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sabato 8 marzo 2025

Sudamerica 21 - La seconda traversata andina

Catena andina - Patagonia - novembre 2024

Così è arrivato anche il giorno di lasciare il Cile, un paese che, per quel poco che abbiamo visto, si è rivelato davvero interessante, in particolare questa parte meridionale, difficile da raggiungere e completamente isolata dal resto del paese. Chissà se verrà un momento anche per visitare l'estremo Nord, con il deserto di Atacama e le altre parti che rendono questo paese una meta di tutto rispetto a sé stante. Intanto tocca alzarsi presto anche questa mattina; ci facciamo la colazione nella sala comune con i ragazzi che sono già svegli e che anche oggi hanno mete da raggiungere a piedi. Speriamo che la giornata sia bella anche in mezzo alle montagne e li lasci scarpinare tranquilli. Intanto dalle montagne è già spuntato un timido sole e dopo aver lavato la padella con cui mi sono fatto le uova, devo dire che mi ci abituerai anche a queste colazioni all'americana, è arrivato il momento di uscire armi e bagagli, ad aspettare il taxi che per la verità tarda un po', ma poi alla fine arriva con largo anticipo rispetto ai tempi che abbiamo calcolato e in sostanza già ben prima delle 8:00 siamo alla stazione dei pullman dove ci aspetta il mezzo che ci consentirà di attraversare di nuovo la catena Andina e passare alla frontiera con l'Argentina patagonica.

La stazione è molto grande e le operazioni di check-in e di carico si svolgono con molta semplicità. Effettivamente come avevo sentito, il pullman è molto comodo e adatto alle lunghe percorrenze sudamericane, come penso siano usuali in questa terra dalle dimensioni enormi e dalle distanze infinite. I sedili sono larghi e comodi. Tra l'altro non è neppure molto pieno e subito alla partenza vengono distribuite bottigliette di acqua e piccoli generi di conforto, grissini e così via. Per un'oretta il pullman risale lungo la strada che abbiamo già fatto ieri, le acque livide del fiordo alla nostra sinistra paiono grigie e piatte come piombo fuso e le sagome basse delle montagne alla destra, sono ancora scure e non illuminate, mentre percorriamo a valle glaciale che ci riporta a Cerro Castillo. Qui ritroviamo la baracchetta del giorno prima ricoperta di adesivi di tutto il mondo che racchiude il baruccio e il piccolo negozietto di souvenir. Ritroviamo anche il cagnone di ieri che sembra non essersi mosso affatto dalla posizione sdraiata di riposo in mezzo alla strada, sempre in attesa delle carezze degli avventori di passaggio che non gliele lesinano affatto. Dopo il caffè di rito, il pullman si muove verso la prima barriera, quella cilena dove però i controlli sono scarsi e quasi inesistenti, anzi non ci timbrano neppure il passaporto cosa a cui tenevo particolarmente.

Riprendiamo la strada di quella che dovrebbe essere una sorta di terra di nessuno che separa le due frontiere, mentre il terreno si spiana e diventa leggermente ondulato per un po' di chilometri per poi cambiarsi in una landa completamente piatta. Comincia la cosiddetta steppa patagonica, desolata e solitaria nella quale non intravedi confini né barriere. Anche le staccionate di filo spinato delle estancias sono o assenti o malandate, con i pali di sostegno caduti o corrosi dal tempo e dagli eventi atmosferici e anche le carcasse dei guanachi morti nel tentativo di superarle sono quasi completamente disfatte. Pochi animali si vedono in distanza che brucano l'erba dura su un terreno povero ed avaro di nutrienti. Anche al successivo posto di frontiera argentino i controlli sono scarsissimi, C'è un cartello di warning, che avvisa della pericolosità dell'esposizione al sole a queste latitudini. Si tratta di una freccia che viene spostata, di certo a mano, su una scala da 1 a 10 e che evidentemente, considera ancora importante la carenza di ozono nell'aria ed il fatto che i raggi ultravioletti possono essere molto pericolosi quaggiù se non ci si protegge pelle ed occhi da prolungate esposizioni.

Oggi la lancetta segna 8, anche se non sembra ci sia moltissimo sole punto e non è chiaro se il segnale viene aggiornato con tempestività oppure se è lì abbandonato da anni a se stesso. Pare che ultimamente il famigerato buco dell'ozono abbia subito una riduzione consistente, quindi il pericolo non sia più così elevato come un tempo, ma in effetti tutti consigliano di proteggersi con creme adatte e occhiali da sole a queste latitudini. Su questo argomento evidentemente non si è mai abbastanza prudenti. Gira e rigira, tuttavia le due frontiere, anche se la gente di passaggio era pochissima, abbiamo visto solo un altro pullman in direzione contraria, ci hanno fatto perdere quasi un'oretta e quando riprendiamo la corsa sono già passate le 10. Dietro di noi le Ande sono sempre più lontane e qui appaiono come basse colline all'orizzonte; davanti a noi solo la steppa patagonica sconfinata. Continuiamo così per chilometri senza vedere una casa; la sensazione di desolata solitudine è sempre più presente e ricalcata esattamente alle pagine di Chatwin, rappresentando allo stesso tempo un senso di desolata disperazione e di attrazione morbosa. Di tanto in tanto a distanza di chilometri l'uno dall'altro compare qualche cartello lungo una pista laterale che indica la presenza ed il nome di una estancia, ma non si scorge nessuna costruzione, neppure nell'orizzonte lontano, solo sconfinata solitudine e qualche pecora sparsa, unico segno di vita.

