venerdì 16 luglio 2010

Il Milione 20: Pelli d'orso.

I nostri amici Polo, che abbiamo lasciato tranquilli per un po', hanno superato Karakorum e i monti Altai e sfiorando il deserto del Taklamakan, chissà che caldo, e se ne vanno verso nord in cerca di strada più agevole. Non è ben chiaro se arrivano fino al lago Bajkal, che non viene citato specificamente, però di certo Marco descrive la regione circostante, l'attuale Burjatia, che era stata attravarsata durante la variante di viaggio di padre e zio, pochi anni prima.
Cap. 70

...una contrada verso tramontana, la qual si chiama lo piano di Bangu (Burjatia) e dura ben 40 giornate, a capo del quale l'uomo truova lo mare Ozzeano. La gente son chiamate Mecricci (i Mekrit che vivono a sud del Bajkal, nella zona di Chita, paese conosciuto solo dai giocatori di Risiko) e son salvatica gente; egli vivono di bestie e 'l più di cervi. Non hanno biade ne vino; la state hanno caccia e uccellagione assai, di verno non vi stae né bestie né uccelli per il grande freddo....

Accidenti se faceva freddo su quella riva ghiacciata del Bajkal. -32°C, mi assicurava Valentin, scrollando la testa perchè non faceva più quel bel freddo sano di un volta, mentre mi mostrava la lunga pista percorsa dai camion sulla superficie di ghiaccio spesso quattro metri che attraversava diritta l'immenso lago da una sponda all'altra. Ci voleva vendere corna di cervo e bile di orso, cose che, forse si trattavano anche 800 anni fa. Per le pellicce c'erano dei giri loschi, tutta roba che aveva già le sue strade, al pari di diamanti, petrolio e compagnia bella.

Nel ristorante dell'albergo ci ordinò una Okha bollente (vedere qui la ricetta di Acquaviva), la minestra/zuppa di pesce di lago che qualcuno dei tanti puntini neri lontani, fermi per ore sul ghiaccio davanti a un buco nel ghiaccio verde, aveva pescato. Sul fianco una bottiglia di vodka e una trivellina per bucare la superficie. I pesci presi, di fianco, già belli che surgelati, una catena del freddo cortissima. In testa pesanti colbacchi di volpe o di ondatra. Questa, lo aveva già capito Marco, è terra di pellicce e l'amico Zhenja pensa ancora adesso alle magnifiche pantofole di pelle di orso che gli riscaldavano le serate moscovite davanti alla televisione. Terra estrema, selvatica e selvaggia, piena di mistero, dove l'estate dura un giorno, dove l'uomo non è contadino, dove è subito sera e le stelle sono difficili da guardare.
Cap. 70

...e vi dico che questo luogo è tanto verso la tramontana che la tramontana (la stella polare) rimane arietro verso mezzodie...

Quando si dice esageriamo!





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giovedì 15 luglio 2010

Si fa presto a dire UFO


Quando scoppia la calura e tutti sono in vacanza non ci sono notizie da pubblicare, così, come diceva un mio amico, d'estate escono fuori gli UFO, che in Italia si chiamano OVNI. Certo qui da noi non ci sono problemi, né crisi, né ladri della cosa pubblica da cacciare o chi se li è votati è ben contento di averli ed è infastidito di sentirne parlare, ma di qualcosa i telegiornali devono pur parlare, quei minuti vanno riempiti. Così dopo Belen che molla Corona ed Ely che non si sposa più, saltano fuori i dischi volanti. Mi direte, ma anche in Cina? Per forza, quelli copiano sempre tutto e si dovranno pure mettere al passo. Laggiù li chiamano fei die (飞碟) "piattini che volano".


Però loro sono sempre un po' esagerati. Sarà che sono arrivati per ultimi al benessere, sarà che voglio far vedere di non essere gli ultimi della classe, ma le cose le fanno in grande. Ecco dunque che qualche giorno fa dalle parti di Hang Zhou, salta fuori un bel disco volante che fa le solite cose, gira, osserva, vola qua e là per un'oretta e poi se ne va. Di più, lo vedono in migliaia di persone, mica qualche vecchia guardia rossa piena di birra di riso, lo fotografano a più non posso (vedi la foto in testa al post), addirittura chiudono degli areoporti al traffico, mica chiacchiere. Il telegionale mostra i filmati. Anzi se volete vedere un telegiornale cinese che è sempre un'esperienza clikkate qui; poi parte il consueto insabbiamento governativo, forse non è vero che abbiamo chiuso gli aeroporti, la notizia non è confermata, i blogger sono cortesemente invitati a cancellare la notizia e lì quando ti invitano, non è che ci si può rifiutare, sarebbe scortesia.


