lunedì 19 agosto 2024

Caucaso 13 - Cucinare alla georgiana

Per le colline - Kutaisi - Georgia - aprile 2024

Sulla marshrutkha
Da queste parti, quando hai un indirizzo approssimativo, trovare il posto dove devi andare è un po' una lotteria. Qui, dove ci ha lasciato la marshrutkha, peraltro su nostra indicazione, siamo in mezzo alla campagna, tutto intorno è pieno di case sparse e la nostra meta sembra facile da individuare, basta deviare dalla strada principale e poi proseguire sulla collina. Si tratta di trovare una specie di agriturismo, la strada è questa, il numero lo abbiamo in mano, il 133, non dovrebbe essere difficile, almeno così pare. Ma tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare. Infatti, cammina cammina continuiamo a risalire la collina, lungo una strada ripidissima, ma del nostro agriturismo non c'è traccia. Gianluca chiede a destra e a sinistra, ma a parte il problema della lingua, sembra che siamo decisamente fuori dal mondo conosciuto, sperduti tra i barbari. Intanto si fa scuro e oltretutto abbiamo anche i piedi fusi, visto che è tutto il giorno che scarpiniamo con una certa costanza. Mentre comincia a serpeggiare un certo nervosismo, in una stradina secondaria pare di vedere la luce in fondo al tunnel ed infatti ecco che la casa in mezzo al bosco si materializza, in un ambito agreste di una campagna piacevole e solitaria che mi ricorda certi paesini della Moldova, popolati di vecchie contadine, rimaste a presidiare queste zone abbandonate dai giovani che si rivolgono alla città per trovare il loro futuro. 

Khachapuri
La nostra famigliola ci sta aspettando fuori del cancello guardando a destra ed a sinistra, considerando che evidentemente non è così facile scovarli, comunque eccoci qua accolti come graditissimi ospiti da due nonni, non poi così anziani alla vista e la nipote che si presta soprattutto a fare la traduttrice in inglese. I suoi genitori invece sono a Tbilisi dove il padre fa il tenore al teatro dell'opera, cosa di cui la ragazza è evidentemente molto orgogliosa. Intanto mentre il marito si occupa di preparare gli ingredienti n cucina, la signora si dà da fare mettendoci a disposizione la cucina al completo. Mentre il tavolone della sala da pranzo comincia a riempirsi di piatti vari, la signora ci mostra la preparazione di alcuni deliziosi involtini di melanzane e di peperoni, riempiti di una salsa di erbe locali e un trito di noci, che avevamo già gustato in ristorante e che data anche la facilità di preparazione, Tiziana ha già inserito nei suoi menù, visto che sono buonissimi. La stessa ricetta funziona anche con i peperoni. Poi si passa alla cottura di una sorta di frittelle di farina di mais bianco che si mangiano come contorno o al posto del pane e infine si passa alla preparazione della classica khachapuri che è una sorta di pizza o torta che sia, ripiena di formaggio locale, il sulguni che si può assimilare ad una specie di provola dolce e fresca, da passare in forno anche nella versione imeruli, nella quale si modella la pasta come una forma di barchetta dai bordi alti, in cui si mette il formaggio aggiungendo a fine cottura un uovo crudo.

Preparazione degli involtini
Per rifarlo da noi, si può in effetti utilizzare qualunque tipo di formaggio a piacere, anche feta o similari, meglio se con un fondo leggermente acidulo. Insomma un gran divertimento e un piacevolissimo modo per passare una serata con una famiglia del luogo con cui poi abbiamo chiacchierato a lungo. La cena è stata arricchita da insalate di pomodori, cetrioli in composta e formaggi vari, oltre ad un gran pollo arrosto che il nonno porta orgogliosamente in tavola già suddiviso in bei pezzettoni e per finire una zuppa di fagioli scura molto densa dal sapore magnifico di cui abbiamo approfittato con una certa man larga. Naturalmente il nonno va in cantina a prendere il suo vino, di cui ovviamente mena gran vanto, visto che lo produce come suo padre prima di lui secondo tradizione e ci mancherebbe altro, quindi tocca fargli onore. In effetti va giù bene, ma cerchiamo di non eccedere perché poi bisogna tornare a casa e qui siamo fuori città. Ad un certo punto col nonno si passa al russo e anche se io mi ritrovo molto arrugginito, ci capiamo benissimo e finiamo il tutto con grandi brindisi, visto che magicamente compare una bottiglia di chacha casalinga, che lui spaccia per invecchiata in una botte di rovere, dal gusto interessante.

Zuppa di fagioli e involtini di peperoni

Per la gradazione non ho voluto investigare a fondo, anche perché c'è stato subito un seguito di irripetibili auguri a Putin (da queste parti non sono molto simpatizzanti per l'ingombrante vicino) e così via discorrendo. Verso le nove e mezza ce ne andiamo tra grande saluti e abbracci. Da queste parti se entri in una casa e parte la bisboccia, finisce immediatamente il rapporto albergatore-cliente e hai subito l'impressione di venire etichettato come amico per la vita. La ragazza se l'era già filata visto che l'aspettavano gli amici per la serata e noi, a saluti conclusi, ce ne andiamo dopo aver chiamato un taxi che arriva col rallentatore, ma arriva e finalmente possiamo concludere la lunga giornata in posizione orizzontale. Il mattino arriva presto e la testa è un po' pesante se devo essere sincero, forse ne abbiamo bevuto davvero troppo, ma alle 9 siamo già sulla marshrutkha che era bene non perdere perché se non ho capito male, ce n'è solo una alla mattina. La nostra meta di oggi è la favolosa e sperduta valle dello Svaneti ed il gruppetto di passeggeri che si affolla attorno al mezzo è decisamente più internazionale del solito e abituati come siamo all'assenza o quasi di turisti, questo ci sembra un poco inusuale. 

