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domenica 1 marzo 2026

Mau 10 - La carovaniera

La pista - Mauritania - gennaio 2026 

 

Sabbia
Eccoci svegli, di mattino presto, salutiamo il gruppetto di italiani con cui avevamo fraternizzato ieri sera, senza dilungarci troppo visto che comunque li rincontreremo questa sera a Ouadane, la strada è quella e lì bisogna per forza andare e dunque riprendiamo subito la strada del deserto. Questa è forse una delle corse sulla sabbia più bella. L'aria è tersa e finalmente senza vento. Le ondulazioni sono piuttosto basse e diventano dune vere e proprie solo qualche chilometro più lontano, alla nostra destra. Qui solo una sconfinata spianata di onde leggere di un arancione commovente sulle quali la fitta rete di scriminature che sembrano formate da un gigantesco pettine manovrato dall'alto per disegnare il terreno di una straordinaria ornamentazione, prosegue all'infinito. Solo tracce leggere di pneumatici segnalano la nostra direzione di marcia. E questo è uno dei dilemmi più ingannevoli del deserto, tu puoi seguire una traccia che prosegue diritta davanti a te, convinto che questa sia una pista sicura visto che ci sono appena passati altri, ma è un sottile inganno; soprattutto in certi terreni un po' più solidi, la traccia può durare anni, se non ci sono stati venti intensi a coprirla, e tu puoi avventurarti lungo quella che ritieni una pista certa ed invece questa non conduce da nessuna parte e se avrai un problema, potrebbero passare mesi o anni prima che passi qualcuno a darti una mano. 


Deserto che avanza
Quindi sempre occhio alla posizione del sole e avanti a tutta birra, tanto qui, al contrario, le tracce rimangono per  poco tempo, la sabbia è leggera ed il vento la muove con imperturbabile costanza. Quando ci fermiamo per una sosta idraulica, provo a lasciare un segno di orme del mio passaggio, ma dopo pochi minuti, che mi sono attardato a traguardare l'orizzonte lontano, mentre tornavo alla macchina, erano già quasi completamente cancellate, Tracce irriconoscibili del passaggio di qualcuno certo, ma uomo o animale, tertium non datur, difficile decidere. Ancora un poco e la superficie sarà ancora più liscia e serica, pronta per essere di nuovo traversata. Di certo tra un'ora, saranno già scomparse. Però la mancanza di rilievi ripidi consente invece alle macchine di prendere una certa velocità ed è molto divertente questo correre verso il nulla cercando di mantenere una direzione il più possibile rettilinea, evitando solo i monticelli d'erba e le minime depressioni più chiare, segno di sabbia troppo morbida, foriera di impantanamenti. E' davvero una bellissima sensazione questa corsa tra le sabbie che sembra non finire mai. Quando le dune cominciano a rilevarsi un poco ed hai difficoltà a vedere con chiarezza l'orizzonte, la pista si fa un poco più tortuosa e bisogna ridurre la velocità, Si è alzato frattanto anche un po' di vento, quello appunto che cancella le tracce e il cielo si è di colpo offuscato.

Carovana
Incrociamo quella che sembra una carovana, Tre o quattro dromedari affardellati e tre persone che camminano loro accanto, La velocità degli animali è lenta, giusto la stessa degli umani che li accompagnano, anzi non appare subito chiaro chi accompagni chi. Da vicino capisci invece che non si tratta di mercanti che marciano verso il confine maliano, che dista ancora quasi un migliaio di chilometri, forse verso la leggendaria Timbuctu, forse a nord verso l'Algeria, ma semplicemente di una coppia di giovani turisti, intabarrati dalla testa ai piedi per resistere alle folate di sabbia che non aspetta altro di insinuarsi in ogni dove, che, accompagnati da un cammelliere, stanno facendo a piedi la pista tra Cinguetti e Ouadane, la stessa nostra, una tratta storica che ha visto il passaggio di migliaia di carovane in passato e forse questo modo di viaggiare, ci metteranno una settimana invece della quattro ore che sono necessarie a noi, ti consente davvero di provare sensazioni antiche e vivere il deserto quale doveva essere solo un secolo fa. Sono sicuramente due modi diversi di vivere il deserto, il mezzo moderno che ti fa provare l'ebbrezza di correre tra le sabbie e il lento andare antico, della fila di uomini che cammina sulle sabbie accompagnato solamente dal ruminare continuo del dromedario che ti osserva con occhio critico domandandosi forse che cosa ci fai lì, anche se forse dopo millenni di esercizio, la specie si è mitridatizzata a queste curiosità e non si fa più domande, ma accetta il suo destino di traslatore di beni tra le sabbie. 

