sabato 4 agosto 2018

Etiopia 41 - Axum

Uscendo dal parco del Simien

La cattedrale di Axum
Dopo una bella e sorprendente colazione con marmellata e miele scuro, dolceamaro, davvero gustoso, bisogna saltare in macchina che, chissà come mai, la strada è sempre tanta e il tempo così poco. Per arrivare fino ad Axum ci sono più di 250 km e per arrivare in orario utile a vedere le varie cose, bisogna muoversi presto. Accidenti al presto. Fuori è appena chiaro e la strada tra le montagne, in alcuni tratti una pista tortuosa, molto malandata e lenta. C'è foschia nell'aria, tanto da non riuscire a vedere il versante opposto degli strapiombi che qui sono davvero paurosi. Della famosa cascata in secca neanche a parlarne, d'altra parte se non c'è l'acqua, cosa vuoi vedere, un salto che potrebbe apparire come una fenditura nella roccia e basta, come cento altre, bisognerebbe tornare alla fine della stagione delle piogge, ma in quel momento il parco è chiuso e inagibile proprio per le piogge, e allora? Una specie di comma 22 inestricabile, forse sarà per questo che neanche su internet si riescono a trovare immagini di questa meraviglia della natura. Tra l'altro l'acqua ci serve pure, vista la strada che dobbiamo ancora fare. Compriamo invece un po' di banane da sbocconcellare lungo la via. Invece dell'acqua, appena fuori Debark, diamo un passaggio ad un ragazzo che fa l'autostop con l'aria stanca. Marek viene da Danzica, ha venti anni, ha preso un biglietto aereo e ha deciso di fare la tratta Amman- Addis Abeba, senza un soldo in tasca. Ha gli occhialetti rotondi da Nerd e parla poco. 

Fedele
Fedele
Gira a piedi e cerca di farsi caricare da qualche macchina di passaggio, era infatti già a una decina di km dalla città alle 7 di mattina; dorme col sistema del couch surfing, in sostanza a casa di chi ti ospita gratuitamente in cambio del racconto della tua storia (se non lo sapete c'è un sito qui su internet per chi vuol provare questa opportunità e stile di viaggio), e mangia quando glielo offrono. Ha passato la notte in una baracca appena fuori città, non è stato necessario cercare sulla rete e ha già mangiato la sua injera mattutina, che gli ha offerto la sua ospite, così ne ha per tutto il giorno, con l'aggiunta di qualche banana. Dice che in Africa è più facile girare così che altrove, qui sembra che siano più disponibili all'ospitalità. Ormai è quasi alla fine del giro che dura già da un paio di mesi, ancora poche centinaia di chilometri e arriverà nella capitale, per prendere l'aereo del ritorno. Una sorta di Pekino express in solitaria, avventurosa ma mi pare, un po' triste. Non so se mi piacerebbe una esperienza di questo tipo, del paese che attraversi certo vedi poco e forse non arrivi neanche nei posti dove vorresti andare, ma di certo impari molto della gente che lo popola. Intanto Lalo sembra stare decisamente meglio, inoltre dichiara di essere stato da un medico che anche se non gli ha potuto fare il test della malaria, gli ha dato gli antibiotici per le affezioni respiratorie. La febbre comunque non è tornata e io tenderei ad escludere la terzana, anche perché sono già passati quattro giorni. Mi sento un poco dottor Shweitzer, in mezzo ai selvaggi.

