mercoledì 28 ottobre 2020

Luoghi del cuore 78: Le cascate Vittoria

Victoria Falls - Zimbabwe - agosto 2000

La spaccatura

Tutte le grandi cascate ti danno una sensazione di potenza assoluta, di natura dalle dimensioni sovrabbondanti rispetto alla minuscola presenza umana. Il rombo tonante dell'acqua che si precipita dall'alto, la nebbiolina dei miliardi di goccioline che si alza nell'aria fino a superare l'altezza del salto, l'umidità diffusa che ottenebra la vista e ti fa sentire in un ambiente ovattato e surreale, quasi un mondo di fate o di esseri di altri mondi, favole o incubi che essi siano a seconda del tuo stato d'animo. Ho avuto il privilegio di aver visto quasi tutte le più importanti e le più spettacolari, ma un altro aspetto decisivo che le potrebbe contraddistinguere in una classifica delle emozioni, è la loro selvaticità, la difficoltà nel riuscire a raggiungerle. Così per esempio mi accadde alle pur modeste, se paragonate ad altre, cascate etiopi delle sorgenti del Nilo azzurro di cui ho parlato qualche giorno fa. Tuttavia quelle che forse più di tutte hanno colpito la mia fantasia, anche perché le puntavo da tempo, sono state le cascate Vittoria nello Zimbabwe al confine con lo Zambia. A tutto questo forse ha contributo la posizione così isolata e immersa in un territorio di selvatica rusticità; poi la dimensione fuori ordinanza che ti consente di percorrere un fronte di quasi due chilometri per abbracciarle tutte; la rilevanza storica, col famoso incontro tra Stanley e Livingstone disperso nel continente e l'atmosfera che respiri di quel passato coloniale inglese che pur facendoti trovare nel luogo più selvatico e restio alla penetrazione, ha ancora un sapore di crinoline e di reali in visita ai propri domini sparsi per il mondo, quando l'idea era di costruire ferrovie per attraversare continenti dove i confini non erano ancora stati tracciati. 

Fauna sulle rive dello Zambesi

Il fiume Zambesi che le provoca è una immensa via d'acqua che arriva dal nulla e prosegue attraverso territori incogniti e quando ne percorri le acque a monte, su una piccola barca che in ogni caso, qualche preoccupazione ti mette, trovi un ambiente di calma irreale che in nessun modo fa presagire l'inferno del precipizio che ti attende di lì a poco. Le rive verdissime e basse, non ci sono rilievi visibili nelle vicinanze, sono popolate dalla fauna primordiale di un Eden sognato che evidentemente ancora esiste nel nostro mondo. Branchi di elefanti che foraggiano nelle erbe alte delle rive nelle quali le acque si espandono nei mille rivoli che la natura, non frenata, né costretta dalla protervia dell'uomo che sempre vuole sottometterla, pagandone le conseguenze, si conquista col suo incessante e ripetuto lavoro, conquistandosi stagni e lagune ricoperti di canneti e vegetazione che rappresentano il luogo ideale per gli animali della savana. Nelle anse più nascoste, la superficie dell'acqua è punteggiata dalle narici viola melanzana degli ippopotami immersi completamente per la maggior parte delle ore del giorno. Dove l'acqua è più bassa anche i dorsi massicci emergono, formando un arcipelago di isolotti che si muovono lentamente; di tanto intanto una bocca enorme si spalanca in uno sbadiglio prolungato e mostruoso, mostrando canini lungi come un'avambraccio, prima di richiudersi con un colpo secco tra grandi schizzi d'acqua. Quasi sulla riva, un robusto maschio, roteando il codino come una girandola birichina, spruzza le sue feci liquide all'intorno come fosse un carro spandiliquame in una risaia del vercellese, segnando orgogliosamente il territorio. 

La cascata

Giriamo al largo con la barca per evitare che uno di questo colossi emerga all'improvviso scaravoltandoci nel fiume. Più in là, più vicine alla riva altre narici, altri occhi gialli spuntano dalla superficie grigio azzurra, sono coccodrilli di dimensioni preoccupanti, per lo meno al vederne il paio che sono a riva immobili con la bocca spalancata a prendere il sole. Andiamo ancora avanti sotto la spinta della leggerissima corrente, fino a ché un suono, un rumore, una sorta si borboglio profondo e continuo, non si fa sempre più alto ed inquietante. Il bordo del salto non è lontano, anche se la corrente è ancora lentissima e già si scorge il fumo che si leva alto nell'aria. Torniamo a riva, dove un lungo sentiero porta al fronte della cascata, della quale si cominciano a scorgere i primi rivoli periferici tra i rami degli alberi della foresta fitta che la circondano. Un lungo sentiero percorre la spaccatura nella parte a valle della cascata, quasi una balconata che consente di passeggiare avendo davanti tutto il fronte del salto che essendo in periodo di quasi magra, pur essendo imponente è diviso in mille rivoli e salti secondari, mantenendo una massa unica solo nella parte centrale lunga comunque molte centinaia di metri. Il fragore dell'acqua che cade è quasi assordante e lo spettacolo è ipnotico. L'occhio segue il flusso che in un arco possente si precipita nel fondo dell'orrido sentendosi attirato a seguirlo quasi fosse un pifferaio magico che voglia trascinarti verso il basso. 

Il ponte per lo Zambia

Staresti per ore a guardare quello spettacolo, una orchestra che continua il suo crescendo senza limiti di tempo e apparentemente neppure di spazio, dato che non riesci ad abbracciare con un solo colpo d'occhio tutto l'arco quasi rettilineo che si perde all'orizzonte. La parte terminale della cascata si perde n un impasto di verde cupo della foresta, di spuma bianca e di nebbia di vapori degna di un regno fantasy. Più o meno a metà del sentiero, la spaccatura procede ortogonalmente al fronte dando via di uscita alle acque che ormai scorrono 120 metri più in basso. Un canyon secondario che dà strada al nuovo fiume che si è formato a valle, smanioso di attraversare la terra di mezzo e di arrivare all'oceano. Un lungo ponte è stato costruito per scavalcarlo e questo rappresenta anche il confine tra Zimbabwe e Zambia. Poco prima del posto di frontiera (20 $, costava lo sfizio per passare provvisoriamente al di là e poter dire di aver calcato il suolo zambiano), un baraccotto malandato messo in piedi con assi sgarrupate, segnala la possibilità di fare uno dei bunjee jumping più inquietanti del pianeta. Piazzola di lancio non molto stabile, elastici a prima vista piuttosto datati e volenterosi, sarà un pregiudizio di certo, ma l'impressione di quel lanciarsi finendo nella nebbiolina diffusa del baratro che sta sotto, fa venire le farfalle nello stomaco. Resistendo dunque alla grana epocale piantata dalla figlia, immediatamente disponibile, anzi imperiosamente pretenziosa di gettarsi nell'Averno, rientriamo sul percorso ormai noto per cercare di far rimanere il più a lungo possibile nella mente l'immagine di quello che qui tutti chiamano il Fumo che tuona. Una grigliata di costolette di kudu e sidro, pacificheranno gli animi che si crogioleranno serenamente questo ricordo per molto tempo.

Tramonto sullo Zambesi

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La spaccatura
Urali                                                            
Imputato alzatevi

2 commenti:

OLga ha detto...

Che meraviglia!

Enrico Bo ha detto...

Ti assicuro che il posto è assolutamente magico

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 111 (a seconda dei calcoli) su 250!