Stiamo percorrendo la provincia di Santa Cruz e qui si comincia ad avvertire sempre più presente il vento della steppa che via via diventa sempre più teso e fastidioso. Spira sempre dalla stessa direzione, dall'oceano Pacifico visto che la catena Andina, sempre più bassa e limitata, stenta a contenerlo. E' una presenza costante imprescindibile che ti pare non debba mai cessare, come in un girone infernale che ha previsto questo come sua pena eterna. Anche se non ci sono alberi, lo avverti ugualmente sebbene al riparo, all'interno del pullman dove non si dovrebbe sentire nulla, ma se ti guardi attorno puoi vedere comunque i cespi bassi di erba che si muovono sempre piegati verso oriente mentre le poche pecore che brucano quel pascolo ingeneroso ed avaro sembrano farsi piccole piccole nel tentativo di ripararsi nella loro lana spessa e protettiva. La strada prosegue rettilinea per chilometri e chilometri. Adesso risaliamo verso nord. El Calafate è una piccola cittadina che appare immobile e tranquilla sulle rive del Lago Argentino. Ci arriviamo verso le tre, sotto un cielo che il sole, finalmente apparso, rischiara ed illumina di raggi freddi che non riscaldano la pelle, forse la danneggiano solamente. le Ande sono di nuovo vicine. La tassista che avevo contattato, Eugenia, ci sta aspettando con una macchina color rosso fuoco e ci porta rapidamente al nostro alloggio.

Ci racconta subito di avere una nonna siciliana, qui la metà delle persone che incontriamo ha parenti italiani, ed infatti parla benissimo la nostra lingua essendo stato stata moltissime volte nel nostro paese. Rinnoviamo gli accordi per domani come avevamo già stabilito via WhatsApp dall'Italia e prendiamo possesso della nostra camera nel nostro albergo. Non è propriamente una meraviglia, ma si sa che la manutenzione qui lascia sempre piuttosto a desiderare e le camere sono molto basiche se si considera il prezzo che si paga. Tuttavia ci accorgeremo spesso, come del resto avevamo già visto a Bariloche, che in Argentina i prezzi sono assolutamente fuori controllo e che quindi fare paragoni tra la qualità del servizio ottenuto ed il costo dello stesso non ha il medesimo senso che nelle altre parti del mondo. Certamente mi rendo conto che questo è forse l'anno più sbagliato per visitare questo paese. Dopo la cura Miley infatti, i prezzi sono schizzati alle stelle ed il combinato disposto tra il calo del cambio contro dollaro e l'inflazione terrificante che avvolge il paese da anni e che non sembra voglia dare cenni di soluzione, ha contribuito praticamente raddoppiare la maggior parte dei prezzi. Se penso che abbiamo rinunciato a questo viaggio lo scorso anno perché ci sembrava troppo caro, dovremo concludere al termine della nostra avventura, di aver speso almeno un migliaio di euro in più a testa.

Ma ormai siamo qui e bisogna ballare. La struttura che abbiamo scelto è in realtà un ostello, tutto costruito in legno, ma ogni camera è dotata di bagno e gli spazi comuni sono abbastanza confortevoli; anche le dotazioni sono piuttosto complete alla fine e non bisogna lamentarsi troppo. Una volta sistemati direi che abbiamo tutto il tempo per andare a dare una prima occhiata alla città. El Calafate è una piccola cittadina sorta agli inizi del Novecento per dare riparo agli allevatori di pecore produttori di lana, cresciuta in una posizione panoramica sul punto più meridionale del Lago Argentino, posizione ideale per visitare alcuni dei punti più belli delle Ande meridionali. L'importanza dell'insediamento rimase assolutamente minima fino a quando non cominciò lo sviluppo del turismo nel dopoguerra, facendone la base per l'esplorazione della zona. Il nome viene dal piccolo arbusto presente in tutta America meridionale di cui vi ho già parlato, che porta lo stesso nome (Berberis microphylla) i cui fiori gialli colorano la primavera e che ritrovate dovunque lungo le strade, nelle steppe, tra gli alberi contorti della Mata Patagonica e nelle valli che vanno verso le montagne.

Le marmellate che trovate a colazione in tutti gli alberghi sono ovviamente a base di questa piccola bacca blu che viene raccolta prima dell'estate ed ha un grande utilizzo nella cucina locale. La temperatura è piuttosto severa anche se non freddissima, arrivando al massimo a una ventina di gradi durante l'inverno e gravitando attorno alla zero in estate, periodo in cui nevica. Certamente il problema è il vento che spazza la Patagonia in continuazione per tutto l'anno ma al quale, qui sembra siano tutti abituati. La cittadina è tutto sommato piacevole e la forse la forte presenza turistica contribuisce a darle un aspetto di benessere diffuso anche se in fondo tutte le case sono in legno e di piccole dimensioni, ma, passeggiando nelle strade non hai la sensazione di povertà e di semiabbandono che avevo avuto invece a Puerto Natales in Cile. Il soldo aiuta insomma, e qui di soldi ne circolano parecchi, visto che la massa dei turisti che visita l'Argentina ha in questo tappa il clou del loro viaggio in generale. Non per niente i prezzi qui, un po' per l'afflusso di turisti un po' perché si tratta comunque di una zona lontana ed isolata sono forse i più alti del paese, assieme ad Ushuaia.