Haisha
Certo è un artificio, io non credo che sarei contento di camminare per giorni e vedere i pick up Toyota che mi passano accanto, sfrecciando e sollevando una nube di polvere, come se non bastasse quella che porta il vento e guardare dai finestrini, quelli che ti salutano con la manina, quasi fosse una irrisione. E' un po' come il fastidio che provano gli escursionisti che scarpinano per ore su faticosi sentieri di montagna che consentono loro di guadagnare 1000 metri di quota in una giornata di pena e poi all'arrivo nei pressi del belvedere tra le montagne trovare una piazzola gremita di macchine che arrivano da una strada percorsa in pochi minuti, mentre una massa di gitanti che ululano hanno occupato per intero la balconata ed una schiera di bimbi gioca sul prato coi racchettoni. Però è sempre la stessa storia, se un posto è interessante non puoi neanche pretendere di arrivare in solitudine e godertelo a tu per tu; è il solito discorso. Comunque, non vorrei fare troppo il difficile, non possiamo certo dire che questo deserto soffra di overturism, almeno per ora. Intanto raggiungiamo l'oasi di Tanouchert, dove ci eravamo già fermati lo scorso anno, essendo più o meno a metà della strada che dobbiamo percorrere. Come vi avevo già raccontato, è un luogo, un tempo importante per la carovane, che vi sostavano, mentre oggi è un gruppo spopolato di capanne, che aspetta solamente l'arrivo del periodo della raccolta dei datteri per rivivere dei parenti che arrivano dalla città a dare una mano e a fare festa. 

Capanne di Tanoucher
Per il resto l'insediamento dormicchia sonnacchioso in attesa di essere sepolto dalle sabbie. I pochi abitanti cercano di difendere le palme rimaste erigendo barriere di frasche, come abbiamo già visto e scavando buche profonde attorno alle palme che ancora riescono a crescere qui. Ma avverti subito che per il momento almeno è una battaglia perduta, che, complice anche lo spopolamento, non ha molte possibilità di farcela. Come mi dice Ahmed, la gente sa, qui come a Cinguetti, che la loro casa appartiene al deserto e che, quando lui la vorrà indietro, se la riprenderà e basta. A loro non resterà che andarsene, mentre la duna a poco a poco seppellirà i muri di mattone crudo assimilandoli per l'eternità. Certo qui nei villaggi, basterà smontare le capanne e spostare le tende un po' più in là per resistere ancora un po', il palmento invece è l'unica cosa che vale la pena di difendere, cercando di resistere all'invadenza della sabbia, ma per le città è diverso, siano esse di terra cruda o di pietra. Ecco perché qui possono resistere solamente le tribù di nomadi che sono essi stessi per primi, parte del deserto, che non temono perché riescono ad adattarsi ai suoi ritmi senza tentare di opporsi velleitariamente. Per loro il deserto è maestro di vita, ti ricorda in ogni momento che per essere felice, per avere una vita piena, basta solamente avere l'essenziale, l'acqua, un po' di datteri e di latte dei tuoi cammelli, poca carne delle tue capre e una tenda in cui avere riparo. 

Tè nel deserto
Tutto il resto è assolutamente inutile. Nelle sirene della città che attira tutti si troveranno le tante cose che ci possono essere e che si possono desiderare, delle quali nessuno ha davvero bisogno per essere felice, ma attenzione, non è che siano lì disponibili, solo da raccoglierle come i datteri dalla palma, possono rimanere anzi, solo un oggetto irraggiungibile che ti produrrà solamente deprivazione e infelicità, concetti in fondo così vicini a tanta filosofia buddista orientale, in fondo tutto il mondo è paese. E secondo molti tra quelli che vivono qui, il deserto riesce a darti tutto quello che serve per essere felice. Sarò anche vero, ma non vorrei che fosse uno dei tanti modi per convincere la gente che vive in un certo stato ad esserne contente per frenare le loro pretese e le loro aspirazioni, per tenerle calme insomma. Rimaniamo un'oretta nell'oasi, per riposare nella grande tenda centrale bevendo il solito immancabile tè e a filosofeggiare sul senso della vita, mentre le ragazze del paese entrano e cercano spazio vicino al palo centrale che regge la tenda che probabilmente è il punto del paese dove c'è più campo e smanettano sui loro telefonini, come già avevamo visto fare l'anno scorso. Quella carina che ci aveva servito il tè lo scorso anno, non c'è più, Ahmed mi ha detto che si è sposata a settembre e adesso vive in città ed è contentissima, visto che il marito ha una bella casa e aspetta già il primo figlio. 

