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venerdì 6 settembre 2024

Caucaso 20 - Ultimo saluto alla Georgia

I due fiumi di Mtsketa - Georgia - maggio 2024


Monastero di Jvari
Con lo stomaco a posto, ma era più un appagamento della gola che altro, ci possiamo rimettere in marcia, lasciando Mtsketa per risalire, dopo aver attraversato l'Aragvi, sulla collina che ci sta alle spalle per riuscire a raggiungere il piccolo monastero che ne costituisce il culmine. Si tratta del complesso monastico di Jvari sorto quassù nel IV secolo, sulle rovine di una croce sacra eretta, tanto per cambiare da Santa Nino, che in Georgia ha fatto un po' tutto a quanto pare, per quanto riguarda gli albori e la diffusione del cristianesimo. L'interesse della costruzione è soprattutto data dalla splendida posizione dalla quale puoi dominare tutta la valle con la congiunzione dei due fiumi, posto che il vento non ti porti via e dal suo valore architettonico, visto che si tratta di una delle prime costruzioni cosiddette a tetraconch, cioè con quattro absidi uguali nelle quattro direzioni che inscrivono la classica croce greca. Una tipologia piuttosto comune nel disegno bizantino delle chiese di questa area, ma che ad esempio era stata prevista anche dal Bramante, nel primo progetto del 1503, della basilica di San Pietro a Roma. La strada per arrivare è tortuosa ma infine si giunge all'ampio parcheggio. Da qui prendendo il sentiero per salire alla chiesa al riparo di un muracciolo di pietre, devi tenerti con una certa attenzione perché effettivamente, anche se previsto, si è levato un vento che si fa fatica a stare in piedi. 

Un'abside
Icone a Jvari
L'esterno è più semplice e severo di altre analoghe costruzioni, tuttavia non si possono non apprezzare i bei bassorilievi sulle pareti esterne e sopra i portali. L'interno è ancora più semplice e modesto. Qualche fedele è raccolto in preghiera davanti alle icone esposte attorno; si respira il silenzio compunto e solitario dei santuari di montagna. Ma il vero spettacolo è all'esterno. Sulla balconata sotto gli archi di pietra che si affaccia sulla valle, infatti, la vista è magnifica, i bordi delle colline sembrano dipinti di un verde intenso e scendono ripidi verso i nastri d'argento dei due fiumi che con ampie curve convergono verso la città, congiungendosi proprio ai suoi margini. Lontana, ma ancora ben visibile, l'altra chiesa che abbiamo appena lasciato, appare come racchiusa all'interno del suo muro di cinta, come volesse rimarcare la sua capacità di difesa dagli attacchi degli infedeli. Insomma staresti a lungo quassù, ma come ho detto, il problema è riuscire, pur reggendosi ben forte alla balconata di ferro che ti protegge dallo strapiombo sottostante, a non farsi portar via dalle folate rabbiose di un vento che qui pare essere costante fissa. Alla fine devi desistere e tenendosi ben stretto il cappello in testa, torniamo alla macchina, tuttavia contenti delle immagini immagazzinate con gli occhi. 

Così possiamo dirigerci con tutta tranquillità verso la stazione di Tbilisi dove arriviamo verso le 18, visto che alla 20 ci attende il treno che ci porterà ad Yerevan. Il nostro Sarkisjan ci lascia proprio davanti, augurandoci ogni bene e buon viaggio verso quella che rimane sempre la sua terra e noi, dopo aver varcato la soglia del gigantesco edificio, sovietico in ogni sua espressione, andiamo fino all'ultimo piano per attrezzarci ad attendere il momento della partenza. La stazione è il classico palazzone che dopo la caduta dell'impero ha avuto tutti gli spazi invasi da ogni tipologia di attività commerciale, dai venditori di generi di consumo alimentare per i partenti, ai prodotti più vari che possano procurare business ad ogni costo, inclusi i cambisti, dato che la moneta di qua la devi mollare in qualche modo, visto che al di là del confine più nessuno la vuole più. Quindi, prima necessità, quella di andare a liberarci dei Lari rimasti, cosa che a tutta prima doveva essere facilissima, ma dopo il terzo tentativo da altrettanti bugigattoli, uno, presidiato da un donnone avvolta in un fazzolettone colorato, che si dichiara chiusa, il secondo che non ha Euro, poi nemmeno Dollari, il terzo che dice che sono troppo pochi per essere cambiati, comincia a presentarsi complicata. 

