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domenica 8 marzo 2026

Mau 14 - Il treno del ferro

Il deserto verso Choum - Mauritania - gennaio 2026

 

deserto
Ecco una nuova alba che nasce all'orizzonte lontano del deserto, ecco un nuovo giorno che si apre davanti a noi. Ci aspetta un bel pezzo di strada oggi, passiamo prima di nuovo alla rotonda del mercato per registrarci al posto di polizia, qui c'è un apposito ufficio per chi prosegue lungo la strada N1 verso nord. La strada va dritta verso la lontanissima frontiera algerina, oltre mille chilometri, e percorre per un lunghissimo tratto il confine con l'ex Sahara Spagnolo, oggi a tutti gli effetti Marocco, avvicinandosi più o meno alla linea retta tracciata a tavolino tanti anni fa al tempo delle indipendenze degli stati attuali, addirittura, come già vi ho detto, penetrando in quel territorio per circa cinque chilometri, quando il confine diventa una linea retta, perché quando si fanno le strade si seguono le piste millenarie, quando ancora il Sahara era una terra di tutti e di nessuno e a queste cose certo non si badava, quando al tavolo delle potenze europee, qualche burocrate tracciava righe rettilinee, purché fossero semplici e consensuali che dividessero territori, comunque giudicati inutili scatoloni di sabbia, senza stare lì a mandare schiere di cartografi che valutassero linee di livello, letti di fiumi antichi e altri elementi geologici che di norma si prendono in esame quando si discute di confini. Infatti dopo una trentina di chilometri dalla città, eccoci sul bordo di una catena montuosa che dai 400 metri circa di altitudine ci fa scendere di un paio di centinaia di metri di livello. 

Case di Choum
La strada sempre rettilinea, qui si intorcina subito in una serie di tornanti aggrovigliati che consentano la discesa in maniera piuttosto veloce. Davanti si stende una porzione di terreno piatto e semiroccioso, con qualche cocuzzolo di rocce eruttive che ancora spunta visibile di tanto in tanto, a formare un acrocoro che si estende per centinaia di chilometri nel nulla più assoluto. Ma qui nel salto di livello, la pista diventata strada ed è stata progettata e costruita con mezzi moderni, grandi escavatori e macchine movimento terra di dimensioni assolutamente moderne. Qui la roccia da attraversare, è stata spezzata, frantumata e rivoltata per bene, al fine di levigare il più possibile la pista per farla diventare il più possibile somigliante ad una vera carrozzabile. Questo ha fatto sì che una consistente quantità dell'interno delle rocce che hanno costituito questo rilievo per milioni di anni, venisse alla luce ed ora giaccia ammonticchiato ai bordi della strada. E quale è la meraviglia straordinaria nel vedere la varietà dei colori, delle venature e dei disegni che mostrano questi frammenti abbandonati! Basta fermarsi negli spazi appositi, in una delle curve a belvedere, dove la strada si allarga, per godere del paesaggio lontano e subito vieni accalappiato dalle pietre che sono ammonticchiate davanti a te e che formano la barriera di protezione sulla discesa sottostante. 

Rocce venate
La roccia appare come piuttosto tenera, ma ha rotture nette e lisce come la selce, solo che aperte queste spaccature sull'interno, ecco che compaiono, una serie di striature perfettamente lineari, ognuna di un colore diverso, che evidentemente raccontano di sedimentazioni successive o di eruzioni di materiali effusivi contenenti minerali ed elementi diversi che, compressi successivamente dagli strati che si sono sovrapposti hanno dato forma a questa meraviglia della natura, tra l'altro assolutamente non riconoscibile dove la roccia non è stata frantumata. Vien voglia di prenderseli tutti e portarseli a casa. La grana è che ognuna, pesa, guarda caso come pietra e naturalmente i più belli e straordinari sono i pezzettoni di maggiori dimensioni e penso che arrivare all'aeroporto con lo zaino pieno di pietre sarebbe decisamente imbarazzante. Così alla fine bisogna fare una veloce cernita, scartandone con grande dispiacere qualcuna davvero bella. Comunque sia, col nostro bottino gelosamente nascosto nelle borse, scendiamo verso il basso e ci apprestiamo a percorrere questo infinito territorio che ci si para davanti. Ci stiamo dirigendo verso le famosissime miniere di ferro di F'derik e Zouerat, che furono aperte negli anni '60 e producono polvere di ematite di altissima qualità, con una percentuale di oltre il 65% di ferro e che rappresenta fino ad oggi una delle più importanti risorse minerarie del paese. 

