venerdì 12 novembre 2010

Umberto Eco - Baudolino.

L'altro ieri era San Baudolino, patrono della nostra città e personaggio emblematico della stessa. Visse nell'VIII secolo al tempo di Liutprando e seguendo il filone pauperistico fece l'eremita facendo miracoli, parlando agli animali e prevedendo il futuro, un po' sciamano, un po' Vanna Marchi, tanto per capirci. Perchè è un archetipo della mentalità alessandrina? Per capire bisogna raccontare il suo miracolo principale, che bene definisce il Santo e quello che sarà la sua città. Dunque ecco il fatto: Liutprando in una caccia colpì per errore l'amatissimo nipote Anfuso, con una freccia che si rivelerà fatale. Pazzo di dolore il re corse da Baudolino che nel suo eremo si intratteneva davanti al volgo parlando a cervi e orsi della zona, pretendendo il miracolo e promettendo sfracelli in caso non fosse stata esaudita la sua richiesta.


Il potere è sempre uguale, quando pretende vuole essere soddisfatto. Cosa avrebbe fatto un santo normale, concreto, possiamo dire banale? Avrebbe fatto guarire il giovane e raccolto le prebende. Troppo semplice e non in linea con la mentalità alessandrina. Il buon Baudolino parlò a lungo col re e lo convinse che non c'era niente da fare; il giovane sarebbe morto e che si mettesse l'animo in pace. Liutprando convinto se ne andò in lacrime, ritirando le intenzioni malevole e sostituendole con opere buone. Ecco il miracolo all'alessandrina. Così, pensando a queste cose ho ripreso in mano il Baudolino del mio conterraneo Umberto Eco, libro che mi sono gustato moltissimo e che vi invito a scorrere se ancora non lo conoscete.


E' uno dei suoi libri più gustosi. La storia di un picaro alessandrino chiamato proprio Baudolino in onore del Santo, mentitore e intelligente e della sua folgorante carriera, in cui verità e menzogna si mescolano in maniera indistricabile fino alla fine. Un affresco medioevale stupendo e divertente, con l'imperdibile incipit di un intero capitolo in una lingua inventata tardo latino-dialettale, che vale da sola l'intera opera, che tanto essendo ormai nei tascabili costa anche poco, per dirla all'alessandrina. Perchè la nostra testa funziona così, cari miei, troppo smagati e poco inclini all'entusiasmo, sempre pronti alla critica distruttiva e allo stare a guardare le altrui iniziative con incredulità. Per questo la città è sprofondata in una decadenza senza speranza. Se escludiamo l'800, in cui proprio da qui è partita l'idea di una rivoluzione che ha condotto all'Italia unita e, sull'onda di questo entusiasmo, la città è rifiorita fino agli anni 30 del 900, è poi cominciato l'inarrestabile declinio, la cui responsabilità o il merito va ricercata soprattutto nella testa dei suoi abitanti.



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giovedì 11 novembre 2010

Allegria!

Nebbia fitta e temperatura attorno allo zero questa mattina. Buon segno, vuol dire che è tornato il bel tempo, c'è il sole in alto, tra un poco si farà largo a colorare di oro zecchino le foglie che ancora si ostinano a stare sui rami lunghi e neri, come quelli del lungo viale del cimitero. Sono passato di lì a trovare i miei, stamattina presto. E' un luogo di pace, pieno di gente tranquilla che si è lasciata alle spalle tutti i problemi che avranno angustiato le loro vite. Un luogo sereno dove il frizzantino dell'aria che ti pizzica le guance, non sembra dare fastidio, anzi ti accompagna mentre cammini lungo gli infiniti camminamenti, bordati da marmi che la brina ha reso lucidi. Ne stanno facendo un'ala nuova. Migliaia di posti allineati, ordinati, in attesa di un acquirente che a poco a poco si riempiranno, senza fretta, ma in sicurezza. Un business certo che non può avere crisi, pochissimi sono gli immortali, pochi pensano di esserlo. La periferia di Alessandria invece è piena di spettri di case nuove che nessuno compra, fantasmi che baluginano nella foschia che avvolge una città morente, una città di vecchi con pochi figli in attesa di andarsene.

