sabato 3 ottobre 2020

Luoghi del cuore 64: I funerali dei Toraja di Sulawesi


Marionette nelle tombe dei Toraja - Sulawesi  Indonesia - agosto 1996


Lo spiazzo del funerale

 Il concetto della morte può essere diverso a seconda della cultura che incontri, stranamente, perché la inevitabile fine biologica della vita è definitivamente uguale sotto qualsiasi cielo; tuttavia percorrendo strade diverse ed attraversando il crinale di molte colline per vedere cosa ci fosse al di là, ho spesso constatato che questa differenza di approccio è più comune di quanto non si creda. L'antico Egitto dei faraoni ne è stata la dimostrazione più eclatante. Ma ancora oggi c'è un popolo, che fa la sua ragione di vita di tutto quanto ruota intorno alla morte. Vive in una delle più belle isole indonesiane, Sulawesi o Celebes che dir si voglia. L'Indonesia, in effetti è uno dei pochi posti del mondo dove ancora oggi si possano trovare culture e stili di vita completamente diversi dalla nostra, non ancora completamente omologati. Saltando di isola in isola se ne trovano molti di questi popoli “primitivi”, in realtà vivono solo con priorità diverse dalle nostre e sono anche tanto diversi tra loro come lo sono se paragonati a noi. Non è soltanto questione di vestirsi in maniera tradizionale come i Dayak del Borneo o i Batak di Sumatra, di portare l’astuccio penico come i Dani in West Irian (chissà come è scomodo, in certe situazioni, poi), ma proprio del modo di vedere ed intendere la vita. Come ho detto, oggi vorrei parlare di una di queste popolazioni che vive in una zona montuosa e un po’ isolata al centro di quell'isola lontana. 

Una processione 

Non pensate ad avventure alla Indiana Jones, basta arrivare all’aeroporto di Udjung Padang e lì trovate un sacco di gente che, per la giusta mercede vi accompagnerà per un piccolo trekking di tre o quattro giorni nella zona. I Toraja sono un centinaiodi migliaia di persone che vivono sparsi in piccoli villaggi e praticano una agricoltura tradizionale basata sulla risaia e l’allevamento del bufalo, animale che è un po’ il centro della loro cosmogonia. Come non capire, dà loro latte, carne e forza lavoro, praticamente dipendono dal bufalo, per forza che ne fanno l’asse portante della loro vita. E della loro morte. Ecco questo è l’aspetto più inquietante di questa gente. Tutte le attività, i pensieri, i comportamenti quotidiani della loro vita sono finalizzati ad un unico scopo: il momento della morte e della conseguente cerimonia funeraria. Forse solo nell’antico Egitto questo aspetto era così ossessivo e presente in ogni atto quotidiano. Poiché i mesi estivi sono liberi da attività agricole, in questo tempo si celebrano i funerali. Ma ohibò si muore tutto l’hanno, allora come risolvere la faccenda? In ogni casa, bellissime costruzioni con alte facciate a forma di prora di nave colorate, per ricordare la leggenda che li vuole arrivati dall’Oceano, c’è una stanza in cui si mette l’eventuale morto, sottoposto a particolari trattamenti perché resista anche un anno (l’odore comunque non è gradevolissimo), e si usa per lui una parola specifica che significa malato gravissimo che comunque non guarisce più. Morto invece, lo si può definire solo dopo che è avvenuta la cerimonia funebre, nel corso della quale, cosa assolutamente fondamentale, viene disperso quasi l’intero patrimonio accumulato dal defunto; un modo di redistribuzione della ricchezza che in altre culture viene affidato ai matrimoni. 

I bufali sacrificati dalla famiglia

Il metro del successo nella vita si misura con la dimensione del proprio funerale, più è grandioso, ricco di invitati, anche migliaia, più è costosa e lunga la cerimonia, da pochi giorni ad un mese, più il defunto dimostra di essere stato un uomo davvero importante per la comunità a sua futura memoria e di quella della sua famiglia. Si costruisce dunque un piccolo villaggio tra le risaie, dove vengono invitati parenti, amici e interi villaggi vicini a seconda delle disponibilità. La bara in legno finemente dipinto da schiere di artigiani, viene posta su una piccola torre al centro delle costruzioni. La gente arriva a gruppi, con lunghe processioni colorate che attraversano i villaggi vicini ed il maestro di cerimonie annuncia e debitamente registra su un librone, le provenienze ed i nomi ed il numero maiali che sono stati portati vivi e ben legati a spalla, per essere sacrificati. Come è ovvio, questo è fonte di critiche a non finire sulla tirchieria dei parenti vicini e lontani, quando invece in occasione del loro morto, ad esempio,anche se molto meno importante del nostro, erano stati portati maiali ben più grassi e pasciuti. Infine comincia il sabba dei sacrifici, dei maiali e dei bufali che il morto aveva accuratamente accumulato in vita, in una arena dove il sangue scorre a fiumi tra i muggiti di terrore ed i colpi di machete che calano sulle giugulari delle vittime, fatte poi a pezzi, scuoiate e cotte dagli addetti in giganteschi pentoloni ai margini dell’arena e che servono a nutrire tutti quelli via via convenuti. 