Esterno

Con Gianluca decidiamo allora di fare un salto nel mercatone antistante, dove eravamo già stati il primo giorno e dove sembra ci siano banchetti più professionali. Alla fine ne troviamo uno che mette mano ai dollari, ma che, dal numero di volte che conta e riconta i soldi, che tira fuori dal cassetto le banconote, poi le rimette via, infine smanetta su una vecchia calcolatrice cinese, capiamo che con la matematica anche dei numeri e delle operazioni semplici, ha dei problemi. Alla fine riusciamo a farci dare i nostri verdoni e ce ne andiamo in cerca di cibo per aggiustare la cena. Ma ecco il vecchio che ci rincorre perché sembra abbia sbagliato i conti. Si rifà tutta la strada per tornare al suo bugigattolo, lui ritira fuori la calcolatrice e alla fine risulta che i conti erano giusti e che evidentemente quello del cambista non deve essere il suo mestiere. Torniamo alla stazione e ci compriamo un paio di khachapuri per riempire lo stomaco risalendo all'ultimo piano dove però, dopo poco veniamo cacciati via perché il bar chiude capirà, sono quasi le sette e mezza. Con lo stomaco a posto, ma era decisamente più un appagamento della gola che altro, cerchiamo di raggiungere il nostro treno, che dovrebbe essere l'unico che parte a quest'ora, quindi con scarse possibilità di non trovarlo. Ma l'impresa anche qui si rivela più complessa del previsto. 

Una porta

In un posto, che poi dovrebbe essere il tabellone delle partenze, quello insomma deputato a indicare da dove partono i treni, ma secondo una vecchia abitudine sovietica alla quale ero a suo tempo abituato, non è detto, è segnalato al binario 3, ma, come dicevo, non è sicuro. Gli addetti della stazione, posto che lo siano, sono vaghi al riguardo e danno indicazioni contradditorie. Andiamo dunque al 3 sgobbandoci le valigia per rampe di scale ripidissime, visto che gli ascensori sono guasti e le scale mobili anche, ma qui non si vede nessun treno, che poi dovrebbe essere qui da tempo visto che dovrebbe partire tra un quarto d'ora. Seguendo le indicazioni di altri disperati come noi, che corrono di qua e di là senza una meta precisa e con i quali cerchiamo di scambiare informazioni sempre vaghe e probabilistiche, vediamo che, ben nascosto al binario 5, un treno c'è e visto che non se ne vedono altri, rifacciamo le scale a ritroso su e giù per raggiungerlo velocemente. Qualcuno assicura che si tratta del nostro, ma non è poi così certo. Cerchiamo disperatamente qualcuno con un aspetto da ferroviere, sul treno stesso o nei dintorni del medesimo o quantomeno dalla cosiddetta dejurnaja, la capavagone che nel periodo sovietico, in ogni treno dell'URSS, presidiava come un cerbero inflessibile il proprio vagone distribuendo i passeggeri con ordine inflessibile e militaresco. 

Icona

Deve certo esserci da qualche parte. Alla fine un tizio compare e anche se non presenta alcun tipo di divisa, sembra svolgere questa funzione e da alcuni suoi grugniti, anche se non troppo convinti, desumiamo essere sul nostro convoglio. Robe da matti una dejurnaja maschio non si è mai vista, ma i tempi cambiano anche qui. Seguendo le indicazioni stampigliate sui biglietti, stavolta non ci sono dubbi, individuiamo vagone e scompartimento, dove finalmente ci stravacchiamo tranquilli e pronti alla partenza verso il confine. In realtà era più semplice di quanto sembrava, anche perché quello era l'unico treno presente in stazione, ma si sa che quando sei timoroso di sbagliare, l'agitazione la fa da padrone. Il treno mi sembra rimasto molto simile a quello dei miei vecchi tempi andati, quando traversavo l'URSS in lungo ed in largo con la mia valigetta dei contratti, piena di dépliant e di campioni. Anche allora l'amico Gianni prenotava sempre lo scompartimento cosiddetto Coupé, tale e quale a questo, nel quale ci si barricava dentro per la notte insaccati nelle tute da viaggio, per rivestirci poi il mattino dopo, rassettati alla meglio prima di arrivare in stazione. Però allora la dejurnaja di turno, quantomeno ti portava a richiesta, dei bei bicchieroni di thè, sostenuti da eleganti porta bicchieri di metallo e sottobicchieri di maiolica, forse come ai tempi degli zar, così almeno mi raccontava Eugenio. 