Chi volete che compri nuove case in una città che perde continuamente abitanti, che invece comprano loculi ; quelli sì che servono. Seppellire un morto è un atto di pietà che distingue la nostra specie. Tutto ciò che muore va seppellito, se no puzza. Anche un governo morto va seppellito in fretta, non è bello tutto l'odore di marcio che si spande dappertutto prendendoti in gola. Ai tempi della prima repubblica qualcuno diceva che in fondo è meglio un governo incapace istituzionalmente di fare alcunché piuttosto di uno che faccia danni e forse c'è una grande verità in tutto questo, ma è quell'odore che da fastidio. Uscendo dalla porta monumentale, il sole sta facendo già capolino nell'umidità. Gli alberi di Ginko biloba del viale sono ormai quasi completamente spogli e sotto, cammini calpestando il mirabile tappeto d'oro delle loro foglioline primordiali a ventaglio. Che peccato che sotto, nascosti qua e là come mine antiuomo, ci siano quei malefici frutticini a pallina marcescenti. Che puzza di merda quando inevitabilmente ne calpesti uno.


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mercoledì 10 novembre 2010

Hotel Rossija.

E' certo vero che la bellezza è salvifica, ma credo che sia altrettanto provato che l'homo inscipiens sia portato naturalmente al brutto. Se tutto questo può avere un suo senso nei casi emergenziali, bisogna dire che la maggior parte degli scempi viene perpetrata anche e soprattutto quando la lussuria della bramosia economica si accoppia al desiderio di cambiamento e alle necessità contingenti. Alcune delle cose più brutte vengono fatte proprio in questi frangenti. Mosca non fa eccezione di certo a questo assioma, senza parlare delle periferie, che quelle sono orribili in tutto il mondo. Il centro zarista di un tempo aveva di certo una sua unità mirabile di palazzi e monumenti che, nella lucida visione urbanistica ottocentesca, conducevano attraverso un crescendo di solida bellezza alla gemma centrale del Cremlino, facendo di questa capitale una mirabile commistione di grandeur europea pervasa dalla mollezza concessa dai grandi spazi asiatici e dalle suggestioni dei suoi imperi secolari, perfetta mescolanza di raffinatezze bizantine e ferocia mongola.

Proprio ai piedi del Cremlino sorgeva lo Zaryadye, uno dei quartieri probabilmente più belli d'Europa, un insieme apparentemente disordinato di chiese ortodosse dalle cupole orientali colorate e di palazzetti che costituivano un unicum straordinario. Nel suo delirio di potere, al culmine del risultato economico della NEP e del successivo slancio industriale, Stalin decise di raderlo al suolo nel 1935, per costruirvi uno dei grandi grattacieli di stile assiro-americano che tanto lo avevano colpito di New York. La distruzione fu completata appena prima dello scoppio della guerra, come si vede in una cartolina dell'epoca. Quindi, quando si potè mettere mano al progetto erano ormai arrivati gli anni 60. Cominciò allora la costruzione dell'Hotel Rossija, forse la più grande offesa dell'umanità al buon gusto ed alla cultura. Mi ci portava l'amico Ferox, data la comodità della posizione. Arrivavo sempre la sera tardi dall'aeroporto ed il gigantesco cubo nero che emergeva dalla notte ti dava subito un senso di tenebrosa inquietudine. Nell'ingresso squinternato e semideserto si aggiravano losche figure dagli incarichi incerti e sempre in cerca di attività border line nella migliore delle ipotesi.


Al bancone, infastidite incaricate ricoperte di belletti cospicui, controllavano di malavoglia i documenti e la prenotazione ottenuta tramite amici degli amici, che diversamente avere una camera in maniera normale, con una telefonata ad esempio, era impresa impossibile. Con il tuo passi in mano, osservato altezzosamente dal finto facchino che evidentemente svolgeva altre poco pulite attività, ti caricavi il valigione alla ricerca, prima degli ascensori per vedere se almeno uno funzionasse e poi ti incamminavi lungo gli infiniti corridoi resi bui dalle lampadine rotte o rubate, dove si allineavano senza fine le quasi 4000 camere dell'albergo più grande del mondo. Anche la dejurnaija del piano, quasi sempre appisolata su un divano letto sgangherato, non faceva da ultima barriera come suo compito, così ti trovavi da solo la chiave abbandonata su una rastrelliera arrugginita e ti ritrovavi finalmente nella tua camera malandata e squallida. Staccavi subito la cornetta per impedire ai drappelli di signorine, che invece in folti drappelli svolgevano una alacre attività, di telefonarti ogni dieci minuti per tutta la notte, al fine di offrirti un relaxing massage, evidentemente uno dei servizi più richiesti nell'albergo e ti buttavi distrutto dal viaggio nel letto sgualcito in attesa di fuggire la mattina, dopo aver tentato di fare una specie di colazione, in uno stanzino triste, dominato da un gigantesco samovar di acciaio con un thé annacquato e qualche fetta di pane rinsecchita con cetrioli e composta.