Pope
Comunque scendiamo di quota tra panorami epocali, fatti di canaloni profondi, montagne ripide che si elevano sopra le nostre teste e foreste fitte che ne ricoprono i fianchi. Poi la quota si stabilizza sull'altopiano attorno ai 1500 metri e man mano che ci allontaniamo dalle montagne, il territorio diventa più arido e magro, anche le colture diventano seccagne e misere, sterpi bassi ed erbe gialle dall'apparenza agonizzante. Vicini e lontani, nei campi cominciano a vedersi i primi dromedari, sia addetti ai lavori agricoli, che soli, selvatici abitatori di quelle terre destinate a diventare deserto. Noi preghiamo di no, ma tutto, intorno a noi aspetta la pioggia, come un evento benedetto e portatore di vita. Oggi è domenica, ma soprattutto è anche la Pasqua per gli ortodossi etiopi, che cade due settimane dopo la nostra. Mentre ci avviciniamo alla città, lungo la strada ormai larga ed agevole, gruppi sempre più numerosi di persone vestite a festa, le donne avvolte in enormi scialli bianchi coi bordi colorati, camminano a margine. Tutti arrivano o vanno verso una delle tante cerimonie religiose che si celebrano in questa santa occasione. La maggior parte delle persone portano attorno alla testa una specie di cerchio o di calotta più complessa fatta di listelli di foglie di palma intrecciate, un altro segno della festa. Quando arriviamo ad Axum, verso mezzogiorno, scopriamo che questo è uno dei centri più importanti dove converge la gran massa delle persone che abbiamo incontrato lungo il nostro percorso. 

L'ostensione della Bibbia
La città è uno dei più importanti centri religiosi del paese ed attorno alla cattedrale, anche adesso che la messa è finita si può notare un grandissimo assembramento di persone, oltre a tutta quella organizzazione che campa della religiosità popolare e popola questi luoghi, visti unicamente come fonte di reddito. I consueti mercanti del tempio, che per la verità qui sono stanziati appena fuori, nel grande giardino e nella piazza antistante lo spiazzo delle chiese. Venditori di oggettistica religiosa, soprattutto croci, di legno e di metallo, bastoni da preghiera, ceri di ogni dimensione, piccole icone e immagini colorate su carta e su legno e poi anche il resto, un po' di paccottiglia per gli scarsi turisti che comunque arrivano anche qui percorrendo la via delle chiese del nord. La cattedrale, dedicata a Nostra Signora Maria di Sion, tuttavia è piuttosto moderna risalendo solo al 1965 e quindi di scarso interesse, se non per la gente che la popola e che si aggira all'interno eseguendo pratiche religiose, preghiere, prostrazioni e soprattutto sfilando davanti ad un giovane pope che, mostrando una antica e per la verità bellissima Bibbia miniata in ogni pagina, che tutti baciano con convinzione, chiedendo grazie, effettua il suo offizio benedicendo i postulanti, senza chiedere nulla, anche se con aria piuttosto distratta. Alcuni girano intorno per godersi la chiesa, altri rimangono davanti alla porta pregando con la testa che tocca gli stipiti, con la stessa intenzione degli ebrei davanti al muro del pianto. 

Fedeli
Fedele
Un insieme abbastanza convincente della religiosità popolare. La chiesa a fianco, con lo stesso nome, vecchia di almeno quattro secoli, ospita invece affreschi antichi e molto belli che puoi ammirare a piedi nudi o seduto sui tappeti che ricoprono il pavimento. Qui c'è meno gente ed un senso di raccoglimento più spiccato, dato forse dalla penombra che regna tra i pesanti pilasti. Solo la terza chiesa è sbarrata e d inavvicinabile, circondata com'è da una pesante cancellata e con giusta ragione, lì infatti, almeno così pare, è conservata l'unica ed autentica arca dell'alleanza, che il re Salomone aveva donato alla regina di Saba in occasione della sua visita a Gerusalemme, forse in cambio del suo amore e ben s'intenda della sua conversione, assieme a tutti i suoi sudditi. Qui venivano incoronati i re e gli imperatori. Ora nessuno la può vedere al di là dei massimi o forse dell'unico capo dei sacerdoti, ma ogni fedele che arriva qui, è certo della sua inequivocabile presenza, che rende questo luogo santo su tutti gli altri. Non vorrei oltre addentrarmi su questo argomento, certo opinabile, ma non per chi ci crede, d'altra parte spinoso, ma io sono morbosamente attratto da questi luoghi che vedono prevalere su ogni umano dubbio o domanda, il trionfare della fede assoluta, di fronte alla quale deve cessare ogni tipo di ragionamento, di discussione. Nel grande giardino interno, intanto, migliaia di fedeli si aggirano o rimangono seduti all'ombra delle piante.

