venerdì 15 luglio 2011

Chiedere la fiducia.

Avere o chiedere la fiducia a prescindere può essere anche un fattore genetico per qualcuno, ma in generale credo di più all'influenza dell'ambiente. Così io non ritengo di essere malfidente per natura, ma so perché questo dono mi è negato e voglio sempre controllare prima. Penso che tutto sia nato da un fatto specifico che, mentre sale la calura mattutina, voglio provare a raccontarvi. Avevo attorno ai cinque anni, ero un bel bimbo pacioccoso, gioia della sua mamma che come tutte, era soprattutto preoccupata di mantenermi in buona salute. Le curette "ricostituenti" che mi venivano somministrate in via preventiva avevano di certo contribuito a non configurare la struttura del bambino patito con le ginocchia ossute che andavano per la maggiore in quel periodo, tuttavia non riuscivo ad evitare, durante gli inverni che, come è noto erano assai più rigidi degli attuali, una sorta di fine glaciazione insomma, di beccarmi fastidiosi mal di gola ad ogni refolo di tramontana. La mia mamma guardava con orrore le placche bianche che avevo in gola, infine decise che il medico dovesse dire la sua. A quel tempo girava un'altra moda. A tutti i bambini bisognava tirar via le tonsille, fonte probabile di tutti i mali. Ecco dunque il luminare, che molto mi impressionò con con una specie di parabola lucente con lampadina centrale che teneva accesa sulla fronte mentre mi guatava in bocca come un lupo in cerca di preda.

- Eh, questo bambino avrebbe bisogno di mare - borbottò mentre la genitrice si incupiva sapendo che non mi ci poteva mandare. - Comunque qui bisogna togliere queste tonsille e già che ci siamo anche le adenoidi che sono solo un fastidio! - Ordinò con fare spiccio. La condanna era ormai passata in giudicato anche se io non avevo la minima cognizione di cosa volesse dire. Naturalmente ci si prese ben cura di non farmi sapere quale fosse il mio destino ed un bel giorno eccomi varcare per la prima volta la soglia dell'ospedale, avendo io provveduto a nascere direttamente a casa come si usava a quei tempi, a guerra appena terminata in cui i padri temevano soprattutto che i pargoli venissero scambiati in culla con altri di colore, lasciati in dono dalle truppe di passaggio. Ogni epoca ha le sue leggende metropolitane. Nella mia ingenuità non avevo capito cosa stessimo andando a fare, ma, essendo stato indottrinato al fatto che non ci fosse nulla di pericoloso, mentre al contempo era lasciato intendere che successivamente ci sarebbe stata grande abbondanza di gelato, mi lasciai condurre fiducioso e privo di timori.

Dopo una breve ed inconsapevole attesa, anche se i grandi stanzoni non erano positivi in sé, fui preso da mani adunche, anche se accompagnate da voci fintamente carezzevoli come quelle delle streghe dei cartoni animati, a cui però, io, poverino non avevo ancora contezza. Anche questa fu dura lezione che la conoscenza è importante nella vita. Seduto su un seggiolone, privo della rassicurazione delle braccia materne che disperatamente cercavo, guardandomi intorno spaurito, colto dalla sindrome dell'abbandono, cominciai a preoccuparmi seriamente, circondato da quei camici bianchi che non promettevano nulla di buono mentre il ciglio cominciava ad inumidirsi anche se il singulto tardava a venire. Ero un bambino timido. La figura temibile ma allo stesso tempo rassicurante di una grassa suora baffuta prese però forma incombente davanti a me e suadente e melliflua si avvicinò, come il poliziotto buono, scostando i cattivi figuri che mi circondavano e tenendo tra le mani un arnese lucente di acciaio. - Che bravo bambino. - mentì - Apri la bocca che mettiamo questa cosa, che così il dottore ti fa la fotografia.- Come è facile carpire la fiducia di un bimbo; mi lasciai andare alla dolce malia ritrovandomi di colpo tra i denti una mordacchia metallica che mi teneva le ganasce dolorosamente spalancate e il resto del corpicino immobilizzato da cinghie.

Senza fiato per la paura, prigioniero dell'orco che si avvicinava ghignante con orribili strumenti tra le mani, non ebbi nemmeno la forza di gridare mamma, anche perchè la maschera di ferro me lo inpediva. Ero impotente, che sensazione tremenda ed indimenticabile. Come Marocelli allo Spielberg, privo di anestesie, come evidentemente si usava (spero che non fosse una atroce malizia nei miei confronti), sentìi qualcosa che entrava nel fondo della mia gola per afferrare e strappare via le mie tenere ghiandole. Più volte andò e ritornò, come il nibbio rapace che divorava il fegato di Prometeo, finché fu sazio finalmente, ebbro della mia carne giovane e del mio sangue innocente. Quando mi liberarono, urlavo come un lattonzolo scuoiato e credo, poichè a quel punto i ricordi si fanno confusi, la pattuglia dei sadici se ne andò, abbandonandomi, misero sacchetto svuotato di forze a furia di gridare, nelle braccia della mamma a cui mi affidai in un deliquio rancoroso e colpevolizzante. Nei giorni successivi fui probabilmente insopportabile e impegnato soprattutto a incistare nella mia psiche una malfidenza ragionata che sarebbe stata mia futura compagna. Il gelato ci fu e in grande quantità. E questa fu cosa buona.


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giovedì 14 luglio 2011

Il risveglio.