La strada centrale infatti è tutta formata di negozi abbastanza lussuosi, di locali, di ristoranti oltre che di servizi per i visitatori. Innumerevoli i luoghi dove mangiare che espongono in vetrina la zona delle griglie dove fin dal mattino fanno bella mostra quarti di corderos patagonicos esposti in bella vista sopra le braci in attesa di avventori. Più o meno a metà del Corso, una via laterale, chiamata per Paseo des artesanes, presenta una serie di baraccotti di legno che ospitano tutto quanto possa interessare le frotte di turisti che passeggiano su e giù in continuazione in cerca di paccottiglia varia da portare a casa seppellendola poi per sempre in fondo a qualche cassetto. Comunque, se siete interessati a queste cose, vi segnalo la presenza imperdibile di piccoli gioielli che vanno dalle collanine, ai braccialetti, alle spille fabbricati in Rodocrosite, una pietra dura tipica che si può trovare solo da queste parti, dal bellissimo colore rosa pallido e dalle proprietà miracolose, che viene comunque venduta a prezzi di assoluta affezione.

Ma già che siete qui qualcosina potete anche comprarlo dopo opportuna trattativa anche se i venditori hanno la tendenza ad offendersi subito se tirate troppo. In giro ci sono un sacco di cani anche grossi, ma se guardi bene quasi tutti hanno il collare, pare che si tratti di cani di proprietà che vengono lasciati liberi per strada e sebbene non sia una cosa tanto tranquillizzante da vedere, soprattutto per le dimensioni degli stessi, alla fine si tratta di cagnoni molto tranquilli e scodinzolanti che amano soltanto farsi coccolare. Per strada non trovi cambisti appollaiati sugli angoli o appoggiati ai lampioni, come a Bariloche, l'unico posto dove poter effettuare il cambio è un negozio della Western Union che comunque chiuse alle sei e un ristorante nel centro della città, che comunque hanno tassi uguali. Date un'occhiata comunque all'ingresso di parecchi ristoranti e negozi dove cartelli esposti ti comunicano che per acquisti fatti in dollari o in Euro vengono effettuati cambi ancora più favorevoli, naturalmente pagando come si dice qui en efectivo, capirete bene che anche qui pagare le tasse viene considerato un prelievo indecente come fosse una sorta di pizzo. In fondo tutto il mondo è paese direte voi.

SURVIVAL KIT

Bus da Puerto Natales a El Calafate -  partenza 8;00 arrivo 15:00, pesos 32.000 a persona. Spostarsi in pullman in tutta L'Argentina e il Cile è comodo ma il costo non differisce moltissimo dall'aereo. Ci sono pullman anche a lunga percorrenza che viaggiano per tutto il Sud America si possono prenotare facilmente. Io l'ho fatto dall'Italia con Bus-Sur Recorrido, sono puntuali e molto confortevoli. Due versioni: Semicama per le percorrenze brevi col sedile reclinabile e quelli più costosi detti Cama in cui i sedili diventano un vero e proprio letto e che consentono di fare tratte anche di 24 o 36 ore. 

Hostel los pioneros - Calle los pioneros 255 - El Calafate - 2 stelle non molto vicino al centro anche se ci si arriva a piedi, alloggiamento basico da ostello, costruito in legno, camere doppie col bagno, abbastanza recente, Un po' bisognoso di manutenzione ma tuttavia tranquillo. personale molto disponibile con le informazioni sala comune con Buona colazione. 48 USD la doppia con bagno e letto queen. Dopo marzo i prezzi scendono attorno ai 40 USD.

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venerdì 7 marzo 2025

Sudamerica 20 - La cueva del mylodon

éarco delle Torres del Paine - Patagonia cilena - novembre 2024



Le acque del Rio Paine sono abbastanza tumultuose in questa stagione e dopo la cascata si precipitano verso valle con la violenza tipica dei regimi torrentizi. A monte invece il fiume risale ancora per una trentina di chilometri fino a raggiungere il lago formato dakko scioglimento del ghiacciaio Tucson, uno dei tanti bracci del cosiddetto Hielo Continental che forma tutti i ghiacciai della zona con la sola interruzione del lago Paine più a nord. La strada del circuito prosegue tortuosa e gli spettacoli naturalistici si susseguono e anche se il tempo non ci è amico, spunta dietro le torri, facendo capolino tra le nubi, l'imponente massiccio del Cerro Admiral Nieto e poi ancora più avanti i Cuernos del Paine, spettacolare montagna che appare come spaccata in due da un colpo di sciabola del diavolo o da un altro demone maligno che sia caduto su questa terra come uno scultore extra terreno per crearne meraviglie terrifiche col nevaio bianco che si incunea tra le due cime accentuandone la spaccatura e il meraviglioso Mirador Northern Hold con un piccolo lago in cui le magiche Tre Torri si specchiano nell'acqua color opale è uno dei punti topici di osservazione.

Anzi veramente si specchierebbero perché purtroppo le nuvole le coprono parzialmente ma non voglio lamentarmi più di tanto, perché già è un privilegio trovarsi in questo luogo davvero fatato per l'isolamento dato dalla sua storia e per le sensazioni che riesce a trasmetterti. Anche Camila la nostra guida che non cessa di raccontarci il luogo che stiamo attraversando, è chiaramente dispiaciuta che il meteo sia inclemente non consentendoci di godere appieno l'esperienza e nemmeno cerca di ricordare che ieri invece, c'era un sole splendido, per non farce rosicare ancora di più. Il suo viso andino rimane serio e gli occhi con quel delicato taglio a mandorla si perdono tra le montagne di cui ci elenca i nomi. Di certo il suo sangue mantiene lontane origini mapuche, l'antico popolo che viveva qui prima del nostro arrivo e questa ascendenza le conserva una sorta di diritto di primogenitura e di appartenenza in questa terra estrema. Qui nessuno è arrivato per caso o per errore. Essere qui ha sempre significato una precisa volontà e resistervi ha voluto dire adattarsi ad una terra ostile che ha sempre rappresentato davvero la Ultima Esperancia.