Fregio esterno a Jvari

All'inizio, nei bei tempi andati, addirittura ti chiedeva se lo volevi indiskji o kitaiskji (indiano o cinese), poi, capito che si era italiani, cercava di attaccare bottone raccontando di suoi ipotetici fidanzati italiani perduti nella notte dei tempi. Se ne andavano con occhi sognanti, sbattendo le ridondanti terga che sballonzolavano lungo le pareti del corridoio al ritmo del tutùn tutùn delle ruote del treno sulle rotaie. Adesso vedo che c'è solamente un grande bollitore per l'acqua calda in fondo al corridoio, davanti alle latrine e se vuoi il thè te lo devi portare da casa. In compenso vengono distribuite lenzuola e coperte, così ci predisponiamo per la notte, anche se dopo la partenza, prima di abbandonarsi a Morfeo,  conviene aspettare di arrivare alla dogana per sbrigare le pratiche necessarie. Infatti verso le 10:30 ci si ferma in piena campagna e ci fanno scendere davanti ad un gabbiotto dove in fila per uno ci appongono il timbro di uscita. Sbrigano un vagone per volta, noi siamo sull'ultimo. Davanti al portello di ogni vagone, un miliziano con un cane controlla chi sale e chi scende, non si sa mai. Riprendiamo il viaggio e dopo una mezz'oretta ecco che salgono gli Armeni, molto più scherzosi e rilassati all'apparenza, che appongono il timbro di entrata appoggiandosi al vetro. Infine scendono e si spengono le luci. 

Scompartimento coupé

Possiamo tentare di dormire. Io non riesco mai a dormire fuori da un letto vero, così mi lascio cullare dal dondolio del treno che percorre lento la piana infinita di questa Asia, ponte tra due mondi. Le ore passano in un dormiveglia tutto sommato dolce e denso di aspettative; è questo il viaggio, un lasciarsi andare lungo la via che ti porta da qualche parte, che di conduce all'altrove incognito, che non solo non ti spaventa, ma sempre ti incuriosisce. Così trascorrono le ore, quando poi il sopore passa e finisci con lo svegliarti completamente, non puoi fare altro che, seguendo il dondolarsi del convoglio, alzare la tendina esterna visto che ormai sono le sei ed è già chiaro e buttare fuori un occhio. E' così che la prima immagine che ti coglie è talmente inattesa da farti rimanere senza fiato, stupito del tuo essere lì a goderti quel privilegio. Sul fondo della pianura, il gigantesco cono bianco di neve del monte Ararat, dalle pareti che disegnano un asintoto perfetto con la pianura che si perde all'orizzonte, si staglia netto, con la piccola anticima più bassa al suo fianco, per formare una cartolina perfetta e stupefacente per quanto inattesa. Nulla all'intorno, ai suoi fianchi, davanti, vicino. Solo questo gigante solitario che domina l'orizzonte con il suo carico di storie e di leggende. Un luogo iconico che racchiude in sé misteri e bellezza assoluta. Quasi quasi ti passa di mente anche la voglia di fare colazione.

Ararat

SURVIVAL KIT

Dalla Georgia all'Armenia - Il mezzo più comodo è il treno notturno che va da Tbilisi a Yerevan in circa 11 ore, con partenza dalla stazione centrale di Tbilisi alle 20:00 (dal binario 5). Si arriva alle 7:00. Non c'è tutti ii giorni per cui informatevi prima di organizzarvi l'itinerario. Il biglietto costa molto poco per il vagone comune. Nello scompartimento Coupé da 4 letti sui 30 €. C'è anche una cosiddetta I classe con scompartimento a due letti sui 45 €. Vengono distribuite lenzuola e coperte sigillate, ma dovrete portarvi i viveri. Verso le 11 si arriva in frontiera e le operazioni, molto semplici, vengono sbrigate in pochi minuti. (Si scende sul lato georgiano, mentre sul lato armeno salgono i doganieri direttamente).

Fedele



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Ingresso

7 -  Kazbegi

sabato 31 agosto 2024

Caucaso 19 - Grotte e chiese

Ingresso della chiesa - Mtskheta - Georgia - maggio 2024


Grotte di Prometeo

Diciamo pure che questa volta il plof non ha lasciato traccia e la notte è passata tranquilla, quindi nella ennesima mattina piovosa, si parte in auto, lasciandoci alle spalle una Batumi piovosa e un po' triste, come tutte le città di mare fuori stagione, con le sue architetture criticabili, ma comunque divertenti da vedere. La fantasia in fondo non è mai da criticare e anche se è un po' trash, pazienza. Ripassiamo tutto il lungomare, al mattino è ancora più deserto; Alì e Nino continuano a ruotare su se stessi compenetrandosi in quel bacio senza fine per poi distaccarsi in uno struggente desiderio di possesso destinato a non essere mai realizzato e così anche noi lasciamo infine la città lasciandoci alle spalle quel desiderio che mi aveva preso al vedere quel confine turco così vicino e così facile oggi da scavalcare, per raggiungere la vicina Ani, con le sue maestose rovine e rivederla dopo 44 anni, così come non lo avrei mai immaginato e tornare a percorrere quelle strade anatoliche, allora sterrate, oggi chissà! A quel tempo solo soldati che ti accompagnavano vicino a quel proibitissimo confine, che mi appariva come barriera ad un mondo lontano e misterioso, che non avrei mai pensato di girare poi in lungo ed in largo, oggi invece decisamente più semplice, coi problemi di allora che si sono spostati più a nord. Il mondo cambia, le percezioni anche, rimane solo la nostalgia del tempo che non può più ritornare. 