Che caldo! Davvero un gran caldo. La pioggerella fine poi che di tanto in tanto era scesa per tutto il giorno saliva subito in vapore ad aumentare un'umidità spessa e pesante che ammorbava l'aria. Gli equiseti e le felci, enormi, in quel punto erano molto fitti e la luce ormai scarsa, mentre il sole scendeva dietro le nuvole gonfie e violacee, faceva fatica a penetrare tra le foglie larghe che continuavano a gocciolare. Al di là della grande palude cominciavano a sentirsi i primi rumori della notte che stava arrivando. Qualche ruggito sordo, grida stridule, gorgoglii che arrivavano alle orecchie di Tennavannaah che stava immobile nascosto dietro un grande cespo di Licopsidae, smorzati e quasi contraffatti dal vento.  Non aveva paura. La fame invece, quella sì, gli rodeva il ventre. Non aveva altro pensiero se non quello fisso di lacerare con i denti la carne sanguinante della preda, di spaccare le ossa più lunghe per succhiare il dolce interno. Un lieve sorriso gli increspò le labbra a quel pensiero. Stava immobile, con i grossi piedi piantati nel fango molle e viscido della palude; aspettava, stringendo tra le mani il tozzo bastone con la pietra aguzza legata sopra coi tendini di un voobi. Da quando l'aveva scheggiata con cura per farne risaltare meglio i bordi quasi taglienti, riusciva a uccidere molto meglio. Bastava anche un colpo solo se colpiva bene. Tra poco sarebbe stato completamente buio. All'improvviso sentì il rumore.

All'inizio sembrava un fruscio, poi qualche ramo spezzato proveniente da punti diversi, nel fitto tra i fusti. Tese le grandi orecchie per ascoltare meglio, sembravano molti, poi subito capì che non era una mandria di voobi al pascolo. Pericolo. Paura. Una banda di Northeen in caccia. Correre, scappare, scappare in fretta. Ora correva veloce tra le felci facendosi largo con grandi colpi di braccia. Un ramo spinato lo ferì, un altro gli sferzò le guance protette dalla lunga barba. Li sentiva, dapprima dietro poi ai fianchi che correvano con lui. Correre più forte; gli arbusti bassi gli sfregiavano i polpacci; resistere ancora, anche se il fiato gli moriva in gola ed il cuore batteva all'impazzata. Arrivò fino alla radura dei quattro alberi di pietra allineati. Li contemplò ancora per un attimo, così lisci, così regolari. Ormai aveva capito che la corsa era finita, erano già anche davanti a lui. Lo circondarono urlando. Si buttò verso la parte che sembrava più debole del cerchio  per tentare l'ultima fuga, ma in un istante gli furono tutti addosso. Le pietre ed i bastoni calarono su di lui con metodo prima di colpirlo a morte e proprio in quell'istante, in cui la vita se ne stava andando, tutto gli tornò alla mente di colpo, come era stato prima, persino i dieci Euro che doveva al De Vincenzi, il suo collega della banca, quando avevano scommesso che la guerra non sarebbe scoppiata prima di agosto.



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mercoledì 13 luglio 2011

Azzurro pillola.

Illustrazione da: Storia dell'amore in Cina - S.E.A.


Oggi, tanto per lasciare argomenti pesanti e ansiogeni, vi voglio raccontare la storia di Rondine che vola, una famosa escort cinese del 1° secolo dopo Cristo. Era espertissima nella sua arte ed il suo straordinario successo che la fece diventare la favorita dell'imperatore, era dovuto soprattutto al fatto che faceva il suo lavoro per passione più che per necessità ed è risaputo che se uno si diverte, il lavorare non gli pesa ed i risultati sono i migliori. Oltre a questo la natura l'aveva dotata di tale bellezza che si diceva che, tanto per capirci, la sua pelle fosse così vellutata che l'acqua non vi si poteva fermare quando usciva dal bagno, splendida e profumata dagli eteri delle mille lavande. L'imperatore, che le aveva cambiato nome in : Mio paese delle voluttà, non poteva più farne a meno e alle feste che organizzava quasi ogni sera, dopo i faticosi impegni di governo nel suo grazioso palazzo della capitale, oltre all'orchestra composta di una ventina di fanciulle che suonavano i tradizionali strumenti rigososamente nude, la presenza di Rondine era ormai obbligatoria.

Purtroppo l'imperatore perse, in seguito ad una grave malattia, la sua potenza virile e poiché Rondine pretendeva di essere comunque soddisfatta da arcieri e servi, non disdegnando neppure gli eunuchi (che poi non sempre erano tali), l'imperatore si rivolse al medico di corte che prescrisse la miracolosa "gomma da usare con mille precauzioni" il cui bugiardino recitava nella posologia che potesse essere somministrata soltanto una pillola alla volta. Ma si sà come sono le donne, quella sera Rondine insoddisfatta rifilò al sovrano sette pillole una dietro l'altra ed ebbe finalmente il suo piacere, ma all'alba l'imperatore, stremato, morì. Beh anche laggiù, i magistrati non stavano a smacchiare leopardi e la poverina fu condotta subito al processo (che tra l'altro aveva un solo grado di giudizio, innocente o supplizio delle mille morti). La difesa fu la stessa utilizzata dalla collega greca Frine a testimonianza che certi topoi valgono sotto tutti i cieli. Lasciate cadere le vesti (tranne le calzine che celavano i piedini minuscoli che nessuno aveva mai potuto vedere, vi parlerò qualche volta di questo aspetto dell'immaginario erotico cinese) chiese ai giudici se qualcuno, per fare con lei il gioco delle nuvole e della pioggia, dovesse aver bisogno della gomma da usare con mille precauzioni. Standing ovation senza necessità di consultazione e immediato giudizio di innocenza. Condanna al supplizio invece per le dame di corti, infami accusatrici, per essere streghe vecchie ed invidiose. Gli annali riportano che all'imperatore succedette per un certo periodo un governo tecnico presieduto dal mandarino Shan, in attesa che il nuovo imperatore giungesse alla maggiore età; governo che, tra l'altro, risolse i molti problemi economici che angustiavano l'impero.