Risaliamo sul pulmino e la pista continua a serpeggiare tra le montagne nere scoscese e dall'aspetto severo. Anche la coppietta di Colombiani che è con noi è colpita dalla selvaticità dei luoghi, sono in fondo dei cittadini vivendo a Bogotà e di certo non sono abituati a queste lande libere e spopolate. Le pareti che ci circondano sono quasi verticali, le punte aguzze sono quasi innaturali, come disegnate da una mano perversa per descrivere un mondo alieno. E' tutto un susseguirsi di creste seghettate che apparentemente si oppongono a qualunque tentativo di salita; palestre di roccia dove si potrebbero cimentare solamente veri e propri ragni delle montagne. Eppure queste sono zone amatissime dagli escursionisti che le percorrono un lungo in largo proprio per godere delle loro difficoltà alpinistiche campeggiando lungo il circuito per giorni e giorni. I piccoli corsi d'acqua si allargano di tanto in tanto formando laghi sempre più grandi come quello detto anche lago Escondido, Ma quanti sono i laghi escondidi della Patagonia?

Ad ogni piè sospinto ne trovi uno. In fondo lontana, dall'altra sponda, si vede lo scrosciare della Cascata detta Salto Grande proprio sotto il massiccio del Paine Grande la montagna più alta di tutto il parco che supera di poco i 3000 metri. Il lago Pehoe è un'altra meraviglia del parco ma quale non lo è a questo punto e gemma tra le gemme è dotato anche di una piccola isoletta dove è stato costruito un piccolo hotel di lusso che consente, turisti giornalieri permettendo, di godersi in solitaria questa sponda del lago. Facciamo un piccolo giro a piedi per sentirci anche noi degli autentici trekkers (quasi). La vegetazione aspra dura del promontorio che si raggiunge cavalcando un ponticello, è fatta di piccoli cespugli spinosi e di altri ricoperti di fiori gialli. Sono quelli che produrranno le bacche di calafate una piccola bacca che viene utilizzata moltissimo in tutto il Sud America per fare marmellata e dolci di ogni tipo. Certo siamo in primavera e questo è il momento della grande fioritura delle steppe della Patagonia. Sono fiori piccoli e gentili che però punteggiano la pianura e la montagna di colori delicati formando un tappeto punteggiato di lustrini smaglianti come un abito di gala.

Dai punti più elevati dell'isola poi vedere le scarpate che precipitano nel lago a fianco a te ed emozionarti per le cime che si elevano dalla dalla riva opposta e che appaiono come pareti nere che sbarrano ogni desiderio di procedere. Al di là ci sarà certamente una terra incognita popolata di mostri. Siamo intanto arrivati quasi ai margini del parco e percorriamo i bordi di un altro grande lago, il Grey, correndo al fianco delle sue acque tetre e grigie della riva meridionale. Dal lato opposto si vede nitidamente lontanissima, l'enorme lingua del ghiacciaio Grey che si precipita nell'acqua immobile, come freezzata nell'estremo frame di un ralenty infinito che l'abbia congelato per l'ultima volta. Per la verità ci sarebbe un'escursione da fare in battello e che in un paio d'ore ti fa girare il lago e ti conduce sotto il ghiacciaio, ma di queste opportunità ce ne sono talmente tante che per farne almeno qualcuna bisognerebbe fermarsi qui molti giorni. Intanto questa sponda del lago è un punto di sosta classico al termine delle escursioni per tutti quelli che decidono di lasciare il parco dopo tutta la giornata e naturalmente ospita un grande punto di ristoro, un ristorante dove puoi scegliere come toglierti la più grossa.

Tanti pannelli esplicativi raccontano la storia geologica del parco, la sua fauna, la sua flora straordinaria. Camila ci lascia liberi di spaziare intorno per circa un'oretta; chi vuole rimane sulla riva del lago ad ammirare il paesaggio, mentre chi preferisce abbuffarsi al bar o al ristorante può scegliere tra una vasta gamma di piatti locali assieme ai più classici da hamburgheria internazionale. Poi tutto ad un tratto quasi per coronare la giornata si mette a piovere, ma per fortuna non dura molto. Ripartiamo sazi di bellezza anche se un po' dispiaciuti per non aver potuto vedere le cime nel loro più completo splendore, quello che ti regala il sole pieno e il cielo azzurro indaco. Riprendiamo la strada verso sud ma la giornata non è ancora finita; abbiamo ancora uno dei punti famosi di questa zona; la Cueva del midodon, una trazione turistica certamente sopravvalutata ma che dal punto di vista storico ha una sua importanza e per questo la rende imperdibile. Questo mylodonte è un animale molto particolare di cui si parlò molto alla fine dell'Ottocento. Le prime ossa furono scoperte da Darwin durante il suo famoso viaggio, che ritrovò un mandibola dell'animale.