Fedele
Pope
Altri sono riuniti ingruppi di preghiera; un gruppo particolarmente numeroso, è accalcato attorno a dei religiosi che sembrano fare sermoni o invocazioni al cielo e ad ogni intervallo, scandito dai movimenti dei bastoni di preghiera, si gettano a terra, qualcuno, si rotola, altri levano gli occhi e le mani al cielo in una ultima invocazione, altri infine cominciano una sorta di marcia in ginocchio per raggiungere il limite dell'assembramento, dove officiano i preti avvolti nei loro mantelli gialli, cadendo poi ai loro piedi. Molte donne, alcune bellissime, hanno la croce ortodossa tatuata sulla fronte, tutti ne hanno una più o meno grande al collo. L'atmosfera è davvero coinvolgente e fai fatica a staccarti dalla massa di mantelli bianchi che si gonfiano al soffio del vento. C'è un ché di magico o di soprannaturale che riempie l'aria e ti lascia credere che molto di miracoloso sia possibile, che d'improvviso possa accadere qualche cosa di inatteso, un'apparizione, una visione collettiva o semplicemente un senso di liberazione generale dai peccati, una assoluzione definitiva e, gaudium magnum, un alleggerimento della propria anima.  In questa situazione che può fare il neutrale osservatore, se non, appena riuscito ad escludersi dall'ipnotico coinvolgimento, scattare all'impazzata cercando di cogliere più che immagini, emozioni di quello che sente più di quello che vede. Sono visi, corpi in movimento, pietre vivificate dai respiri e dalle preghiere. Tutto diventa intangibile, come è difficile trasformarlo in immagini che rimarranno per loro propria natura, freddi documenti, oggi digitali, neppure più cartacei.

In preghiera
In preghiera
Due signore avvolte in bei veli bianchi, mi sorridono. Io le martello di scatti e loro, invece di irritarsi come temevo, cambiano posizioni per agevolarmi il lavoro, poi, però non mi lasciano mica scappare. Vogliono carta e penna su cui mi scrivono il loro indirizzo con promessa di invio certo delle immagini concesse. Lo farò, lo prometto. L'ultimo edificio del complesso, invece è un piccolo museo, che contiene cimeli dei regni e degli imperi che si sono succeduti nel paese, tenendo conto che qui, stato e chiesa erano strettamente correlati e la figura del re ha sempre avuto anche una valenza religiosa. Così nell'ombra cupa di un lungo stanzone polveroso, vedi ammucchiati una serie di ricchissimi paramenti e tutte le corone appartenute ai re di Gondar e ai loro successori e poi agli imperatori fino ad Ailé Selassié e molti altri oggetti di corte, troni, selle preziose, abiti, scettri, ventagli e flabelli. Una magnifica collezione che meriterebbe forse ben altra esposizione. Usciamo dal recinto un po' frastornati non è ben chiaro se dal senso di religiosità immanente o dal gran caldo che non ti lascia respirare. Bisogna andare a bere qualcosa prima di cadere lunghi per terra, come i fedeli che abbiamo appena lasciato alle nostre spalle. Vada per la Coca ghiacciata, magari si butta anche giù qualcosa, perché è vero che bisogna nutrire soprattutto lo spirito e non di solo pane vive l'uomo, ma visto che la giornata è ancora lunga e anche piuttosto bollente, bisogna soprattutto recuperare le forze, prima di ripartire verso nuove mete. 