A cena

Carichiamo i bagagli dietro prendendo spazio ad una ragazza locale con i capelli tinti di rosso vermiglio e dal naso importante che sta riempiendo ogni angolo possibile di pacchi di carta igienica e di mazzi di fiori finti, abbinata strana, ma evidentemente il suo composito business questo richiede. Poi va a piazzarsi vicino all'autista con il quale parlerà animatamente per tutto il viaggio. Invece sui sedili attorno a noi prendono posto due inglesi dall'occhio languido e un paio di francesi dall'aria tipica dei marciatori tosti almeno a giudicare dalle dimensioni e dalla qualità degli scarponi da trekkers di lungo corso. Vicino a me invece si accozza una signora di una certa età (senti chi parla) cinese, che mi attacca subito bottone utilizzando una app di traduzione simultanea che tra l'altro funziona benissimo. Vien fuori che è di Shenzhen, che è in pensione da quattro anni e gira il mondo senza fissarsi dei paletti di ritorno o degli itinerari precisi, una viaggiatrice vera insomma, con il solo uso di una particolare app cinese di argomento turistico, che evidentemente sembra essere molto efficiente. Naturalmente le racconto dei miei trascorsi nel regno di mezzo e così chiacchierando familiarizziamo mentre il mezzo macina chilometri e curve affrontate con una certa baldanza dal nostro autista che fuma e telefona in continuazione, guadagnando quota poco per volta in una spettacolare valle, solitaria ed infinita, ricoperta di foreste verdissime con il solito fiume che vortica spumeggiando sul fondo, scavandola in profondità con una violenza senza pari. 

Sosta di mezza via

Passiamo su una grande diga che sbarra un lago artificiale che si perde tra le pareti senza mostrare la fine, mentre sui bordi scoscesi della strada, negli anfratti più nascosti, scendono cascate che piombano vorticose in basso andando ad arricchire ancor di più i corsi d'acqua che si raccolgono in basso. Intanto, visto che siamo più o meno a metà strada ci fermiamo ad un posto di sosta gradito all'autista, dove cementiamo lo stomaco con una focaccia ripiena di carne ed una birra smezzata con una gazzosa all'uva che formano un mix decisamente perfido. Comunque tutti i passeggeri si aggirano nello stanzone cercando chi più chi meno di addizionare calorie anche se mostrando ognuno diversi gradi di perplessità. Fuori intanto le montagne si alzano e mostrano alti nevai sulle cime. Risaliamo e la strada prosegue sempre più tortuosa in modo che il bolo che mi galleggia sullo stomaco diventi via via più pesante e ballerino. Ormai siamo costantemente sopra i mille metri di quota e la strada percorre da vicino il confine con l'Abkhazia di cui vi ho già parlato e dalla quale ci separano solamente una catena di montagne elevate e bellissime e pochi chilometri. Quando dopo un altro paio d'ore nelle quali il paesaggio diventa sempre più selvatico e solitario, arriviamo al punto di arrivo delle corriere sulla piazza centrale di Mestia, è quasi sera e i passeggeri , recuperati i bagagli filano via veloci verso la loro tana per la notte. La nostra è in fondo al paese e dato che siamo quasi a 2000 metri, fa pure un freddo cane. 

La tavolata

SURVIVAL KIT

L'insegna

Four Season in Kutaisi - Davidi Khdiaschvili St, 133 - Una guest house dove potrete anche dormire e che offre cooking classes, in cui la signora con l'aiuto della famiglia insegna a cucinare le principali ricette georgiane. Tutti gentilissimi, si fanno in quattro per mostrare il massimo nella preparazione dei piatti che poi ovviamente alla fine vi mangerete in una pantagruelica cena.

Hotel Eden - Tamar Mepe str. 50 - Mestia - Nuovissimo, aperto da appena un anno, tutto in legno, con ampi spazi e sale comuni per TV e socializzare. Belvedere e giardino. Free wifi ma poco funzionante. Colazione in una ampia sala. Bisogna lasciare le scarpe nell'ingresso. Camere molto ampie e ben dotate. Bel bagno. Tranquillissimo. La doppia sui 35 €. 

Involtini di melanzane


Tra le colline
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sabato 17 agosto 2024

Caucaso 12 - I Monasteri dell'Imereti

La valle del Tskhalkhitela - Imereti - Georgia - aprile 2024
 

I due re martiri

Beh, con l'applicazione Yandex è semplice acchiappare il taxi che ci serve, comodo per cinque persone più l'autista, che calcolando la spesa diventa quasi più economico della marshrutkha e che in un attimo ci fa uscire della città e guadagnare la strada che si inerpica sulle colline. Pochi chilometri e siamo al piccolo monastero di Motsameta (del martirio) che gode di una spettacolare posizione su una valle solitaria, coperta di boschi fino all'inverosimile, dai bordi scoscesi e verdissimi. Il monastero, meno frequentato del vicino e più famoso di Gelati, è minuscolo e solitario e sorge su uno sperone roccioso a picco sul sottostante fiume Tskhalkhitela, che significa Acque rosse in seguito al terribile martiro dei due fratelli santi Davide e Costantino, signori della regione, che furono uccisi e gettati appunto nel fiume sottostante con una pietra al collo, nel 730 d.C. per avere rifiutato la conversione, dai sacripanti islamici in piena espansione e conquista. I corpi recuperati furono quindi sepolti nella chiesetta che tuttavia, dopo la cacciata dei musulmani, ridivenne luogo di culto. Il posto ha davvero una allure mistica, soprattutto per il suo senso di solitudine, immerso com'è nel fitto del bosco. Tre monaci sono seduti in fondo al piccolo porticato, forse immersi nella meditazione e contribuiscono ad aumentare l'aura di raccoglimento del luogo. 