Da quel momento si scatenarono gli studiosi dell'epoca preistorica e dei costruttori di chiacchiere che attorno a questo animale costruirono leggende incredibili. Per qualcuno il mylodonte era un animale vivente ancora oggi e quindi questo mosse una immediata ed affannosa ricerca che ovviamente risultò infondata ma il fatto che di questo animale preistorico furono ritrovate anche parti della pelliccia come per i mammuth siberiani, cosa che continuò ad alimentare la leggenda, al punto che il venire in possesso di qualche frammento di palle congelata della bestia divenne un punto di orgoglio per i museo paleontologici di tutto il mondo. Chatwin nel suo libro In Patagonia racconta per interi capitoli e con gustosi aneddoti tutta la vicenda e lì vi rimando se vi siete incuriositi, Fatto sta che proprio questa grande Grotta della provincia di Ultima Esperancia, a 25 km da Puerto Natales furono ritrovati i resti di questo bradipo preistorico, della lunghezza di tre quattro metri e del peso di due tonnellate. D'altra parte è noto che tutta la parte sud dell'America meridionale è un colossale giacimento di fossili di ogni era geologica da i dinosauri ai più recenti di epoca pleistocenica.

In questo caso si trattava di uno dei grandi animali che popolavano la terra nel Pleistocene e che al termine dell'ultima glaciazione di circa 12.000 anni fa si estinse definitivamente, sia a causa della caccia degli uomini che avevano ormai popolato anche queste zone e del cambiamento climatico in atto. Di questo animale furono trovati molti resti assieme alle prove, ossa fratturate e bruciate, del fatto che gli umani dell'epoca se ne cibassero. I frammenti di pelle e di pelliccia sono ancora oggi conservate in diversi musei naturalistici di tutto il mondo. Tuttavia il mylodonte più famoso (Mylodon darwinii, dallo scopritore che ne rinvenì per primo una mandibola nelle terre più a nord), come ho detto, è stato trovato in questa grotta, che è diventata ormai una attrazione turistica internazionale della Patagonia. Un piccolo sentiero conduce attraverso un parco che è stato attrezzato per raccontare la fauna del Pleistocene, che presentava qui molti altri grandi mammiferi come cavalli primitivi e camelidi di diverse specie, fino ad arrivare a questa maestosa grotta dalle grandissime dimensioni, è alta altre trenta metri, che si affaccia su una scarpata di ricca di grotte di rocce sedimentarie che appaiono alla vista come un conglomerato di conchiglie di ogni tipo.

Un vero e proprio cemento rappreso di animali marini morti e ammassati gli uni sugli altri in un pastone che si è essiccato nei millenni. Questo mylodonte invece, non era altro che un gigantesco bradipo impellicciato, dalla pelle ricoperta di piccole squame come gli armadilli e proprio all'ingresso della grotta potete oggi ammirare una statua che lo riproduce in tutto il suo splendore e sotto la quale potrete farvi i selfie di rito. La caverna, davvero imponente, è una delle tante che si aprono nel versante di questa zona montuosa nei fianchi del Cerro Benitez, denominata Sierra del diablo. Bisogna pensare a questa zona come a una gigantesca area completamente ricoperta fino all'ultima era glaciale da centinaia di metri di ghiaccio che nel quaternario hanno ricoperto tutta questa parte della Terra; poi al momento dello scioglimento, valanghe di fango e di acqua, assieme a colossali flussi morenici hanno cominciato a devastare come tutta l'area formando centinaia di caverne che si sono poi cementate in rocce sedimentarie e puddinghe. Comunque sia al di là del suo interesse scientifico il monumento è una curiosità turistica che attira tutti quelli che girano da queste parti e fa parte della messa cantata che si deve recitare se visiti il sud della Patagonia cilena. L'avere letto in precedenza il libro di Chatwin contribuisce tuttavia a rendere più piacevole la visita è accettabile l'sborso per l'ingresso al parco.

Comunque tra le foto, il giro nella caverna e la lettura dei cartelli esplicativi peraltro abbastanza interessanti che raccontano la parte scientifica di questo territorio durante il tardo pleistocene, il tempo passa e si avvicina la sera anche se da queste parti è chiaro fino a tardi, visto che continuiamo a spostarci verso sud. Rientriamo in città passando al fianco di enormi rocce precipitate dalla montagna a cui sono stati dati nomi di fantasia, come la Sedia del diavolo e la roccia della Vergine Patagonica, che è ancora chiaro e l'aria limpida e priva di nubi che abbiamo lasciato alle torri del pile ci accompagnano lungo tutto il fiordo con le casette di legno colorato che si specchiano nell'aria livida. Certo il paesino ha l'aria classica delle terre estreme dei pescatori scandinavi, ma l'aria generale dimessa, gli stessi colori delle case, sbiaditi e male in arnese danno una sensazione di dimessa povertà e di rassegnazione quasi si trattasse di una sorta di isole Lofoten di serie C. Sono intanto ormai le 18 e come previsto e salutiamo José e Camila che sono stati davvero gentili ed efficienti e che ci riportano in albergo. come si dice, stanchi ma felici per la giornata trascorsa.

Decidiamo di nuovo per la cena alla Picata de Carlitos che ieri sera ci era proprio piaciuta e io mi faccio uno spettacolare filet mignon da 400 gr, alla faccia del mignon, completato poi da un budino al dulce de leche che restituisce al corpo sfatto le calorie perdute durante la giornata e devo dire che torniamo a casa soddisfatti. Lungo la strada, sul marciapiede, non puoi fare a meno di notare una serie di cassette di diverse dimensioni che contengono anche coperte e ripari di vario tipo. sono cucce per i cani randagi che vivono in città; evidentemente la sensibilità verso questo aspetto non è secondaria in queste aree estreme e apparentemente selvatiche del mondo. Rimaniamo un po' nella sala comune a chiacchierare, poi prenoto il taxi per domani e intanto ritroviamo la coppia dei due ragazzi che ci raccontano il loro giro a piedi all'interno del parco anch'esso un po' deludente a causa del tempo. Intanto fa un freddo cane diciamo la verità, la temperatura di notte qui scende abbastanza e quindi ce ne andiamo a dormire ben coperti, mentre fuori si è messo a piovere che Dio la  manda.