Negli anni, mentre il degrado aumentava in parallelo al malaffare, le mafie probabilmente si impadronirono dell'intero controllo dell'edificio. Per evitare il completo cedimento della funzionalità, alcune parti, come pezzi di corridoi, furono cedute a società private che ne fecero dei sub-alberghi, rinfrescandone alla meglio le camere prese in gestione. Così dopo essere penetrato nel mostro ti infilavi in una sottosezione chiamata Hotel Gioconda, gestito da "Italiani" con annesso ristorante detto dei Salernitani, che proponeva "pesce appena arrivato dall'Italia", dove robuste guardie del corpo presidiavano gli ingressi rinforzati, selezionando i clienti attraverso le porte trapuntate. I business più ambigui fiorivano da quelle parti, suscitando credo, robusti appetiti.


Il direttore del Rossija fu infatti presto assassinato tra l'indifferenza generale, come molti responsabili di funzioni in odore di "sviluppo commerciale" in quel periodo. Però su tutto dominava il mostro assoluto di quella costruzione che da un lato ottundeva la vista delle mura rosse del Cremlino, dall'altra sgorbiava irrimediabilmente il lungo fiume, tristissimo e orrendo al tempo stesso. Solo un bombardamente avrebbe potuto risolvere la situazione. Bene, inopinatamente nel 2006 un'orda ruspe salvifiche circondarono il cadavere putrescente e lo demolirono completamente. Oggi l'area, mi dice l'amico Ferox, è circondata da una completa recinzione, in attesa, si dice, della ricostruzione di un'Hotel a 7 stelle per rappresentare meglio l'orgoglio Putiniano e della Nuova Russia. Nessuno conosce davvero il progetto. Forse il nuovo mostro che sta per nascere sulle macerie delle delicate chiesette ortodosse, subirà altre modifiche. Gli appetiti dei vampiri non demordono, anzi si fanno più brutali e famelici, d'altra parte si sa, con la cultura non si mangia, provate a mettere la Divina Commedia in un panino.



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martedì 9 novembre 2010

Barometro d'ascolto.

Non c'è niente da fare. E' paurosamente aumentato il tasso di litigiosità ed in generale di insofferenza da parte della gente. Non è ben chiaro se è una questione di cambiamento climatico o di evoluzione della specie, sta di fatto che nessuno sopporta più nessuno. Qualcuno obietta che si tratta della crisi e di un diffuso malcontento dovuto alle difficoltà sempre maggiori che si incontrano nella vita di tutti i giorni; secondo altri la colpa è di nuove realtà che si affacciano nel paese a cui non siamo ancora abituati. Però, vi dico il vero, ieri, alla quinta telefonata di una Chiara o Deborah o Filippa che fosse, che voleva illustrarmi i vantaggi di passare ad un nuovo gestore telefonico, mi è un po' salito il sangue al naso, anche perchè stavo creando e mi avevavno fatto perdere il filo.

Poi, dopo aver risposto come di consueto con un - La ringrazio ma non sono interessato- che taglia sempre la discussione (senza aggiungere spiegazioni, mi raccomando, pare che i poveretti siano stati addestrati a valutare questo tipo di risposte come motivo a non perdere ulteriore tempo e passare ad altro cliente), a mente fredda ho realizzato che in fondo scrivere su questo blog la mia scemenza quotidiana, non può definirsi propriamente una creazione e la cosa mi ha rincuorato. Sono andato così un po' indietro nel tempo quando, nel periodo universitario, lavoravo come intervistatore. Come vi avevo già segnalato, i lavori che mettevano in moto le braccia non mi sono mai stati congeniali, muovere la lingua (absit iniuria verbis , di questi tempi) invece non fa sudare molto. Lavoravo per diverse ditte, ma spesso mi toccava il Barometro d'ascolto della Rai.

Allora non c'era l'Auditel, però funzionava alla grossa nello stesso modo. Bisognava andare a casa delle persone, scelte casualmente da una lista di nomi, per chiedere in quali ore avevano visto la televisione (c'era un canale solo, quindi era tutto più semplice) e ti davano 130 Lire a botta. Avevo una cartina della città dove mi ero segnato i vari indirizzi e come un seriel killer, cercavo di percorrere il tratto ergonomicamente più logico, cercando di beccare qualcuno a casa nelle ore del tardo pomeriggio e della sera. Secondo voi, quando dicevo: - Buongiorno sono della Rai, vorrei farle qualche domanda sui programmi che ha visto ieri- la gente mi sbatteva la porta in faccia, mi lanciava insulti o addirittura mi mi diceva di andarmene al diavolo senza neanche aprire la porta? Niente di tutto ciò. Nella quasi totalità dei casi mi facevano entrare, accomodare e la maggior parte mi offriva il caffé. Quanti caffé in quel tempo, forse è per quello che dormivo poco. Tutti volevano dirmi quale programma gli era piaciuto, un tizio mi raccomandò:-Deve scrivere che facciano più quizzi.- o non mi piace il tale o perché non si vede più il talaltro. Naturalmente queste cose non interessavano assolutamente e come adesso, contava solo da che ora a che ora qualcuno era stato davanti al televisore, al di là del fatto se il programma piacesse o meno.