Monaci

La brezza che spira dal vallone ti invita a sostare e rivolgerti verso l'orizzonte lontano di questa valle sperduta, piena di fascinazioni lontane che invitano a mantenere questo silenzio profondo. Anche il monaco più vicino a noi, che sembrava completamente assorto nei suoi pensieri, fa mostra di vederci, si toglie dagli orecchie due auricolari di buona fattura, coi quali di certo ascoltava corali sacre e ci fa cenni di entrare a dare un'occhiata. La piccola chiesa è oggi affrescata in toni moderni e brillanti. Fanno grande mostra di sé i due fratelli inginocchiati davanti ai due saraceni che li stanno percuotendo con nodosi bastoni, dopo aver loro legato al collo le pesanti macine della leggenda. L'ambiente è scuro e la poca luce aumenta l'atmosfera di magia che già senti vibrare nell'aria. Sostiamo ancora davanti alla piccola iconostasi del rito georgiano per ammirarne le icone dai fondi dorati. Il monastero rimane comunque ammantato nelle sue antiche leggente, inclusa quella che il passaggio di almeno tre volte sotto la tomba dei fratelli, consentirebbe di ascoltarli direttamente per l'esaudimento delle preghiere del caso. 

L'ingresso di Motsameta

Inoltre come si sa i montanari del Caucaso sono piuttosto vendicativi verso coloro che vogliono loro male, infatti sembra che i militi della polizia segreta sovietica che nel 1923 tentarono di portar via le ossa dei due martiri per metterli in un apposito museo, fecero tutti una bruttissima fine. Quindi occhio e rispetto. Però davvero sul ponticello che supera lo strapiombo e porta all'uscita ti senti avvolto da un potente senso di serena acquiescenza allo strapotere della natura che ti circonda, qualunque siano le tue credenze recondite. I buoni monaci intanto, sotto la percola sono ripiombati nelle loro meditazioni e noi procediamo verso la prossima tappa, dopo un lieve cenno di saluto. Siamo ad una quindicina di chilometri da Kutaisi e qui la collina è ancora più alta. Il monastero di Gelati è però davvero un capolavoro di grande maestosità. In un recinto murato di grandi dimensioni, le costruzioni dell'antico eremo, di robusta pietra scura, spiccano sul prato verde smeraldo che le circonda. Si parla di questo monumento come di una vera e propria Cappella Sistina georgiana, per le dimensioni e per la qualità artistica del ciclo di affreschi qui contenuto. In effetti siamo molto ansiosi di ammirarli, ma per l'ennesima beffa del destino barbaro che punisce il miscredente che non si avvicina a questi siti con la corretta predisposizione etico-religiosa, veniamo un'altra volta delusi. 

La cupola centrale di Gelati

Praticamente tutto l'interno della chiesa e parte dell'esterno è debitamente impacchettata da almeno un paio d'anni per permettere che vengano effettuati minuziosi e definitivi restauri a quella che in effetti è una importantissima e ponderosa opera d'arte. Ci facciamo largo all'interno cercando di non inciampare nei tubi di acciaio che reggono le impalcature e cerchiamo di scorgere qualcuno dei lavori più importanti attraverso i varchi scoperti dei teloni che ricoprono il tutto più o meno bene. In giro non c'è nessuno da tapirare per tentare di farci accedere a qualche cosa di più visibile. Tuttavia bisogna effettivamente considerare che quel poco che riesci a scorgere è davvero affascinante e non sfigurerebbe assolutamente rispetto ai grandi cicli di affreschi pittorici medioevali italiani. Questa chiesa principale della natività, dalle grandi dimensioni è stata iniziata attorno al 1100 dal re David detto appunto il Costruttore e ne conserva la tomba, che aveva deputato questo monastero come un importante centro culturale teologico e filosofico, tanto che veniva conosciuto nel medioevo georgiano come la nuova Grecia o il nuovo Monte Athos, così grande era la sua fama ed il numero di sapienti che qui convergevano per i loro studi. Insomma un luogo che meriterebbe una visita più approfondita non appena saranno finiti questi benedetti restauri. 