Deserto che avanza
Passeggio un poco attorno alle capanne, fino al bordo dell'oasi. Al di là incombono le dune sinuose, bellissime, ma sempre più alte. Circondano completamente il paese come iene affamate che aspettano solo che cali la notte per avanzare e prendersi quello che, agonizzante, sta lì in attesa di essere spolpato. La palma piccola che stava crescendo in una buca piuttosto profonda e che ricordavo bene, dietro una capanna con un cortiletto dove giocavano tre bimbi, è stata in un anno completamente sepolta da una sottile sabbia arancione; ora spunta solamente un ciuffo di frasche stentate, dal centro, sulla sommità,  non vedi neppure un tentativo di grappolo di rametti su cui dovrebbero iniziare a formarsi i primi frutticini, chiari e turgidi, ansiosi di caricarsi di zuccheri deliziosi. La pianta è perduta e non darà invece più frutti. Nessun Neglet en-nour, le dita di luce dono di Allah apparirà ad agosto per essere colto. Nessuno ha cercato di salvarla, nessuno ha più scavato intorno ad essa od ha cercato di farle arrivare un poco di umidità per farla crescere, uno spreco probabilmente, a questo punto giudicato inutile e si sa quanto sia preziosa l'acqua nel deserto. E' stata abbandonata alla forza della sabbia, che vuole riaverla con sé e forse hanno pensato che dedicarle altri sforzi non valesse la pena, o semplicemente non c'è stato più più nessuno a deciderlo e la natura così ha deciso per tutti. 

Il villaggio
Allora noi riprendiamo la nostra corsa tra le dune, sempre più formate e maestose che cominciano a costituire un vero e proprio erg ondulato. Ouadane, l'altra importante città di questa carovaniera del nord est è sempre più vicina, e ci arriviamo prima di mezzogiorno, giusto in tempo per il pranzo. Siamo di nuovo da Chez Zaida, la soluzione che per gli stranieri di passaggio va evidentemente per la maggiore. Lei, imprenditrice baldanzosa sulla cinquantina, è già in cortile che dà ordini a destra e a manca, di qui distribuisce le camere, di là organizza i sedili sotto la tenda dove già arrivano i piattoni di riso e verdure per saziare i turisti affamati. Facciamo un giretto per gli scarni banchetti che stazionano davanti all'ingresso, d'altra parte questo è l'unico posto certo dove si aggregano i turisti, ma non c'è davvero niente che ci spinga a lasciare il solito obolo, d'altra parte le assonnate facce delle venditrici non spingono all'acquisto più di tanto. Qualche capretta che gira attorno, bela debolmente, non è chiaro se alla ricerca disperata di cibo o se per la soddisfazione di aver evitato la pentola, almeno per oggi. Andiamo allora a buttar giù qualcosa, prima di partire per il programma pomeridiano. 

Tra le capanne

SURVIVAL KIT


Dune
Pista da Cinquetti a Ouadane - Una delle più belle tratte di deserto da fare in tutta sicurezza che percorre questo famoso tratto di deserto dell'Adrar occidentale. Un centinaio di chilometri rettilinei, piuttosto battuti, perché è sull'itinerario classico, che collega queste due antiche città del deserto che sono tra le cose fondamentali da vedere nel paese. Calcolate tre o quattro ore di viaggio tra soste e foto. C'è chi se lo fa a piedi coi dromedari. A Cinquetti troverete chi organizza queste escursioni, che durano circa una settimana dormendo sempre in tenda tra le dune. Più o meno a metà strada la piccola oasi di Tanoucher che ospita un centinaio di famiglie. C'è anche una strada normale in parte asfaltata, che congiunge le due città, un po' più lunga, ma che ovviamente non ha il fascino di questa traversata diretta.