Le locomotive
Per sfruttare questa ricchezza, la società francese che aveva effettuato i primi scavi, ha costruito, in soli due anni dal 1961 al 1963, una ferrovia a scartamento normale, che percorre i 700 km dalla miniera fino al porto di Nouhadibou, sulla costa, dove il minerale viene caricato sulle navi ed esportato in tutto il mondo, principalmente Europa e Cina. Nel 1974 la Société Anonyme de Mines de Fer de la Mauritanie ((MIFERMA) è stata nazionalizzata definitivamente ed ora tutto quanto gravita attorno a questa realizzazione è della Société Nationale Industrielle e Minière (SNIM), sigla che vedrete dappertutto e che contribuisce in maniera consistente al PIL nazionale. Quando nel 1975 la Mauritania tentò di annettersi parte del Sahara Spagnolo, scoppiò una specie di guerra con il movimento Polisario che attaccando sistematicamente la ferrovia la mise fuori funzione impedendone di fatto il lavoro. Questo provocò in effetti una forte crisi economica al paese, che subì quindi un colpo di stato, con la successiva uscita dalla guerra e rinuncia definitiva al territorio. Nell'1980 la ferrovia riprese la sua funzione che prosegue tutt'oggi. L'opera è stata una realizzazione titanica e rimane l'unica ferrovia del paese e corre parallelamente al confine di cui vi ho già parlato, sconfinando anch'essa per un brevissimo tratto. La cosa curiosa è che questa strada ferrata viene percorsa solo da treni merci che la percorrono avanti, carichi di materiale e indietro, vuoti, quattro volte al giorno. 

Il treno
Il treno, trainato da quattro locomotive, è formato da circa 250 vagoni ed essendo quindi lungo quasi tre chilometri, è conosciuto come il più lungo treno del mondo in esercizio e proprio per questo è diventato una attrazione turistica ben nota, anzi i vieri avventurieri si fanno orgogliosamente vanto di salire abusivamente sui vagoni aperti, carichi di polvere di ferro e percorrere l'intero percorso fino al mare rimanendo a bordo per tutte le 18 ore cerca necessarie a percorrere la tratta. Salire di soppiatto sul treno nel punto di partenza, non è ufficialmente vietato, ma di certo ha una sua forte pericolosità visto che il treno ha sobbalzi improvvisi e sbatte parecchio, pur essendo lentissimo. Si sono infatti già verificate diverse cadute con esito mortale. Inoltre la notte è freddissima e soprattutto si è sottoposti ad una continua nuvola di  polvere di ferro che il vento solleva e ti sbatte in faccia, negli occhi ed in bocca, tanto che questi viaggiatori di natura turistica, si muniscono generalmente di occhialoni da sci e si coprono ben ben da capo a piedi, mentre i locali si fasciano la testa con robusti cheche protettivi. E' insomma una prova di coraggio, ormai nota come l'ultima avventura, che ha avuto notorietà attraverso film e serie televisive e che qualche ragazzo desidera fare per mettersi alla prova, tra sfida e disagio fisico. 

Ancora il treno pieno
Noi proseguiamo lungo la strada, mentre la ferrovia a binario unico naturalmente corre al nostro fianco. Ogni tanto la scavalliamo per passare in mezzo a qualche casupola semiabbandonata, tracce minime di paesi, che hanno o hanno avuto qualche cosa a che fare con le attività della ferrovia, qui tutto dipende da questa impresa e ad essa è legata. Anche le case sono costruite tutte piantando profondamente nella sabbia una serie di traversine di ferro a costituirne il perimetro, ricoperte da un tetto di frasche secche e poi trasformate in pareti con l'apposizione di un intonaco di fango e paglia. Siamo ormai ad un centinaio di chilometri dalla stazione di partenza ed ecco che si sente un rumore lontano che proviene da nord, dove il binario si perde nella foschia. Poi, ecco che una sorta di nuvola sempre più alta si solleva da esso e finalmente appare, tremolante alla vista, la testa della prima locomotiva che avanza verso di noi, poi ecco apparire al suo traino le altre e poi l'infinita sequenza di vagoni tutti uguali, dalla cui parte superiore scoperta emergono monticelli di polvere nera, mentre il sommovimento provocato dalle scosse e dal trascinamento fa alzare nuvole di materiale che si disperde nell'aria circostante. Così l'enorme bruco scorre lentamente al nostro fianco infestando tutta l'area attorno a noi, per un tempo lunghissimo che sembra non finire mai. 