Tutte cose già viste, come a Barnaul nella Russia Asiatica il 26 gennaio 2001 alle 16.28, quando un OVNI era rimasto più di un'ora ai margini della pista di atterraggio prima di andarsene tranquillamente come da relativi segnali radar registrati. Oppure come il famoso avvistamento di Caselle del 1973 quando un Ovni aveva stazionato ed effettuato manovre sull’aeroporto torinese per circa un'ora e mezzo, muovendosi tra gli zero e i 4000 km/h, tracciato dai radar e seguito nei suoi movimenti da alcuni aerei di linea dell'Alitalia e uno da turismo. Anche qui, una telefonata da Roma mise poi a tacere la vicenda con alcuni consigli "convincenti".


Poi verrà l'autunno e altri problemi più importanti verranno e gli UFO se ne torneranno da dove sono venuti fino alla prossima estate. E il fresco si porta via anche i cerchi nel grano, essendo poi quest'ultimo ormai mietuto. A proposito date un'occhiata a questo comparso a Poirino il 13 giugno, una vera opera d'arte. Quei burloni però conoscono bene la matematica a giudicare dalle formule che ci ficcano dentro. Va bé, ho capito, anche se sono solo le 7:00, fa già caldo e i neuroni sbattono contro le pareti dello scatolotto, vado a farmi un bel bicchierone di tamarindo gelato, così si rinfrescano le idee.



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mercoledì 14 luglio 2010

Per un caro amico.


Quando qualcuno ci lascia è sempre una cosa triste. Anche se è una piccola palla di pelo di cui non sei mai riuscito a vedere bene gli occhi, che però indovinavi acquosi e pieni di tenerezze e di affetto. Felici solo per il fatto che ti poteva stare vicino, che poteva sentire la tua presenza. Era un caro amico dei miei cari amici e per questo, un poco, era diventato anche amico mio.


Aveva adottato anche me nella cerchia dei suoi affetti e anche quando sentiva la mia mano che lo accarezzava, muoveva freneticamente la sua coda pelosa, anche se magari, vecchio com'era, non ne avrebbe avuto voglia. Faceva sempre più fatica a camminare, però avrebbe voluto sempre accompagnare i suoi amici in montagna, pur di stare con loro, perchè l'affetto è più forte della fatica e dell'età.


Noi, da vecchi diventiamo biliosi e ce l'abbiamo con tutti e con tutto. I cani no, anche in questo sono diversi da noi; l'affetto che sanno dare, non diminuisce mai, forse perchè non sono capaci di tradire. Anche a me mancherà molto il vecchio Pinco e mi piacerebbe solo pensare che ha avuto una vita ragionevolmente lunga, serena e felice. Ed è stato tanto amato. In fondo non è una cosa che possono dire in molti.



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martedì 13 luglio 2010

Sono un tipo da chinotto.

