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sabato 15 dicembre 2018

Oman 35 - La traversata dell'Akhdar

Bilad Seit
  

L'appartamentino di Alì sta proprio di fronte alla piazza del mercato; dal balconcino hai un'ampia vista della zona circostante ed effettivamente dalle 21 in poi, tutto è deserto ed il silenzio si impadronisce della notte. Anche la casa, una palazzina nuovissima di tre piani è molto silenziosa. Abbiamo visto di passaggio, la famigliola che abita al pianterreno, ma si sono subito barricati all'interno senza lasciare tracce, siamo riusciti a spaventare anche i bambini. La vacanza sta volgendo al termine, anche se poi io dovrei dire che sono in vacanza tutto l'anno, ma quando sei in giro, tutto è diverso, ti sembra di non avere l'assillo delle scadenze che ti aspettano nella buca delle lettere, degli amministratori di condominio che ti convocano, delle bollente e delle tasse che ti inseguono, insomma ti sembra di vivere in un limbo senza tempo che forzatamente assimili alla vacanza senza pensieri. L'unica cosa che ti guida è la voglia di guardarti attorno, di provare sensazioni, odori, sapori, suoni, di parlare con gente sconosciuta, di vedere e misurare luoghi, panorami, di cercare di capire qualche cosa nelle differenze che avverti e magari fatichi a dipanare. Il viaggio è sempre una scoperta che lascia spazio alla fantasia ed all'interpretazione, lo so, spesso sbagliata e presuntuosa, specialmente quando cerchi di misurare tutto con il metro che tieni in tasca e che invece dovresti riporre per tentare di adoperare altri strumenti di misura, che però spesso non ti sono conosciuti ed allora conviene lasciarti andare all'interpretazione del solo sentire, quel senso che non riesce a misurare ma che semplicemente avverte e assapora. Ci sarà tempo per la ragione. Per ora facciamo prevalere il sentimento.

Così la mattina, quando è ora di ripartire, avverti di nuovo l'aria calda che ti avvolge, così più naturale di quella condizionata, che anche qui ha sostituito frammenti di passato, che ti fa raschiare la gola e provoca la febbre, un po' mentre risali di nuovo verso il monte, dopo avere lasciato la grande strada che porta a Muscat. Prendiamo una pista di montagna, stratta e scoscesa che conduce verso nord ai contrafforti della catena costiera. Bisognerà attraversarla per raggiungere di nuovo il mare. Sono i monti più alti del paese e rappresentano un territorio assolutamente duro e privo di riferimenti, montagne aspre e difficili, disabitate per la maggior parte perché mancano di qualunque appiglio alla vita e proprio per questo mostrano una loro bellezza selvatica e dura, fatta di pareti di roccia che si frantuma sotto i raggi spietati di un sole cattivo, di valloni secchi e contorti, privi di traccia di vita, di spaccature vive nella montagna che forniscono immagini desolate, magnificate dai chiaroscuri della luce che riesce a penetrare a fatica negli anfratti più profondi. Che incanto assoluto! Appena la pista ripidissima, fatta di curve strette e contorte, si è persa dopo i primi contrafforti ed ha guadagnato quote via via più consistenti, ti sembra di esserti perduto in un ambiente desolato ed ostile se pure di immaginifica ed esaltante bellezza. I fenomeni erosivi mostrano a volte costoni che evidenziano le stratificazioni dei milioni di anni che si sono succeduti in queste terre solitarie, via via spesse e sottili, per lunghi tratte rettilinee e poi di colpo contorte e ripiegate su se stesse, da forze inaudite che hanno squassato questi mondi alla ricerca di un equilibrio difficile.

Anche i colori, con le loro sfumature continue di ocre, di rossi cupi, di grigi e di neri, di bianchi calcinati e di verdi pallidi, tracce di metalli nascosti nelle sue viscere, formano un caleidoscopio continuo e pieno di fascino. Ogni tanto scavalchi una cresta e da qui l'occhio corre lungo gli scoscendimenti che scivolano giù dai fianchi del monte verso un fondo profondo e invisibile, soltanto immaginabile. I wadi si attraversano per i loro corsi paralleli che scendono verso la valle lontana e qui vedi una erosione diversa da quella del vento e del calore, che spezza la roccia per linee aguzze e taglienti, ma quella che, pur nella sua furia devastatrice, trascina e macina, scorre e leviga con incessante lavorio implacabile, smussando, arrotondando, facendo rotolare a valle ed in questo scendere, trasforma le asperità in linee curve e via via più dolci che si mostrano quasi più umane ed amiche. Il fondo degli wadi non è quello di un pianeta alieno, ma semplicemente quello di una terra che ha conosciuto epoche diverse, ma ancora adesso più prossima ed amica. In fondo a uno di questi, dove forse le faglie del monte hanno celato segreti canali sotterranei a convogliare le poche tracce di acqua presenti, ecco sorgere qualche costruzione che si confonde con la montagna circostante, qualche quadretto di terra, poche palme spargole, due capre ed un asino che raglia al mondo la sua solitudine. Più in là in un'area artificiosamente resa piana, un impossibile campo di calcio, miraggio inusitato, fata morgana di un mondo straniero.