Ma la cosa assolutamente normale era che la gente ti faceva entrare in casa propria quasi con piacere, eppure non è che si stesse poi così bene a quei tempi; sicuramente i problemi economici ed il benessere materiale era inferiore ad oggi. Per la verità furti e violenze erano allora addirittura superiori, quindi cade anche la motivazione della sicurezza reale. Forse c'era un diffuso sentire che le cose parevano migliorare ogni giorno, che si stava mettendo bene per tutti, che hai ragazzi, le ditte telefonavano a casa per vedere se volevano andare a lavorare. Forse è tutto lì il problema, la gente è incupita quando ha la sensazione continua che le cose peggiorino e che i propri figli staranno peggio di quanto siano stati loro e scarica questo stato d'animo su chi sta loro intorno. Forse oggi arriva dall'alto il segnale sempre più chiaro di un totale disinteresse per i problemi reali, mentre il paese crolla in pezzi. Pompei è solo un simbolo, la gente, inconsciamente teme l'eruzione del vulcano.


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lunedì 8 novembre 2010

Il Milione 29: Ecologia in Cina.


Un elemento di discussione e di forte critica verso la Cina di oggi, quando se ne parla con gli amici, è sempre quello che appare come uno dei punti critici dello sviluppo tumultuoso di questo paese e cioè lo scarso rispetto verso le problematiche ecologiche. L'accusa più frequente di chi, a mio parere, conosce poco questo mondo, è che, per non rallentare la crescità, si scelga artatamente, quasi con bieca malizia orientale, una via completamente disinteressata degli aspetti ambientali.


Intanto ha veramente poco senso che questa critica provenga proprio da chi ha inquinato a man bassa i propri paesi e il mondo intero senza curarsi di nulla, cementificando inoltre tutto il possibile. Come si può pensare che i cinesi accettino lezioni da costoro, che dopo aver compiuto ogni malefatta possibile in questo settore per garantirsi consumi esagerati, impongano una morale a chi esce dalla fame e dalla miseria, dicendogli: - Sei un infame se non capisci che devi rinunciare anche ad avere un frigorifero, perché se no mi inquini il mio pianeta.-


Questa sorta di giustificazione dell' Inferior stabat agnus, viene subito mal digerita psicologicamente da un popolo, per altro assolutamente pragmatico, che nella realtà, sta diventando invece assai sensibile a queste problematiche, che cerca di affrontare in modo sostenibile con un disegno tutto sommato di successo, che vuole condurre un quarto della popolazione mondiale ad uno stile di vita simile a quello giudicato oggi, come il migliore per il benessere della gente. Il fatto di essere un sistema totalitario poi, aiuta parecchio in questa direzione, infatti certe decisioni vengono prese con estrema rapidità e dimostrano efficacia immediata. Per esempio si stanno piantando con successo miliardi di alberi in tutta la fascia predesertica del nord. Una decina di anni fa si rilevò come grave, il problema della cosiddetta white pollution, l'enorme quantità di vaschette di polistirolo in cui veniva fornito lo street food per il pranzo di centinaia di milioni di persone, poi regolarmente abbandonate in strada. Bene queste vaschette furono abolite con un mese di tempo per esaurire le scorte e dopo 30 giorni, sono scomparse completamente, con approvazione del sentire comune.


Da noi il problema dei sacchetti di polietilene si va discutendo da quasi un decennio senza soluzione. In un mese, sempre per decreto, sono scomparse certe camionette-taxi che ammorbavano Pechino con i loro pestilenziali scappamenti e così via con molti esempi che danno un'immagine che raffigura un paese meno insensibile a questi problemi di quanto sembri. Naturalmente il punto chiave è che lo sviluppo così dirompente del paese ha bisogno di una quantità fortemente crescente di energia. In questo i Cinesi lavorano in tutte le direzioni, che naturalmente sono tutte criticabili, dall'idroelettrica alle altre rinnovabili, all'accaparramento di gas e idrocarburi in tutto il mondo, al nucleare, tenuto per ultimo, perché i cinesi saranno inquinatori ma non scemi e hanno individuato questo sistema come il più caro e contemporaneamente il meno gestibile, per un paese privo di uranio. E' quindi logico che però, per il momento non riescano a rinunciare al combustibile di cui sono più ricchi e che per la prima volta viene descritto da Marco Polo.


