 giugno 2020

Luoghi del cuore 15: Tra i laghi finlandesi


La terra dei mille laghi


Mezzanotte a Rovaniemi
Dopo aver raggiunto la meta, l'estremo nord europeo, uno dei confini del nostro mondo, da tempo sognato, si trattava di procedere lungo la via del ritorno, che avevo progettato secondo una rotta circolare che tentava di ricongiungersi alla strada dell'andata attraverso un percorso più politicamente, almeno allora, complicato. Facemmo quindi rotta verso sud e qui scoprimmo di stare traversando un territorio di una bellezza inattesa e credo unica per la sua solitaria vastità. Lasciataci alle spalle Rovaniemi e la casa di Babbo Natale, si procedeva in una landa spettacolare che per centinaia di chilometri fino a Koupio ed oltre, fino all'estremo su del paese, alternava laghi e foreste, boschi e specchi d'acqua di ogni forma e dimensione. Le strade secondarie si perdevano su terrapieni tutte curve che si insinuavano tra pozze isolate da quinte di betulle o vasti laghetti bordeggiati da boschi di conifere. In ogni caso non riuscivi a non fermarti per godere dei punti di vista sempre differenti ed ogni punto successivo ti pareva più bello e scenografico del precedente. Ci fermammo molto sfruttando le varie piazzole per mangiare sulla riva e semplicemente guardare quello che ci circondava. A Kuopio poi, c'erano delle basse colline con punti di vista che consentivano di ammirare il panorama con un arco maggiorato. 

Il bosco
Finimmo in un locale a mangiare bistecche di renna e salsa di mirtilli. Al tavolo vicino c'era una famigliola di napoletani, lui e lei piccolini e rotondetti con ragazzino sovrappeso al seguito che sprizzavano felicità da tutti i pori (noi allora lo notavamo in negativo essendo magri come stecchi, bei tempi!). Quella vacanza se la stavano davvero godendo e ci manifestarono la loro meraviglia soprattutto per la pulizia e l'ordine che avevano riscontrato in tutta la Scandinavia, oltre naturalmente all'assenza di persone, cosa che mi sembra molto condizionante per queste situazioni. E' inutile calcare la mano, ma secondo me è la folla che crea il problema piuttosto che le abitudini di una popolazione, che in ogni caso vengono condizionate definitivamente proprio dalla densità abitativa. I nostri amici, tra l'altro avevano scoperto anche la catena dei McDonald, che evidentemente allora non era ancora arrivata in Italia e ne erano entusiasti assolutamente, cibo gustoso e prezzi assolutamente abbordabili, cosa rara da quelle parti. Ancora oggi penso a quello che avranno raccontato a casa al loro ritorno, di quel mondo fatato dove la vita è meravigliosa. Che poi sarà proprio vero? Certo un luogo dove puoi dormire tranquillo nei boschi, orsi a parte. Dall'esterno tutti sembrano sempre i paesi della felicità, poi scopri che la Scandinavia ha il più alto tasso di suicidi e ti consoli. Forse la lunga notte polare, forse la solitudine dei grandi spazi non rende poi così felici e l'alcool non aiuta più di tanto. 

Un bungalow nel bosco
Ricordo, un pomeriggio verso le cinque in una cittadina lungo la strada. Vedemmo una signora piuttosto anziana, almeno allora mi appariva tale, elegantissima, con cappello e veletta, uscire da un bar. Aveva un passo malfermo e barcollante e più volte si fermò lungo la strada appoggiandosi agli angoli per non cascare per terra. Credevo stesse male, ma vista da più vicino si capiva bene che era ubriaca fradicia. Faticò parecchio a raggiungere l'ultima casa della via, ma alla fine riuscì anche a infilare la chiave nella toppa ed a rifugiarsi nella sua villetta, linda, ordinata, solitaria, come forse la sua vita. Almeno questo è il film che mi ero fatto allora. Un breve tratto in battello su uno dei laghi più grandi ci regalò un altra giornata di intensi panorami, anche se una parte del pomeriggio lo passammo sbocconcellando l'infame kalakukko, servito sul traghetto, specialità tipica della terra dei laghi costituita da una specie di pasta sfoglia farcita di pesce, strutto e bacon, servito freddo, che terminammo di digerire verso la fine del viaggio. La sterminata distesa dei laghi tuttavia rimane una delle più belle cose che ho visto lassù, in particolare grazie anche al clima che divenne improvvisamente favorevole ed invece della pioggia continua dei giorni precedenti, ci accompagnò fino al confine russo con un bel sole piacevole che faceva risplendere la superficie dei laghi e le foreste, con colori intensi sempre in equilibrio tra le tonalità verdi e blu. 

I laghi di notte


renne selvatiche
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domenica 14 giugno 2020

Luoghi del cuore 14: Mezzanotte a Capo nord


Tra stoccafissi e fiordi - Norvegia - agosto 1983

Porcini morvegesi
La strada per Nordcap è lunga ma piacevolissima, un seguito di boschi, di strade che corrono lungo il mare, di paesini e piccole città molto distanti tra di loro. Ma i boschi non sono scure distese di alberi nelle quali perdersi irrimediabilmente, anzi, piacevoli luoghi dove sostare a dormire di notte di fronte al mare, ripararsi per mangiare qualcosa o camminare in cerca di funghi e mirtilli. Già, la raccolta dei mirtilli, che puoi fare anche in maniera industriale se disponi dell'apposita paletta oppure i porcini spettacolari che qui, a quanto pare, non raccolgono, forse perché considerati cibo improprio o velenoso e che in questo modo riempiono il sottobosco in quantità esagerata. Ne trovammo un paio belli grossi, addirittura in mezzo al sentiero di un museo all'aperto, ignorati da tutti. Incontrammo lungo la via una macchina di due bergamaschi che venivano qui ogni ogni anno a raccoglierli in quantità; mentre procedevano verso nord, dopo la raccolta giornaliera, li pulivano e li stendevano a seccare. Sembra che se ne portassero a casa quasi trecento chili ogni anno. Le strade che corrono lungo il mare invece regalano paesaggi sconfinati, certo non manca lo spazio e corrono rettilinee spesso arrivando al bordo di un fiordo, dove un piccolo traghetto attende per evitarti un lungo giro tra le montagne. Le percorri fino a tarda sera, tanto è sempre chiaro e la luce è strana, anomala, per noi assolutamente innaturale. 