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giovedì 2 agosto 2018

Etiopia 40 - Semien National Park

Aquila di Verreaux


La foresta del parco
Prima di entrare nel parco del Simien bisogna andare a registrarsi all'ufficio apposito che sembra già gremito di persone. In realtà di turisti non se ne vedono granché, è soltanto un gruppo di perditempo, sedicenti guide, guardiaspalle obbligatori in attesa di essere assoldati e gente che cerca di passare il tempo. Alle 14 si apre il banchetto e una matrona treccioluta prende posto sul trespolo e Lalo sbriga la pratica. Sembra però che sia obbligatorio portare con sé una guida locale e in aggiunta un figuro armato di mitra, per protezione, non si sa bene di cosa, se dagli animali o da altri pericoli o se semplicemente, come sembra far trasparire il nostro uomo, per far mangiare una persona in più. Sia come sia, la macchina è stipata all'inverosimile e quando affronta i primi tornanti della salita, fa la sua bella fatica. In breve arriviamo ai 3200 m del Park lodge, per la verità situato in una bella posizione sulla scarpata. Poi si prosegue salendo ancora per una pista molto accidentata che risale la montagna. Questo parco è noto specialmente per il suo straordinario paesaggio montano, dove spiccano cime maestose che si innalzano fino ai 4533 m.del Ras Dashen, la più alta dell'Etiopia e settima dell'Africa intera. Ma tutto il territorio di quasi 200 km2 attorno ai monti Simien, è un insieme di picchi scoscesi, di precipizi improvvisi e di rocce accidentate ricoperte da una rada foresta di montagna, fatta di alberi dai tronchi contorti dai venti e dalle intemperie, sulle quali, è davvero il caso di dirlo, volano le aquile.

Le valli del parco
Questo è uno dei molti regni dei trekkers che qui convergono da tutto il mondo per attraversare la montagna attraverso sentieri scoscesi, nella speranza di vedere qualcuno degli interessanti animali che vivono a queste quote. In questo periodo il territorio è ancora in secca ed inattesa delle prime piogge, così non avremo la possibilità di vedere la famosa cascata di quasi 500 metri di altezza, che in questa stagione, però, è completamente priva di acqua. Si vede solo il salto ed il precipizio che si perde nel vuoto più sotto. Tutto il sottobosco è costituito da una alta coltre di erba ingiallita e di fiori spinosi e dalle foglie che si attaccano ai pantaloni al passaggio. Tra le piante riconosci specie che dovrebbero essere di dimensioni molto minori e che invece qui sono diventate veri e propri alberi. Ecco la rosa abissinica, le eriche giganti, i rododendri di alcuni metri di altezza, gli incensi e i gigli selvatici a cespuglio. Con fatica, l'altezza si fa sentire, arrivi ad una cresta al di là della quale il precipizio si perde in una foschia malevola che ti impedisce di vederne il fondo. Intanto procediamo verso l'alto sbuffando. Un gruppo di cinque tedescotte, gambe forti e polpacci scolpiti nell'acciaio superano con fastidio il nostro drappello scompagnato ed ansimante, gettandoci occhiate di compatimento. Se non ce la fai stai a casa e fai spazio alla gioventù. Tra le poche parole di tedesco che conosco, so perfettamente che Alt vuol dire vecchio, cosa che già di per sé mi infastidisce, spero solo che non fosse unita ad aggettivi dal significato di Bavoso o Decrepito.

Il guardiaspalle
Spariscono dietro il ciglio, in marcia veloce e zaini affardellati, anfibi ai piedi e cipigli militareschi. Vai vai, che la mamma ha fatto gli gnocchi. Invece ecco che per premiare l'anzianità bolsa e ipocondriaca, a dispetto delle giovini smorfiosette, da un gruppo di rocce si libra nell'aria proprio davanti a noi, un'aquila di Verreaux, raro rapace endemico del parco, che sembra planare quasi immobile, le lunghe remiganti aperte a ventaglio come dita in cerca di appoggio nell'aria leggera, Compie larghi cerchi con il capo proteso ed il becco arcigno che ruota nelle varie direzioni, di certo è in cerca di preda e con occhio vigile scruta il terreno sotto di sé. Poi scompare dietro le quinte della montagna come un attore che abbia terminato il suo monologo. Una presenza nobilissima, che quasi si poteva toccare con le mani. Anzianità premiata. Arriviamo ad una specie di sella dove ci fermiamo sotto alberi dai tronchi contorti e segnati, privi di corteccia che mostrano il legno vivo al vento teso che si infila nei precipizi fischiando. Anche il nostro uomo armato si siede un poco più in alto come se volesse meglio controllare la situazione. Ha abbandonato l'utile kalashnikov ai suoi piedi. Si fa una di queste scarpinate un paio di volte al giorno e chiaramente del paesaggio non gli interessa molto. Per la verità questa vista che simula le montagne corrose e ricoperte di verde dei rotoli dipinti cinesi, è davvero mozzafiato, ma dopo quasi un paio d'ore di scarpinata comincia a serpeggiare una certa delusione.