Cap. 101


Egli è vero che per tutta la provincia del Catai àe una maniera di pietre nere, che si cavano de le montagne come vena, che ardono come bucce e tengono più lo foco che no fanno le legna. E mettendole la sera nel fuoco, se elle s'aprendono bene, tutta la notte lo mantengono. E per tutta la contrada del Catai no ardono altro, bene ànno legne, ma queste pietre costan meno e sono di grande risparmio.


Come si vede, niente di nuovo. Certo immaginatevi le risate che si facevano i rubizzi Veneziani ad ascoltare queste supposte fantasie di un Marco che raccontava di braceri pieni di queste pietre nere che, nei mercati, bruciavano sotto le grandi pentole piene di gamberi di fiume, chiaro sintomo di buona qualità dell'ambiente. Li trovi ancora oggi questi you bao xia sempre ottimi (soprattutto se cucinati alla maniera di Acquaviva), nonostante tutto e malgrado l'ansia di benessere di questo quinto dell'umanità.



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domenica 7 novembre 2010

Per un amico triste.

In questi giorni un caro amico ha un pallino in un'ala. Per carità, gli mettono un cerotto, ma è facile diventare tristi quando sei debole. Ti senti solo e indifeso ed è più duro ascoltare chi ti è vicino. Per questo oggi, in questa domenica dipinta dal grigio di una perla appassita, voglio dedicargli una poesia antica di Wang Bo, che anche a causa del nome, mi è ovviamente molto simpatico.

Il giudice Tu si reca ad assumere la carica a Shu Zhou

Sotto la torre delle mura s’allungano i tre Chin,
Vento e foschia tra cui, lontani, si vedono i Cinque Guadi.
Da te mi allontano, mi pes
a il pensiero
Che siamo gente nomade negli uffici.

Ma quando al di là del mare un amico caro rimane,
Anche l’estremo orizzonte
appare vicino.

Non c’è ragione per stare fermi al bivio,

Come bambini che si asciugano le lacrime.




venerdì 5 novembre 2010

Moscato d'Amburgo.


Beh, i miei trascorsi con la vitis vinifera sono andati ben oltre al taglio dei grappoli di cui vi ho parlato l'altro giorno. In effetti, come ho detto, capii presto che non ero adatto ai lavori che fanno abbassare la schiena e, di chiacchiera in chiacchiera mi è toccato fare il responsabile di due cantine sociali, attività che sconsiglio assolutamente, foriera com'è solo di grane e di eventuali manette facili, specialmente se uno volesse fare le cose in maniera corretta. Ma questo è un altro discorso. Oggi invece mi voglio ricordare di un momento piacevole. La vendemmia è per le cantine un momento di grande confusione. Tutti i conferenti premono per consegnare l'uva al più presto. Si formano lunghe file di carri e bigonce, fuori del cancello, già al mattino presto e poi avanti tutto il giorno a scaricare, in un bailamme di liti per le precedenze e soprattutto per il controllo della qualità del prodotto.

E già, perchè gli agricoltori sono tra i più furbi della terra ed è proprio per questo che tutti li fregano continuamente. In quel periodo, nelle cantine come la nostra, non c'era l'obbligo della consegna totale, quindi molti conferenti furbastri, portavano in cantina l'uva peggiore, quella che non riuscivano a far fuori diversamente, salvo essere poi tra i primi a lamentarsi che, a fine anno, i prezzi pagati fossero troppo bassi. Il momento clou era quello in cui si prelevava il campione per controllare la qualità e di conseguenza il prezzo finale. I più astuti disponevano un po' di uva buona nella parte del carro dove tentavano di pilotare la presa, altri tentavano di guidare benignamente la mano del campionatore. Il mio fido uomo, rotto a tutte le astuzie, fingeva di accontentare, specialmente i più insistenti, poi con mossa svelta e carica di esperienza, aggiungeva un grappolo mezzo acerbo che ripristinava la corretta lettura dei famigerati gradi Babo. Una lotta continua. Anche l'abbinata pesatura, pilotata con perizia, riusciva sempre a riportare la giustizia.