Un quadrato artificialmente verde, regalato evidentemente dalla volontà di assomigliare al resto del mondo, da parte del munifico Sultano, non si sa quanto utilizzato al suo scopo ontologico. Un nonsenso pratico da mostrare al mondo, che però non passa di lì. Di tanto in tanto la pista incrocia, sentieri di pietra che si arrampicano verso i colletti solitari a scavalcare le cime. Da uno di questi spunta una coppia di giovani, zaini affardellati e fronti gocciolanti di sudore spesso. E' quasi mezzogiorno ed il sole è particolarmente violento a questa quota, segno inequivocabile che ormai la gente vuole andare dovunque nel mondo e che non c'è limite alla ricerca del diverso, del lontano, del meno facilmente raggiungibile. Comunque non ci sono dubbi, questa traversata della catena dell'Akhdar mostra un altro straordinario punto di vista panoramico di questo paese dai panorami estremi e stranianti. Poco alla volta, sempre scendendo lungo passaggi impegnativi, raggiungiamo la pianura, uscendo da una valle laterale stretta e seminascosta e procediamo finalmente in piano mentre la strada si allarga. Dopo poco, non si vede più la spaccatura da cui siamo usciti e la montagna appare di nuovo, da questo lato come una barriera impenetrabile, richiusa dalla bacchetta di un mago misterioso. Ormai seguiamo la costa pianeggiante e le costruzioni cominciano ad diventare sempre più numerose e dense. Abbiamo raggiuntola periferia di Muscat, che in realtà si prolunga lungo tutta la costa per oltre settanta chilometri, essendo la capitale, non una vera e propria città, ma piuttosto un agglomerato di villaggi, che la crescita urbana ha congiunto in un unica massa cittadina.

Da qui ci vogliono ancora tre ore per ritornare a Ras al Hadd. C'è ancora il tempo per fermarsi a  White beach a salutare due amici in partenza; intanto l'acqua lì, è calda ed accogliente, come l'abbraccio dolce di una donna che sta per lasciarti, pieno di piacere e di rammarico, perché inevitabilmente sa che forse non ti rivedrà mai più. La costa prosegue avvicinandosi ed allontanandosi di continuo, tra anfratti, capi e rientranze, paesi nascosti al riparo di promontori sassosi e spiagge infinite di cui indovini solo la linea bianca dell'onda che si frange leggera. Superiamo anche il grande porto capolinea di un gasdotto, con una grande nave metaniera dal ponte completamente occupato da enormi bolle di metallo, che si avvicina lentamente al lungo molo in mezzo al golfo. Come potrebbe apparire incongrua ed aliena ad un Marco Polo o a Ibn Battuta, viaggiatori di un altro tempo, che transitassero di nuovo su questa costa, mentre cercano di raggiungere Hormuz. La sagoma lontana di un dromedario si staglia sulla duna dall'altra parte della strada. Il sole alle sue spalle è ormai sceso quasi alla linea dell'orizzonte, colorandolo di un rosa pallido e triste. Non ci fosse quella nave, forse, catapultati qui d'improvviso, potremmo pensare che questi otto secoli non siano affatto trascorsi e che tutto sia ancora come allora, quando gli unici viaggiatori su queste piste erano gli avventurosi mercanti in cerca di merci normali in qualche parte del mondo e preziose da un altra, da trasportare lì, perché il valore, il prezzo, non è una cosa intrinseca ed assoluta, ma ha componenti diverse ed insondabili, che potremmo anche chiamare spread.