Gelada maschio
Per il momento non abbiamo avvistato nemmeno uno degli animali simbolo del parco, i famosi babbuini gelada, che pure dovrebbero essere piuttosto frequenti. Stiamo quasi per gettare la spugna quando tra i cespugli bassi si nota un certo movimento di arbusti spostati, di sottobosco calpestato che scricchiola e non sono le ragazze tedesche. Eccoli là, accucciati e sparpagliati tutto intorno, in un paio di gruppi, una trentina di questi bellissimi animali, seduti a terra intenti nelle varie attività proprie delle scimmie. Ci avviciniamo piano e ci sediamo tra di loro. Chi mangia semi e frutti presi dagli alberi vicini, mondandoli con le manine, chi spulcia con attenzione il compagno dominante, chi accudisce a uno o due piccoli come le madri, chi, come i giovani maschi, gioca o simula combattimenti rituali. Da un lato in una posizione strategica il maschio più vecchio, sta fermo ed attento che tutto il suo gruppo non corra pericoli, né da parte di animali pericolosi, né da parte di altri maschi che potrebbero insidiare il suo harem e cacciarlo da solo nella foresta. E' davvero uno splendido animale, di tanto intanto ci butta un'occhiata guardandoci in tralice con gli occhi gialli e severi, il muso rugoso incorniciato da una criniera foltissima e quasi bionda che gli conferisce una dignità regale. Sminuzza con calma dei frutti a forma di pigna per ricavarne evidentemente i semi interni che poi mastica di gusto e con lentezza, quasi assaporandone la dolcezza.

Piccolo di gelada
I gelada sono una particolare specie di babbuino dalla foltissima pelliccia fulva che popola fittamente questo parco. Rimaniamo a lungo seduti tra di loro che ci ignorano completamente, ad osservare la vita del branco. I più divertenti sono i più piccoli e quelli appena nati che si arrampicano sulla pelliccia delle madri, rimanendovi bene attaccati non appena queste si muovono anche di pochi metri, timorosi di perderle. Evidentemente non hanno alcun timore dell'uomo che non rappresenta di certo un pericolo reale, come il leopardo, che pure è presente da qualche parte, almeno così recita il depliant. Ce ne andiamo con un po' di dispiacere, quasi pestando due piccoli che si rincorrono nell'erba tra le occhiate distratte delle madri e lasciamo il gruppo che, mentre ci alziamo, ci degna appena di uno sguardo. Chissà se le tedescotte gambaveloce li hanno visti anche loro, i nostri gelada. A volte anche arrivando primo non vinci niente (sentite che acredine 'sti vecchi biliosi e invidiosidella gioventù). Intanto la nebbiolina che sale dal basso comincia a nascondere il fondo dei precipizi e la foresta sembra mutarsi nella casa temuta di Voldemort. Dai rami pendono muschi leggeri come ragnatele e la luce cala. In fondo al sentiero ecco comparire una specie di stradino sterrato più grande, dove gli alberi finiscono e la radura si allarga. Come insperata si materializza, in fondo, la nostra macchina con Abi in attesa seduto sul parafango. Saliamo tutti, anche l'uomo armato che anche per oggi ha portato a casa la pagnotta. Poi scendiamo verso Debark.