cesti






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mercoledì 4 gennaio 2023

Recensione: W. M. McGovern - Viaggio segreto a Lhasa

 


Un classico libro di viaggio scritto cento anni fa che potrà appassionare tutti gli amanti della conoscenza del mondo, come me. Ciò detto si evince automaticamente che mi sia piaciuto moltissimo. Il racconto di questo viaggiatore esploratore, come si poteva essere all'inizio del secolo scorso, pervaso dal desiderio irrefrenabile di arrivare a Lhasa in un periodo in cui questo viaggio era impedito a qualunque straniero, racconta come, partendo dall'India britannica, già alle prese con la figura di Ghandi, compie attraverso il Sikkim, un difficilissimo viaggio, naturalmente a piedi con muli e cavalli, il viaggio per valicare l'Himalaya in inverno, travestendosi da coolie sikkimese per evitare le guardie tibetane. Riesce nell'impresa con grandi difficoltà e arriva nella capitale in incognito e ricercato dalla polizia tibetana avvertita dalle spie locali, dove si autodenuncia alle autorità e riesce a venire a contatto con il Dalai Lama e tutti i maggiorenti del paese, rimanendoci per oltre due mesi prima di essere espulso e tornare a Darjeeling. Naturalmente questo racconto serve a illustrare questo straordinario ed allora, sconosciutissimo paese e le aree limitrofe come Bhutan e Nepal, con una visione diretta che illustra i vari interessanti aspetti geografici e soprattutto  etnografici e politici dell'epoca. 

A mio parere, molto interessante anche oggi, alla luce dei vari problemi geopolitici che pervadono quell'area. Inoltre ben descrive quello che era in quel momento, la teocrazia assolutistica del paese (che ricorda molto l'Iran odierno) in cui il Tibet si era autodichiarato indipendente dopo secoli, approfittando del crollo dell'impero cinese ed i contrasti con il Celeste Impero. Racconta a fondo la violenza e la corruzione che imperava da sempre tra i monaci e i giochi di potere in atto tra i monasteri. Il libro mi ha ricordato moltissimo il mio indimenticabile viaggio in Tibet che risale ad oltre quindici anni fa e che ha percorso in gran parte quella via, quindi anche la lettura di questa esperienza, mi ha particolarmente emozionato. Ora non si tratta certo di un'opera letterariamente importante e lo stesso autore lo dice rendendosene conto, ma l'entusiasmo di chi, tra i primissimi occidentali, riesce ad arrivare in uno dei luoghi proibiti, più ambiti nella sua epoca, è ugualmente molto coinvolgente e comprensibile. Io me lo sono letto di gusto e lo ritengo imperdibile per chi si programma un viaggio in quell'area. Sapevatelo.

Segnalo inoltre che il libro fa parte della una collana Diari Occidente_Oriente dell'editrice ObarraO costituita da libri di argomento geografico, diari di viaggio e saggi di geopolitica, che mi sembra molto interessante.


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domenica 12 aprile 2015

Il flower market


Il book market


La tomba di Madre Teresa
Mi rendo conto che, in questo raccontare, non riesco a lasciare Calcutta. Ci rimango morbosamente attaccato così come non ci si riesce a staccare da qualcosa assieme ti respinge con i suoi eccessi,  ma allo stesso tempo ti attrae con un suo fascino perverso. E infatti ci sono ancora cose da osservare in una città dove apparentemente c'è poco da vedere. Per esempio la tappa obbligata della casa di madre Teresa. Come sempre i luoghi delle missioni cattoliche rappresentano uno stacco netto rispetto a quanto sta intorno e questo non fa eccezioni. Nel caotico andirivieni del quartiere, anche questo è un momento di calma e di riflessione, anche se è ormai diventato un luogo di culto più che un'opera in piena attività; una specie di piccolo museo cresciuto attorno alla tomba di questa donna che ha inventato un nuovo modo di affrontare la realtà indiana, risalendola dal basso, dalla parte più disperata e trascurata della coda, sovvertendo in parte i meccanismi che hanno sempre regolato questa società, quelli degli ultimi che sono tali perché in qualche modo se lo sono meritato nelle loro vite precedenti, che si aiutano solo saltuariamente e per un motivo egoistico, quello di acquisire meriti personalmente e non per quel senso di compassione verso l'altro che nutre i principi buddhisti o cristiani, che pongono questo aspetto in seconda linea. 