Sarà il caldo o lo spunto che mi ha dato oggi l'ottimo Bressanini, ma la chiacchiera di oggi la voglio fare su quello che bevevo da ragazzino. Intanto fin verso i tredici anni bisogna considerare che non avevamo il frigorifero e così son sempre stato perseguitato dalla voglia di bere un bicchiere di acqua fresca. Certe cose forse ti entrano dentro e diventano parte del Dna. Oggi, se l'acqua non è bella gelida non mi disseta, ma la maledizione deve avermi sempre accompagnato, quando viaggiavo in camper, il frigo non ha mai funzionato bene, negandomi sempre il piacere della frescura che il liquido gelato ti procura scendendo nella gola riarsa. Mah. A casa mia si beveva l'acqua "viscì" ovverossia l'idrolitina del Cavalier Gazzoni che mio padre confezionava due volte al giorno sciogliendo le bustine di polvere misteriosa dentro le bottiglie con la macchinetta che ancora conservo. Ha continuato ad essere l'unica bevanda della sua vita, fino a due anni fa quando se ne è andato a 96 anni, l'acqua minerale liscia che gli comperavo ogni tanto, non la beveva, sapeva di niente. Bisogna dire che era assolutamente imbevibile quell'acqua divenuta frizzantissima e il suo gusto di lisciva l'ho ritrovato solo anni dopo nelle acque minerali gasatissime dell' Unione Sovietica, una specie di Barjomi occidentale ante litteram dunque. Non c'erano i succhi di frutta allora, ma non crediate che non si bevesse come dice il marketing, con gusto. La faceva da padrone il tamarindo Erba, spesso sciroppo viola dal gusto particolarissimo e piacevole; la goccia spessa scendeva, versata con attenzione e si spandeva come una nuvola scura nel liquido trasformando l'acqua fiacca, in una bevanda deliziosa e dissetante. Anni dopo, non si trovava più, soppiantato da infami sciroppi di bassa qualità e minore prezzo, di certo cinesi o similari, direbbe il TG1. Mio padre, tanto insistette col direttore del suo vicino supermercato che ripresero le forniture ed ancora oggi lo ritrovo e lo serbo come un presidio slow food. A Torino invece andava per la maggiore la menta Sacco specifica di Pancalieri, noblesse obblige. Le bibite, a quel tempo in cui non esisteva la cocacola, erano pochissime e quasi tutte di produzione locale, tranne forse l'aranciata San Pellegrino, ma solo per gente di alto rango. Io, invece ero gente da chinotto, non da spuma però, considerata robaccia da bar, dove veniva spillata da bottiglioni doppio litro. Invece l'unica bibita accessibile per i ragazzi, era la gazzosa, archetipo di tutte le bibite future. La facevano in bottigliette di un vetro spessisimo e di seconda scelta, quasi granuloso e con diverse gradazioni di verde. Ad Alessandria, chissà perchè, era chiamata la Bicicletta. La bottiglia era tappata da una pallina interna di vetro lattiginoso verde pallido che la pressione del gas tratteneva contro il collo e che si premeva col pollice verso il basso per aver accesso al prezioso liquido. Poi si rompeva la bottiglia (alla faccia del recupero) e si prendeva la biglia che faceva premio su quelle di coccio. Chi ne aveva di più era più ricco o un grande bevitore, oppure era più bravo a giocare a spannacetta. Poi vennero le biglie multicolori, arrivammo sulla luna e anche quella perse la sua aura di status simbol. Che sete, adesso vado a farmi un bel bicchierone di tamarindo gelato. Salute papà.
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lunedì 12 luglio 2010

Sportivo è una parola grossa.


Si fa presto a dire: non sei sportivo. Intanto se uno è grasso, diciamo leggermente sovrappeso, non più di una trentina di chili certo, questa menata dello sport come metodo per consumare calorie, oltre che terribilmente noioso e privo di interesse, diventa anche una sorta di stress psicofisico che non fa bene, anzi è di certo foriero di più gravi problematiche. Se poi anche lo sport come spettacolo diventa delusione e noia, allora andiamo a goderci una serata al fresco tra le frasche, con una fetta di anguria in mano che è meglio.


Aver visto un campionato del mondo mediocre, con una finale tra squadre mediocri, buone solo a tirarsi calcioni nello stomaco, le migliori comunque tra tanta mediocrità, con partite condizionate da errori di arbitri mediocri, mentre la tua nazionale è stata cacciata come ultima del girone più debole e scalcagnato, è sintomo chiaro di un mondo che si è adagiato e si crogiuola nella crisi e nell'impotenza, nell'incapacità di reagire al sopruso e all'arroganza, con l'intelligenza, la ragione, la bellezza; piegandosi all'oscurantismo, alle religioni, all'immobilismo del potere più becero. Siamo diventati tutti grassi nel cervello, ci siamo adagiati in comode nicchie di benessere in cui la mancanza di fame, ha fatto nascere la pseudocultura dello slow food.


Eppure nel dopoguerra eravamo tutti bei bambini che parevano volenterosi di fare, figli di un baby boom che sembrava voler cambiare il mondo. Veramente io, magro magro non lo sono mai stato, anche quando, piccino, la mia mamma mi portava dal fotografo con la maglietta che mi aveva fatto ai ferri con relativo fiocco di palline al collo (ero peraltro un bellissimo bambino, come si può ben vedere, e tale sono rimasto), salvo un brevissimo periodo servito ad intortare quella poverina della mia GS (gentile signora) che evidentemente, obnubilata dall'amore, avrà creduto che sarei rimasto bellissimo per sempre; diciamo che ero un bambino grassoccio, anche se molto carino. Un po' molle in verità, che non riusciva ad arrivare in cima alla pertica e per questo motivo tentava sempre di farsi esentare dalle lezioni di educazione fisica, per evitare la derisione dei malevoli compagni.