Attivitàsociali

SURVIVAL KIT

Femmina con piccolo
Parco nazionale dei monti Simien - Altro patrimonio dell'Unesco. E' un parco di alta montagna molto adatto ai camminatori armati di spirito naturalistico. Si possono organizzare diversi tipi di trekking, anche per più giorni con permanenza all'interno del parco, intenda o nel Lodge, che mi dicono piuttosto caro. Considerate che a causa della quota, anche se si tratta di sentieri facili, è sempre una attività piuttosto faticosa e di notte, se pernotterete in tenda farà piuttosto freddo, anche 4 o 5°C, per cui dovrete essere attrezzati. Il biglietto per entrare nel parco si può acquistare solo all'ufficio nella città di Debark, dove vi consiglio di pernottare, e non alla porta di ingresso del parco stesso. Nell'area, chiusa durante il periodo delle piogge violente, che possono provocare smottamenti e frane di grandi dimensioni, si possono vedere animali specifici del parco, in particolare il più noto è appunto il Gelada (Theropithecus gelada), il lupo etiope (Canis simensis), lo stesso del Bale Park di cui vi ho già detto), e alcuni rari ungulati come lo stambecco del Simien (Capra ibex wake), il tragelafo striato (Tragelaphus scriptus) e le piccole silvicapre (Sylvicapra grimmia) e i saltarupe (Oreotragus). Presenti l'aquila di Verreaux, il gipeto (Gypaetus barbatus) e altri rapaci e il raro corvo imperiale beccogrosso (Corvus crassirostris). Dovrebbero esserci, ma molto difficili da vedere, qualche leopardo, il caracal e la iena maculata. La fauna e la foresta di alta montagna in generale sono molto particolari ed interessanti da attraversare. Panorami estremi ed imponenti.

Maschio dominante

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mercoledì 1 agosto 2018

Etiopia 39 - Gondar


Il palazzo di Ghebbi

Roccia con chiesa rupeste
La colazione di questa mattina era davvero ottima ed abbondante con uova e succhi di frutta deliziosi. Sarà per questo che mi sono addolcito un po' dopo il nervosismo di ieri sera quando ci è stata applicata una tariffa "foreing" o come si dice qui per faranji. Tento ancora una ripassata stamattina con minacce di invadere il web con giudizi negativi, ma il concierge è irremovibile, e fa chiaramente finta di non capire, niente sconto, non si tratta, pagare e tacere. Lalo non reagisce anche perché non mi sembra ancora molto in forze, intanto non ci sono ancora notizie della sua possibile malaria, anche qui non è riuscito ancora a vedere il dottore. A noi invece oggi toccherà l'onere di visitare alcune delle rovine più famose del paese, i palazzi reali del regno di Gondar, durato circa 300 anni, dal 1500 in avanti. Siamo ormai nella parte di Etiopia in cui ci si può misurare con la storia e non con la preistoria o le origini della specie; una terra che ha visto regni ed imperi in lotta tra di loro, ma soprattutto in guerra contro chi ha cercato, inutilmente di invaderla per possederne il corpo e lo spirito, dalle ricchezze del territorio alla sopraffazione religiosa, tentativi tutti miseramente falliti e noi ne sappiamo qualche cosa. Questa gente ed in particolare l'etnia preponderante al nord quella degli Amhara, assieme ai Tigrini, è molto combattiva e poco incline a cedere alle dominazioni esterne, ma non dobbiamo dimenticare che qui si trattava veri e propri stati organizzati con eserciti di nome e di fatto, non di tribù sparse ed in perenne lotta tra di loro. 