Refoli spiranti da:  C. Leed - Storia dell'amore in Cina - SEA -1966

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martedì 12 luglio 2011

Too big to save.

L'importanza economica dell'Italia è più o meno doppia di quella di Grecia, Portogallo e Irlanda messe insieme. Il nostro debito pubblico è il terzo tra i più ricchi, ma il nostro PIL è solo il settimo o l'ottavo, in compenso la nostra crescita è nell'ultimo decennio è una delle ultime del mondo. Questo debito (che potete vedere nel suo sviluppo continuo nella casella a fianco) è, caso anomalo nei paesi occidentali, per oltre la metà nelle mani delle famiglie italiane, nota da un lato positiva in quanto dà una minore volatilità speculativa e funge da cassa sociale, mentre il lato negativo (per chi lo detiene) è rappresentato dal fatto che un eventuale default, colpirebbe i singoli, cosa che non renderebbe utile alla comunità internazionale, un salvataggio, al di là delle dimensioni dell'impresa. Quindi non vorrei che qualcuno si illudesse che gli altri paesi ci salvino. Il cucuzzaro è troppo grosso per essere salvato e soprattutto i salvatori presunti non sono nostri creditori (come per gli altri PIGS, che se non li salvi non pagano te). Gli scossoni speculativi conseguenti, benché amplifichino notevolmente la situazione, non sono in generale sostanziali più di tanto, sono solamente indicativi di un trend e possono mutare direzione con la stessa rapidità con cui sono cominciati. Tuttavia le vie di uscita da queste posizioni sono ben note, per essere accadute molte volte nel passato ed in molte aree del mondo. 

Non interessa, per capire cosa potrebbe accadere, individuare di chi sia la responsabilità di tutto ciò e chi vuol sottolineare che chi ha governato negli ultimi otto anni su dieci, ha portato il debito da 1400 a 1900 miliardi, forse solo perché sfortunato, compie solo un esercizio retorico di poca utilità. Di norma si esce da queste paludi in tre modi. Il più consueto, consiste nel default dello stato che per quelli come il nostro privi di risorse naturali, porta al disastro totale, la fame (quella in cui la gente non ha più da mangiare tanto per capirci) per la maggioranza della popolazione, una ipersvalutazione che in pratica annulla il debito ed i beni mobili e che conduce quasi sempre a contrasti sociali così gravi da sfociare in soluzioni totalitarie. Un secondo, un po' più sofisticato ed al contempo più morbido, consiste nel dare via libera ad una forte svalutazione (analoga a quella degli anni settanta) che presuppone comunque una uscita dall'Euro, unica diga che ci protegge dalla svalutazione selvaggia, che di norma è accompagnata da una provvisoria dinamicità economica data dalla migliore competitività monetaria che innalzerebbe velocemente il PIL migliorandone il rapporto col debito. 

Questa soluzione brucerebbe velocemente la massa di risparmio oggi in mano ai cittadini che si troverebbero in mano un valore fortemente decurtato, quasi carta straccia, risolvendo allo stesso tempo il carico percentuale delle pensioni e degli stipendi pubblici che dimezzando o peggio il loro potere di acquisto, inciderebbero assai meno sul bilancio totale. Naturalmente nella speranza che la perdita di consumi interni fosse compensata dalla competitività acquisita nell'export. Tutto questo è di norma un sollievo piuttosto labile i cui effetti vengono rapidamente compensati, salvo la mazzata sui risparmi e sul potere d'acquisto. Rimane un ultima soluzione, che è il rientro graduale ma deciso del debito. Per fare questo sarebbe necessario una serie di manovre di tagli e di tasse, ripeto di tasse, tasse, tasse ed ancora tasse, talmente forti ed esagerate che la gente neanche riesce ad immaginare. Vi ricordo solo che la tremenda manovra di cui si discute in questi giorni e su cui tutti gli italiani si strappano i capelli, taglierà quest'anno 2 miliardi. La gente dovrebbe soltanto cercare di immaginare cosa significherebbe portarne a casa 70 o 100 come almeno servirebbero alla bisogna. 

Certamente tutti grideranno che bisogna tagliarli agli sprechi, ai politici e comunque agli altri, senza rendersi conto, che tagliare metà o più dei compensi dei politici, dei furboni e delle pensioni e stipendi dorati, cosa che comunque andrebbe fatta per ragioni di esempio morale per fare accettare il resto e per essere credibili (Obama chiede sacrifici e per prima cosa si riduce lo stipendio), porterebbe a casa neanche un decimo di quanto serve. I soldoni, quelli necessari, li porti a casa solo tosando qualche centinaio di euro ai 20 milioni di conti bancari o raddoppiando il prezzo della benzina o con una ulteriore tassazione feroce sugli immobili. Nessuno è in grado di fare questo, che rimane comunque la più indolore delle soluzioni, se non un governo composto di persone che non abbiano interesse alla rielezione. Certo la gente attendata nelle nostre istituzione è molto lontana da tutto questo, non vi preoccupate, le lacrime e sangue saranno solo teoriche e se ne discuterà per mesi per salvare questa o quella prebenda. Meglio lasciare andare tutto alla malora. Oppure andare in vacanza, ma mi raccomando sconsiglio il mare, meglio i Monti (ma uno solo, non tre, mi raccomando).