Anche i più prepotenti se ne andavano a casa contenti e sicuri di aver fregato la loro comunità, atteggiamento questo così comune e che spiega tante cose quando si scelgono i propri rappresentanti. Ma le persone non sono tutte uguali, qualcuno portava tutto il suo prodotto con chiarezza e fiducia e cercava di farlo al meglio. Lo sapevamo bene e questa uva veniva dirottata in una vasca a parte per avere poi il vino migliore che avrebbe bilanciato con il suo prezzo, il resto. Questi generalmente non chiedevano niente, anzi erano quelli che si fidavano completamente. Proprio per questo e per l'utilità del servizio che rendevano al prodotto finale, gli segnavamo sempre un mezzo grado in più, cosa che avrebbe permesso di compensare un po' meglio la qualità che ci davano.

Uno di questi, un vecchietto che aveva vigne buone e non cercava favori, lasciava sempre una cassettina di Moscato d'Amburgo, che consegnava di soppiatto al cantiniere dicendogli: -Daila au Dutùr- Era un uva meravigliosa, blu come il lapislazzulo coperta di spessa pruina chiara, forse i grappoli più belli della sua vigna, ordinatamente disposti su foglie fresche di vite, per renderla ancora più attrattiva. Profumava di terra umida e il suo dolce aroma si spargeva in bocca appena l'acino, gonfio e grosso, si spaccava schiacciato dalla lingua contro il palato. Che buona. Non ho mai più mangiato un'uva così. Lui era tra i primi della coda, arrivava la mattina presto prima delle 6, così io non l'ho nemmeno mai visto, per ringraziarlo di quella gentilezza formale, un gesto antico da famiglio, da vassallo che porta il suo frutto migliore alla tavola del signore che arriva dalla città, per dimostrargli la sua capacità, il suo amore per la terra, la sua fedeltà. Forse è così che comincia la corruzione.


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giovedì 4 novembre 2010

Anatra zoppa.

E così gli Americani hanno stangato Obama. Voi mi direte: - Sai che novità. E' sempre stato così. Nessuna buona azione rimane impunita.- D'accordo, la storia parla chiaro. Se c'è stato un governante che ha lavorato bene, pensando al benessere del suo paese e ha migliorato le condizioni della gente, in elezioni libere, la sua sorte è segnata. Il popolo non avrà pietà e lo manderà a casa non appena ne avrà l'occasione. Churchill salvò l'Inghilterra dalla guerra e dal nazismo, trombato malamente. Non sto a ricordarvi chi fu scelto tra Barabba e Gesù, ma anche per i non credenti, è evidentissimo il simbolismo di questo episodio. Alla gente piacciono i ladri e i banditi prepotenti e spacconi, che esibiscono il loro successo economico, specialmente se ottenuto in modo un po' avvolto nel porto delle nebbie.

Perchè sorridono sempre, danno la sottile convinzione che con loro si aprirà una nuova era dove tutti avranno l'occasione di poter prendere le scorciatoie per avere quello che si desidera nella propria parte oscura, quella che in tempi normali ci si vergogna di fare apparire, sdoganandola invece e proponendola come un modello possibile ed etichettandola con un facile beh in fondo che c'è di male. Solleticando i desideri segreti di donne e uomini, inconfessati ed inconfessabili. Li riconoscete facilmente dal numero di volte che usano la parola popolo, arrotondandone la pronuncia in modo un po' grasso e corposo. Certe dittature hanno preso il potere con colpi di mano a sorpresa e sono state sempre avversate dal popolo che appena ha potuto le ha combattute con forza, ma altre, quasi la maggior parte tra le più orrende e terribili, sono state volute dalla gente, che le ha votate liberamente all'inizio e gioiosamente sostenute, perchè il burattinaio era un personaggio convincente che blandiva con maestria i lati deboli del popolo, ne vellicava le debolezze e sempre in casi di crisi e difficoltà economica faceva leva sull'innato egoismo della massa.

Basta pensare all'Argentina peronista, ai dittatori innalzati dalle rivoluzioni, islamiche o bolsceviche, nazionaliste o separatiste, tutte sostenute a furor di popolo, tutte con lo stesso destino segnato, sfacelo economico, lacrime e morte. Il povero Barack si è beccato una crisi epocale provocata da otto anni di governo indecente e incapace, una, anzi due guerre insensate già perdute prima di cominciare che ingoiano una voragine di risorse e peggiorano ed acquiscono tutte le situazioni che avrebbero dovuto risolvere, bene, in due anni ha varato una riforma sulla sanità epocale, che ha dato dignità ad un paese che aspira ad essere il faro morale del mondo, è riuscito a mantenere in piedi un sistema bancario tecnicamente troppo grande per essere lasciato fallire senza provocare danni peggiori (Lehmann insegna), ha sostenuto l'industria trainante tagliando un po' le ali alla speculazione finanziaria e quindi deve giustamente essere punito. E chi ha manovrato la mannaia? I Repubblicani incalliti, gli indecenti Tea party bandiera dell'egoismo più sordido e becero, le folkloristiche epigone della Palin, ma no, questi è logico che gli debbano votare contro, sono i suoi naturali avversari.