Il fiume sotterraneo

Considerazioni nostalgiche e un po' sciocche mi direte voi, cerca di essere più concreto. E' vero, ma che mondo disperato è questo che ha sempre bisogno di doganieri baffuti, di cavalli di frisia per dividere fratelli, di armi spianate per minacciarsi a vicenda morte certa, per ribadire di essere nella ragione assoluta di fronte a chi invece ha sempre torto a prescindere, destinato a diventare concime per fertilizzare questa terra, tanto poi lo sarà comunque qualche anno più tardi. Il nostro Sarkisjan, l'autista del mezzo che ci porta verso Tbilisi, è, come dice chiaramente il suo nome di origine armena, altro popolo disperato, tra cui ci troveremo domani, forse finito da questa parte del confine, per la casualità della storia o da un matrimonio o chissà, costretto alla fuga da uno dei rivolgimenti recenti accaduti in quella terra. Guida tranquillo sulla strada ora bella e quasi deserta, mentre io tento una conversazione, osservandolo con occhio attento, visto che porta lo stesso nome di un mio caro amico, nato a Milano, dopo che la nonna era sfuggita su una nave francese al grande massacro del 1915, che mi parlava sempre di questa sua terra perduta, verso la quale nutriva grande senso di appartenenza e nostalgia. Caro Sarkis, mi sa che penserò spesso a te nei prossimi giorni. 

La chiesa di Svetis Tskhoveli

Poi il nostro prende una strada secondaria tra le colline per arrivare ad una delle meraviglie naturalistiche del paese, le grotte di Prometeo. Già perché dobbiamo sempre ricordare che qui siamo nella terra dei miti e che, visto che qui la civiltà si è sviluppata con un leggero anticipo rispetto all'Europa, le storie del passato ci hanno raccontato che tra questi monti, Prometeo rubò il fuoco agli Dei per darlo agli uomini ed in effetti proprio qui davvero scaturì quella scintilla che illuminò la mezzaluna fertile e sparse la civiltà per il Mediterraneo. Per questo gli Dei saggiamente, lo punirono legandolo su queste montagne mentre le aquile gli divoravano il fegato, pena lieve per i tempi anche se eterna, condannato a ricostituirsi di continuo. Così proprio a lui è stato dedicato questo imponente sistema di grotte, scoperte una quarantina di anni fa. Ci arriviamo proprio cinque minuti prima della partenza del tour, stavolta abbiamo avuto fortuna, se no ci toccava aspettare un'ora e ci inoltriamo nella grotta con un consistente gruppetto di persone. Da un lato bisogna dire che dal più al meno, le grotte sono tutte bellissime, ma simili tra di loro, stalattiti, stalagmiti e rocce costruite dall'acqua goccia a goccia in milioni e milioni di anni, tuttavia come restare indifferenti a queste pareti spettacolari, sapientemente illuminate da luci cangianti e sfumate via via al tuo passaggio, alle decine di massi cui la fantasia ha dato il nome di animali e figure del mito.

Pulpito

Cammini su e giù per scale e passaggi stretti che si allargano poi di colpo nel comparire improvviso di sale dalle dimensioni spettacolari dalle pareti altissime, mentre ai tuoi lati scendono cortine di sottili concrezioni calcaree o robuste colonne tra frammenti che il tempo ha congiunto. Qui infatti, ci sono almeno quattro sale colossali che ti fanno rimanere a bocca aperta ed a sguardo all'in su; le luci poi, sono state dosate in maniera assai sapiente e nei vari punti di sosta c'è anche un accompagnamento musicale molto suggestivo. Nella sala del fuoco ad esempio, tra tambureggiamenti e fragor di buccine, i continui bagliori rossi che occhieggiano dietro le rocce colossali, richiamando di continuo la leggenda, sono assolutamente stranianti, con l'accompagnamento musicale ancor di più. Insomma c'è di che trarre la giusta soddisfazione ed inserire questa visita durante qualche passaggio nelle vicinanze di Kutaisi, in quanto direi che ne vale assolutamente la pena e la fatica del percorso e delle molte scale è ampiamente ripagata. Se poi approfittate anche della parte in barca sul fiume sotterraneo, la goduria sarà completa. Anche il nostro povero Prometeo, a parte il mal di fegato, sarebbe sicuramente contento dell'omaggio dedicatogli. Poi non resta che risalire sull'auto e riprendere l'autostrada in costruzione verso Tbilisi, lungo un amplissima e bella valle, verde come sempre. Anche il cielo si è schiarito e sorride, man mano che ci allontaniamo dal mare.