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lunedì 11 luglio 2011

Jǐ.

Questo è uno caratteri base che vengono utilizzati per costruire tutti i più complessi ideogrammi cinesi. Jǐ significa "personale, proprio" ed ha una origine curiosa. Infatti i semplici tratti orizzontali e verticali che lo costituiscono raffigurano la trama e l'ordito del telaio e lo svolazzo finale, la spoletta che collegata al filo si muove ritmicamente a costruire la tela. Perché questo significato? In quanto, come ricorderete dal film Gandhi, in oriente, filare una stoffa è un compito di cui ognuno si deve far carico per sé stesso, allo stesso tempo dovere e passatempo assolutamente personale, un po' come da noi certe signore di un tempo erano sempre alle prese con l'uncinetto mentre si chiacchierava. Ognuno dunque doveva provvedere a tessere il proprio personale pezzo di stoffa che veniva utilizzato come asciugamano multiuso. Ma anche quando si unisce ad altri caratteri produce un significato in cui questa sfumatura rimane a meglio illustrare il termine. Ad esempio unita al segno di "parola" abbiamo Jì -  记  raccontare, sapere a memoria - e cosa c'è di più personale che il racconto di una storia pescata tra i propri ricordi. 

E' proprio lo stesso fascino che mi prende in questo spazio e mi incita a guardare il mio passato e narrare. Ancora anteponendogli il segno di donna, abbiamo Fei - 妃 - che significa concubina imperiale, una donna tra le altre decine che passava la maggior parte del tempo al telaio in attesa della sospirata chiamata per allietare una notte dell'imperatore, oppure figurativamente il tempo lo passava a tessere trame in quel covo di serpi che doveva essere l'harem imperiale. Immaginatevi un po' un centinaio di donne rinchiuse in un palazzo in attesa dello stesso uomo! Se ci invece scriviamo sotto l'altro, il ben noto segno di Cuore, che si usa in tutte le notazioni di sentimenti, abbiamo Jì - 忌 - Geloso, la posizione di chi vede solo trame sulle sue spalle. Ancora anteponendo il segno di Seta, abbiamo Jì - 纪  Combinare matrimoni, facendo riferimento ad una poetica espressione secondo la quale, questa antica professione era descritta come "colui che annoda i fili di seta". Come sempre in questa cultura tutto viene sottinteso e deve fare parte di una armonia globale, tutto deve essere poesia e quanto invece è sgradevole e fastidioso, non deve essere evidenziato, ma se possibile nascosto, facendo finta che non esista a partire da chi contesta o non è d'accordo o segnala i problemi.

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domenica 10 luglio 2011

Il Milione 49 : Gemme e Buddhismo.


Marco Polo è ormai sulla strada del ritorno, ormai vecchio e maturo, dopo essere rimasto 5 mesi a Giava ed aver raccontato tra i primi le meraviglie di quella contrada, prende definitivamente la strada dell'Occidente per tornare a Venezia; ma la strada è ancor lunga ed altre meraviglie continuerà a raccontarci per tutta l'estate, giusto lo stesso tempo che ci mise a percorrere questo finale del suo viaggio. Eccolo quindi raccontare di paesi favolosi che ancora oggi rappresentano un interesse unico per tutti gli aspiranti viaggiatori, a partire dalle tante isole che popolano l'Oceano Indiano. Ed ecco cosa racconta delle isole Andamane, uno dei posti che ho in lista tra i primi in un futuro, spero prossimo, per come si dice siano ancora rimaste molto isolate e poco cambiate dall'Occidente. 

Cap. 168 
Angaman è isola e no ànno re. Sono idoli e come bestie salvatiche. Egli ànno molte spezie e sono mala gente e mangiano tutti gli uomini che possono pigliare e ànno frutti diversi dai nostri.

Ancor oggi pare che nella più settentrionale dell'arcipelago, l'isola di Sentinel, i nativi non lascino approdare nessuno se non accogliendoli con frecce e lanci di pietre, ma bisognerebbe appurare che non ci sia già un McDonald nell'interno, tra le palme. Non bisogna farsi troppe illusioni. Ma proseguiamo verso sud ovest verso lidi più conosciuti.

Cap. 169 
Da Angaman 1000 miglia ver ponente e garbino, si truova l'isola di Seillan che è la migliore del mondo di sua grandezza, ch'ella gira ben 2400 miglia. E vanno tutti ignudi salvo lor natura. No ànno biade ma riso e sosimain (sesamo) onde fanno olio, e vino fanno d'albori che ho detto. E in questa isola nasce li buoni e nobili rubini e zafiri  e topazi e ametisti e altre buone pietre preziose. La gente è vile e se bisogna di gente d'arme ànno d'altra contrada, spezialemente saracini.