Allora andava di moda la pallacanestro nelle scuole, i maschi erano una quindicina per classe e anche coi cambi qualcuno doveva rimanere fuori giocoforza. La palestra del nostro liceo era una cantina piuttosto vecchia e piena di spigoli, pericolosi anche per giovani dalla vitalità prorompente. Così era necessario che qualche allievo a caso venisse messo a protezione delle esuberanze liceali. Così toccava sempre a me fare da paraspigoli, dopo che alla prova dei fondamentali tre passi, non riuscivo mai a buttarla nel cesto. In effetti, però, non provavo alcuna frustrazione. Forse da lì nasce la mediocrità di una nazione.





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domenica 11 luglio 2010

Il milione 19: Samarkanda.


Questi giorni vacanzieri, ci hanno fatto completamente perdere di vista la carovana dei fratelli Polo, che superate le montagne del Pamir, sta ormai percorrendo le vaste pianure ed i deserti del Turkestan allora chiamato grande Turchia. Devono aver vagabondato un po' da queste parti, avanti e indietro, perchè a quei tempi c'era parecchio traffico e commerci da queste parti. Le carovane si muovevano portando merci preziose lungo rotte apparentemente sicure e tranquille.

Cap. 55

…è provincia della grande Turchia ove il fiume mena diaspido e calciadonio e portalle a vendere au Catai…
Da alcuni decenni infatti, tutta l'area era stata conquistata dalle orde di Gengis Khan che aveva imposto una pax mongola piuttosto severa e i commerci prosperavano attorno a quella che era la città simbolo dell'Asia centrale.

Cap. 51

Samarcan è nobile cittade ove son cristiani e saracini...
Il fatto che il nostro Marco poco aggiunga mi aveva lasciato perplesso, mentre digerivo lentamente il sofakli palov che ancora si trova nei ristoranti della città, forse non troppo diverso da allora (per la ricetta passate da Acquaviva), ricordando lo splendore monumentale che la rende unica, ma a guardar bene, quando ci passò il nostro, la città doveva essere molto diversa. Infatti quasi cinquanta anni prima, quando era caduta, si era provveduto a raderla al suolo e sopravvisse solo una minima parte della popolazione, inoltre pochi anni dopo subì un secondo sacco che la devastò completamente. I mongoli non andavano tanto per il sottile quando volevano esportare la loro way of life. Il buon Gengis amava ricordare che "nulla è più bello che vedere il tuoi nemico ai tuoi piedi, violentare le sue donne, uccidere i suoi figli e rubare i suoi cavalli" in ordine di importanza naturalmente, chè il cavallo è la vera ricchezza del nomade, quindi tutti si sottomettevano volentieri e pagavano tributi. I Polo giunsero quindi in una città stremata e distrutta che però manteneva il suo ruolo chiave come crocevia dei commerci.

Solo due secoli dopo Tamerlano decise di renderla splendida come oggi la si può vedere. Muoversi nella grande spianata del Registan, sotto i timpani decorati delle madrase, sovrastati dalla grande cupola blu, ti lascia basito perchè la bellezza è universale e forse è vero che è l'unica cosa che può salvare il mondo. Anche i regimi più crudeli, quando hanno lasciato spazio al pensiero e all'arte, si sono via via ingentiliti ed è poi questo che è rimasto a testimoniare quanto è grande l'uomo. E' sempre la sua furia mentale, il suo climax creativo che generano i capolavori, sia che la falsa motivazione sia religiosa o l'ossequio al potere. Questo alla fine è quello che rimane, per secoli. Tu calpesti le antiche vie ciottolose che portano all'osservatorio e ti senti orgogliosamente parte di questa specie, che distrugge con la crudeltà di pochi, ma che sa costruire sempre per i molti che alla fine si sanno sempre adattare per sopravvivere.



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sabato 10 luglio 2010

Recensione: Larsson - Uomini che odiano le donne.

Visto che siamo in tema, ecco qua un bel libro da ombrellone. Lettura facile e veloce, adatta alla totale assenza di pensiero di cui parlavo ieri, nella attività di spiaggiamento. Inoltre la lettura vi terrà impegnati per un po', date le circa 700 pagine; come mi spiegava un amico che i libri li comperava calcolando il rapporto pagine/prezzo.
Si tratta del gran successo di Stieg Larsson: Uomini che odiano le donne, se non avete già visto il relativo film, in quanto essendo un giallaccio di maniera, il conoscere il finale, vi leverebbe ogni interesse ad impegnarvi nel tomo, potendo utilizzare meglio il tempo nell'osservazione delle bionde compatriote dell'autore, vostre vicine di ombrellone.