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giovedì 13 dicembre 2018

Oman 34 - Bahia


Commenti e valutazioni


Rovine di argilla
Prima di tornare a Nizwa rimane un altro luogo interessante, che vale la sosta, percorrendo la collana di oasi che orna questa fascia di pianura al di qua della catena montuosa parallela alla costa. L'abitato di Bahia è anch'esso ormai completamente rinnovato e sorto a fianco della old town di argilla, completamente caduta in rovina, scomparsa o addirittura cannibalizzata dalle nuove case che hanno cercato spazio mangiandosi le vecchie. Da un punto un poco più sollevato, con un'ampia spianata che funge da parcheggio, puoi avere una panoramica a volo d'uccello su quella che è oggi la città nuova, nella quale, un po' qua e un po' là, spunta anche qualche residuato delle antiche case, monconi riattati o parti di muro consunto dalle intemperie che ancora resistono al disinteresse generale, come se fossero comunque un passato minore e desueto, da cancellare, da seppellire del dimenticatoio della storia in una sorta di damnazio memoriae che vuole eliminare quel senso di miseria spiacevole oggi mutatasi in dignitoso benessere. Proprio di fronte, l'esempio più tipico di questo sentire. A Bahia c'erano le vestigia del forte più grande ed importante di tutto il paese, anch'esso in quasi totale rovina e ad un certo punto si decise di iniziare un lavoro di restauro e di conservazione per i posteri di un tale meraviglioso manufatto. Si cominciò quindi una attenta ricostruzione da parte del dipartimento locale dell'arte e della storia, ricostruendo parte dopo parte, bastioni, mura e torri, rifacendo i mattoni in crudo e seguendo l'architettura della tradizione.

La fortezza di Bahia
Ad un certo punto, non è chiaro se per disinteresse colpevole o per la fretta di terminare il lavoro in tempi rapidi, tutto il rifacimento fu portato alla fine in quattro e quattro otto, ricostruendo le parti mancanti in cemento e completando il tutto in maniera molto discutibile e raffazzonata. Questo almeno dicono i critici dell'operazione. Al momento quindi, rimane soltanto questa imponente costruzione che dà un bel colpo d'occhio d'insieme per la sua complessità e per le sue dimensioni, ma la visita dell'interno, rimane piuttosto limitata come interesse. Al di là, la striscia verde scuro dei palmeti occupa la fascia al di sotto delle montagne come una cornice di un magnifico quadro naturalista. Ci fermiamo a mangiare un boccone (si fa per dire, ma è una espressione usuale) da un amico yemenita di Iapo. Il suo montone è assolutamente delizioso, anzi devo dire che è davvero privo di quel sentore selvatico che non mi piace e poi si scioglie in bocca, tanto per usare un altro luogo comune. Il proprietario viene da Taiz, la meravigliosa città tra le montagne del centro di quello sfortunato paese, in cui ero stato oltre quaranta anni fa, tempo in cui lui, forse, non era neppure ancora nato. E' molto stupito del fatto che io conosca quel luogo ed è  palesemente soddisfatto quando gli magnifico le case dalle architetture fantasiose, le finestre dai vetri di alabastro e i giardini dove il qat cresce libero con le sue foglioline verde pallido. pronte per essere masticate. Poi l'occhio si intristisce, manca da molto, chissà come sarà oggi quella terra in cui la guerra ha sempre saputo mutare in fretta il paradiso in un inferno.

Privacy
Non ha notizie recenti e la conversazione non va più oltre; preferisce portare via i grandi piatti col poco che abbiamo lasciato e sparisce in cucina. Nizwa non è molto lontana e riusciamo a raggiungerla nel primo pomeriggio, giusto in tempo per rifugiarci al riparo dalla calura nell'appartamentino dove trascorreremo la notte. Sabrina ci ha lasciato diretta a Muscat. L'aereo l'aspetta domattina e la lacrimuccia scende nella cerimonia degli addii. La botta di aria condizionata, rimette al mondo comunque dalle fatiche della giornata e quindi visto che la nostra base è proprio davanti alla piazza del mercato, ormai deserto, possiamo anche andare a rifarci un ultimo giro. Certo non c'è più la confusione del mattino, con i suoi gruppi di bestie pronte per la vendita, i camion di fieno e mangimi per gli animali, gli attrezzi agricoli in vendita e tutto il bailamme tipico della fiera. tutto è calmo e tranquillo, gli spazi deserti e nudi. Pochissima gente in giro, non è ancora calata la sera e fa ancora caldo. Rimane il divertimento di girare un po' per le viuzze del bazar, senza affanno, tra le botteghe solitarie a dare un'occhiata stanca agli otri di terracotta, alle lucerne ed agli incensi, ai pugnali rituali in argento intarsiato così simili alle jambye yemenite, anche se qui non possiedono il manico in corno di rinoceronte tradizionale, ma probabilmente e per fortuna, credo che anche laggiù questa pratica si sia estinta. Sono comunque bellissimi e infatti costano una tombola, almeno più di 200 dollari per i meno pregiati. E' un regalo rituale che si fa al maschio che raggiunge la maggiore età o all'ospite di particolare riguardo e noi siamo solo turistacci d'accatto.