La navata centrale

Alla fine arriviamo a Mtskheta a una quindicina di chilometri da Tbilisi. La città è famosa in quanto alla confluenza dei due fiumi Aragvi e Mtkhvari, fu eretta nel IV secolo sul luogo specificamente scelto da Santa Nino, la prima chiesa della Georgia. Circondata da un lungo muro di cinta, tipico per le chiese fortificate del tempo, come tanti altri siti georgiani, il luogo è ammantato da leggende e racconti di stupefacenti miracoli che lo rendono meta di continui pellegrinaggi. Infatti sembra che qui un ebreo di nome Elia abbia portato la tunica di Gesù acquistata direttamente da un soldato romano. La sorella Sidonia, al solo toccarla, morì dall'emozione e non fu più possibile staccarla dal sacro vestito tanto che la seppellirono avvolta nella tunica stessa. Ora questa famosa tunica, chi ha la mia età ricorderà un famoso colossal storico (appunto La Tunica del 1953 con Burton e Victor Mature, il primo girato in Cinemascope), ebbe una notevole importanza oltre che dalle nostre parti nelle tribolate vicende e nelle lotte di potere all'interno della chiesa medioevale, sempre alle prese tra eresie di ogni tipo, infatti per decenni si sviluppò una forte diatriba sul fatto che Gesù possedesse o meno proprio questa benedetta tunica, infatti nel primo caso sarebbe stato inequivocabile segno di possesso materiale, peculiarità che quindi non doveva essere rimproverata alla chiesa, in contrapposizione invece nel caso contrario a tutti i movimenti pauperistici che vedevano proprio in questa bramosia di averi da parte del clero, la dannazione di un potere temporale nel quale dominava l'avidità e la corruzione. 

Fedeli

In questa lotta, nella quale i sostenitori della povertà assoluta, riconosciuta come unica strada verso la vera spiritualità, ebbero quasi sempre la peggio, da Pietro Valdo, ai Catari, ai vari Fra Dolcino e a tutti gli altri massacrati o arsi vivi nel nostro medioevo, si salvò solamente Francesco, che molto più furbo degli altri accettò di subire la superiorità del resto della Chiesa Maggiore, ritagliandosi un suo spazio in cui far convergere coloro che riconoscevano nella povertà, la strada corretta. Vedete che complicazioni erano nate in quel tempo su un semplice lembo di stoffa. Intanto da queste parti, dove la tunica era stata intanto sepolta come un sudario salvifico attorno al corpo di Sidonia, proprio sulla tomba crebbe un colossale cedro che fu abbattuto nel IV secolo per far posto alla costruzione della chiesa, dopo che Santa Nino riconobbe la santità del luogo stesso. Ma dopo l'erezione dei sei pilastri che dovevano sostenere il tetto, quello messo al posto del cedro si sollevò da terra miracolosamente e solo dopo che la Santa passò tutta la notte in preghiera, vi ripiombò spargendo attorno mirra da ogni parte, che guarì all'istante tutti i malati convenuti in attesa dell'evento miracoloso, che puntualmente ebbe luogo per premiare i fedeli lì convenuti. Tanto è che la chiesa, rifatta nell'XI secolo, con ristrutturazioni successive del 1400, prende appunto il nome di Chiesa del Pilastro salvifico (Svetis Tskhoveli). 

Già l'ingresso nelle mura è assolutamente imponente e la costruzione che giganteggia al centro lo è altrettanto, di certo la più grande che abbiamo visto in Georgia. Le pareti alte danno all'interno un certo respiro e la luce del sole che penetra come un raggio divino dall'alto attraverso le minuscole aperture della cupola, una magia mistica davvero coinvolgente che raggiungere il suo apice quando vanno a colpire direttamente il famoso pilastro del miracolo attorno al quale si affollano i fedeli, alcuni guidati da un grosso pope dall'aria gigiona che impartisce benedizioni a destra e a manca. Altro punto di grande interesse sono i numerosi affreschi ancora ben distinguibili sulle pareti e sull'abside, sui pilastri e sulle volte, nonostante il tempo ed i danni dell'umidità, oltre alle tante bellissime e molto venerate icone sparse per tutta la chiesa, oltre che sulla maestosa iconostasi. Davanti ad un'abside secondaria completamente occupata da un gigantesco Cristo Pantocratore che abbraccia simbolicamente l'intero edificio, una fila di anziane donne appongono ceri accesi che illuminano l'ambiente circostante di una luce gialla e coinvolgente; tu senti solamente il mormorio delle preghiere, mentre il raggio che fende la chiesa dall'alto si mescola a questo chiarore soffuso come se il cielo vi rispondesse direttamente. Una incredibile sensazione.