Radici
Sta di fatto che chi è arrivato fin qui con propositi da conquistatore ha sempre fatto una brutta fine, qualunque siano state le strategie utilizzate o la potenza di fuoco impiegata. Le vestigia rimaste di questo regno sono davvero imponenti, tanto da essere ormai patrimonio Unesco; si tratta di una cerchia murata contenete cinque palazzi principali, costruiti ognuno da successivi imperatori, moda piuttosto comune al tempo. Si tratta di costruzioni severe e massicce che l'uso della roccia basaltica scura rende ancora più cupi e minacciosi. L'interno è spoglio, tuttavia le dimensione delle sale e lo spessore delle mura fanno risaltare un senso di notevole potenza. L'altro luogo importante è costituito dai Bagni di Fasilide, un palazzo che ricorda alcune strutture Mogul, forse fin qui è arrivata anche l'influenza indiana, circondato da una vasta piscina che viene riempita dell'acqua proveniente da un fiume lontano più di 500 km e dove oggi vengono celebrate molte feste religiose, tra cui appunto i grandi battesimi di gruppo, dove la folla si immerge appunto nel grande cortile allagato tra il salmodiare dei preti. Sui muri cadenti della cinta si è sviluppata una straordinaria vegetazione con alberi dalle radici avvolgenti che ricordano il Ta Prom di Angkor Wat. Ognuno dei cinque re della dinastia che si sono succeduti, pare abbia voluto gareggiare in grandiosità nel costruire palazzi più belli dei suoi predecessori. Alcuni si chiamavano Giovanni (nome del resto piuttosto comune nell'area) e chissà che questo non abbia contribuito ad aumentare la leggenda del favoloso Prete Gianni e del suo regno ricchissimo, che tanti scrittori e viaggiatori hanno voluto identificare in qualche parte del mondo purché lontanissima ed irraggiungibile. 

Palazzi
Dalla falsa lettera che giunse a Costantinopoli nel 1165, magnificando questo regno potentissimo, a Marco Polo che lo identificava forse con i regni teocratici dell'inavvicinabile Tibet, ai portoghesi che lo cercarono proprio qui in Etiopia, fino al nostro Eco che fa del suo Baudolino il cantore di una ricerca che lo fece esploratore in cerca di animali fantastici ed esseri mostruosi, dai cannibali agli sciapodi dal piede unico o ai blemmi acefali col viso sul petto. Leggende insomma, che tuttavia fondavano la loro esistenza sulle notizie che venivano da mondi lontani ed irraggiungibili dei quali tuttavia si aveva conoscenza indiretta. D'altra parte queste sono state anche le terre della regina di Saba, quindi possiamo dire che ci sono stati tutti i presupposti. Pensare che a poche centinaia di chilometri di distanza, più a sud ci siano invece ancora tribù come quelle della valle dell'Omo, che noi definiamo decisamente primitive, appare strano ed in un certo senso incongruo, quasi non sia stato possibile un passaggio di abitudini e di conoscenze in aree tutto sommato contigue. Rimane anche il tempo per dare un'occhiata alla piazza Teodoro II dove riesci ancora ad intravedere, pur tra i rimaneggiamenti successivi, tracce di quell'architettura tipica del razionalismo italiano che è riuscita ad attecchire nei pochi anni della nostra presenza qui. Insomma una città che, per i molteplici interessi e le implicazioni storiche, merita un passaggio. 

Cucinandol'injera
Intanto riprendiamo il nostro cammino verso nord per raggiungere forse il più famoso parco di montagna del paese, il Simien Mountain National Park. La strada sale oltre i duemila piuttosto rapidamente, poi si prosegue sull'altopiano. Ci fermiamo vicino ad un gruppo di case dove nel cortile, una donna dall'età indefinibile sta cuocendo le injere nell'apposito fornetto. Si tratta di un arnese circolare di terracotta di forma lievemente conica coi piedini, nei casi di maggiore sofisticazione, sotto il quale vengono messe le braci continuamente alimentate. La signora prende una mestolata da una pentola che contiene della pastella fermentata per due o tre giorni, fatta con la farina di tef, il cereale base dell'Etiopia, del quale abbiamo viste grandi coltivazioni in ogni areale attraversato e la cola con attenzione sulla cima del cono. Questa cola lungo la parete stendendosi su tutta la superficie, con leggeri aggiustamenti. In pochi minuti la pasta già densa si solidifica completamente formando una sorta di larga crepe piuttosto porosa che viene tolta con cura ed arrotolata come una tovaglietta oppure impilata con le sue compagne. Al bisogno verrà poi stesa su un grande piatto di alluminio e sarà la base sulla quale verranno disposte le pietanze, lenticchie, altri legumi o carni sminuzzate o verdure. Con le mani se ne strapperà un lembo raccogliendo anche parte del companatico e lo si porterà alla bocca, rigorosamente con la mano destra (come si sa, la sinistra serve per altri usi impuri ed in luoghi dove l'acqua è sempre stato un grande lusso, è meglio non confonderle). 