Tra l'altro l'autore mi risulta già morto, quindi a parte altri due libri della stessa serie, non dovrebbe più far danni. Sì, come sempre il numero di copie vendute non è sinonimo di qualità. Quindi diciamo un poliziesco, dalle soluzioni un po' tirate per i capelli, con un finale un po' moscio e personaggi poco realistici. Tutto è molto estremizzato, le situazioni economiche risolte in maniera molto semplicistica e un po' tirata via.




Comunque adatto al torpore della stagione. Voi mi direte, ma come li scegli i libri. La realtà è che non li scelgo affatto, me li regalano, in genere chi regala libri ha la tendenza a scegliere best sellers e siccome a stento riesco a leggerli tutti nel corso dell'anno (leggo poco, lo confesso, non più di una ventina di libri all'anno, troppe altre cose da fare) quelli che mi interesserebbero neanche li compro.






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venerdì 9 luglio 2010

Sulla spiaggia.


La spiaggia è un ecosistema particolare. Non so perchè o quale siano le spiegazioni tecnico-scientifiche, ma la striscia magica che sta appena al di qua del bagnasciuga, ha su di me effetti assolutamente particolari e di difficile spiegazione. Il più importante tra questi è rappresentato da un generico ottundimento dei sensi che mi trasporta in una fase spazio-temporale indistinta e dai ritmi dilatati che trascendono i normali strumenti di misura e sono avvolti da un senso gradevole di torpore che rende tutto accettabile, piacevole, riposante.


Da quanto frequento Mentone e le sue pertinenze, questo aspetto è diventato sempre più evidente, anche se era presente in passato, in altri luoghi. Le sue strisce di spiaggia sassosa, che all'inizio detestavo per le pene che i ciotoloni infliggevano ai miei teneri piedi, ma di cui ho presto imparato ad apprezzare i vantaggi (avete presente che significa non essere perseguitati dall'azione erosiva della sabbia sulle vostre parti più nascoste e preziose?), accolgono con affetto il mio corpaccio stanco in un abbraccio suadente e soporifero allo stesso tempo. Quando calo dalla scaletta munito delle apposite attrezzature, ombrellino, stuoino e asciugamano, arriva subito la sensazione che ha colto Ulisse nella terra dei Lotofagi.


Un ottundimento dei sensi che ti fa considerare tutto dall'alto, da lontano come se tempo e spazio non ti riguardassero. D'accordo, luglio e agosto, in teoria non sarebbero i mesi più adatti a questo approccio. Subito la visione che ne hai è quella della bella foto di Anna M. della colonia di bagnanti di Cape Cross in Namibia che riporto in testa al post e che raffigura esattamente l'immagine che potreste avere dal bordo della passeggiata. (Chiedo scusa, ma il torpore mi impedisce di andare a cercare una diapo delle mie, sepolte nello sgabuzzino di un'era predigitale). Migliaia di otarie spiaggiate tra cui scendere, cercare un rettangolino di spazio e stendersi per entrare in un'altra dimensione. Qui il tempo ha una scansione diversa; ore e minuti scorrono secondo ritmi misteriosi.


Con la palpebra perennemente a mezz'asta, il mio corpaccione si muove lentamente, attento solo, ma inutilmente, ad evitare le ustioni che i raggi dell'astro impietoso provocheranno anche questa volta. Il meccanismo interno di valutazione della temperatura, di tanto in tanto fa scattare un clic e allora, lentamente l'otaria panciuta scivola lentamente nel mare a cercare refrigerio e deliziosa diminuzione di peso avvertito (Archimede docet). Riguadagnare la riva e spiaggiarsi nel proprio territorio è poi cosa facile, ma tutto lentamente, senza affanno. Tutto intorno, la vita della colonia, rumorosa e caciarona come quelle di ogni pinnipede che si rispetti, scorre tranquilla. Le molte immagini che ti scorrono davanti si rendono fruibili all'occhio, ma che non necessariamente il cervello scansiona, passano così senza impegno. Nordici rossi come gamberi paiono non provare alcun pensiero per l'epidermide che certamente cadrà a pezzi tra pochi giorni; nonni trepidi al servizio di bimbi impegnati a scoprire il loro livello di acquaticità; balde settantenni ed over che esibiscono nudità dalle forme imbarazzanti e che in altri ambiti si potrebbero considerare offensive, mentre qui scivolano via sventolando come borse vuote in disequilibrio tra spalle e ombelichi; tatuaggi mostruosi che invadono spazi impensati anche su corpicini di fanciulle in fiore, che dovranno essere in qualche modo spiegati quando tra cinquanta anni resisteranno impavidi alle ingiurie del tempo.