La base dle famosso pilastro

La religione ha senza dubbio una potenza di coinvolgimento che non ha uguali e bisogna necessariamente concludere che sfruttando questa forza è davvero facile controllare i popoli e coinvolgerli a qualunque fine, tanto che anche oggi, pur dopo una fase illuminista e rivoluzionaria che ha coinvolto larga parte dell'umanità se ne vedono tracce consistenti dappertutto con tutti i danni conseguenti, purtroppo. Passiamo ancora davanti al famoso pilastro, posto vicino ad un pulpito mirabilmente ricoperto di pitture e continuiamo a girare per gli angoli più nascosti della chiesa, attenti a non calpestare le tante pietre che racchiudono tombe di personaggi che hanno fatto la storia del luogo. Mi piace osservare la devozione della gente che rimane davanti ad una icona o con lo sguardo rivolto ad un grande affresco; chissà quali sono le sue pene delle quali qui cerca consolazione. Quando poi esci passando sotto il nartece che prolunga il senso di sacro all'esterno, sulla vasta spianata, ti volti indietro per abbracciare ancora una volta con lo sguardo la grande costruzione, un pezzo architettonico indubbiamente di gran pregio e ti fermi ancora lungo le mura per apprezzarne la vista complessiva, le alte mura laterali, le facciate successive ricoperte di fregi e sculture, come sempre di grande raffinatezza, lo schema tripartito delle navate che si ripete nei corpi successivi fino alla cupola centrale dodecagonale di pietra policroma, sormontata da un ardito cono di tegole scure. 

Davvero una costruzione che non lascia indifferenti. Lontano sulla collina, un piccolo monastero che sovrasta la valle e ne corona la cima, verso il quale muoveremo presto il passo. Usciamo sulle mura esterne e veniamo subito avvolti da un profumo celestiale. No, non si tratta di aromi divini, di balsami sacri che ammantano sepolcreti di incensi ed unguenti delicati, ma di uno straordinario ed avvincente profumo di pane appena sfornato che in un negozio prospiciente la strada, un anziano fornaio sta estraendo, un pezzo alla volta, con un movimento antico e sempre uguale, da un forno tradizionale, deponendolo via via su un bancone, ancora bollente. Mentre il pane fuma, sembra di sentire ancora il croccare della crosta delicata, lo sbriciolarsi dei bordi cicciotti e caldi, da scottarti le dita. Va bene la carne è debole e cede di fronte all'arte, ma accidenti che spettacolo quel pane fragrante che addenti con foga mangiandolo a grandi bocconi, anche perché oggi, bisogna dirlo, ancora non abbiamo toccato cibo! Così seduti sul muracciolo millenario ci sgranocchiamo un pane a testa, così senza companatico, buonissimo da solo, senza bisogno di accompagnarlo con null'altro che non la nostra soddisfazione di stare vivendo un momento magnifico. I palazzi della fede, nella loro bonomia, ci benedicono, in fondo siamo pur brava gente.



Pope


SURVIVAL KIT

Grotte di Prometeo - A circa 20 km da Kutaisi, raggiungibili facilmente anche da Tbilisi o da Batumi (circa 3 ore in auto). Si può arrivare in taxi o marshrutska. L'ingresso è di 20 Lari + 15 per il giro in barca optional. I tour sono solo guidati e partono ogni ora per un percorso di circa 1800 metri ed eventuali 300 metri in barca su un fiume sotterraneo. In ogni caso alla fine del percorso si esce una quarantina di metri più in basso attraverso un tunnel scavato nella roccia ed una navetta gratuita riporta al parcheggio dell'ingresso. Calcolate circa un'ora per la visita. Si può unire la visita ai sanatori abbandonati di Tskhaltubo o ai monasteri di Jvari e Svetistskhoveli se arrivate da Tbilisi.

Mtskheta - Cittadina situata in una magnifica posizione alla confluenza di due fiumi, a circa 15 km da Tbilisi. Da vedere innanzitutto il complesso della chiesa di Svetis Tskhoveli, patrimonio Unesco, famosa per essere oltre che il primo edificio religioso di questa importanza costruito in Georgia e quindi non mancate di salire fino al monastero di Jvari, sulla collina retrostante, dalla quale potrete avere una spettacolare vista sulla città.


Grotta di Prometeo
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7 -  Kazbegi

lunedì 26 agosto 2024

Caucaso 18 - Passeggiando a Batumi

Mare a Batumi - Georgia - maggio 2024


I delfini
Il cielo è scuro, il mare livido, la pioggia è sempre triste e non sa raccontare belle storie eppure questa viene raccontata proprio come la città dell'amore e tale vuole sembrare. In ogni giardino ci sono statue su questo tema, grandi cuori intrecciati, figure tenere che si baciano, cuori rossi serviti su vassoi di ferro battuto, ma se nessuno cammina per la strada tenendosi per mano, se tutti cercano di ripararsi alla meglio sotto cortine di fortuna, la spiaggia è triste, inclusa la statua di Medea, che quella caso mai avrebbe i suoi motivi, le panchine nei giardini vuote ed i chioschi attendono invano di servire freddi gelati a bambini che non piangono neppure. Tuttavia possiamo certo criticare questa città per le sue esagerazioni e la sua smodata voglia di diventare quello che forse non riuscirà mai, ma questa passeggiata ti racconta di chilometri di spazi pubblici che vengono regalati ai cittadini, pieni di alberi e di fiori, accessibile a tutti gratuitamente, con bar e luoghi di divertimento, di giardini curati e di panchine, piste ciclabili ed una bella spiaggia pulita anche se con questa pioggia che magari ti disturba, ma ci dobbiamo ricordare che siamo in un'area quasi tropicale e la pioggia deve essere di casa, se, tra le altre cose vuoi tutto questo bel verde che ti circonda. 