Tombe Toraja

Così per giorni e giorni si mangia e si beve e quando si va a casa, a seconda dell’importanza, si riporta un bel pezzo di carne, una bella coscia o un quarto, per i giorni successivi in cui si spettegolerà a non finire sull’evento. Intanto i giovani occhieggiano le ragazze dei villaggi vicini (c’è un saggio tabù endogamico che proibisce i matrimoni all’interno dello stesso villaggio) e la vita continua. Come nella nostra cultura ci si conosce ai matrimoni di vicini e parenti, laggiù ci si incontra ai funerali. Al termine la bara viene portata in una grotta e buttata, per la verità senza troppa cura, sulle altre, di decenni precedenti, mezze sfasciate in un ossario alla mercé del mondo. Fuori della grotta si mettono, in balconcini scavati nella roccia, marionette e statuette anche a grandezza naturale a sembiante dei defunti, un po' come le fotografie sulle nostre lapidi. Ci si può fare invitare facilmente ad una di queste cerimonie, tutti sanno dove si sta svolgendo qualche funerale importante, in stagione, basta portare un piccolo dono (qualche stecca di sigarette ad esempio) e si viene fatti accomodare assieme ad altri locali e si mangia quello che gli inservienti fanno continuamente girare. Noi ci siamo piazzati vicino ad una famiglia un po’ altezzosa in verità, ma pare che fossero i parenti ricchi del villaggio vicino, avevano addirittura portato in dono un bufalo molto grasso, come ci fecero notare con sussiego prima dello sgozzamento. 

Una cerimonia del funerale

Questa cultura della morte permea così fortemente questa società, che Dani, il ragazzino sedicenne che avevamo assoldato come guida ci fece sapere che parte di quei soldi guadagnati avrebbe cominciato a risparmiarli per comprare il suo primo bufalo che lo avrebbe accompagnato nell’ultimo viaggio. Sedeva vicino a noi ed osservava lo spettacolo con partecipazione assoluta. Descriveva le varie fasi della cerimonia facendo riferimento agli evidenti meriti del defunto ed alla sua prodiga ricchezza che si dispiegava sotto i nostri occhi e per primo mostrava apprezzamento genuino per quanto era stato preparato, facendone evidentemente memoria ed insegnamento a se stesso. Diceva con occhi sognanti:”Io avrò un funerale che se lo ricorderanno tutti!” e guardava la mia bambina che aveva undici anni con orgoglio, pavoneggiandosi un po’. Aveva un suo piano preciso, sarebbe diventato un uomo ricco ed importante ed il suo ultimo viaggio lo avrebbe ben dimostrato al mondo. Curioso vero? Rimanemmo lì tutto il giorno chiacchierando coi vicini e girando nelle varie parti dell'accampamento per osservare più da vicino le varie cerimonie collaterali, la mattanza degli animali sacrificati, l'attività di cucina e tutto il coloratissimo contorno, che di tanto in tanto offriva anche danze e canti in onore del morto. Nei giorni successivi camminammo di villaggio in villaggio a vedere le splendide case ornate dalle decine di corna di bufalo che testimoniavano l’importanza della casata, ricordo di funerali passati, glorificati appunto per la loro grandezza. 

Le facciate delle case di un villaggio

Le facciate altissime, simili a prore che solcano il mare, in verità lontanissimo, disposte le une in fila alle altre, lungo la strada centrale fino ad allargarsi in una zona di comune presenza. Gli spazi sotto le palafitte su cui sorgevano le abitazioni erano piene di bambini che giocavano nella terra, mentre piccoli maiali neri grufolavano dietro vicino allo stagno. Ogni casa apriva la porta di ingresso sulla strada, dando accesso alla camera comune principale; dietro, le camere dove dormivano i componenti della famiglia, più dietro ancora una camera dedicata ad ospitare il cosiddetto "malato grave", quello che non guarisce più, in attesa del suo funerale. Gli uomini a lavorare nei campi, gli anziani seduti davanti alla casa a guardare nel vuoto, pensando forse a quanto sarà grandioso il loro. Di tanto in tanto nelle piccole vallette laterali tra un villaggio e l'altro, si aprivano le caverne cimiteriali, annunciate da lontano dalla fila esposta delle figure di legno che sorvegliavano bonariamente il sentiero di accesso. La mia bambina si aggirava all'interno delle fenditure tra cumuli di crani e femori malamente fuoriusciti dalle casse dipinte e marcite dal calore umido, con quella morbosa curiosità tipica dei ragazzini, su questi argomenti per noi un po' horror, poi si scendeva al villaggio vicino dove le donne mondavano il riso su grandi vagli di vimini o lo sfarinavano nei mortai di pietra. Bufali grassi dalle corna lunate pascolavano sui bordi delle risaie, a mollo nel fango, guardandoci passare con la consapevolezza di chi è trattato con cura e devozione. Il mondo della città sembrava lontano mille miglia. Anche questo è un modo di vivere, vivere per la propria morte, sognando di avere la propria piramide più grande degli altri, per guadagnarsi e prolungare nel tempo, la propria piccola, personale immortalità. Forse è proprio questo il file rouge che, in forma diversa, lega tutte le culture.

I parenti del villaggio vicino

Maiali per il sacrificio
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