SURVIVAL KIT

Cueva del mylodòn - Attrazione turistica sulla strada di ritorno dal parco delle torri del Paine e che viene incluso normalmente nelle escursioni. Consiste in un grande caverna dove sono stati trovati i resti di questo animale preistorico che viveva comunemente nell'America del Sud circa 12.000 anni fa. Nel luogo i resti non si possono più vedere naturalmente, ma c'è solo una statua rappresentativa dell'animale e cartelli esplicativi. Il sito è comunque interessante e merita una deviazione. Biglietto 22.000 pesos


Restaurante Picada de Carlitos - Esmeralda 581 - Puerto Natales. Bel locale molto frequentato nella via principale in pieno centro. Servizio gentile e puntuale. Piatti classici e tradizionali. Porzioni decisamente abbondanti. Carni e pesce in quantità. Noi ci siamo stati due sere consecutive e abbiamo avuto, bisteccone tenerissime e un filetto imperiale, pavé di salmone in salsa di gamberi e alla plancha, tutto buonissimo. Calcolate cerca 20.000 pesos a testa incluso dessert e mancia 10% obbligatoria.


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Torres del Paine










mercoledì 5 marzo 2025

Sudamerica 19 - Parco delle Torres del Paine

Lago Sarmiento e Cerro Paine Grande - Cile - novembre 2024


Camila

Il mattino ha l'oro in bocca come dice il proverbio e quindi, eccoci nella cucina alle 5:30 a prepararci una bella colazione con uova, pane e marmellata, per sostenerci in tutta la lunga giornata che ci aspetta, anche se ci neghiamo con pervicacia assoluta ogni parvenza di trekking, per il quale però assumiamo le calorie che sarebbero necessarie a compierlo, che non si sa mai. La coppia di ragazzi che spentolano assieme a noi invece, hanno programmi più arditi; ieri hanno scarpinato fino alla base delle torri e oggi hanno in programma un altro giro impegnativo che li porterà fino a lambire lingue di ghiacciai secondari. Si fermeranno qui ancora qualche giorno. Certo questa area è un po' il paradiso dei camminatori e c'è chi si ferma per settima ad esplorare le parti più nascoste della cordillera per non parlare degli alpinisti veri e propri. Superata la fase del rifornimento eccoci quindi alle 6:30 fuori dal nostro ostello ad aspettare il pulmino che ci verrà a prendere per fare il cosiddetto circuito del Paine, un classico patagonico, sicuramente l'escursione più interessante ed obbligatoria per chi viene da queste bande. Queste zone solitarie e abbandonate dal mondo sono un unico grande parco in cui dovunque tu vada troverai il paesaggio bellissimo e sicuramente inusuale della catena andina che si estende verso sud e spazi infiniti dove lanciarsi lungo strade rettilinee e prive di auto.

Sicuramente questa è una delle zone della Patagonia più affascinanti proprio perché è un po' meno battuta di quella della vicina Argentina e la troverai ricca di spunti particolarmente affascinanti. Il circuito del Paine, come è chiamato, che penetra nel grande parco dei ghiacciai che poi è in comune con la vicina Argentina al di là della cordigliera, è uno dei classici e noi partiamo presto proprio per cercare in un solo giorno di vedere il più possibile. Considerato che non faremo trekking particolari, ma solo un avvicinamento alle montagne percorrendo il grande circuito che lo attraversa, lo avvolge tutto intorno e che ti porta in tutti i punti più importanti ed attraenti. Appena usciti dalla città, prendiamo la 9, la famosa carretera Austral detta anche la ruta de la fin del mundo, che risale da Punta Arenas, l'estremo sud del Cile e si perde tra i ghiacci del Hielo Continental, la terra impercorribile che impedisce di risalire più a nord se non attraversando le montagne e risalire l'Argentina. Tanto per cambiare questa definizione ci perseguiterà per tutti i prossimi giorni. Intanto, lasciato il mare, ci dirigiamo verso nord per una settantina di chilometri attraverso una larghissima valle glaciale ricoperta di erba rigogliosa, una specie di savana africana che qui è il tipico ambiente della Patagonia.

Sullo sfondo montagne non molto alte ma dalla presenza selvatica e aspra. Arriviamo a Cerro Castillo, il bivio per la strada che porta verso la traversata Andina, fino in Argentina e che percorreremo anche domani per andare alla frontiera. Qui c'è un una specie di bar, punto di posta di tutti coloro che transitano queste vie, dove si fermano i pullman prima di transitare verso il valico. Ha l'apparenza del classico bar da far west, una casupola di legno piena di adesivi di viaggiatori e di tutti coloro che passando, vogliono lasciare un segno della loro presenza, del loro essere stati qui. Tre cani fuori dalla porta fanno la posta ai passanti, uno è talmente grande e mostruoso, una specie di molossoide dal muso gigante come quello di un vitello, peloso come un orso nero nordamericano che qui sia venuto in vacanza. Si guarda attorno con aria stanca, soprattutto di tutti quelli che si avvicinano per fargli delle foto e che lui degna di un'occhiata comprensiva, poi, si mette in osa offrendo quello che secondo lui è il suo profilo migliore, si sdraia a terra in mezzo alla strada e la occupa quasi per metà impedendo ai mezzi di transitare, aspettando il crepitar dei selfies. Ma qui di mezzi ne passano talmente pochi che non è poi questo grande problema.