No, no, chi gli ha girato le spalle è la sua gente, quelli per cui lui si è battuto, quelli a cui ha ridato dignità e valore, l'America povera e senza occasioni nel paese delle opportunità, i liberal delusi, il mondo del lavoro che non lo hanno visto camminare sulle acque, né moltiplicare i pani e i pesci come forse si aspettava. Così mentre in altri paesi i satrapi pavoneggiano i loro harem senza intraprendere alcun provvedimento per anni (e forse è addirittura meglio), invidiando i dittatori di tutto il mondo che vorrebbero ma non possono essere e proprio per questo nelle future elezioni, le masse adoranti ed invidiose di quel tipo di vita, li riconfermeranno con valanghe di voti, lui viene giustamente bastonato. Vai avanti povera anatra zoppa e vedi quello che puoi fare senza aspettarti niente, ti va già bene che non sei in un paese dove ti avrebbero messo da parte direttamente i tuoi compagni di governo come è capitato a Prodi.



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mercoledì 3 novembre 2010

La vendemmia è finita.

La vendemmia ormai è finita da tempo. Passavo ieri di fianco ai filari ormai spogli, dove le foglie morte hanno fatto un tappeto scivoloso e marcescente a preparare nuova vita dopo la pausa del gelo. I tralci ormai induriti e neri, si allungano sui fili di metallo dove con disperazione avevano cercato di aggrapparsi, forse per sfuggire al ciclo della vita, un opporsi inutile prima di lasciarsi andare quietamente al ritmo imposto dalla ruota del tempo. Quanta chiacchiera inutile. Mi piace parlarmi addosso. Forse è nata lontano nel tempo questa mia disposizione ad allungare la parola, mentre ero così in difficoltà a riempire le tre paginette dei temini che la professoressa Grosso, alle medie, mi quotava sempre con un tristanzuolo dal 5 al 6. Chissà quando scattò il trip. Un bel giorno, si era già al Liceo, col mio amico A. decidemmo di guadagnare qualche soldino, più per bramosia capitalistica che per reale necessità, in quanto i ragazzi, allora, non spendevano soldi per divertirsi.

A Bruno, un paese delle vicinanze, cercavano braccia giovani per la vendemmia. Dato che allora non c'erano a disposizione né Moldavi, né Africani e gli Italiani facevano ancora finta di meravigliarsi per i razzisti americani, commuovendosi per Indovina chi viene a cena, ci demmo disponibili. La scuola cominciava ad Ottobre allora, così nell'ultima settimana di settembre, io e A. grazie al suo Galletto Guzzi, ci presentammo al vignaiolo che, dopo averci squadrati, studentelli di città, quindi faticatori poco credibili, ci mise in mano un paio di cesoie e una cesta e ci indicò i filari dove cominciare il taglio. Era una vendemmia umida e la nebbiolina gelida mi penetrò subito i vestiti da città e la spessa camicia di flanella che la mamma mi aveva amorevolmente fatto indossare. Il filare era in salita e arrancare pianta dopo pianta nelle zolle fangose che parevano imprigionarti il piede senza restituirti la scarpa ad ogni passo, sembrava impresa impossibile. La sinistra prendeva il grappolo già marcescente e la destra recideva maldestramente il tralcio, prima di deporlo nella cesta, cercando di eliminare le foglie, strappandolo in maniera inesperta ed ergonomicamente sbagliata dalla pianta, cosa che raddoppiava inutilmente la fatica. Dopo un'oretta avevo tutte le dita tagliuzzate, la schiena in pezzi; gelavo ed ero tutto sudato allo stesso tempo. L'ansimare continuo e inabituale mi illustrarono con molta chiarezza, fin dalle prime ore del mio primo giorno di lavoro, quanto fosse bassa la terra.