La coda
Pensate ad un convoglio di circa tre chilometri di lunghezza che sferraglia al tuo fianco, attorno ai trenta/quaranta chilometri all'ora e continua a procedere per un tempo infinito, mentre tu ti sforzi di capire dove arriva la fine, il famoso ultimo vagone, che non arriva mai. Poi, finalmente, mentre non sei riuscito a calcolare quanto tempo è stato necessario, ecco che il treno finisce e anche la coda passa finalmente al tuo fianco quasi scodinzolando, come un lunghissimo bassotto e poi il tutto si allontana lentamente in una nuvola grigia che si perde all'orizzonte assieme al rumore che si fa sempre più fioco. Diciamo che se andasse ai trenta all'ora, mal contati, ci metterebbe all'incirca sei minuti a passarli tutti, sei minuti che ti sembreranno una eternità e poi rimarrai lì a guardare cercando di scorgerne la forma ancora per un po', fino a che tutto, vista e suono si annullano definitivamente nel silenzio del deserto. Potrebbe benissimo essere il set di un film di fantascienza che si svolge su un pianeta minerario alieno e privo di uomini. Ripartiamo e dopo una mezz'oretta ecco che raggiungiamo il treno di ritorno, che percorre lo stesso binario vuoto per arrivare di nuovo alla miniera per un nuovo carico. Lo percorriamo tutto, visto che la strada è vicinissima alla massicciata e ci mettiamo parecchio tempo, visto che la nostra velocità non è poi molto più alta della sua. Dopo che lo abbiamo superato ci fermiamo per vedercelo ripassare di nuovo al nostra fianco. 

Il tunnel
Questo essendo vuoto non lascia dietro di sé la nuvolaglia polverosa e si notano alcuni vagoni pieni di materiali vari che evidentemente vanno a rifornire la miniera stessa e chi ci vive attorno, visto che lì è nata una vera e propria città che funge da punto di transito per le frontiere del Marocco e successivamente, quella molto più lontana dell'Algeria. Detta così non sembra niente di che, ma vi assicuro che questo è uno spettacolo un po' unico che lascia con robuste sensazioni e che val la pena di vedere, con tanto che non è ancora finita qui, come vi dirò in seguito. Certamente cerchi di scattare foto alla meglio cercando una messa a fuoco tra la polvere e lo sferragliare dei vagoni che ti sfilano al fianco, ma come volete che possano rendere l'emozione del passaggio, la vista di questo oggetto alieno e mostruoso che taglia il deserto e si perde all'orizzonte a fronte di immagini sfocate o mosse o che comunque non potranno mai rendere la dimensione e l'unicità dell'oggetto. Intanto noi procediamo e poco più avanti facciamo una deviazione verso il profilo montuoso che si alza alla nostra destra. Ci infiliamo in una delle sue valli ed ecco un'altra cosa curiosa, in fondo al vallone, dove si erge una parete rocciosa piuttosto alta che impedisce il valico, dentro la quale ecco che si apre una apertura assai regolare. 

Nel tunnel
Si tratta di un tunnel lungo oltre due chilometri scavato nel 1962 dai francesi al momento della costruzione della ferrovia, poiché le autorità marocchine avevano richiesto per il permesso di sconfinare attraverso quel minuscolo tratto di frontiera che riduce il percorso di diversi chilometri, ma erano state proposte condizioni capestro giudicate inaccettabili. Allora, visto che in quel periodo tra l'altro in queste zone, si sparava, e date le richieste di indipendenza che provenivano dal popolo Sahraui, questione che al momento sembra fortunatamente sopita, si decise la costruzione del tunnel che allungava la strada ma risolveva il problema, se pur onerosamente, tanto che questo tunnel fu battezzato come "Il monumento alla stupidità europea in Africa". Successivamente al termine del lavoro, nel 1991, pacificata finalmente l'area, con un nuovo e più intelligente trattato si concesse il passaggio, con la realizzazione di un tratto di 5 chilometri che passa al di là della frontiera, accorciando la tratta e rendendo completamente inutile l'opera ormai conclusa che tuttavia è al momento è ancora perfettamente percorribile, cosa che infatti facciamo subito, anche se è come infilarsi in un buco nero, piuttosto pauroso del quale ignori il finale. Ma il fondo è buono e quindi con la perizia dei nostri autisti, che lo avranno già attraversato chissà quante volte, vediamo il chiarore in fondo, che preannuncia, la fine del tunnel e la sua definitiva uscita. Anche questa volta, tra una emozione e l'altra, siamo nuovamente usciti a riveder le stelle, anzi il sole, visto che siamo ormai a mezzogiorno. 