Nuovi palazzi

Certamente c'è anche il trash e le costruzioni di speculazione che già si sbriciolano, ma anche quelle antiche e sovietiche che celebravano la grandeur del sistema, tutte interessanti da vedere, come ad esempio l'Octopus Batumi, il bar a forma di polpo rivestito di mosaici o le nuove realizzazioni celebrative come la grande torre illuminata dedicata all'alfabeto georgiano, alta 130 metri, con le sue pareti in traliccio su cui si stagliano le lettere, su cui salire per ammirare i dintorni, oppure il nuovo grattacielo con la ruota panoramica o la fontana progettata per erogare direttamente chacha, cosa poi ovviamente non realizzata sia per il costo spropositato della grappa stessa che per i problemi di ordine pubblico che avrebbe procurato, vista la presenza della massa di russi notoriamente poco inclini a contenersi quando si parla di alcool. Insomma una città all'apparenza un po' matta, una specie di Disneyland fortemente voluta dal politico Saakhashvili, prima di essere cacciato, amatissima dai turisti russi a loro volta molto mal sopportati se non addirittura odiati dai locali che invece vivono ad un paio di isolati verso l'interno ancora nelle vecchie krushove che si stanno lentamente disfacendo, sottostando da decenni all'ingiuria del tempo. 

Panchine

D'altra parte per capire questo sentimento basta dare un occhiata alle sfilate delle panchine del parco che portano intarsiato in un bel legno più chiaro, proprio sulla seduta, la scritta Fuck Putin e non si tratta di un graffito, sono proprio state progettate così. Sulla punta del molo, non lontano dal faro costruito a somiglianza di quello antico di Sukhumi, nella vicina ma irraggiungibile Abkhazia, spicca un grande monumento mobile alto quasi dieci metri. Costruito nel 2010 dall'artista georgiana Tamara Kvesitadze, è un inno all'amore contrastato. I protagonisti sono due personaggi di un famoso romanzo georgiano, Ali un ragazzo povero e musulmano azero e la principessa cristiana Nino, che all'inizio del secolo scorso furono irrimediabilmente separati dalla guerra e che, novelli Romeo e Giulietta, si giurarono amore eterno senza potere mai ricongiungersi per la morte di lui. Le due grandi statue ruotano lentamente per poi riuscire a ricongiungersi lentamente compenetrandosi in un lungo bacio per poi separarsi nuovamente senza speranza, proprio a rappresentare il desiderio del superamento delle divisioni religiose ed etniche attraverso l'amore, argomento che in questo Caucaso dai cento contrasti e dalle guerre infinite, è quanto mai particolarmente attuale. 


Ali e Nino
E' intanto arrivato il tramonto e osservare queste due figure di acciaio che si attraggono l'un l'altra in questo movimento circolare fino a fondersi per un attimo prima di lasciarsi apparentemente per sempre, di fronte al mare, coinvolge assolutamente, come si capisce anche guardando i volti delle tante coppie ferme qui di fronte con il naso all'in su, che si stringono l'un l'altro, anche perché la brezza della sera è già un poco freschina. Per calarci il carico da undici poi, proprio sotto il monumento un piccolo gruppo di artisti suona una melodia struggente, il violino la infiora, il flauto la colora di malinconia; quasi quasi colano le lacrime. Poi caso mai ci si va a prendere un gelato sul molo, che qui li fanno i turchi e sono molto buoni. Adesso che è ormai scesa la sera andiamo a farci un giro nella città vecchia, che è uno straordinario misto frutta tra costruzioni d'epoca restaurate in modo "creativo" con aggiunte di certo molto criticabili secondo il nostro metro, ma che hanno creato una serie di edifici quantomeno interessanti da considerare, al fianco di altri moderni, ma costruiti secondo stili falsi e rigenerati, fino a creare un melange che ha comunque un suo lato assolutamente curioso. 