Ceylon - Cava di pietre preziose.
Sul fatto della non bellicosità della contrada evidentemente le cose sono molto cambiate, se pensiamo agli ultimi venti anni di guerra civile, ma per quanto riguarda le pietre preziose l'isola ne è tuttora famosa. Ci sono stato solo una sola volta, ma mi è capitato proprio di fermarmi, lungo le strade di campagna dove vedevi una grande buca nel terreno, circondata da disperati seminudi (salvo lor natura certo) coperti di mota che con una cesta tra le mani, cavavano dal fondo acqua e fango, passandoli a poco a poco per cercare al fondo tra i tanti sassolini rimasti, quel brillìo sospetto, quel luccicore desiderato che potrebbe essere un banale quarzo privo di valore oppure il colpo della vita, la gemma che ti risolve tutti i problemi. Ed ecco al mio avvicinarsi, tutti quei fantasmi magri e smunti subito a pescare tra le falde dei perizomi, qualche sassolino da offrire, magnificandolo come la più preziosa delle gemme. Ma Ceylon è anche terra di buddhismo e Marco è il primo a raccontare della vita di Buddha che par di leggere Siddharta.

Cap. 174
Anuradapura - Santuario di Buddha
Quivi gli idolatori dicono v'è il monimento di Borgani Sergamon (Buddha Sakyamuni) il primo uomo a cui nome fue fatto idole e questi fue il miglior uomo che fosse mai ed essi l'ebbero per santo. Questo Sergamon fue figliolo di un grande re ricco e possente (e qui viene raccontata tutta la vita del Buddha) ... e vi dico che s'egli fosse istato cristiano battezzato, sarebbe un grande santo appo Dio. E qui vengon gli idolatri in pellegrinaggio siccome i cristiani a San Iacopo in Galizia. ... e v'à una montagna ed è sì diruvinata che persona non vi puote andare  se no per uno modo, che a questa montagna pendono catene di ferro così ordinate che li uomini vi possono montare suso. E dicono li saracini che lì è il monumento di Adam nostro padre e che quivi è lo corpo, li denti suoi e la scodella dove elli mangiava e il re di Seilla donò al Grande Khane, li quali denti mascellari erano molto grandi e la scodella d'un porfido bianco e vermiglio. 

Come si vede in tutti i periodi storici si cerca di rifilare al turista di passaggio ogni cosa che lo possa far tornare a casa  certo di avere tra le mani una rarità preziosa. Ma al picco di Adamo, ancora adesso troverete le catene per salire alla cima (è piuttosto faticoso e lo sconsiglio) mentre le stupende spiagge che circondano l'isola vi faranno innamorare di questa gemma verde ricca di foreste e di profumi di spezie. Un bungalow vicino al mare ed una scodella di curry di gamberi o un più delicato pesce al tamarindo di cui potete vedere qui la ricetta di Acquaviva (più indicato per le Andamane in verità) e dimenticherete tutte le preoccupazioni della manovra finanziaria meditando transazioni sui futures dello zenzero o meglio scoprendo la serendipity   dell'isola.


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Andamane.
Un indovino
Tibet misterioso.


venerdì 8 luglio 2011

Recensione: Pearl Buck - Vento dell'est: vento dell'ovest.

Altro consiglio per l'estate. Grazie ad una amica mi è capitato per le mani questo bel libro di Pearl S. Buck, la sua opera prima del 1930. Ovviamente non potevo che essere sensibilissimo all'argomento, dato il titolo, ma davvero questo libro è di grandissimo interesse. Intanto la storia, costituita da tre racconti che si svolgono nella Cina dell'inizio del secolo scorso con tutti i suoi cataclismatici accadimenti declinati tutti al femminile, con una delicatezza ed una poeticità davvero accattivante. Ognuno di questi personaggi viene a trovarsi nel pieno del cambiamento epocale che l'ingresso dell'occidente, con il suo devastante apporto di idee nuove e completamente contrastanti con la millenaria cultura che andava a sostituire e ne viene in modi diversi totalmente devastato. Kwei Lan, giovane sposa intelligente, riesce ad adattarsi a suo modo grazie all'aiuto della comprensione del marito, pur nella sofferenza di chi deve dichiarare sbagliate tutte le credenze che fin da bambina le erano state inculcate. 

Le altre soccombono in maniera tragica egli eventi, mentre il mondo avanza spazzando via in maniera spietata l'antico con la ferocia tipica di tutti i nuovi che tendono a liberarsi del vecchio etichettandolo come tutto sbagliato. Un libro che, letto oggi, è di una straordinaria attualità, visto nell'attuale cambiamento che di nuovo sta spazzando violentemente tutto  nell'impero di mezzo, senza dimenticare che è già la terza volta che questo accade in un secolo. La nuova cultura che arriva, con il suo fascino dell'esotico, tende irrimediabilmente a soppiantare quella precedente, in quanto i vantaggi positivi ed innegabili che presenta, pretendono di catalogare come comunque buono tutto il resto, compresi i gravi difetti che si porta dietro e tutto cattivo in quello che vuole lasciarsi alle spalle. E' una strada ben conosciuta che hanno percorso non soltanto i cinesi naturalmente; come non ricordare le file di 800 metri che si formarono davanti al primo McDonald aperto a Mosca. Comunque non perdetevelo, al di là della ambientazione orientale, rimane un bellissimo quadro di situazioni psicologiche ritrovabili anche in ambiti  molto diversi.


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giovedì 7 luglio 2011

Cronache di Surakhis 40: Un'altra manovra di soli tagli.