Il treno carico


M18 - La forza del destino









giovedì 5 marzo 2026

Mau 13 - Tra le case di Atar

Panettieri del mercato di Atar - Mauritania - Gennaio 2026

 

Al mercato
Come già avevo raccontato, Atar è una polverosa città di una certa importanza sulla RN1 che conduce dalla capitale all'Algeria. Di qui, parte il bivio che da un lato la fa proseguire verso nord, continuando in un continuo contatto lungo il confine con l'ex Sahara Spagnolo, ora ormai considerato definitivamente Marocco anche sulle carte, anzi in un punto vicino a Choum sembra traversarne uno spigolo, penetrando in quello che è territorio straniero, almeno a vedere quello che è segnato su queste mappe in cui i confini erano stabiliti in lontani trattati, tracciando linee con la riga su una carta geografica, mentre a destra si stacca quella pista ancora non asfaltata, ma in fase di riassetto che abbiamo percorso noi nei giorni precedenti e che si dirige verso il Mali, una delle grandi traversate orizzontali del Sahara. Ritornarci per me è un ripercorrere non già una strada di cui ricalpestare i passaggi, ma una specie di pellegrinaggio, per rivedere luoghi con occhio diverso, perché Atar rimarrà comunque per me un ospedale a mezzanotte, mentre un ragazzone nero come il cielo e il mio animo in quel momento, che mi spinge su una carrozzina con tre ruote, verso una stanzetta linda con una macchina per le radiografie e due ottimi medici che mi raccontano la situazione, cercando di convincermi sulla abilità dei chirurghi che operano nella capitale e anche della sanità pubblica, che mi assicurano essere completamente gratuita e, eheheheh, senza tempi di attesa, infatti, dato l'assenso mi avrebbero operato il mattino dopo.

Auberge Mer e desert
Ma lasciamo stare i brutti ricordi e così eccoci a tornare a mangiare all'Aubege mer e desert, che strano nome in mezzo alle sabbie dell'Adrar, in cui la gioviale signora Aisha, (ma si chiamano tutte così le belle signore, da queste parti?) torna a servire una fantastica brocca di carcadè ghiacciato, con suo dolce sapore esotico di Africa Orientale Italiana, quella AOI che ha perseguitato anche il nostro passato di potenze coloniali da barzelletta. Lo sapete che c'era prima della guerra, una marca di sigarette con questo nome? Io, da ragazzino collezionavo pacchetti di sigarette vuoti e ne possedevo uno, di AOI, ancora pieno, grigio con le tre lettere scritte nel classico font del ventennio, e ancora perfettamente conservato che il mio compagno di banco, Gian Vito, aveva trovato in soffitta e che mi aveva regalato per la raccolta. Un vero cimelio, credo. Comunque il carcadè va giù come l'olio, in attesa del solito riso carne e verdura che allieta i nostri pranzi e le nostre cene, mentre un bel cartello appeso al muro, residuo evidentemente di altri tempi recita: Porte de la moustache autorisé, con il quale direi mi sento perfettamente a posto. Ce ne andiamo, dopo aver promesso di tornare stasera per cantare e suonare insieme, ormai siamo clienti fissi. Poi raggiungiamo al nostro albergo percorrendo un dedalo di strade che si infilano tra case intonacate di fango e paglia perfettamente squadrate, come pare d'obbligo nella moderna architettura mauritana comune. 

Asinello
Dalla camera preferisco poi uscire al più presto, visto che in quelle nude pareti rivedo solamente una tremenda notte insonne e piena di preoccupazioni. Ripercorriamo, questa volta con più calma il mercato, in cui mi sembra di rivedere sempre le stesse persone di un anno fa. Che scherzi fa la memoria all'anziano. Le carriole piene o i carrettini carichi di pane, anche se siamo già a metà pomeriggio, stazionano sugli angoli. Gli asinelli addetti al traino stanno in piedi con le zampe anteriori impastoiate, mogi ad aspettare che la giornata finisca e venga allungato loro un sacchetto da appendere al collo, in cui infilare il muso morbido e masticare quel che passa il padrone. La maggior parte ha un orecchio mozzo e non saprei dire se questa è una caratteristica voluta o un danno permanente causato da chissà quale incidente o punizione. Noi abbiamo parcheggiato al rond point, la famosa rotatoria che è anche il centro della cittadina dove si apre la strada del mercato e da cui si diparte appunto il bivio, dove il profumo di pane fresco si spande dappertutto ed i banchi vedono frutta, verdura e sale e zucchero sfuso in cristalli. Ci sono anche cambiavalute a disposizione, ma alla fine le necessità di contanti qui sono talmente minime che alla fine ne avanzeremo ancora dei primi ouguiya cambiati, ma che nome strano, l'ho già detto che è una deformazione nella lingua locale della parola oncia?