L'ingresso della Coffee house
La casa è popolata di suorine che svolgono le consuete attività dei conventi, mentre il pellegrinaggio attorno alla semplice camera della santa e più ancora vicino alla sua tomba che, pur nella sua spoglia semplicità assume una posizione totalizzante, rimane lo scopo della visita con i suoi contorni classici di distribuzione di santini e medagliette ricordo. Giustamente il lavoro vero dell'opera rimane nascosto in altri luoghi e lasciato a chi se ne occupa per vocazione, così qui ci si passa come ad una stazione della via crucis, quasi un obbligo inderogabile. Ma ci sono altri volti della città ancora da scoprire, come quello di tentare di comprendere dove sta andando l'India moderna, quella dei giovani che a decine di milioni cercano di costruire a fatica il futuro di questa nazione. Nella zona nord della città, il quartiere universitario è tutto un immenso mercato di libri. Tutto assume le dimensioni proprie a questo mondo, così ogni strada, ogni vicolo, è un seguito di negozi, bancarelle, piccoli spazi letteralmente oberati da pile esagerate di volumi, pubblicazioni, materiali di studio che soffocano il venditore dietro una cortina di carta stipata tra lamiere e teli di protezione dalla pioggia frequente. L'incongruità tra fango o polvere, a seconda del momento e la necessità di ordine e pulizia del libro in sé, qui si coniuga all'indiana. 

Indian coffee house
Carretti e trasporti pieni di risme di dispense, volumi di ogni spessore legati alla meglio in pacchi con spaghi provvisori, viaggiano in ogni direzione schivando animali e traffico, mentre colonne di ragazzi si aggirano davanti ad ogni stallo, consultando, scegliendo e comprando. Ognuno poi se ne va con qualche cosa sotto il braccio, forse solo una speranza di futuro. Tanti giovani e ragazze in questo quartiere, forse non molto diversi rispetto ai loro coetanei del resto del mendo, forse solo con opportunità, ma anche determinazioni differenti. Non rimane che prendersi una sosta in una Indian coffee house. Ce ne sono diverse qui. Grandi sale al primo piano di vecchi e marci edifici coloniali dai soffitti altissimi che tengono due piani, con ingressi da incubo, dove pendono grappoli di fili elettrici e di contatori in rovina, in cui si dispongono file infinite di tavoli quadrati a cui sedersi a prendere un caffè o un thé in quello che al tempo degli inglesi doveva essere un momento di sosta in un ambiente superiore e che è rimasto immutato, con i lunghi ventilatori che dal soffitto muovono pigri l'aria umida e dolciastra, mentre fuori il mondo è passato in un altro secolo. Un gusto retrò da assaporare con calma. Ma rimane almeno ancora un luogo di cui voglio parlarvi, che forse meglio di tutti sa raccontare il violento contrasto di Calcutta e che ne rappresenta forse meglio di tutti gli altri il suo volto morbosamente attrattivo rispetto ad una realtà sulla carta affannosamente dura e disarmante. 

Una bancarella in College street
Man mano che ci si avvicina all'Hooghly river, le strade si fanno, se possibile, ancora più affollate e caotiche; non ci sono più grande arterie di scorrimento e passata la ferrovia tutto diventa un confuso seguito di baracche e costruzioni precarie. Non riesci a farti strada tra il movimento di gente e mezzi di ogni tipo. Sullo sfondo l'immensa sagoma del ponte Howrah che domina l'area con la sua antica campata di profili di ferro percorsa ogni giorno da milioni di persone. Anche da lontano avverti il brulicare di questa folla che in un seguito di autobus puzzolenti, carretti, risciò e soprattutto a piedi, percorre nei due sensi gli oltre 700 metri questa icona architettonica dell'Asia e proprio sotto l'inizio della sua arcata, dietro ai ghat dove continuamente una umanità dolente si lava, pulisce e vive la propria vita e la propria religione, si estende il mercato dei fiori, un altro specchio innaturale di questa città sopra le righe. Sì, perché proprio qui dove è più forte il precario della povertà più lurida, tra le montagne di immondizia create dall'affollamento umano, che un clima impietoso rende marcia e maleolente, che la troppa acqua o il troppo calore masticano e impoltigliano per aumentare la durezza di viverci, la presenza dei fiori è evidentemente una necessità inderogabile, non si capisce se per obbligo di religione e sentimento o se per mitigare con la loro presenza quasi salvifica di colore e profumo, questa povertà sporca e apparentemente senza speranza. 