Volevo scrivere un bel pezzo oggi, poi mi sono accorto che lo avevo già fatto una volta, deve essere un argomento ripetitivo, ma si sa l'anziano difetta di memoria e io, Paularius di Surakhis, ormai ho più di 300 anni, anzi non ricordo nemmeno più bene quando dovrò andare a fare il restyling fisiologico, così per i miei nuovi lettori, vi ripropongo quanto già scritto un ciclo fa. Mi sono accordo che non è neppure necessaria l'attualizzazione.

Sacrifici, sacrifici. Questa parola continuava a martellare la testa di Albertus, pulsava con ferocia, facendogli gonfiare le vene sulle tempie ormai coperte di rada peluria grigia. Ma non c'era più niente da fare, inutile disperarsi, ormai il decreto sui tagli era stato promulgato e le conseguenze non si sarebbero fatte aspettare a lungo. Certo avevano dovuto togliere un codicillo, infilato, più che altro per fare un piacerino, ma la sostanza era quella. Non c'era altra scelta che la fuga. Aveva preparato a lungo un piano, quando le voci sempre più frequenti e minacciose che andavano a scalfire la dura crosta di ottimismo che l'Imperatore sbandierava da mesi, erano diventate un tam tam generalizzato; adesso era ora di metterlo in pratica. Poche ore prima, tutti gli schermi olovisivi avevano mandato in onda a reti unificate il dibattito parlamentare in cui il Gran Ciambellano aveva esposto i punti chiave della Manovra. L'esposizione dettagliata dei provvedimenti con la pedissequa elencazione dei tagli necessari e previsti era durata poco più di mezz'ora. Twoseas parlava con voce bassa e monotona, senza usare mai la parola "sacrifici" come era stato precisamente imposto dal Lungocrinito, sarebbe stata di cattivo auspicio secondo gli aruspici sacri e avrebbe avuto un impatto negativo sul morale della popolazione.

Tagli, tagli ed ancora tagli. Su questo soprattutto si basava il perno del provvedimento e tutti avrebbero dovuto dare il proprio contributo, anche i membri del governo e i loro sodali nella giusta misura. Appena terminata l'esposizione, dai banchi dell'opposizione si era alzata qualche timida mano, ma le telecamere avevano subito zoomato sul viso serio del Ciambellano che stringeva ancora di più le fessure quasi chiuse sotto i suoi strumenti di visione spessi e antiquati. Era stato necessario vaporizzare solo tre deputati che insistevano per parlare e in pochi minuti si era passati a discutere del più importante provvedimento che avrebbe abolito la comunicazione verbale e scritta che non fosse di argomento sportivo e dio solo sa quanto ci sarebbe stato da parlare col Campionato universale di palla quadra che stava per cominciare. Albertus aveva preso subito la sacca che, preparata da giorni, stava nella parte posteriore del suo cubicolo al di fuori dell'occhio della telecamera principale, ed era uscito velocemente nella notte aggiustandosi alla meglio la maschera di respirazione sul volto. Non sentiva neanche le zaffate di puzza che la centrale a merda rilasciava in maniera copiosa durante le ore notturne. Raggiunse il bosco in fretta nonostante la sua menomazione. Se avesse continuato con quel ritmo avrebbe raggiunto il confine con le Badlands prima del sorgere della terza luna e sarebbe stato salvo.

Nessuno lo avrebbe cercato laggiù. Si tolse la maschera respirando profondamente sotto gli alberi, gli effluvi della centrale non si avvertivano quasi più. Si sedette soltanto un poco, si ripromise, per riposarsi e chiuse per un attimo l'ultimo occhio che gli era rimasto. I sardar spuntarono come per magia tra i grandi tronchi neri e gli gettarono addosso la rete a induzione che lo immobilizzò all'istante. Non riuscì neppure a piangere mentre lo riportavano al centro di prelievo. Non lo consolava più di tanto il fatto che questa volta i Tagli sarebbero stati generalizzati, che ognuno avrebbe dovuto contribuire secondo le sue capacità e secondo la sua posizione. Come dettato con precisione dalla Manovra, i Tagli questa volta sarebbero stati rivolti a tutti. Ma Albertus non si faceva illusioni, sapeva bene che a lui avrebbero tagliato anche l'altra gamba, con la scusa che così sarebbe stato più bilanciato, mentre i giornali riportavano in prima pagina che a tutti gli esponenti politici sarebbero state soltanto tagliate tutte le unghie anche se per i dodecapodi non era uno scherzo, come aveva sottolineato il ministro della Funzione Pubblica, ripreso in un video mentre inaugurava un nuovo centro di sodomizzazione sociale. Niente mani nelle tasche dei contribuenti, aveva ricordato il Ciambellano che amava ripetere il mantra ormai entrato nell'uso, per effettuare le ablazioni testicolari di soppiatto come in passato, tutti tagli alla luce del sole. Non piangeva più Albertus mentre stava ormai nudo sul tavolo dei sacrifici; aveva capito che era stata Sylvia a denunciarlo durante il servizio obbligatorio settimanale di escort che rendeva alla locale sede di massaggi del partito. Le luci delle lampade si fecero più forti, quasi accecanti mentre le lame sottili degli agenti del fisco si avvicinavano asettiche.


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Moralità assoluta.
Discopatia.

mercoledì 6 luglio 2011

Anello di Giada.