Il venditore di coriandolo
Mi sembra di sì, comunque anche qui insinuandoci nella parte coperta e più scura del mercato, non mi sembra di incontrare nessun tipo di atteggiamento ostile e men che meno sorridente o di simpatia, verso di noi che in fondo siamo veramente dei corpi estranei che non aggiungono nulla di produttivo al mercato stesso, contrariamente a quanto si leggeva nei resoconti di viaggio di quindici, venti anni fa, in cui si parlava di una certa rudezza e insopportazione quando non di evidente ostilità. Certo basta chiedere se vuoi fare una foto senza insistere e nella maggior parte dei casi scatta un sorriso. Una madre e una figlia giovane e molto carina, Fatma, ci forniscono consulenze approfondite invece sull'acquisto di bijotteria spicciola, quella almeno non manca mai in ogni mercato pur misero che si rispetti e alla fine usciamo a riveder le stelle senza problemi di sorta. Poi ripetiamo il giro fuori città, nella valle dove è stata scoperta l'antica città carovaniera sepolta dalla terra vicino ad un uadi ormai seccato. Ma gli archeologi francesi che ci lavorano, sembra siano partiti ieri ed è tutto chiuso. Ma questa antica cittadella, la cui recinzione protettiva di rete metallica mi pare alquanto sgarruppata ed in stato di abbandono, di cui vi allego a fianco una ricostruzione fatta da Chat Gpt, da cui pare stiano emergendo una serie di strati successivi, era niente di meno che la capitale di un regno che andava dal Ghana fino alle sponde del Mediterraneo, forse dunque proprio la più importante di quella collana di città di sosta della carovaniera che continuiamo a percorrere attraverso il paese e che per secoli ne hanno segnato l'importanza e le fortune commerciali. 

Azougui (ricostruzione di Chatgpt)
Certamente a vedersi oggi non si direbbe proprio, quattro pietre malandate e qualche muretto rimesso insieme e riallineato alla meglio e per la verità se devo essere critico, non mi sembra proprio che in un anno si siano fatti troppi passi avanti negli scavi, forse anche il ministero della cultura francese ne ha pochi da spendere considerati anche tutti quei fondi da destinare al riarmo, capirà. Forse sarebbe interessante andare a dare un'occhiata al piccolo museo dove penso abbiano portato quanto ritrovato quaggiù, ma temo che anche questa volta non ci sarà il tempo per andare a vedere di persona. Comunque questo era un vero e proprio impero e probabilmente sotto queste sabbie di cose interessanti ce ne dovrebbero essere ancora parecchie da tirar fuori. Tra l'altro si dice che i rilevamenti satellitari abbiano scoperto che la città giace sopra un vero e proprio fiume sotterraneo gigantesco che potrebbe rifornire abbondantemente la città intera, facendola rinascere anche grazie alla sua posizione di crocevia, che se era stata importante per cinquecento anni, potrebbe tornare a diventarlo. Il luogo, intrecciato di fondivalle che si perdono in fondo a larghi canyon, sembra effettivamente predisposto, si indovina l'umidità qua e là nei punti più rigogliosi dell'oasi, con frequenti pozze di acqua stagnante e ciuffi di palmizi importanti, anche se da queste parti dovrebbe piovere davvero poco. 

Gli scavi a Azougui
E questo è gioia per la comunità, il palmeto che cresce e diventa vigoroso e migliora di anno in anno. Questi sono sempre gli argomenti principe durante la festa della Guetna e da qui capisci se la comunità è ricca e vitale. Al contrario quando una palma muore, non è solamente un albero che non c'è più, che se ne è andato via, ma è segno che è una parte della storia della comunità che insieme ad essa si è spenta e che se ne è andata per sempre. E' il triste segnale che qualcun altro lascerà la valle per andarsene ad ingrossare la periferia della città ed un'altra porzione di terra diventerà preda delle sabbie. In questa area si è calcolato che negli ultimi decenni siano scomparse oltre 20.000 palme e molti piccoli villaggi sono stati per questo definitivamente abbandonati. La Mauritania è uno dei paesi africani dove la desertificazione presenta i suoi aspetti più imponenti e distruttivi. L'ultima recente inondazione, perché ormai anche qui i fenomeni estremi si moltiplicano, ha sradicato oltre 6.000 alberi e questo lascerà certamente il segno nel prossimo futuro, in questa terra sempre in bilico tra gli eventi climatici. Quindi staremo a vedere in futuro, da che parte penderà la bilancia. Noi intanto rientriamo in città dopo aver attraversato tutta la parte più ricca dell'oasi e dopo una parca cena siamo tornati di nuovo da Aisha per fare un po' di festa, come avevamo promesso. 