I restauratori all'opera

Per fortuna, la dedizione viene sempre premiata e mentre mi aggiro negli angoli più distanti dalla grande navata centrale ecco che scorgo una zona seminascosta con le porte aperte dalle quali traspare una luce intensa. Sarà il bagliore della santità stessa del luogo? No, si tratta della zona dove un gruppo di restauratori sta lavorando alla luce delle fotoelettriche. Qui le pitture sono tutte completamente scoperte e ce le possiamo godere al meglio corredate di esperti al lavoro che ci si stanno dedicando, pure ignorandoci completamente. Cristo pantocratori che giganteggiano dalle absidi, Santi barbuti dalle fattezze ancora bizantine, re e regine che portano doni e garantivano fedeltà imperitura. Diciamo pure un luogo molto suggestivo. Non oso immaginare come debba essere il colpo d'occhio della intera volta della chiesa una volta che sarà liberata dalle pastoie. Diamo ancora un'occhiata alle due chiesette più piccole ai lati del grande cortile e poi ci fermiamo a chiacchierare con un gruppo di ricercatori tedeschi intenti a scandagliare tutto il terreno circostante con speciali strumenti alla ricerca di altri reperti che pare nella zona pullulino assolutamente. Fanno una ricerca sistematica percorrendo tutto il terreno circostante suddiviso da cordicelle in piccoli riquadri, sotto il quale dovrebbero esserci ancora un sacco di vestigia in attesa di essere portate alla luce.  

Affresche

Il punto negativo della questione però, se badiamo banalmente al concreto, è la completa assenza di un baio, cosa che obbliga i visitatori ad aggiustarsi alla meglio, evitando per quanto sia possibile i monaci che sorvegliano il luogo, occultandosi tra le siepi fiorite ai margini del bosco. Ce ne andiamo infine ripercorrendo le ripide vie di uscita lastricate di grandi pietre rettangolari. Sulla piazzetta antistante l'antico portale di ingresso c'è la marshrutkha delle cinque che ci consente di scendere verso la città in totale tranquillità, scivolando lenta tra le colline e lasciandoti il tempo di pensare a quanto ti circonda. In effetti questo è un territorio pieno di complessità difficili da comprendere, per chi straniero arriva qui senza minimamente conoscere tutte le vicende, quantomeno del passato recente che ne hanno acuito i problemi. In effetti avendo tempo a disposizione da queste parti, molti sarebbero i luoghi interessanti da visitare e che contribuirebbero a meglio illustrare la storia della regione. Ad esempio molto vicino verso nord c'è la zona di Tskhaltubo, un tempo nota per una fioritura di sanatorij ex sovietici meta di vacanza per tutti i lavoratori meritevoli russi e che, subito dopo la guerra civile succedutasi al disfacimento dell'URSS, tra la Georgia e la sua provincia secessionista dell'Abkhazia, sobillata e sostenuta dalla Russia, ha dovuto ospitare le migliaia di profughi.

Iconostasi

Questi disgraziati, al pari di tanti altre etnie in epoche diverse, ma del tutto simili in quanto a sanguinose disgrazie,  arrivavano proprio dall'Abkhazia per sfuggire alla pulizia etnica scatenatasi tanto per cambiare sotto le bianche vette di questa minuscola repubblichetta autoproclamatasi indipendente e naturalmente da nessuno riconosciuta se non dalle due altre disperate Ossezia del sud e Transnistria, dalla analoghe vicende, che si sono trovate costrette a costituire la Comunità per la democrazia e i diritti dei popoli, unione vaga e riconosciuta reciprocamente solo da loro tre e da nessun altro e che le pone in pratica sotto al cappello russo a tutti gli effetti. E pensare che l'Abkhazia, così almeno si dice, sembra un paese bellissimo da visitare, con spiagge bellissime ed era, nel periodo sovietico, considerata dai russi come luogo di vacanza per eccellenza, con le sue montagne meravigliose. Io stesso, nei lontani anni '90, ero stato proprio a Dombai, sotto la montagna più alta, nella Circassia dall'altra parte del confine e ne ero stato affascinato. Una piramide dalle pareti a strapiombo come quelle del Cervino che ergeva i suoi oltre 4000 metri tra valli strette e misteriose, sicuramente ricche di fascino. 

Le chiesette secondarie

Inoltre questo piccolissimo paese gode di un clima subtropicale magnifico che la rende ricca di frutta e con una produzione agricola di eccellenza. Insomma un posto in cui varrebbe la pena di farci un salto, almeno fino al mare ed alla sua capitale Bathumi, cosa al momento non facile, vista la situazione politica, che proclama queste frontiere come invalicabili. Ma non siate pigri e rinunciatari, per chi vuole fortissimamente come il nostro celebre astigiano, non ci sono barriere che tengano e se si vuole davvero tutto si può fare, basta trovare le strade giuste e se si è determinati tutti i traguardi si possono raggiungere. Comunque sia se invece siete solamente appassionati di luoghi urbani abbandonati, avrete il tempo di buttare un occhio alla succitata Tskhaltubo, vedrete un impressionante seguito di resort inizio secolo dagli interni colore pastello divorati dall'abbandono ed invasi dalla vegetazioni come fossero templi d'oriente lasciati all'abbraccio mortale della jungla. I profughi sono stati da poco rilocati, così almeno mi è stato detto e queste strutture fatiscenti che li hanno ospitati per quasi trent'anni possono ora riposare e abbandonarsi all'abbraccio della natura definitivamente. Intanto il nostro mezzo, su indicazione di Gianluca si ferma lungo una collina ricca di case sparse. Scende la sera e scendiamo anche noi per dedicarci all'attività che ci terrà impegnati per la fine della giornata. La nostra cooking class georgiana!