Al termine della settimana, non apprezzai più di tanto, quel sabato sera, la cena offerta di fine vendemmia, che era computata per contratto assieme alle 30.000 Lire pattuite, per i sei giorni di duro lavoro e che non erano neanche poco, per la verità. Diciamo che non me le godetti un gran ché. Niente soddisfazione per il soldo guadagnato col sudore della fronte, niente gioia per il giusto compenso dell'onesta fatica. Solo stanchezza, e voglia di tornarmene a casa. Chissà se fu allora che le mie aspettative di futuro, presero la strada di dedicarmi alla chiacchiera e di farmi guardare con sospetto tutti quelli che magnificano la gioia del lavoro, generalmente quello degli altri. Anche piantare un chiodo, mi da un sottile senso di fastidio. Lo so, son fatto male, noi fancazzisti, siamo un tarlo della società calvinistica, bachi grassi e inutili che infestano le gioiose mele del giardino promesso, che le guastano irrimediabilmente, resistenti ad ogni antiparassitario (biologico naturalmente) e guardati con un certo disprezzo da un mondo che ha innalzato il lavoro (degli altri) a valore unico e supremo. Come diceva Bertrand Russel (e sottilinea l'amico Simone da Hong Kong):
Il concetto di dovere, storicamente parlando, è stato usato da chi deteneva il potere per indurre gli altri a vivere per l’interesse dei propri padroni piuttosto che per il proprio...Il tempo libero è necessario alla civiltà, e in tempi passati lo si garantiva a pochissimi grazie al lavoro dei tanti. Ma gli sforzi dei tanti erano preziosi, non perché il lavoro è bene, ma perché il tempo libero è bene. E con la tecnologia moderna sarebbe possibile distribuire il tempo libero in maniera equa e senza danno per la civiltà.

Lo so anch'io che è utopia, sono un pigro, mica uno stupido. Però ogni tanto ho voglia di sognare. Scusatemi.


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martedì 2 novembre 2010

Zuppa di ceci.

Ci sono giornate in cui tutto è in perfetto equilibrio congruente. Un bilanciamento di Yin e Yang che sarebbe molto apprezzato in Oriente. I colori si sono mescolati e impastati tra di loro a formare quella che viene detta scala di grigi, continua e apparentemente monotona, in realtà percorsa da impercettibili variazioni. La pioggia sottilissima e persistente, si confonde con uno stato di umidità diffusa e sembra non cadere più dall'alto come sarebbe naturale, ma permeare l'ambiente penetrandovi da tutti i lati come a sfidare la gravità. Gravità che sembra annullarsi in una nebbiolina lattiginosa grigioazzurrognola che pare attutire anche rumori ed odori. Ieri in Val Chisone, anche lo spettacolare foliage autunnale, sembrava opaco e appiattito da questa sensazione di obnubilamento dei sensi, che rimangono prevalenti solo nelle profondità della mente e dei suoi tarli, direbbe il vecchio Lucio. Odori che tornano dal passato, rimasti accoppiati a momenti non ripetibili. C'era un profumo nell'aria in questo giorno freddo e umido, un tempo a casa mia. Quello della zuppa dei morti. La mia mamma, pessima cuoca per altro, in questo giorno ripescava questo piatto che le sarà stato tramandato dal suo passato.


Già la sera prima aveva con religiosa precisione, messo a bagno i ceci secchi e i grandi fagioli Bianchi di Spagna, che nei giorni precedenti aveva, al mercato, scelto tra i migliori. Li metteva in due grandi scodelle da caffelatte, che era di rigore invece per cena, leggermente sbrecciate, con il bordo cerchiato da una spessa linea marrone. Poi al mattino cominciava la preparazione della zuppa di cui non conosco l'operatività (ma che potrete vedere da Acquaviva, da cui ho anche razziato la foto) e che arrivava in tavola orgogliosa e fumante a pranzo, nella gigantesca zuppiera a fiorellini vermigli, che la mia mamma appoggiava, sorridente, al centro del tavolo. I ceci ed i fagioli diventati rigonfi e giganteschi, adagiati su grandi fette di pane, si usavano solo quelle che in Alessandria son dette biove, spandevano nell'ambiente un profumo di salvia, mentre il mestolo pescava in quel brodo spesso e corposo, che la cotenna di maiale aveva reso sapida e gustosa. Il pranzo finiva poi con gli Ossi di morto, dolcetti croccanti duri e dolcissimi che il mio papà aveva comprato e che da qualche giorno teneva saggiamente nascosti. Che delizia! Me ne mangiavo sempre due piatti, forse prevedendo, anche se non a livello cosciente, quanto mi sarebbe mancata poi, epifania irripetibile di un momento, di un calore, di uno stato che la vita, nel suo svolgersi naturale, ti avrebbe cambiato senza provare rimorso.


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