Ecco un tipo che lancia sguardi torbidi da sotto la visiera verso ogni rotodità che scopre spazi proibiti; più un là una coppietta di cinesi, attenti sotto un ombrellino a non offrire troppa superfice ai malefici raggi UV per non ingrigire ulteriormente la loro pelle, che tentano di affogare la loro piccina, che guaisce disperata all'aggressione dell'onda impietosa. Un magrissima madamina, immobile sul lettino da un tempo infinito, pare senza peso, forse morta, con la pelle rinsecchita e scurissima come cuoio mummificato, espone due borsellini avvizziti ai morsi del sole; poco più in là due norvegesi statuarie si esibiscono con noncuranza uscendo dalla spuma del mare. Corpi sudati o ben oleati, bagnati dalle onde o rinfrescati dalle docce, la colonia di otarie si bea di esistere e giace in pace senza chiedersi chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Nulla di questo mi infastidisce, anzi godo di far parte della colonia crogiuolandomi, protetto dai miei vicini; il numero è la nostra forza, se il predatore verrà, ne acchiapperà solo uno tra le migliaia, per gli altri tutto andrà avanti come prima.


Un dormiveglia senza tempo inframmezzato dallo scorrere delle pagine di un libro, senza fretta, mentre l'acido lattico accumulato si scioglie lentamente in pace. Quando, dopo un tempo indeterminato, il sole cala dietro le montagne lontane, tra i profumi della macchia mediterranea, un branzino al sale o dei moscardini alla provenzale, riporteranno la ruota senza tempo verso un nuovo inizio, per ripetere il ciclo, in questo kali yuga infinito, nel quale perdersi senza affanno.



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giovedì 8 luglio 2010

Le parc du Mercantour.

Tutte le volte ci ricasco. Hai voglia dire - Te l'avevo detto, ma non ti ricordi l'altra volta...- Niente da fare, l'amore mi convince, un'occhiata dolce e un-Vedrai che bello-, qualche particolare pruriginoso ed è fatta. E' cominciato anche questa volta un altro tragico trekking montano di Fantozzi. Il tira tira, oltre all'occhio tumido della mia GS (gentile signora) e al piacere di stare con gli amici, cosa che mi fa sopportare anche le più tragiche esperienze, era dato dal Parco del Mercantour e la sua decantatissima Vallée des Merveilles con oltre 9000 graffiti protostorici (mi raccomando non dite preistorici se no la guida si altera). Aggiungo che la lettura della trilogia di Vargas che svolge l'intero secondo romanzo tra i lupi del parco, ha contribuito a intrigare la mia maledetta curiosità. Sta di fatto che, di buon mattino, ci siamo lasciati alle spalle le dolci spiagge assolate di Mentone con i suoi croissant caldi e burrosi e abbiamo percorso gli orridi della Val Roja per raggiungere gli amici al limitare del parco.

Tranquillo sono solo tre o quattro ore di cammino in piano, il dislivello è pochissimo, una passeggiata per disabili. Sono tutti allegri e felici, non si sa, se per le meraviglie della valle omonima che ci attendono o per avermi attratto nella trappola. Comincia la vestizione dl torero. Dovete capire che questi Rambo della montagna, sono forniti di tutto punto di ogni attrezzo avveniristico e tecnico inclusi bastoncini da cammino in leghe speciali, zaini spaziali ed ergonomici, pile da testa ad alto rendimento, pedule che accarezzano il piede come massaggiatrici thailandesi, magliette di fibre tecnologiche che permettono scambi di ossigeno e altre molecole utili, calze che riposano il piede invece di cuocerlo e così via. Io, non uso per scelta di vita a queste corvée, invece, sembro la caricatura dell'alpinista. Pinocchietti uso mare, maglietta della salute a protezione dell'ampio girovita, zaino sbilenco che comunque affardellato non riesce a stare in posizione eretta, scarpette pantofola attraverso le cui suole ogni sasso viene a chiedere ragione dell'esperienza mistica, borraccia presa coi punti, pesantissima borsa fotografica, cilicio ulteriore autoimposto al peninente. Nessuno si cura del fatto che devo portarmi un secondo zaino di circa 35 kg attorno alla vita, che non posso posare mai.