Nartece


SURVIVAL KIT

Croce georgiana

Visitare l'Abkhazia - Per chi volesse mettere il naso in questo piccolissimo paese di circa 9000 km e 500.000 abitanti, posso assicurarvi che non è impossibile. Basta ottenere, di certo un po' laboriosamente, l'apposito permesso, che si deve richiedere via mail, ma questo richiede molti mesi di attesa e pazienza, poi muniti di questo documento è possibile spingersi con una macchina privata fino a Bathumi. Il mio amico Gianluca di cui vi ho già parlato si può occupare di ottenere il rilascio di tale permesso. Eventualmente scrivetegli. Per chi fosse interessato alla sua complessa storia e soprattutto al suo, da noi assolutamente sconosciuto seguito degli ultimi anni, consiglio di dare un'occhiata alla voce di wiki che la racconta abbondantemente. 

Un santo


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martedì 13 agosto 2024

Caucaso 11 - Per le vie di Kutaisi

Tipi caucasici- Kutaisi - Georgia - aprile 2024

























Le balconate del museo
La mattinata come sempre un po' piovosa ci coglie mentre attraversiamo il centro in cerca di un localino dove svolgere il rito della colazione, alla fine anche qui risolvibile con un ottimo cappuccino e brioches, che ormai la globalizzazione rende tutto più o meno fruibile con facilità anche se con lo stesso sapore e anche la qualità media sta diventando accettabile dappertutto, quindi il tempo lo puoi passare a guardarti intorno, ammirando gli splendidi palazzi del centro molti dei quali ormai restaurati a dovere che, ancorché sovietici mostrano una loro passabile dignità. Molti presentano anche belle facciate art déco ed è interessante buttare l'occhio nei cortili dall'apparenza abbandonata, con molti giardinetti che raccontano di tempi migliori. Le pareti delle case in abbandono invece sono diventate tele sopra le quali sfogare gli istinti artistici di giovani street artist che le arricchiscono di grandi e bellissimi murales, che in ogni caso colorano la città nascondendone le miserie. Passiamo davanti al liceo frequentato da Majakovskij, il grande poeta nato da queste parti, anche se di origine cosacche, e subito mi torna alla mente il mio passato di frequentatore delle terre sovietiche, quando ero a pochi chilometri al di là di questa catena di monti e al mercatino di Karachajev, cittadina circassa, la mia collega trovò su un banchetto l'opera completa del grande poeta, almeno una decina di volumi per una cifra corrispondente a circa un dollaro, situazione anomala dovuta all'ipersvalutazione di quegli anni, che si portò in albergo incredula e felice, senza neppure pensare alle difficoltà di ficcarli poi in valigia. 

La fontana della Colchide
Però quando arrivi alla grande piazza che ospita il teatro e la spettacolare fontana della Colchide con le sue statue dorate, i capri dai velli raccontati dal mito, tutte copie di statue antichissime ritrovate negli scavi della regione, con i suoi cento getti d'acqua che nascondono alla vista il colonnato e le statue di bronzo che raffigurano le figure più celebri del cinema storico, inclusi i personaggi di Nuovo cinema Paradiso, il colpo d'occhio è notevole. Bisogna sempre ricordarlo, questa è la reale capitale storica dell'antica e favoleggiata Colchide, meta del razziatore Giasone ed i suoi compari Argonauti, arrivati fin  qui dal mare per essere accolti benevolmente dal re Eete, come racconta Apollonia Rodio nelle Argonautiche, poema epico che narra questo viaggio tribolato, dove questo ladro di polli, che senza l'aiuto piatito in continuazione dagli dei e soprattutto dalle dee, che evidentemente lo avevano in grande stima, per le vantate doti di macho sue e dei suoi accoliti, ne affronta di ogni colore, riuscendo alla fine ad arrivare proprio fino a Kutaisi, ingannare il re che lo ospita e rubare vello d'oro e figlia in un colpo solo, salvo poi la meritata sequela di tragedie appunto greche. Una vicenda preesistente alla stessa guerra di Troia e quindi testimonianza fin dall'antichità di questi regni raccontati dal mito nell'Ellade nei secoli successivi e prova comunque, della proverbiale accoglienza di questi popoli per i quali l'ospite è sempre sacro. 

Sul ponte Bianco

La fontana è comunque un delizioso inno a questa lontana e mitica vicenda; naturalmente, come è ovvio, vista una volta tanto dalla parte di chi ha subito. Passeggiamo lungo il fiume Rioni che taglia in due la città, le sponde con bei parchi alberati e giardini, che il clima uggioso rende sempre un poco cupi. Nascosti tra gli alberi i grandi palazzi reali in legno, ben restaurati, oggi musei. Il ponte cosiddetto Bianco, che attraversa il fiume, invita alla sosta, non foss'altro che per dare un'occhiata ai flutti spumeggianti che scorrono al di sotto, proprio a fianco, in bilico sul mancorrente, della statua del ragazzo in procinto di tuffarsi di sotto. Tiene in mano un bel cappello, forse un Borsalino, noto anche qui, che evidentemente andava recuperato con il tuffo, per stimolare la mancia dagli spettatori dello spettacolo di coraggio a cui stavano per assistere. Secondo la tradizione pare che questo gesto fosse considerato una sorta di battesimo del fuoco, una prova di raggiunta mascolinità, quando non una vera e propria prova d'amore, per impressionare la ragazza amata con il proprio sprezzo del pericolo. Di fronte al fiume, la collina, sopra la quale si intravede la Cattedrale di Bagrati che domina la città. Ci arriviamo con un comodo taxi ed è chiaro che è una tappa d'obbligo per i pochi turisti che si spingono fino a qui, davanti all'ingresso infatti stazionano un gruppetto di suonatori in costume in attesa di esibirsi a pagamento, che schiviamo con adeguata destrezza. 