Mjsica
Questa sera ci siamo solo noi, non ci sono altri ospiti nel suo campeggio, alla fine, sarà pure scoppiato il turismo in Mauritania, ma mi sembra che in giro vediamo davvero poca gente. Quindi musica e ballo solo tra di noi. I suonatori sono stati convocati, comunque quindi significa che a prescindere dalla nostra presenza qui, alla sera la voglia di divertirsi un poco sia una costante abitudinaria. Questa sera non c'è neanche il griot, ma la stessa Aisha è stavolta nei panni di questa figura tradizionale dell'Africa occidentale di cantastorie artista, che alla sera davanti al fuoco canta canzoni antiche al ritmo dei tamburi. I griot sono quelli che in tutta questa parte di Africa portano avanti la cultura poetica e letteraria tramandata per via orale e sono tra le figure più rispettate che girano di villaggio in villaggio. Alla loro morte ad esempio, in Senegal, vengono seppelliti nelle cavità dei baobab centenari e la tomba diventa luogo di venerazione. Stasera ci sono tre ragazze che si occupano della sezione ritmica, due classici tamburi tbal, dalla grande cassa rotonda scavata nel legno, dal tonfo sordo che provoca il colpo del palmo della mano sul cuoio e il terzo strumento che ad una prima occhiata, giudicheresti da profano, improvvisato e raccogliticcio e che invece è uno strumento ritmico assolutamente codificato, una grande bacinella di alluminio da percuotere con due ciabatte e che produce un suono metallico che caratterizza molto bene questo sottofondo continuo tipico della musica mauritana. 

I tamburi
E' un ritmo infernale e instancabile che è sottolineato da una ritmica complicata e solo apparentemente confusa al primo ascolto. Stasera c'è anche un virtuoso del lungo flauto che fornisce la melodia principale. Aisha canta senza risparmiarsi, sono canzoni d'amore che raccontano storie lacrimevoli di giovani che sfidano le convenzioni, alla Giulietta e Romeo, guarda un po' i topoi più classici ricorrenti in ogni parte del mondo e poi naturalmente finiscono male. Ma sui ritmi più scanditi ed allegri, tutti ballano, le ragazze che arrivano da un paio di case vicine non si fanno pregare e si buttano subito nella mischia e il nostro Salek non si tira indietro e si mette subito al centro del gruppo, coreograficamente perfetto nel suo ruotare ossessivo con l'ampia veste blu che si allarga come le ali di un grande uccello del paradiso con la stessa movenza ad occhi semichiusi di un derviche tourneur di altre latitudini. Ci facciamo un po' tutti contagiare dalla serata familiare e anche le nostre ragazze si buttano nell'agone senza vergogna, d'altra parte se non son matti non li vogliamo e io e poi anche Lina, prendiamo posto ai tamburi facendo la nostra parte, eccomi ben messo al Tbal, che non è poi così facile da far rimbombare con costanza, mentre Lina invece, per la ciabatta ritmica sembra davvero portata. Insomma alla fine anche se non c'è la televisione qui si divertono lo stesso alla sera e l'ora di andare a dormire sembra non arrivare mai.

Cartelli d'epoca



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Aisha





mercoledì 4 marzo 2026

Mau 12 - L'occhio del Sahara

Alla panetteria - Ouadane - MAuritania - Gennaio 2026 


 

L'occhio del Sahara - dal web
L'alberghetto si è frattanto riempito, sono arrivati, poco dopo di noi, anche gli italiani che avevamo incontrato a Cinguetti e che domani proseguiranno il giro, più o meno secondo il nostro itinerario anche se dovranno saltare qualche cosa, visto che hanno un paio di giorni in meno di noi da spendere. Gente interessante che ha già visto molto e che, come ho modo di constatare, ha un approccio molto vicino al mio, tanto che fraternizziamo un poco, come si fa di solito tra connazionali all'estero, Vien fuori che abbiamo conoscenze in comune, vedi un po' come è piccolo il mondo e uno di loro mi dà anche informazioni interessanti, che subito metto nelle annotazioni da conservare. Io sono un po' come un cane da tartufi, quando sento certi profumi stimolanti approfitto sempre per farmi dare consigli utili, specie da chi capisco, ne sappia più di me. Tra l'altro viene fuori che il ragazzo che li accompagna è lo stesso che ha fornito l'appoggio logistico a Filippo Tenti quando ha portato il suo famoso Overland da queste parti. Tra le altre cose parla benissimo l'italiano e ci racconta un po' anche di quella avventura, in cui si è fatto le ossa come guida. Pensa un po'. Va sempre a finire così, in giro per il mondo quando ci si ritrova attorno ad un fuoco scambiandoci informazioni e meravigliandosi delle belle esperienze di viaggio altrui. 