Fare la escort non è mai stato facilissimo con tutti questi bacchettoni che saltano fuori continuamente. Anche nell'antica Cina, dove tuttavia queste signorine avevano una posizione di grande preminenza, non ebbero mai vita facile. E pensare che comunque le più belle e/o capaci, potevano aspirare a posti importanti, influenzando il governo stesso dell'impero. D'accordo, non è che potessero aspirare direttamente ad avere posizioni ufficiali di ministro o plenipotenziario come in altre culture, ma riuscivano spesso dalla camera da letto dell'imperatore o di qualche alta carica a far gravare la loro presenza nei provvedimenti concreti. Il periodo Tang, uno dei più fiorenti per ricchezza e sviluppo delle arti, fu caratterizzato da una spiccata tendenza all'apprezzamento delle rotondità femminili. Ammirando oggi le stupende statuette femminili dell'epoca, non si può fare a meno di notare che, pur elegantissime, quelle signorine siano un po' troppo grassocce per i nostri canoni, che oggi privilegiano ahimé, le anoressiche. Uno dei detti di 4 caratteri dell'epoca recitava: "tanta grassezza, tanta bellezza" e Anello di giada, la più famosa prostituta dell'epoca, era, come dicono i documenti di allora, periodo in cui tutto veniva puntigliosamente registrato, di carnagione bianca come il latte, ma decisamente abbondante in ogni direzione.

L'imperatore Ming Huang, però, proprio per questo, non aveva occhi  che per lei e amava trascorrere il suo tempo nel Palazzo d'estate, dove aveva appositamente costruito una fonte che eruttava acqua calda, in cui Anello di giada bagnava ogni giorno le candide ed abbondanti carni sotto i suoi occhi compiaciuti e concupiscenti. In breve ne fu talmente conquistato da farla partecipare, nonostante le sue mattane alle più importanti decisioni politiche, inclusa la nomina del suo amante, a generale della guardia imperiale. Il quale naturalmente dopo un po' le fece un bel pacco, cacciando l'imperatore con tutto l'harem imperiale, Anello di giada compresa. Anche i soldati più fedeli allora minacciarono di abbandonare definitivamente l'anziano l'imperatore troppo influenzato dalle grazie femminili e gli imposero di liberarsi della concubina a cui venivano attribuiti tutti i mali dlel'impero, inclusa la perdita di popolarità presso il popolo. L'imperatore pur di non perdere anche l'appoggio dei pochi fedelissimi rimasti, non esitò a sacrificare la povera Anello di giada, a cui consigliò di andare ad impiccarsi all'albero più vicino, cosa che la donna (non si sa bene in quale maniera convinta) fece di buon grado. Così il sovrano riusci a riconquistare il favore popolare e a domare la rivolta, ricostruendo poco dopo un harem ben più ricco di femmine tonde e giovanissime. Grazie ai versi di un grande poeta ci è rimasta questa storia nel famoso poema: Il padiglione dell'eterna giovinezza, uno dei capisaldi della letteratura cinese.

Refoli spiranti da:  C. Leed - Storia dell'amore in Cina - SEA -1966

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martedì 5 luglio 2011

Un destino segnato.

Quando passi la giornata con un vecchio amico è inevitabile che si crei la nota sindrome del commilitone, così dopo un po' è tutto un "Ti ricordi di quella volta che..." con risate e lazzi alle spalle di vecchi conoscenti. Basta che il discorso non scivoli su quelli morti e la giornata può finire in gloria. Tuttavia in qualche caso è davvero l'occasione per ritirare fuori qualche fatto divertente pescato tra le storie personali che ognuno di noi ha maturato. Siccome a me piace proprio raccontare le storie, eccovene qua una, bella, cotta e mangiata. Tanto per cambiare erano i soliti anni della morte dell'URSS e Mosca manteneva il suo fascino tenebroso di fioche luci e di sospettosa inefficienza. In ufficio si era deciso il colpo di testa, Dopo anni di onorato servizio la Zhigulì blu (la versione russa della Fiat 124 che si faceva a Togliatti) doveva essere accompagnata da una compagna di prestigio che mostrasse al volgo la potenza aziendale. La scelta cadde su una lussuosa Tempra (Italia über alles) che si ordinò direttamente in Finlandia. Quando ne fu annunciato l'arrivo, l'inverno russo era ormai nel suo pieno vigore, anche se la temperatura, forse grazie all'aiuto di Cernobil, vagolava attorno allo zero. Nel crepuscolo fané del primo pomeriggio, si trattava di tentarne lo sdoganamento. E qui veniva buona la fida Zhigulì che caricata la pattuglia di prodi determinati a tornare vivi o morti con la nuova macchina, partì sbuffando alla volta dello scalo ferroviario in cui, amici di amici (questa era la sola via per avere informazioni concrete) avevano assicurato stazionare i vagoni in arrivo dalla Scandinavia.

Gli schizzi di fanghiglia e di neve nera coprivano buona parte del blu elettrico del mezzo rendendola particolarmente mimetizzata, cosa che consentì senza blocchi o incidenti di guadagnare l'immenso scalo merci moscovita di una delle stazioni del Nord. Era ormai buio e i fiochi lampioni male illuminavano gli spazi deserti tra l'infinita sequenza di binari, popolati solo da ammassi di materiali di epoche incerte, coperti di neve che giacevano in un sonno eterno. In seguito a notizie credibili, si cercava una casa rossa popolata di doganieri, presso la quale forse, stazionava il nostro vagone. Comparve infine in lontananza, dietro una infinita sequenza di treni morti, cadaveri arrugginiti che ricoprivano l'impero agonizzante, ma ancora letargicamente attaccato alla vita. Un lungo rettilineo vi conduceva tra grandi pozzanghere che occupavano per intero la carreggiata e fumi corrosivi che ammorbavano l'aria, nascondendola a tratti alla vista. La macchina sballonzolava molto seguendo le irregolarità del terreno, così si decise di seguire per vie centrali, tagliando gli strati sottili di neve e le fragili croste di ghiaccio che coprivano gli avvallamenti, per non rischiare di finire in qualche fosso. Zhenija, profondo conoscitore della dimensione sovietica si era assunto il ruolo di capo comitiva e con grandi gesti indicava la rotta da seguire, di qua, di là, attenzione a quel mucchio di terra. Infine, davanti ad una enorme lago nero, traguardò la sagoma della casa rossa che pareva scomparire tra i vapori e decise d'istinto, sempre diritti fino alla meta.