Cattedrale

La cattedrale è stata restaurata di recente, attorno al 2010, da un architetto naturalmente italiano, che ha fatto un lavoro talmente maldestro e criticabile che al monumento è stato addirittura tolto il riconoscimento dell'Unesco. Stiamo parlando di parallelepipedi di vetro e ferro che, per tenere in piedi le pareti laterali in odore di crollo, spuntano ora un po' a casaccio da un lato dell'edificio, tanto per capirci. Ora mi è chiaro che ogni architetto che si applica su monumento antico, vuole lasciare l'impronta del suo tempo e fare la sua personale piramide del Louvre, che lo ricordi ai posteri in maniera imperitura, tuttavia anche il senso della misura o del ridicolo a seconda di come lo si voglia vedere, dovrebbe diventare prevalente. In ogni caso quel che resta del monumento costituisce comunque una tappa simbolica, con un suo certo fascino, con le sue pietre nere ricoperte dalla patina del tempo e soprattutto la vista sulla città da quassù merita la fatica di arrivarci. Anche l'isolato campanile che campeggia nel prato verdissimo per la pioggia e la grande croce issata sul punto estremo della collina davanti al panorama sottostante, dicono la loro. Ritornati in basso non possiamo esimerci dal passare al GUM, un gran bazar di tradizione sovietica che presenta tutti i prodotti mangerecci e non solo, che la città può offrire. Qui capisci subito dal numero di banchi carichi di formaggi di ogni genere, quanto questo prodotto conti nella dieta caucasica. 

Le tradizionali

 
churchkhela

Ma non solo, vedi anche una grande varietà di ortaggi e frutta seccata nelle forme più curiose inclusa la tradizionale churchkhela, una sorta di grappolo lineare di chicchi secchi e frutta in guscio legati da una cordicella che vengono immersi in un denso succo di frutta che a sua volta, seccando, li mantiene in forma. Più belli e curiosi da vedere che da mangiare, a mio parere, ma tuttavia ti stupisci continuamente scoprendo l'ingegnosità dell'uomo per conservare i suoi prodotti dalla deperibilità. In un angolo del bazar, un panettiere è all'opera col classico forno tradizionale, un grande orcio dentro il quale dall'alto si appiccicano alle pareti i dischi di pasta morbida che in pochi minuti si trasformano in fragranti schiacciate di pane. Compriamo una mezza forma di formaggio e ce la gustiamo con un bel pane appena sfornato, una delizia che non riesco neppure a raccontarvi. Pazienza. Ci senti un sapore di pastorizia antica, di genti barbute che camminano dietro a mandrie di armenti lungo le polverose strade dell'Asia, un plus aggiuntivo e coinvolgente insomma, che paga la sosta. Torniamo intanto al fiume, aggirandoci dapprima per il quartiere ebraico, dove abbiamo la fortuna di trovare aperta la sinagoga, si dice fatto raro, un edifico con una sala di preghiera di grandi dimensioni e con molti interessanti affreschi. 

Una Zhiguli

Inoltre aggirandoci nei molti giardini del quartiere ti trovi di fronte a molti edifici nascosti di sorprendente maestosità o a curiose chiese come quella dell'Annunciazione, che presenta un grande nartece dalle curiose e credo assolutamente uniche colonne, svasate in basso in grandi volute baroccheggianti. Poco più in là, la chiesa di S. Giorgio, il cui cortile è pieno di religiosi, visto che deve essere un centro culturale della chiesa georgiana con annesso seminario, che naturalmente ci accolgono con piacere, contenti del nostro interesse manifestato. Tutti visi molto particolari, dai lineamenti forti come ormai è capito essere usuale qui nel Caucaso. Non resisto e cerco subito di socializzare un poco, per poter fare qualche foto per la mia collezione di facce del mondo. Poco più in là, nel cortile, ecco un altro tuffo al cuore per i miei ricordi, in fondo al cortile troneggia una vecchissima Zhigulì, la classica, anzi l'unica macchina veramente sovietica, prodotta per oltre quaranta anni di seguito con lievissime variazioni (era la Fiat 1400, la cui linea di montaggio, dismessa a Torino, era stata venduta allo stabilimento della Lada di Togliatti, dove ha contribuito a motorizzare il paese intero. Dismessa nel 2011 dopo altre 17 milioni di esemplari, credo sia ancora oggi prodotta in un paio di stabilimenti in Ukraina, guerra permettendo, presso la Zaz e in Egitto, ne ho viste infatti diverse anche in Etiopia). 