Torre dell'alfabeto

Naturalmente poi abbiamo anche le varie piazze di cui vi ho parlato, con le copie della fontana del Nettuno e tante altre curiosità che vanno viste più che raccontate. Tuttavia rimane molto piacevole passeggiare lungo queste vecchie vie di acciottolato umido e portoni di legno scolpito. Riusciamo a vedere la moschea molto colorata, che racconta di una terra che per tre secoli è stata sotto l'impero ottomano che qui ha lasciato molto della sua impronta islamica, mentre la Cattedrale è ormai chiusa e ci dobbiamo contentare della sua imponenza esterna. Niente da fare anche per la sinagoga, in quanto di ebrei, qui ne sono rimasti pochissimi, da quando alla fine dell'URSS la maggior parte ha scelto di trasferirsi in Israele. Bisogna comunque fermarci per un boccone e dobbiamo scegliere se provare una delle tante offerte di cucina locale, in quanto pare che questa abbia un tocco particolare rispetto a quella tipica del resto del paese. Sembra infatti che le khachapuri agiare siano assolutamente imperdibili a cominciare dalla Adjaruli, che dovrebbe essere nata proprio qui. Si dicono poi meraviglie della Lazuri che prevede l'uso di due tipi di formaggio, in sostanza spesse fette di sulguni che viene fatto fondere sopra al consueto strato di imeruli sottostante. 

La moschea

Se vi chiedete cosa significhi formaggio fuso sopra un altro formaggio fuso, bisognerebbe provarlo, si dice una delizia sibaritica per gli amanti caseari che non ha eguali. E poi ancora i Sinori, fatte di pane lavash (pensate alla carta da musica sarda) inondato di burro e ricotta, per non parlar del Borano, una specie di fonduta con ancora burro caramellato ed infine si dice che qui si mangi il miglior stufato di manzo possibile. Tuttavia noi siamo attirati, visto che con l'amico Gianluca, si stanno progettando scorribande senza limiti negli sconfinati spazi dell'Asia centrale, dal ristorante Altai che promette cucina genuina delle steppe. Infatti qui si mangia il più genuino plof possibile, un riso cotto con spezie, uvetta e carne, che teoricamente dovrebbe venire rimestato per ore in un gran pentolone, che secondo tradizione non si dovrebbe mai pulire. Devo dire che questo è un altro tuffo nel passato, di un tempo quando al termine di una lunga trattativa andata a buon fine fui invitato a festeggiare nella casa del nostro cliente a Taskent in Uzbekistan. In una grande corte c'era infatti proprio il pentolone, che troneggiava sul fuoco nero di fuliggine, con gli inservienti che rimestavano il contenuto di continuo e ne mangiammo molto visto che era buonissimo. 

La cattedrale

Non facemmo certo caso, dato il clima di festa che aveva contagiato tutti, alla quantità davvero importante di mosche che vi stazionavano sopra di continuo e che un ragazzino tentava di scacciare volenterosamente con un  scopino, né alla adiacenti latrine dall'altro lato del cortile, di certo precedente stazionamento delle mosche stesse. Il plof (da cui deriva pilaf) è un cibo comunitario che appunto deve essere presente in tutte feste, per consacrare amicizie e buonumore. Ci divertimmo molto tra canti e balli, visto che ad un certo momento in questi casi, dopo che la vodka ha cominciato a scorrere copiosamente, compaiono un paio di strumenti e tutti si mettono a ballare. Fu davvero un bel momento che ricordo ancora con piacere tra abbracci e rinnovate amicizie. Tuttavia nei tre giorni successivi dovetti sottostare ad una durissima punizione di Montezuma o di Tutankhamon o come diavolo si chiama da quelle parti, di cui oltre non vi dirò per non impressionarvi troppo, ma ricordo bene che è stata dura e questo non ha contribuito a farmi avere un buon ricordo di Taskent. Questo invece, servitoci con garbo e anche con un cero stile, è andato giù benissimo accompagnato anche da una buona zuppa che ha sapientemente riscaldato lo stomaco prima di andare a dormire.

Palazzi

SURVIVAL KIT

In giro

Cosa vedere a Batumi - Passeggiare sul lungomare, girare per il centro storico godendosi i vecchi palazzi liberty, quelli neoclassici o quelli sovietici, con i vecchi portoni in legno, dove vedere se sono aperte, la Sinagoga e la Moschea, tanto per capire che la Georgia non è monoliticamente cristiana; la piazza degli eroi; i baretti turchi sempre aperti; il museo Archeologico e quello etnografico della regione Agyara; la Cattedrale e la Chiesa di S. Nicola; il mercato centrale, non molto dissimile da quelli delle altre città. Fuori città, c'è il grande orto botanico, la collina raggiungibile con la teleferica (Agro cable car) da cui vedere la città dall'alto; gli scavi archeologici romani di Gono-Apsaros. In città provate a gustare la cucina agiara, gustosa e ancor più pesante della normale georgiana, con sovrabbondanza di formaggio e di burro. Bando ai trigliceridi, vi rimetterete a casa.

In centro a Batumi
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7 -  Kazbegi

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