Non si sa mai
Intanto il sole se ne va dietro le montagne lontane, la luce diminuisce assieme alla temperatura e qualcuno comincia a popolare le strade. Si accendono le insegne dei locali a mostrare che ormai sta arrivando l'ora della cena. Certo sono questi i segnali che scandiscono questi appuntamenti vitali e stasera ci tocca un indiano particolarmente famoso per i suoi piatti di mare. Ha sempre pesce freschissimo, anche se qui siamo piuttosto lontani dalla costa. Superato l'ampio spazio all'aperto coi tavoli, il ristorante ha l'aspetto di un negozio di pescheria con il bancone dove sono ben disposti in bella vista il pescato del giorno e gli ampi vassoi in cui troneggiano crostacei di tutto rispetto in quantità da fiera del pesce. Qui si tratta di scegliere quello che dovremo mettere sotto i denti, che viene debitamente pesato e successivamente portato in cucina per la lavorazione. Iapo decide di abbondare visto che di solito siamo molto parchi (ahahhaah). Quindi oltre le zuppe che sono la specialità del locale, sceglie due pesci di un paio di chili cadauno, da fare alla griglia, tanto per non esagerare. Tuttavia non contento, vista la dimensione e la bellezza, diciamolo pure, nell'agone gastronomia anche l'occhio vuole la sua parte, aggiunge come aperitivo un paio di gamberoni giganti a testa, che di certo non guasteranno l'appetito. Concordato il menù, ci accingiamo a prendere posto ai tavoli, mentre un delizioso sfrigolare di carbonella alle nostre spalla, fornisce la musica di sottofondo, gli aromi vengono di conseguenza.

I famosi gamberoni
Mentre stiamo chiacchierando amabilmente di canapa e sorgo, come dice Li Po in una sua bella lirica, arrivano le famose zuppe di granchio, dense e sapide al punto giusto, una vera squisitezza che non fanno che ribadire la qualità del locale. Noi ci allegrammo e tosto tornò in pianto, direbbe Ulisse nel XXVI canto dell'inferno, per modo di dire naturalmente, ma mentre sorbiamo col risucchio le ultime cucchiaiate del nettare zupposo, ecco arrivare un vassoio enorme con una montagna costituita da almeno una settantina di gamberoni grigliati da cui emana un odore invitante; ma noi non ne avevamo ordinato una decina? Non abbiamo ancora finito il nostro stupore, che un altro cameriere arriva con un secondo vassoio uguale al primo. A questo punto cominciamo a pensare ad un misunderstanding, che diventa di proporzioni esagerate, quando vediamo in arrivo un terzo vassoio uguale e forse ancor più colmo dei suoi precedenti compagni. Fermi tutti, chiamiamo il tizio e cerchiamo di chiarire la cosa. Lui casca delle nubi, come direbbe Checco, secondo lui noi non abbiamo ordinato dieci gamberoni, ma dieci vassoi da venti gamberoni ciascuno per un totale di 200 mostri, capaci di nutrire uno stuolo di turisti affamati. A nulla vale tentare di fargli capire l'assurdità della cosa essendo noi in cinque solamente, lui insiste che ce li dobbiamo mangiare tutti, al più ce li possiamo portare a casa. Il contenzioso prosegue ancora un po', poi lo convinciamo dell'assurdità della cosa e finisce che ci addebiterà un vassoio, che tentiamo comunque di mangiare visto che è stato pagato. Uno sforzo di un certo spessore che ci sottopone ad una prova maiuscola superata solamente grazie all'aiuto di Iapo, che se ne spazzola almeno una ventina. Rimangono da finire quei quattro chili di pesce, ma si sa il pesce è leggero e va giù facilmente e non avremo neanche una notte difficile.