Sul bordo del  cratere
Va bene, segniamo sul taccuino, che poi alla fine tutto serve. Intanto va giù anche l'anjera, che ha portato Zaida, anche se non è il mio piatto africano preferito. La notte poi trascorre tranquilla, mi riprometto ogni volta di andare a vedere il cielo per gustarmi questa immensa stellata africana, ma alla fine c'è sempre qualche cosa che si mette di traverso, il cielo stesso non è mai abbastanza limpido per mostrare tutta la sua bellezza nuda, sembra abbia pudore e voglia comunque velarsi almeno un poco per continuare a rinfocolare il mio desiderio. Al mattino poi tutti hanno più o meno fretta di mettersi in marcia, le cose da vedere son là fuori che aspettano ed è put vero che non siamo noi materialmente a caricare i bagagli, ma l'ansia della partenza pervade un po' tutti ed alla fine, salutati i nuovi amici, si parte più o meno con calma. Si tratta di fare una sessantina di chilometri verso nordest per andare a vedere una curiosità naturale poco conosciuta, la struttura di Richat, detta anche l'Occhio del Sahara per la sua forma decisamente allusiva e conturbante. Questa formazione fu scoperta solo verso la metà del secolo scorso, ma date le sue dimensioni, presenta un raggio di circa cinquanta chilometri, divenne nota e visibile attraverso documentazione fotografica, solo con la missione Gemini IV che, ricercando crateri di impatto di grandi dimensioni, la fotografò dall'alto. 

Il cratere
In effetti queste immagini rivelarono meglio la sua vera natura. Si tratta infatti di un gigantesco rigonfiamento magmatico, una bolla di roccia fusa sollevatasi circa 100 milioni di anni fa e poi successivamente collassata, cosicché l'erosione successiva durata milioni di anni, ha dilavato le diverse rocce presenti negli strati successivi, più o meno a secondo della loro durezza, formando così una serie di anelli concentrici, visibili chiaramente solo dall'alto. Naturalmente le quarziti più dure e resistenti sono quelle che oggi formano i rilievi più elevati, rendendo visibili i diversi anelli. In effetti essendo questi rilievi oggi, di poche decine di metri, dal basso è molto difficile individuare la forma perfettamente circolare della struttura che si evidenzia soltanto da una certa altezza. Se ci passerete sopra in aereo, al passaggio certamente il pilota la farà notare, perché ormai rappresenta una curiosità molto gettonata. La strada che si avvicina al fenomeno, corre in una zona rocciosa del deserto di Adrar e quando si approssima alla cerchia più esterna, sale di poco, superandola poi rapidamente per scendere all'interno attraverso una pista sassosa e rettilinea. Poi poco alla volta si raggiunge il centro del cratere, che ha una parte leggermente sollevata, una sorta di collinetta sassosa e scabra, ricoperta da grandi sassi nerastri, da cui, sapendolo puoi vedere lontana, l'altura che circonda il tutto facendone da circonferenza estrema. 

Il monticello al centro
La roccia appare come nero basalto, ma dalle forme scistose che si spezzano facilmente in lamine sottili. Al centro qualcuno in tempi passati ha cominciato ad accumulare pietre più o meno grosse, fino a formare un monticello alto più di un metro, un segnale di presenza umana, un voler rimarcare che anche io sono passato di qua, insomma. Il vento spazza questo spazio aperto con forza e le strisce di stoffa sventolano rumoreggiando. Tutto intorno a te, ha un aspetto alieno, la roccia stessa non ha un aspetto comune, ma appare come rosa da una forza interiore che la sbriciola con costante pervicacia. Non senti affatto la presenza dell'uomo che, anzi, ti apparrebbe più consona in quel deserto di sabbia e di arbusti che hai appena lasciato. E' quasi un senso di straniamento che ti sconforta. come se stessi calpestando un suolo lunare o di qualche altro pianeta di una galassia lontana, visto che l'aria è del tutto respirabile, anche se il vento te la strappa via e non chiarisce se la fatica che fai sia dovuta alle folate improvvise o alla sua naturale carenza. E' così
che in questi luoghi nascono le leggende, non da parte delle tribù locali a cui questo luogo in fondo era presente da sempre, anche se del tutto invisibile, ma da quelli che ricercano la soluzione di misteri antichi; e questo sembra fatto apposta per rinfocolare il mito di Atlantide, che Platone richiama nel Timeo e nel successivo Crizia.

Il venditore di frecce
Soni i dialoghi dove racconta di questo impero sovrumano e primordiale, situato al di là delle Colonne d'Ercole e fin qui, più o meno ci siamo, costituito da un'isola dalla forma perfettamente circolare con un monte al centro e tre cerchi concentrici alternati di terra e di acqua, che presentava all'incirca queste stesse dimensioni. Di certo ad osservare le foto da satellite, mentre si legge questa descrizione, c'è da rimanere colpiti assai. Roba da Giacobbo insomma, basterebbe far partire una colonna sonora idonea e il pranzo è servito. Ma noi siamo gente che non ci facciamo impressionare facilmente, al massimo sacramentiamo un poco perché, da qualunque parte ti metti, le foto non rendono l'idea e credo che anche un drone, per quanto professionale, difficilmente salirebbe a sufficienza per dare immagini descrittive di quanto vi ho appena detto. Consoliamoci dunque di quel che si può vedere e salutiamo il bambino che sta qui, tutto il giorno, speranzoso di vendere qualche punta di selce trovata nei dintorni, perché certamente qui, di uomini ce ne sono stati nel passato, ma temo che a disposizione non avessero altro che pietre levigate in cima a dei bastoni, piuttosto che sofisticati laser capaci di fondere la roccia. A quello ci aveva già pensato la natura nel periodo Cambriano. 