Hammerfest
I paesino sono per lo più di pescatori, poche case attorno ad una rada naturale dove stanno ormeggiate barche colorate e tutt'attorno il terreno risale leggermente, coperto di prati rasati e tralicci per l'essiccazione digli stoccafissi. Le città, le pochissime che incontri, Tromso, Trondheim, Hammerfest, sono piacevolissimi agglomerati apparentemente tranquilli e puliti. Insomma un viaggiare piacevolissimo che regala scenari maestosi. La temperatura è ovviamente moderata, considerata la latitudine che fa sempre più estrema, ma grazie al fatto che tutta la costa, fino al suo punto più estremo, è lambita dalla corrente tiepida del golfo, mancano i rigori estremi, i ghiacci e il gelo propri di tante altre terre così al nord del mondo. Tuttavia piove, piove spesso, è il drammatico contrappasso e le strade, allora per lo meno, spesso non asfaltate diventano un fangoso e sgradevole problema. Ricordo un campeggio-rifugio dove ci riparammo per la notte, dalle attrezzature molto spartane. Nel locale centrale fatto in tronchi di legno, dove mangiavamo qualcosa su grandi tavoli comuni, arrivò un gruppo di motociclisti ricoperti alla meglio di cerate e tute che li coprivano alla meno peggio (a quei tempi, la gente non era certo così ben attrezzata come adesso), completamente inzaccherati di schizzi di fango e bagnati come pulcini. Per attaccare bottone esordii con un: bella la strada eh? 

La predace Sami
Il tizio che sembrava il capo, scrollò un po' la testa, e sospirando confessò: sì, sì, er fatto è che c'avemo 'sta maledetta mania de la moto... e lasciò la frase in sospeso continuando a masticare un hamburger di renna che fornivano all'ingresso del campeggio. Poi uscirono a montare le tende della notte, maledicendo gli dei del profondo nord, mentre quella sera il cielo continuava a liberarsi dell'acqua in eccesso. Quasi al termine della strada ci fermammo ad un campo di Sami, allevatori di renne, che in estate si piazzavano lungo la strada in attesa di uccellare i turisti di passaggio. Comperai un palco di renne imponente, che volevo regalare ad un collega appassionato che me lo aveva commissionato espressamente, ma che non stava all'interno del camper, per cui lo legammo davanti alla cabina di guida, il ché dava al mezzo una magnifica aria cornuta che lo identificava da lontano e  insieme faceva simpatia e che ci fu utile in seguito. Comprai anche una spessa pelliccia di renna, sapientemente conciata da quel popolo che vive a stretto contatto con natura e conosce a fondo i suoi segreti, tanto che dopo un paio d'anni dovetti buttarla perché aveva sparso per la casa più della metà dei suoi peli e anche l'odore non era poi così gradevole, vista la perizia conciatoria di quei popoli che conoscono i segreti più profondi della loro vita naturale e biologica. Come sapete sono sempre piuttosto critico verso questi miti del buon selvaggio che sa rispettare il pianeta e i suoi ritmi naturali al contrario di noi uomini devastatori adoratori della kimica e della plastika, mali del mondo.

Il sole a mezzanotte
Nell'ultima parte, la strada diventava sempre più brulla e nuda; altipiani sassosi e pascoli deserti si succedevano sull'isola estrema, al termine della quale, la terra finisce e davanti ti rimane solamente, al di là del cippo commemorativo, la nuda distesa grigia dell'artico. Avevamo calcolato appositamente di arrivarci a tarda sera per poter avere l'esperienza di quel sole di mezzanotte, scopo ultimo ed esoterico del viaggio, che compiva il suo arco sfiorando la superficie lontana del mare per le ultime volte, visto che era ormai il 2 di agosto. Naturalmente il cielo era coperto di basse nuvole grige, così rimanemmo seduti davanti al cippo nell'attesa di un momento solamente teorico, nel desiderio di autoconvincerci che fosse la stessa cosa. Invece all'ultimo momento, proprio pochi minuti prima della mezzanotte, come in un puntuale appuntamento col destino, il cielo si squarciò per un piccolo tratto, tale da lasciare intravedere il momento topico nel qual il mare rimaneva illuminato, specchio dorato che rifletteva quell'attimo nel quale la rotta dell'astro sfiorava il suo punto più basso per poi a poco a poco risalire, mentre il sipario grigio inevitabilmente si richiudeva sull'attore principale della recita, che ricominciava la sua giornata di lavoro. Quasi commossi, rimanemmo ancora a lungo, senza parlare, prima che una ripresa della pioggia ci costringesse a riparare nel nostro mezzo. Dormimmo nell'ampio parcheggio alla base della collinetta del cippo, soli ospiti di quella notte magica, felici della missione compiuta, prima di riprendere, il mattino dopo, la strada. Questa volta, per la prima volta dopo molti giorni, verso sud.

Quasi arrivati



La via per Nordcap
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