Flower market
I fiori come necessità di bellezza da consumare in quantità sproporzionate, affinché coprano con la loro patina edulcorante ogni bruttura, ogni sofferenza. Tutto il mercato è ricoperto da questa merce, così velocemente deperibile che deve essere continuamente rabboccata da arrivi di altro materiale, sempre fresco, sempre pronto. Ogni postazione di vendita e distribuzione è soffocato di fiori, suddivisi per necessità , tipologia d'uso e categorie. Qui tappeti di tageti gialli o mucchi di rose in bocciolo, là enormi mazzi di amarilli dai colori diversi. E ancora gerbere, dalie, margherite di ogni dimensione che affollano i teli stesi a terra impedendo un passaggio agevole. Poi stuoli di persone che si affannano sui nuovi arrivi, li mondano dalle foglie inutili, li raggruppano secondo colori e varietà, altri compongono corone infilando con rapidità in fili continui i fiorellini singoli a formare spesse catene da mettere al collo dei festeggiati, altri ancora che compongono costruzioni in architetture bizzarre e maestose, attorno a statue e tralicci. Addetti trasportano poi queste corone in mazzi che li sovrastano completamente e arrivano al successivo banco di vendita quasi sepolti dalle catene fiorite. Chi vende a numero, chi addirittura a peso. I venditori di petali hanno mucchi immensi davanti a loro e ne formano sacchi che i compratori golosi già immaginano sparsi sotto delicati piedi ricoperti dalle volute barocche dell'henné di spose bellissime drappeggiate di ricchi sari rossi e dorati. 

Mully ghat
Negli spazi ristretti tra i banchi e i negozi, a terra non c'è più nemmeno polvere, fango o sporcizia, solo un unico tappeto vegetale di verde, di foglie e steli scartati, di fiori morenti, di spine di rose che attentano a piedi non protetti, di vegetazione anch'essa alla fine della sua brevissima esistenza votata al piacere degli occhi. Il profumo forte delle collane di gelsomino, che immagini ornate chiome corvine e lucide, cancella ogni altro odore. Quando torni sulla riva del fiume, dove sui gradini popolati da altra umanità, si va sgranando ogni residuo di bellezza, l'acqua fetida e infetta, passa, portando via tutto, residui di verde assieme alla cenere dei morti, come se lo stesso carico di  dolore inconsapevole potesse lavare via tutto, povertà, sporcizia e malattia, verso il mare lontano, rendendo ogni cosa di nuovo fruibile alla vita, mentre le piccole statue di dei ancora rossi per la furia gioiosa dell'Holi appena passato anche qui, garantiscono spazio per tutti, basta che abbiano un senso di accettazione senza domande. Il treno rugginoso, carico fino all'inverosimile, dove mille teste si affacciano ai finestrini chiusi da inferriate, fischia passando tra le baracche che sembrano scostarsi per fare posto al Garuda di ferro sferragliante che va verso la vicina stazione ingombra dai mille bambini di strada in cerca di qualcosa che consenta loro di raggiungere il giorno dopo.

Il treno


SURVIVAL KIT

Il venditore di petali
Book market - College street - Nel quartiere dell'Università nella zona nord della città, ottimo posto per osservare l'India dei giovani e riposarsi un poco in una coffee hose vittoriana d'epoca coloniale.

Flower market - Spettacolare punto di osservazione del ponte Howrah, situato appena sotto l'inizio dell'arcata sulla riva destra del fiume. Portare scarpe chiuse per evitare di pungersi con le spine di rose che tappezzano i passaggi. Da qui si arriva ai vari ghat sul fiume come il Mully ghat o il più lontano Babu ghat, odori pesanti e sensazioni altrettanto forti, garantite.

Mother's Teresa House - 54a, Bose road - Piccolo museo con i ricordi della santa vicino alla sua tomba. E' possibile anche visitare la camera dove è vissuta negli ultimi anni. Chi è interessato a vedere parte della sua opera, casa ospedale e orfanotrofio, deve spostarsi di qualche via più in là.
Venditori di composizioni floreali

Un venditore di collane di fiori


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