La piscina
Ha un sapore piuttosto acido dovuto alla maggiore o minore fermentazione, ma non curatevene, tutto viene sopraffatto dalla piccantezza di quanto ci sta sopra. Ecco qua il piatto principe ed unico di tutto il paese. Mancificata adeguatamente la signora, che per questo ci invia larghi sorrisi, percorriamo l'ultimo tratto di strada che ci porta ai 2800 metri di Debark, praticamente la porta di ingresso del parco, che vedremo domani. L'albergotto, forse l'unico della zona è molto frequentato da stranieri, ad esempio oggi c'è un bel gruppo di motociclisti spagnoli e un'altra masnada di francesi, che hanno voglia di fare festa. Ma che vogliono fare tutte queste pantere grige, dagli inadatti codini e con gli antichi tatuaggi che si stanno slabbrando, in giro? Mah. Ci si raduna tutti nel bar dove una bella folla mista di faranji e locali stanno guardando una partita della Liga. Non dico che sembri di essere in un pub inglese, ma l'atmosfera è la stessa, birra a fiumi ed esultanza alle azioni più significative. Insomma tutto il mondo è paese quando si tratta di pallone e anche qui sembrano piuttosto scaldati. Le montagne intorno sono magnifiche. Dal verde che si vede e che insiste anche alle quote più alte è evidente che qui piove parecchio e la vegetazione ne beneficia. Comunque per adesso sarei piuttosto stanco, ma non è che siamo qui a pettinare le bambole. Bisogna subito mollare tutto in camera e sbrigarsi perché ci aspetta un altro trekking sulla montagna. Intanto andiamo a fare i biglietti, presto che è tardi.

L'interno
SURVIVAL KIT

Rovine di un palazzo
Gondar - Città di 200.000 abitanti a circa 150 km a nord da Bahar Dar sul Lago Tana, che conserva diversi monumenti storici risalenti al XVI-XVIII secolo, patrimonio Unesco dal 1979. La cittadella circondata da mura su un'area di 7 ha comprende una interessante serie di edifici costruiti dalla dinastia regnate in quel periodo. Potrete anche vedere il quartiere Musulmano e quello dei Falascià, gli ebrei etiopi, nei quali era stata divisa la città durante il regno. In città urono presenti anche gli italiani e qui si svolse una celebre battaglia con bombardamenti da parte degli inglesi della parte monumentale.

Simien Park Hotel - Debark - Hotel in continuo sviluppo dato l'aumento della richiesta data la sua ottima posizione quasi all'ingresso del parco. L'affollamento è notevole, quindi meglio prenotare anche fuori stagione. Cercare di farsi assegnare le stanze più recenti nella palazzina al di là del cortile. La camera doppia di dimensioni normali con bagno ben attrezzato e soprattutto con acqua calda abbondante, che sarà preziosa al vostro rientro dalle camminate nel parco. Ragionevolmente pulito e personale gentile. Frequente il taglio della corrente elettrica. Se fate prenotare da chi vi accompagna, pagherete il prezzo etiope e non quello "speciale" per faranji! Locale bar affollato dove potrete bere una birra e guardare la televisione, con free wifi.  Ristorante annesso con piatti consueti e prezzi sempre più o meno uguali. Forniscono anche cestini pranzo per le escursioni. C'è un lodge che dicono molto più lussuoso all'interno del parco, ma francamente non so se ne vale la pena. 



Ingresso ai bagni di Fasilide




Un arco
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