La gente entra ed esce dal bar dove ha preso qualcosa di caldo o ha comprato un souvenir che ormai si limitano soprattutto alle calamite da frigo e soprattutto è intenta a fotografare tutto quello che si muore, anche quello che sta fermo. Le montagne sono lontane e qui sono anche piuttosto basse perché siamo ormai nella parte meridionale delle Ande e le altezze non sono quelle estreme del nord del Sudamerica. Tanto per capirci le famose Torres sono attorno ai 3000 metri ma la loro particolare conformazione dovuta ad una erosione potente delle temperature e degli eventi atmosferici le rende prismi di roccia perfetti e scoscesi e difficilissimi da scalare, tanto che qui si sono misurati i più importanti scalatori del mondo, italiani per primi In particolare quelli di Monza che qui vengono ricordati addirittura intitolando alcune delle vette scalate ai loro nomi. Noi intanto proseguiamo sempre verso nord ancora per alcune decine di chilometri dopo aver lasciato il confine. La cresta delle montagne si fa sempre più vicina. La prateria sconfinata che si allarga a destra e a sinistra è di tanto in tanto popolata da famiglie di guanachi. Sono i primi che vediamo e quindi suscitano subito un grande entusiasmo.

Il guanaco è un animale bellissimo, portatore di una pelliccia nocciola chiaro, chiazzata di bianco, folta e dall'apparenza morbidissima sul lungo collo che alza il suo muso di camelide con quello sguardo un poco altero, un poco sussiegoso che mostrano tutti i componenti di questo genere. Ma in questo caso non possiamo neppure dire che, come il cammello, mantiene questo atteggiamento perché è l'unico a conoscere il centesimo nome di Allah, qui di Islam non si tratta e quindi possiamo concludere che il guanaco sta sulle sue proprio per il suo naturale carattere; ovviamente non si spaventa più di tanto perché sa che le macchine di passaggio non si preoccupano di lui ma curiosano solo il suo aspetto e si fermano a fare un po' di foto tanto per mantenersi il ricordo e portarselo a casa. I piccoli soprattutto, detti chulengos, sono bellissimi e teneri (anche da mangiare naturalmente). Incerti sulle lunghe zampe e tesi a seguire la madre dandole di tanto in tanto delle piccole testate sulla pancia forse per stimolare la cessione di latte; ce ne sono un sacco davvero molti, anche se mi risulta che vengono cacciati da qualcuno per la carne che infatti si trova comunemente come ho accennato (orrore, orrore) nei ristoranti.

Tuttavia ne muoiono anche molti nel tentativo di saltare le barriere di filo spinato che circondano le estancias. Infatti si vedono le carcasse di chi non è riuscito a compiere completamente il salto ed è rimasto impigliato nei fili più alti, non aiutato da nessuno fino a che non è arrivata la morte a coglierlo, infelice anelante alla libertà, appeso sulle staccionate. Una triste fine per una vita libera fermata dalle barriere e dai confini; anche loro come migranti in cerca di terra migliore che non ce l'hanno fatta. Di altri animali per la verità se ne vedono pochi, anzi nessuno. Niente armadilli che contavo di vedere in quantità ma in effetti sono piuttosto piccoli e mi dicono velocissimi e quando ti attraversano la strada fai appena tempo ad evitarli, altro che fermarsi a fotografarli. Dopo qualche altra decina di chilometri arriviamo al lago Sarmiento, una distesa grandissima lunga e stretta al fondo della quale si vede il fronte di un ghiacciaio che si butta nelle acque immobili. E' molto lontano per cui le foto che si riescono a fare non rendono merito alla bellezza dell'immagine.

Intanto ancora più lontano si staglia la catena del Paine; il tempo è ancora decente e le nubi poche. Spicca sulla destra il massiccio del Cerro Paine grande, la cima più alta che supera di poco i 3000 metri; sulla destra invece si indovina la catena delle Tre Torri formata appunto dai tre monoliti famosi. Apparentemente tutti abbandonati, questi terreni in effetti sono di proprietà e nella maggior parte recintati. Fanno parte di estancias enormi, ognuna di decine di migliaia di ettari, che allevano capi di bestiame; ogni tanto infatti, sparpagliate lontane nella piana, si vedono piccole mandrie di bovini che brucano oppure un gruppo di cavalli robusti dall'apparenza inselvatichita ma che in realtà vengono poi utilizzati nel campo del turismo. Infatti tutte queste zone ormai fanno un allevamento di sussistenza ma vivono soprattutto del flusso della gente che viene a visitare il parco e che ama anche soggiornare in queste strutture che potremmo chiamare agrituristiche e che hanno un loro fascino, quello del farvi passare qualche giorno in una terra estrema confrontandovi con la vita che facevano questi coloni coraggiosi che le vicissitudini della vita hanno condotto ad avventurarsi fino in questa parte estrema del mondo.

Di tanto in tanto lontano dalla strada gruppi di alberi morti, tronchi spelacchiati, rami secchi che si alzano verso il cielo come braccia in cerca di aiuto aiuto che ormai non potrà più arrivare. C'è stato qualche problema atmosferico non molto tempo fa e questi scampoli di foresta se ne sono andati per sempre lasciando anche loro lo spazio all'erba bassa dei pascoli stepposi. È un paesaggio che ancor di più accentua la sensazione di solitudine di questi luoghi di mancata presenza dell'uomo, anche se in fondo l'uomo ci è arrivato lo stesso e ci si è adattato e non riuscendo a coltivarli li ha trasformati in luogo di allevamento. Tutto però viene rallegrato dalla presenza dei guanachi, animali stupendi e delicati che si associano immediatamente all'idea di morbidezza che ti suggerisce quel loro mantello peloso apparentemente soffice e caldo. Ricordo che quando mi sono sposato ci regalarono una coperta di pelli di guanaco delicatissima ma di una piacevolezza senza fine, forse ancora da qualche parte. Bisognerà davvero tirarla di nuovo fuori per ritrovarne la piacevolezza al tocco, forse un lontano segno del destino che mi suggeriva che un giorno sarei riuscito ad arrivare anch'io in queste terre selvatiche e lontane.