Così garruli e contenti si parte per l'erta sassosa che procede nel bosco con rampe appositamente preparate per mozzare il fiato ai turisti della domenica. Frotte di escursionisti francesi invece, mi superano a passo forzato gettandomi sguardi di compatimento. Dopo solo mezz'ora, il cielo si incupisce e la bella giornata di sole cede spazio ad una nera nuvolaglia gonfia di pioggia. La montagna come si sa è traditrice e mentre cadono le prime gocce, tutti estraggono dagli zaini apposite mantelline in speciale tessuto avvolgente e traspirante, coprizaino e varie ed eventuali. La montagna va affrontata con il rispetto dell'esperienza e tutti sono ovviamente attrezzati alla bisogna come si conviene. A me l'ulteriore onta di dover mendicare il prestito di un K-way di fortuna e ombrellino coprizaino. Poco dopo la pioggia si allontana, pur rimanendo in zona per costringerti a non mollare i ripari sotto i quali il sudore scende copioso, incollandoli alla pelle. La fatica comincia a diventare fastidiosa. Le pietre sempre più aguzze, man mano che si procede, si piantano nei piedi quasi con gioia, come a dirti: - L'hai voluto, adesso godi!- Alla quarta ora di cammino, anche se ero partito per primo per avvantaggiarmi, sono ormai stato superato da tutti e mentre le gambe mostrano ormai segni di cedimento totale, i menischi urlano la loro rivolta e le ginocchia implorano pace, appare in fondo ad un grande circo di montagne granitiche, il rifugio sulle rive erbose di un laghetto dalle acque livide che invitano a lasciarsi andare tra le loro gelide braccia in cerca finalmente della pace eterna.

Mi getto su un pancaccio in cerca di quiete mentre la compagnia, appena terminato il formaggino Tigre e la tavoletta di cioccolata di ordinanza, una specie di razione K del montagnard, si sparpaglia festosa per le balze circostanti, dietro una fanciulla dal garretto possente da camoscio delle alte vette, in cerca dei famosi graffiti ovviamente sopravvalutatissimi, ma che qui, come ogni altra cosa sanno vendere benissimo (attenzione, quello nella foto sopra a destra non è una lampadina, ma il cosiddetto Cristo). Quando tornano tutti per la cena, il rifugio è al completo, pieno come un uovo, 75 persone che si affastellano nella saletta in cui viene servita polenta e beuf bourguignonne, potage e tome de Savoie per prepararsi alla notte. Un disgraziato francese chiede se c'è un televisore per vedere la partita. Un rasta- montagnard lo guarda con disprezzo e gli risponde - Le jeu du balon est interdit dans le parc.- Il malcapitato se ne fugge via vergognoso con la coda tra le gambe. Una volpe indegnamente attirata dai rifiuti che le vengono appositamente forniti, arriva maliziosa, fa il suo lavoro e se ne va, tra il crepitio delle macchine fotografiche. Arcobaleno maestoso nel cielo cupo e alle 8 tutti a nanna. Lo stanzone principale che contiene una cinquantina di gitanti ha un po' la forma delle baracche di Auschwitz.

Dal camino esce un filo di fumo nero della stufa in ghisa. Una serie di tavolacci a castello dove le vittime vengono allineate le une accanto alle altre e fornite di relativa coperta è già pronta. Noi italiani veniamo messi sopra e subito ci si predispone ordinatamente per la notte. Ci corichiamo in sequenza e silenziosi per non incorrere nelle ire di qualche alpinista vero che sotto, già da qualche minuto russa, ma piano come si conviene tra persone educate. Il sonno cala misericordioso sulle membra usurate che urlano pietà e linimento. Il risveglio è torpido e lento. Un leggero mal di testa ti ricorda che la CO2 non rallegra l'emoglobina, mentre la temperatura, grazie alla concentrazione di corpi umani, è ormai elevatissima. L'acqua gelida dei rubinetti ti risveglia definitivamente e ti ricorda che anche se le tue gambe sono ormai diventate borse gonfie di acido lattico, devono ritornare a valle comunque, perchè qui stanno per arrivare altri come te a reclamare il tuo posto.