Il murale

Questa è tutta bollata come si conviene, carica fino all'inverosimile di rottami, forse un vecchio frigorifero e altre amenità varie da trasportare chissà dove. Due figuri si affannano intorno, forse anche perché faticherà un po' a mettersi in moto, anche se questi motori, muniti anche di manovella anteriore per avviamento a mano, davano buona prova di sé anche a 40°C sotto zero, nelle mia Mosca dei tempi passati dove adesso circolano solo più BMW e Merzedés, come le chiamavano i nostri clienti dal soldo facile. Alla fine il motore dopo aver borbottato un po' prende forza e il trasporto pesante se ne va, potenza della tecnologia sovietica, di quando c'era Lui, considerato anche che qui siamo proprio dalle sue parti, tanto per essere precisi. Così salutiamo quelli rimasti e che potrebbero anche essere aspiranti religiosi e continuiamo a passeggiare nei parchi cittadini e nei vicoli più nascosti. Luca vuole portarci a vedere un famoso murale, qui vicino, assai noto per la sua bellezza, ma appena raggiunto il luogo ci accorgiamo che è completamente coperto da una impalcatura, dove non è chiaro se si stia procedendo al restauro della casa alquanto fatiscente o a quello del murale stesso. Tuttavia si intravede ugualmente la vecchia signora che sta impastando il pane con movimenti antichi e dietro i teli verdi, sembra che dica: ma guarda un po' cosa mi tocca ancora fare! Diciamo che la mattinata l'abbiamo spesa comunque bene ed è ora di cercare un taxi per dare un'occhiata ai dintorni.

La Chesa dell'Annunciazione

SURVIVAL KIT

Il campanile della Cattedrale

Cosa vedere a Kutaisi - Passeggiare per il centro ammirando, vecchi edifici storici e non, ristrutturati o in rovina ed i grandi murales ospitati da pareti vuote, ammirando le molte facciate Liberty. Girare per i parchi e lungo il fiume Rioni, fino al ponte Bianco. Se avete tempo visitate il museo nei palazzi reali in legno. Salire alla Cattedrale di Bagrati per discuterne l'ardito restauro ed ammirare il panorama della città. Girare per i banchi del GUM dove consiglierei di fermarsi a mangiare. Vedere Il teatro dell'Opera, la piazza con la fontana della Colchide e le sue statue e il teatro Meshkishvili e le sue statue di bronzo a tema cinematografico. Vedere il quartiere ebraico con le sue case ed i balconi di legno e se è aperta, entrare nella grande Sinagoga (Lari 2). Poco lontano visitate anche la chiesa di S. Giorgio e il suo annesso seminario e la chiesa dell'Annunciazione ex-cattolica ora di rito georgiano- ortodosso, con le sue colonne esterne uniche e la sua bella iconostasi. Questo giro vi occuperà almeno una mattina intero. Il pomeriggio potrete dedicarlo alla visita del piccolo monastero di Motsameta, in una posizione molto spettacolare su una valle verdeggiante ed il più famoso monastero di Gelati, a circa 15 km dalla città) che ospita i più importanti affreschi della Georgia (al momento, agosto del 2024 sono ancora in un importante restauro che ne impedisce quasi completamente la vista). I due monasteri sono sulla stessa strada e potrete raggiungerli anche con una marshrutkha (mi sembra una ogni ora) o più comodamente con un taxi. 


La sinagoga



Formaggi del Caucaso
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domenica 11 agosto 2024

Caucaso 10 - Tra valli e etnie perdute

Per le vie di Kutaisi - Centro - Georgia - aprile 2024


Conducente
Per fortuna nel Caucaso tutti si conoscono e ognuno è parente dell'altro come nei nostri paesini di montagna, così il nostro O'Nasis aveva avvisato l'autista della marshrutkha, un suo cugino alla lontana, che ci ha tranquillamente aspettato senza problemi. E' un omone gigantesco, con un vocione basso e cavernoso, residuo di qualche milione di sigarette fumate in continuazione fin dall'infanzia, dall'apparenza burbera e litigiosa, ma che poi afferra i nostri valigioni come se fossero fuscelli e li stiva nel minuscolo spazio posteriore del mezzo, invitandoci a salire e a prendere posto dove più ci aggrada. Stavolta riusciamo a mettere le chiappe sui più comodi posti anteriori e ci accomodiamo per il viaggio che durerà tre orette o poco più, per Kutaisi, la terza città del paese, capitale della regione dell'Imereti. Finalmente il nostro gigante buono si issa al posto di comando e l'automezzo si mette in moto, uscendo dalla città con calma decisa. Ripercorriamo una parte dell'itinerario che arrivava da Tbilisi, attraverso queste valli spettacolari, che il gocciolare della pioggia rende ancora più verdeggianti. Passiamo per il forte di Atskuri le cui rovine troneggiano dalla collina, poi rivediamo i viali della stazione termale di Barjomi, che ha visto probabilmente altri fasti durante l'epoca sovietica e poi sfiliamo veloci verso il bivio di Khashuri, da dove ci si immette sull'autostrada. 

Sulla marshrutkha

E' una terra strana questa Georgia, dalla storia antica e complicata, sotto queste montagne immense e severe, da sempre scudo e protezione per tante genti che qui hanno trovato rifugio in ogni epoca, fin dai tempi più antichi. Terra anche per questo oscura e raccontata nei tempi passati come una Colchide lontana e piena di mistero, tra brume di miti favolosi, dove spingersi, quasi fosse agli estremi del mondo allora conosciuto per vivere avventure perigliose che ti permettevano di ritornare in patria carico di gloria imperitura, per essere infine cantato nei poemi dei secoli futuri. Così ecco gli Argonauti che si spingevano fino alle sponde di questa Colchide, regno fiabesco dove ricercare e razziare naturalmente, il Vello d'oro, questa preda immaginifica e raccontata nelle leggende, con tutto quello che queste storie hanno poi provocato nelle epopee dei poeti successivi. Leggenda in fondo non poi così peregrina visto che da queste parti i fiumi che corrono a valle tumultuosi, portano con sé proprio pagliuzze di quel prezioso metallo bramato dai predatori di ogni epoca ed è pensabile quindi che i racconti dei viaggiatori narrassero di mandrie di ovini nei cui velli erano andati a fissarsi proprio quelle preziose pagliucole. In fondo ogni mito ha sempre avuto un fondamento di reale. 