La catena Al Akhdar





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martedì 11 dicembre 2018

Oman 33 - Al Hamra e le oasi di montagna


Case di Al Hamra

Nizwa - Mercato del venerdì
Io, avendo dentro di me l'animo del mancato viaggiatore, ci sarei stato tutto il giorno tra i vecchi con le barbe fluenti ed i ragazzi nelle eleganti dishdasha candide a contrattar capre, commentando tra vicini, sulla lunghezza delle corna e le dimensioni delle mammelle, ma la vita del turista è dura e segnata da scalette imprescindibili. Bisogna alzarsi ed andare senza troppi pentimenti, due datteri, un'altra piccola sorta per permettere a Iapo di ingollare un tre etti di tonno al vapore per colazione e per un ultimo giro nel suk, un mercato calmo e tranquillo con poca gente che gira tra i negozi, dove stanchi gestori sorbiscono tazze di thé sorridendo distrattamente all'eventuale avventore che si aggira buttando occhiate di convenienza alle scansie di oggetti di provenienza per lo più orientale. Tuttavia non puoi negarti una sosta prolungata al cortiletto dove si svolge il mercato dei piccoli animali, conigli, polli, cavie e soprattutto uccelli colorati, esposti in minuscole gabbiette attorno alle quali si affollano uomini dai cappellini ricamati, calcati fino alle orecchie o di sghimbescio sul cocuzzolo, che osservano e scrutano con interesse quelli dalle piume più smaglianti o che sembrano cantare le canzoni migliori. Forse anche quaggiù tra le sabbie del deserto o nei gazebi tra le case, la sera, mentre l'ombra della notte avanza, portando con sé la frescura della brezza marina che subentra alla soffocante calura pomeridiana, è dolce fumare il narghilè alle note flautate dell'usignolo, mentre qualcuno ti racconta storie di terre lontane.

Misfat al Abryyn
Lasciamo la città nello scarso traffico di metà mattina, uscendo dal grande parcheggio del mercato tra altri pickup, carichi di capre appena acquistate o di balle di fieno, che tornano ai vari villaggi e riprendiamo vie tortuose che vagano nell'ampia vallata ai bordi delle alture fatte di rocce aguzze e taglienti, tra ciuffi di acacie e palmizi rigogliosi della serie di piccole oasi che si susseguono sfruttando l'umidità dei terreni pedemontani. Passiamo ancora una volta nei pressi della caverna di al Hoota ed infine dopo Al Hamra prendiamo uno stradino laterale che si inerpica per uno stretto vallone di rocce strapiombanti. In cinque o sei chilometri siamo già a mille metri di altezza e dopo un ultimo costone, tra le tante sfumature di ocra che colorano la valle, compare una macchia verde di palmizi arroccati su una serie di terrazzini che occupano tutto il bordo della montagna ed i suoi anfratti. Ad una prima occhiata quasi non noti le case così mimetizzate e dello stesso colore dei monti circostanti. Siamo arrivati all'oasi di montagna di Misfat al Abriyyn. Questo, come pochissimi altri insediamenti vicini, è rimasto quasi completamente integro a rappresentare quello che era il volto dell'Oman del passato. Anche qui, un paio di decenni fa, gli abitanti hanno cominciato ad abbandonare il villaggio per trasferirsi nelle nuove e comode case che il sultano aveva costruito per loro più a valle ed anche questo abitato antico era destinato, come gli altri a cadere in rovina.

Nell'oasi di montagna
Lo ha salvato il turismo, che ha cominciato ad arrivare da queste parti, affamato di sapori antichi e di vedute da cartolina. Così qualcuno ha cominciato a ritornare ed a risistemare le case che oggi forniscono ancora un colpo d'occhio notevole e testimoniano uno stile di vita basato sullo sfruttamento estremo ed intelligente del pochissimo disponibile. Ricorda un poco quelle oasi di montagna dell'Atlante tunisino, come Mides, incuneate tra le spaccature dei monti scavati da wadi turbinosi, che hanno lasciato nel monte, sorgenti nascoste. Ma la terra a disposizione è pochissima e, nei secoli è stato necessaria un'opera costante e faticosissima per costruire una serie infinita di microscopiche terrazzine collegate da scalinate scoscese e da una inestricabile rete di falaj che portasse l'acqua dalla fonti lontane, più a monte. Così l'abitato e gli orticelli, anche di pochi metri quadrati, si dipanano per più di duecento metri di quota lungo i fianchi del canon, alternati alle casette, molte delle quali, adesso, ancora abitate. Anche se il caldo meridiano è forte, siamo sempre in quota e l'ombra dei palmeti è amica, permettendoti di girovagare a lungo per queste balze ripide e labirintiche. Ad ogni svolta un nuovo punto di vista, tra quinte di antichi muri, ponticelli sospesi o improvvisi slarghi tra gli alberi che mostrano la valle lontana e avvolta nella nebbiolina azzurra della calura che la avvolge. 