Ma il troppo è troppo e l'interminabile strada del ritorno compie la sua mesta opera devastatrice sulle mia fragili e vetrose ginocchia; un crocchio funesto mi costringe a ricorrere alle amorevoli cure dei due medici con cui avevo avuto l'accortezza di accompagnarmi. Anziano ma astuto direte voi. Nosce te ipsum piuttosto e io il mio pollo lo conosco bene e so che finisce sempre così. Niente da fare, azzoppato definitivamente, stagione compromessa, probabilmente finita, necessità assoluta di riposo, riposo, riposo e coccole. Quindi ho predisposto i successivi tre giorni di riposo totale sulla spiaggia sassosa (niente fastidiosa sabbia nel costume) di Mentone. Libro, sudoku, sonno e plateau di formaggi alla sera per ritemprarsi. Eh sì, che bella sarebbe la montagna se ci fosse il mare.


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giovedì 1 luglio 2010

Cronache di Surakhis 30: Sport e politica.

Era proprio di cattivo umore. Paularius si forbì la bocca con la manica del mantello di raso rosso della confraternita e spinse da parte con rabbia il piatto ancora colmo delle rosee carni di un giovane knut, un tripode delle paludi, quasi estinto, che pure gli piaceva moltissimo e che gli procurava un cacciatore di frodo dell'est. I bocconi saporiti che la crema spessa rendeva ancora più morbidi, continuavano ad andargli di traverso e nemmeno il prezioso vino invecchiato nelle antiche botti di un domaine, che aveva appena confiscato ad un piccolo imprenditore che non voleva pagare il pizzo, stabilito dall'ultima legge, riusciva a mandarglielo giù. I giornali si erano scatenati.
Dopo che la squadra di Surakhis era stata eliminata dal campionato galattico di spaddikh, non la smettevano più di battere la grancassa. D'accordo, erano arrivati ultimi del girone più facile e a niente era servito giustiziare il capitano subito dopo l'ultima partita. Nonostante robuste stecche arrivate direttamente dal ministero della corruzione, gli avversari non si erano piegati e tutto era andato storto. Anche gli altri allenatori surakhiani sparsi nella galassia erano stati giudicati in modo pessimo ed addirittura gli otto arbitri che rappresentavano il pianeta, dopo l'ennesima svista, abbastanza veniale per la verità, in quanto non avevano segnalato la coltellata data da un giocatore di Rigel VI al portiere avversario, affermando che si era suicidato per la vergogna di non aver fermato la palla su un facile tiro avversario, mentre sugli schermi si vedeva chiaramente che il giudice di porta lo tratteneva per un piede, erano stati rispediti a casa.
Tutto il movimento era allo sfascio, ma da qui a dire che questo era lo specchio del pianeta, una civiltà morente basata sulla corruzione, priva di slanci vitali, in cui erano state anche chiuse le scuole, inutili per la verità, dato che i pochi giovani prodotti venivano per la maggior parte dati in schiavitù su altri pianeti, un impero ad un passo dal crollo definitivo, ce ne correva. Quei maledetti giornalisti, pagati dai nemici dell'imperatore, facevano a gara per stravolgere le cose. Certo quasi tutte le aziende avevano chiuso, ma loro lo attribuivano alla mancanza di provvedimenti contro la crisi universale, invece che al fatto che gli schiavi si erano rifiutati di lavorare cibandosi a settimane alterne e rinunciando ad almeno tre delle sei ore di sonno che avevano estorto nei tempi delle vacche grasse. Quei dormiglioni.
Adesso potevano dormire in pace. Lui aveva chiuso la miniera sigillandoli dentro, così aveva evitato anche tanti clamori e proteste inutili. Pero non era giusto continuare a dire che questo pianeta era in mano ad una classe di vecchi corrotti e corruttori che non volevano cedere, mandando tutto in malora. Allontanò con un gesto il servo che gli portava i fanciulli per il suo sollazzo serale, si cambiò il mantello e uscì. Quella sera c'era la cerimonia di insediamento del nuovo governatore. Arrivò disteso sulla barella, con i tubi delle macchine che lo tenevano in vita che scendevano graziosamente di fianco a lui. Aveva 146 anni e aveva vinto facilmente l'elezione; intanto era più anziano di quattro mesi del suo concorrente e poi era bastato promettere un giro di vite sui clandestini andromediani con una stretta sulla sicurezza, così avrebbero potuto far tacere, applicando la norma, anche tutti quei fastidiosi giornalisti alfieri del pessimismo.
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