Asini selvatici
Usciamo così da quel che rimane del cratere ripromettendoci di andare a guardare con attenzione le foto satellitari non appena torneremo a casa. Noi nel frattempo possiamo solo pensare ai tanti dromedari e asini selvatici che si aggirano qui intorno, segno che il pascolo non è così scarso come sembra. Gli asinelli soprattutto appaiono ben pasciuti, con un pelo quasi serico, di un grigio perla commovente, sotto le bellissime lunghe orecchie dalle punte nere, che continuano ad osservarci al passaggio, quasi chiedessero di essere portati via. Poi, il deserto diventa sempre più roccioso e compatto, la superficie quasi nera come fosse completamente bruciata dal sole. Eccoci di nuovo al monte dove sono segnalati i graffiti di Agrour Amojar. Questa volta i tizi che sonnecchiamo alla base dell'altura, proprio sotto il cartello che segnala il sito, ci dicono che il custode non c'è, quindi saliamo a rivederli da soli e senza pagare, tanto la scalinata che porta alle due grotte è molto evidente e ritroviamo le figure di animali e le piccole figure antropomorfe che simulano una caccia felice, allineate sulla parete procombente la valle e poi scendiamo con calma. Quante migliaia di anni sono passati da quanto questi cacciatori si radunavano qui, sotto queste rocce a guardare lo sciamano che batteva la roccia con una scheggia di ossidiana.

La giraffa
Colpo dopo colpo ecco uscire le sagoma di un grande bufalo dalle corna arcuate, una giraffa punteggiata, un ippopotamo corpulento. Forse 5000 anni o addirittura 10000? Chissà, pare ancora di sentire quei tamburi lontani che avevano echeggiato anche nel cuore della notte per propiziare la caccia del giorno dopo, di sotto, nella radura, allora di certo più rigogliosa e verde, ricca delle erbe di una savana o addirittura di una rigogliosa foresta. Sarà stata finalmente fausta la giornata, la grande preda era riuscita a nutrire la tribù per un poco? Chissà se allora i graffiti si facevano a consuntivo. Noi invece, disillusi uomini del terzo millennio, che la carne se la procurano dal macellaio, poca perché se no fa male, scendiamo e facciamo ancora qualche chilometro per arrivare di nuovo a quelle colline di roccia nera e liscia, le più grandi spaccate a mostrare difficili passaggi che portano fino all'aprirsi della grande valle sottostante, un canyon dilatato di roccia rosa di cui stenti a vedere le pareti opposte. Ripasso ancora lungo le tracce lasciate anche qui da quelle tribù passate, faticando ad avanzare nella sabbia accumulata negli stretti passaggi; ecco quelle rocce identificate come il trono sotto il quale si radunavano gli astanti e il grande dolmen dove di certo si saranno svolte cerimonie o forse balli e canti.

Le pietre nere
Ed ecco laggiù la grande pietra dove avevo incontrato Aisha, col suo fotografo personale che la immortalava con lo sguardo perso all'infinito, vestita di un drappo dorato, ricoperta di anelli e catene, che ora, al ricordarla, mi appare davvero come una visione solo sognata, di una regina di regni ormai dispersi tra la polvere delle sabbie. Una visione solo per un attimo comparsa e poi sfumata via nell'onda del ricordo. La strada certo, è la stessa dello scorso anno, ma il solo fatto di ripercorrerla al contrario te la fa rivivere come in un'era passata. Dalla balconata, ecco apparire il fortino di Sedan, in fondo alla valle, ti pare assolutamente reale e lo immagini pieno di  legionari che aspettavano l'attacco delle tribù del deserto o che fucilano rivoltosi come nella pubblicità riesumata dopo trenta anni, e invece è soltanto il residuo del set di un filmetto ormai dimenticato, anche lui destinato a scomparire eroso dal vento e smerigliato dalla sabbia. Rimontiamo il passo. Certo non si può dire che i punti di vista ed i panorami siano peregrini, anzi, continuo a far fermare l'auto per fare qualche scatto, E se una cosa è bella, pazienza se la vedi per la seconda volta, è cosa che non offende. In fondo, lontano, nella valle il terreno roccioso, appare più organizzato e indovini una presenza umana purchessia. Sono le prime case della città di Atar, con la sua farmacia e il suo ospedale, cosa di cui primariamente mantengo la memoria. 

Nel cratere



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