E' terra di silenzio, rotta forse soltanto da qualche raglio di un asino, disturbato e distolto dal mucchio di fieno che riempie una greppia fatta di legni corrosi dal tempo. Qualche bambino, ce ne sono ancora anche qui, corre nella polvere, ma circondato da un silenzio surreale. Potresti arrivare fino in fondo alla spaccatura, dove ormai le case non ci sono più, perché i saggi sanno che ogni tanto, anche se sempre più raramente, arriva qualche pioggia rovinosa e dall'alto del monte scenderà una massa di acqua e fango incontrollata a cancellare, soffocandolo, il lontano greto del wadi sottostante e che spazzerà via tutto quello che trova portandolo nel cono di deiezioni, laggiù nella piana, che sia uomo, bestia, pianta o soltanto massa di pietra trascinata lungo il precipizio dalla furia degli elementi. Cammini invece tra le case di fango e pietre, qualcuna un po' cadente, altre rimesse in sesto a rammentare cosa era il paese di un tempio. Quasi in cima, un negozietto è dotato di un ampia terrazza, ideale per una sosta davanti ad un vasto panorama sulle rocce digradanti al'infinito. L'amico di Iapo, sta lì apposta ad aspettare i radi, per lo meno in questa stagione, visitatori, tutto è pronto per riposarsi un poco sui cuscini, sorbendo un thé profumato, gustando qualche dolce dattero di montagna e soprattutto provando le diverse varietà di miele che il luogo mette a disposizione. Insomma anche qui le api operose fanno il loro mestiere e l'assaggio è un'operazione quasi obbligatoria che fa parte del piacere della tranquillità che ti circonda. E'di certo più faticoso risalire sulle auto per riguadagnare il piano, che da qui sembra potersi toccare soltanto allungando un braccio.

Vie di Al Hamra
Ma appena arriva sotto, devi fermarti ad Al Hamra, che avevi solo sfiorato salendo, la città di terra, forse l'unica rimasta ben conservata che mostra per intero la sua caratteristica bellezza. Quasi tutte le case sono state abbastanza bene mantenute. Questa era una località piuttosto importante lungo la via interna del nord e le case del centro sono alte anche due o tre piani e le vie strette e contorte riescono a mantenere un'ombra benedetta che ti consente anche nelle ore centrali della giornata di passeggiare agevolmente tra le alte case in pisé, la terra cruda mescolata a paglia e qualche pietra, tipica delle architetture dei deserti. Oggi non c'è quasi nessuno in giro, potresti avere la sensazione di vivere questo luogo all'indietro di uno o due secoli se non fosse per qualche filo della luce che passa in alto da una casa all'altra, veri e propri palazzi, e qualche auto parcheggiata negli anfratti dietro gli angoli, quasi ad ostruire completamente le vie. Questo è l'Oman del passato, quando tutte le città del paese erano costituite da un insieme di case castello di ocra chiara che si confondeva col colore del deserto, circondata dal verde polveroso del palmeto. E' una sensazione di antico che puoi provare soprattutto se ci arrivi nelle stagioni di mezzo, quando il caldo è ancora forte ed il turista merce rara. Diverso forse l'impatto, se ti devi fare largo tra le folle di Natale e Capodanno. 