E quindi il nostro Giasone non era un folle in cerca di un Eldorado inesistente e solo sognato, ma uno di quei predoni che correvano per i mari dell'antichità in cerca di ricchezze da razziare, donne comprese, ben si intenda, Medee incluse da subornare e portare con sé almeno fino a che il desiderio durava. E poi successivamente questa è una terra che ha dato asilo, tra le sue valli nascoste e protette dalle catene invalicabili, a decine di etnie diverse, arrivate da più parti, straniere ed estranee tra di loro, che di certo facevano fatica a comprendersi, tra idiomi differenti e abitudini ancor più distanti, tutte cose, diciamolo pure fonti di incomprensioni e conflitti, che l'hanno resa casa di conflitti infiniti e dispendiosi di risorse già magre e difficili per un territorio aspro ed avaro di risorse. Etnie che tuttavia si sono abbarbicate a queste valli come realtà inestirpabili e resistenti a qualsiasi tentativo di cancellazione. Popoli magari capitati lì per caso e per caso rimasti a causa dell'impossibilità di andare altrove, visto che questa era ormai diventata ormai la loro nuova patria. E' il caso ad esempio, dei Doukhobors che un maligno zar, oltre tre secoli fa, ha estirpato dalla loro terra di origine, la città di Tambov, nella Russia meridionale, tra Voronez e Saratov, per essere deportati proprio qui, in una valle solitaria del Javakheti, un esilio che probabilmente allora equivaleva ad una pena perpetua, un luogo talmente lontano ed isolato da non consentire loro il ritorno. 

Murales di Kutaisi

Questo popolo arrivò così tra queste montagne e in questa valle solitaria fondò otto villaggi, rimasti isolati fino ad oggi, mantenendo inalterati i suoi costumi, la sua lingua, la sua stessa vita. Ancora oggi questa comunità di ortodossi protestanti, vive in antiche case, molte delle quali dai tetti ancora coperti di terra inerbita, secondo i ritmi di un passato contadino che li pone ai margini della modernità, indossando spesso i loro colorati costumi tradizionali e partecipando a feste antiche e ricche di tradizioni, inevitabilmente destinate, nell'epoca di internet, a perdersi per sempre. A Gorelovka, il villaggio principale della valle, puoi ancora vedere le belle case di legno tradizionali e la semplicità delle loro costruzioni, dato che le loro abitudini rifiutano i simboli materiali come le icone, le croci, i pope ed i rituali ecclesiastici, enfatizzando invece quelli delle nascite, dei matrimoni e della morte. Si fanno guidare quindi da leader spirituali, molti dei quali donne, a testimonianza di un forte culto della femminilità. Tuttavia i tempi cambiano e molti giovani stanno lasciando la comunità e attualmente qui non rimangono più di 150 famiglie. Forse anche questa è una delle tante realtà destinate a scomparire e ad uniformarsi in un mondo più globalizzato, certamente più semplice e facile da vivere, anche se culturalmente più povero. 

Arrivati

Intanto la strada scorre e mentre cala la sera siamo arrivati alla periferia di Kutaisi, triste come tutte le periferie, immaginate quelle ex sovietiche, ricche solo di krushiove cadenti, dai muri scrostati, allineate lungo i viali che portano verso il centro. Al contrario, proprio il centro è piacevolmente popolato di vecchie case d'epoca che si allineano su strade acciottolate, rese lucide dalla pioggia. Il nostro è uno dei tanti appartamenti che seguendo le moderne forme di turismo, sono stati attentamente ristrutturati per renderli fruibili alle nuove richieste che arrivano da tutto il mondo, creando naturalmente un problema ai residenti, che si trovano di colpo affitti alle stelle ed immobili dai prezzi diventati inaccessibili. Certo ogni cosa ha il suo rovescio e non è facile di un fenomeno riuscire a cogliere solo gli aspetti positivi, minimizzando le parti negative. Non ci resta quindi che buttarci sulla cena, anche se l'atmosfera serotina della città inviterebbe ad una passeggiata per i vicoli del centro che appaiono affascinanti, solitari e densi di un'aria di un tempo passato. Tuttavia l'insegna dell'Aura, un ristorantino accattivante dall'altra parte della strada, invita ad entrare. Meglio non farsi pregare troppo, le khachapuri mostrate nelle foto sono davvero irresistibili, il profumo dei calici di vino altrettanto, non facciamoci pregare troppo.

Palazzi a Kutaisi

SURVIVAL KIT

Da Memo

Guest house Memo - Saraghatze str. 6 - Kutaisi - Deliziosi appartamenti appena finiti, molto ben arredati, molto comodo perché in pieno centro storico. Camere piccoline, ma bagno ben dotato, AC, frigo, fan,  free wifi, (evtl navetta gratuita per aeroporto). Molto pulito. Circa 35 € la doppia.

Aura restaurant - Proprio dall'altro lato della strada di fronte alla guesthouse. Ottimi piatti tradizionali georgiani. Abbiamo avuto un khachapuri al doppio formaggio e shashlik di maiale e gelato, tutto molto buono con un paio di calici di vino, pe r 130 Lari in 4. Personale molto gentile


Quartieri di Kutaisi


Palazzi storici
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