Dopo pochi metri la piatta superficie che crepitava sotto gli pneumatici invernali, ebbe come un rigurgito e la voragine si aprì inattesa come le profondità dell'Averno. Una colossale buca, profonda almeno un metro, protese le braccia a ghermire la preda che inabissò la prora gorgogliando, com'altrui piacque. Ferox riuscì ad aprire la portiera, ma fu salvo anche Zhenija che pure aveva spaccato il parabrezza con la testa e sanguinava copiosamente, mentre continuava a ripetere chioccio: "Prego la scusa, prego la scusa". Più o meno zuppo, l'equipaggio constò che una delle traversine con cui maldestramente era stato riempita la trappola vietcong, era entrata nel motore. Ma altro di più importante incombeva, ed erano già le quattro, quindi Zhenija, ferito certo, ma comunque colpevole confesso, venne lasciato a guardia del relitto al fine di evitare che qualcuno, invocando la legge del mare, si approppriasse quantomeno di parti di esso per trarne i preziosi e ricercatissimi ricambi. La compagnia stazzonata ma decisa, guadagnò la ridotta dei doganieri. Nel gelido stanzone, vegetavano forse già da tempo come nella barzellette, un americano, tipico red neck dall'occhio bovide, in evidente rassegnazione ed un giapponese, dall'aria impenetrabile che rimaneva seduto sulla pancaccia sbilenca, senza appoggiare la schiena al muro che aveva visto l'ultima mano di pittura in epoca zarista. Il doganiere, un rubizzo milite dallo sguardo svogliato, continuava probabilmente da ore a riempire moduli, che timbrava di tanto in tanto con gesto meccanico. Non una parola fu pronunciata. Ognuno sapeva bene il gioco delle parti che lo attendava e lo svolgeva senza accidia. Fu aperto il vagone, purtroppo la Tempra, lucido gioiello svavillante, era la terza. Fu liquidata prima la CIA, che scomparì nella notte ormai scura, a celare i misteri da cui era venuto, poi venne data soddisfazione al Sol Levante.

Una black rain sottile e malevola lo accompagnò sulla Toyota bianco già sporco uniformandolo subito allo sfondo. Il diamante tecnologico, la perla di design italico, l'oggetto del desiderio scese lentamente e con attenzione la linea di scarico. Il doganiere, distrutto dalla giornata di lavoro, si accasciò sulla panca, alzò lo sguardo stanco alla parete dove troneggiava un grande orologio e una scintilla di piacere percorse le sue membra corpulente. Con un leggero sorriso si girò e disse: "Sono le sei, tornate domani". Un fremito di scoramento attraversò la truppa, sconvolta non già dall'incidente e dagli eventi, ma dall'impossibilità di abbandonare, motorizzati, il campo di battaglia. Ferox cominciò un lungo lavoro ai fianchi; l'esperienza e tutte le tecniche acquisite in lunghi anni di lotte nei meandri della burocrazia sovietica lo avevano rotto a tutte le situazioni. Infine il fortilizio nemico crollò e si dichiarò disposto a sdoganare il mezzo a patto di essere accompagnato a casa. Detto fatto, in pochi minuti le carte saltarono fuori debitamente coperte di bolli rossi tondi, quelli che contano e finalmente con grande cura e seguendo stavolta le indicazioni della guida sicura del prigioniero, la Tempra, debitamente alimentata con la tanichetta di benza portata al seguito e salvata dal bagagliaio della Zhigulì, lasciò lo scalo nella notte buia e tempestosa, dopo aver prelevato anche Zhenija che si era deciso, magnanimamente, di non lasciare, anche se colpevole, tutta la notte a guardia del bidone.

Ne fu riconoscente per anni. Il milite però aveva gabbato tutti, in realtà stava a Ostankino o altra località desolata fuori Mosca. La compagnia comunque vincitrice, guadagnò le brande nel casermaggio verso l'una di notte. Il giorno dopo fu recuperata la Zhigulì e rimessa amorevolmente in ordine. Lo stesso Zhenija per premio chiese il permesso di usarla per andare alla domenica al matrimonio di un suo lontano cugino. Il prestigio di presentarsi con la macchina aziendale, non aveva pari a quel tempo. Appena fuori Mosca sbagliò strada, fece un разворот, la vietatissima inversione ad U e il misto tra imperizia e fondo scivoloso condusse la bella e fedele auto blu a schiantarsi con la fiancata contro un palo della luce fino ad abbracciarlo completamente. Così essa, il cui destino era evidentemente segnato, anche senza tentare di fuggire a Samarcanda, terminò i suoi giorni malinconicamente, ritirata dall'Ingostrakh, l'assicuratrice sovietica che tra l'altro la strapagò. A Zhenija da quel momento fu inibito di toccare anche solo per sbaglio, il volante della Tempra.


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