Per le scale
Proprio in mezzo alla città il Bait al Safah, il palazzo più imponente e meglio conservato, che ospita una sorta di museo vivente delle tradizioni. E' una casa conservata perfettamente con tutti i suoi arredi che puoi vedere un ambiente dopo l'altro. Salire le strette scale di terra dagli alti gradini ti porta ai piani superiori, dove si aprono ampie sale coperte di tappeti. Alle pareti foto sbiadite di tempi ormai scomparsi, uomini dai grandi turbanti, gli alberi genealogici della famiglia, masserizie ed oggetti di uso comune sparsi come se la casa fosse ancora abitata attualmente. In una sala laterale, una donna spreme con fatica l'olio dai semi della moringa, una pianta che abbiamo già conosciuto in Etiopia, poi tosta i chicchi del caffè con rudimentali strumenti, infine cuoce un pane stendendo una sorta di piadina sull'apposito attrezzo. Come sono simili, gesti e forme di luoghi tanto lontani nello spazio. Le mani schiacciano la pasta e la rivoltano a lungo per renderla più morbida e collosa. Potrebbero essere quelle coperte di bracciali di avorio di una donna rajastani o quelle nocche ossute che ho visto sugli altipiani Abissini, ma anche le dita grassocce di qualche rasdora emiliana, alle prese col bolo da tirare a sfoglia. Il mondo delle donne è così uguale dappertutto e lo stesso è l'amore che le unisce, nell'impasto che diventerà cibo per i suoi cari, per fare crescere una successiva generazione e questo per secoli e secoli. Forse oggi si è rotto un ciclo ma l'impasto, però, continua a farlo il Bimbi di là nella nostra cucina, certo più bianca e luminosa.

Preparando il caffè
Il ragazzo che ci racconta queste ed altre storie, è gentile e apparentemente contento di spiegarle a gente che arriva da lontano, ma anche lui appartiene già ad un altro mondo, che queste storie non le vive più, ma può solamente narrarle. Di certo non sarà romantico ma sicuramente per lui è meglio così. Questo passaggio è sempre accaduto fin dalla notte dei tempi, oggi tutto ciò è molto più rapido e avvertibile, ma segue un filo consueto e naturale. Questa rapidità per certi versi angosciante, fa sì che ce ne accorgiamo, spesso, a torto, ce ne crucciamo, ma la storia va avanti comunque, bisogna farsene una ragione. Certo che è bello rimanere qui sdraiati a terra su cuscini e tappeti, nella penombra colorata dai vetri delle finestrelle in alto, mentre l'aria traspira tra le persiane di legno socchiuse e l'aroma del caffè esce dal bricco. I datteri sembrano più dolci, le parole più leggere, gli affanni rimangono fuori, anche loro asciugati dal caldo e dall'afa del giorno. Le spesse mura di terra isolano dal resto del mondo, puoi parlare a lungo, sottovoce, di palmeti e bestiame, di dromedari da corsa, allevati nel deserto per il piacere della gara. Oppure puoi spiegare al nuovo amico, che sogna soltanto di venire a visitare l'Italia, cosa non perdere in un paio di settimane serrate tra Firenze, Venezia, Roma e Napoli, perché ormai il tempo corre per tutti, per i dromedari nel deserto, come per le auto che devono tornare verso la capitale, e non lo misura più il sole che scende dietro le dune, ma soltanto le lancette di un orologio cinese.

Una sala del Bait al Safah

SURVIVALKIT

Lungo le scale di Misfat al Abryyn
Valle di Nizwa - Questa è l'area che presenta i maggiori interessi dal punto di vista della storia recente del paese e dove si possono ancora vedere i paesaggi e le architetture ormai scomparse nel resto del paese. Dopo Nizwa e il suo castello ormai completamente moderno ed il marcato del bestiame del venerdì, procedete nella valle verso nord dove incontrerete prima Tanuf, a una ventina di km, poi Al Hamra dopo altri 20. Questa città, la più completa e ben conservata old city del paese, ha ancora tutto il vecchio centro costituito dalle vecchie case in argilla, che sono veri e propri palazzi e danno l'idea reale di quello che erano le città omanite, soltanto pochi decenni fa, prima dell'arrivo del petrolio. Non dimenticate di visitare la casa museo Bait al Safah, interessante anche per le dimostrazioni che figuranti in costume mostrano all'interno. Da qui procedendo verso monte per una stretta stradina di 6 km, a destra, raggiungerete l'oasi di montagna di Misfat al Abryyn, dove c'è attualmente una piccola guest house che vi permetterà anche di soggiornare in loco e se ne avete voglia, di fare uno dei molti trekking ben segnalati sulle montagne circostanti. Dopo un'altra ventina di km arrivate a Jebel Sham di cui abbiamo già parlato, il gran canon dell'Oman e punto più alto del paese. Prima di Al Hamra, invece, girando a sinistra verso sud arriverete a Bahia e al suo famoso castello la cui ricostruzione è piuttosto discussa. Comunque tutta l'area è ricca di piccoli paesi e oasi nascoste ed è una delle maggiori produttrici dei famosi datteri omaniti.

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