L'erba dei pascoli, rigogliosa in questa stagione, con la parte superiore degli steli di un colore rossiccio così che visti da lontano questo infiniti prati hanno una sfumatura rosata che li fa apparire come un po' alieni ed estranei al nostro pianeta. È un colore decisamente diverso da quello a cui siamo abituati e contribuisce a conferire al paesaggio un che di esotico molto accattivante. Ormai la sierra Bahuales è alle nostre spalle, avendo superato da un bel po' Cerro Castillo e abbiamo costeggiato quasi completamente anche tutto il lago Sarmiento, avendo percorso ormai più di 150 km da stamattina. Pare che ci siano un sacco di pesci qui, visto che il lago ospita una sorta di cianobatterio che produce ossigeno in quantità e quindi il lago è vivo e vegeto anche se profondo più di 300 metri; per questo è molto frequentato anche dai pescatori, aspetto ulteriore per frequentare queste zone. Proseguiamo verso Laguna Amarga, un altro bel lago dalle sfumature straordinarie. Le trasparenze ed i colori di queste acque sono davvero unici, forse per l'aria, forse per l'ambiente o per i minerali disciolti in queste acque.

Ma le sfumature che le colorano sono davvero uniche e molto evocative. Di tanto in tanto dei piccoli miradores lungo le rive consentono di fermarsi e dare un'occhiata e scattare qualche foto, così Josè, il conducente del nostro pulmino non si fa pregare e ci lascia scendere ogni qualvolta lo desideriamo. Allora è tutto un crepitio di scatti quasi fossero mitragliatrici le nostre macchine fotografiche. Da qui si ha una bella vista del Cerro Almirante Nieto proprio dietro al gruppo delle Tre Torri che comparirà tra poco alla nostra vista. Purtroppo il cielo si sta rannuvolando sempre di più; ho paura che oggi non saremo fortunati con la visuale. Comunque rimanendo in attesa tra un movimento e l'altro delle nuvole nel cielo si riesce a scorgere qualcosa. Le Tre Torri stanno lì immobili ricordando un poco le cime di Lavaredo per forma e dimensioni, quella centrale più alta, la Sud e la Nord a far da corona vanno dai 2400 ai 2850 metri. Non molto altro certamente, tuttavia bellissime a vedersi e dalle pareti verticali apparentemente impossibili da scalare. La torre Nord fu scalata per la prima volta dal nostro Monzino e per questo porta anche il suo nome e quella sud dal gruppo degli alpinisti monzesi che vi salì lungo una difficile via per la prima volta nel 1963 e per questo è intitolata al prete Salesiano ed esploratore patagonico De Agostini.

Poi le nubi capricciose ci coprono quasi completamente la vista dei tre mastodontici monoliti di granito nascondendoceli alla vista. Contro il cielo non si può nulla, inutile recriminare. Proseguiamo lungo il circuito che aggira il massiccio fino ad arrivare al Rio Paine che scende dalla montagna e che ad un certo punto precipita le sue acque in una bella cascata. Alle sue spalle un altro magnifico scorcio delle Tre Torri che vanno e vengono come se le nubi fossero ferme e fossero loro a spostarsi. La roccia viva e rosa dal ghiaccio, dall'acqua e dal vento, fatica a mostrarsi davanti a noi quasi si vergognasse del far vedere al mondo quanto sia difficile aggrapparsi alle sue pareti per salirne le cime. Quasi non le piacesse appagare questo desiderio moderno dell'uomo di arrivare al confine tra terra e cielo che si è manifestato solo negli ultimi secoli, forse negli ultimi due, mentre prima le vette erano terreno solamente degli Dei. Forse è la morte di questi ultimi che ha suscitato nell'uomo il desiderio di sostituirli essendo aumentati i suoi poteri meccanici e organizzativi in cerca di nuove sfide.

Così a poco a poco tutte le cime della terra sono state sfidate e poi una dopo l'altra, vinte, anche a caro prezzo naturalmente, pur di lasciare una traccia, un segno, una bandierina, un qui l'Uomo ci è arrivato con l'orgogliosa prepotenza che non lascia nulla di inviolato per l'affermazione di un potere sul mondo che ci circonda. Non è un giudizio di per sé negativo o malevolo e neppure troppo critico, è un dato di fatto, un modus vivendi proprio di questi tempi che crea per l'uomo nuove sfide che lui stesso si inventa per affermare la sua unicità sul pianeta e che in ogni caso non si può definire indifferente. Comunque i tre monoliti di pietra stanno lì davanti a noi immobili, mostrando sfumature tra il bianco e il grigio che le nuvole basse rendono uniformi e ci fanno invidiare i cieli limpidi che avevamo visto quando li abbiamo sorvolati ieri. Beh, non si può avere tutto dalla vita e non si può prevedere il tempo ma bisogna accettarlo e prenderlo per quello che è, accontentandosi di quello che ci è dato di vedere oggi che pure non possiamo certo definire una vista peregrina. Vedremo se potremo avere qualche scorcio migliore nel corso della giornata.

SURVIVAL KIT

Escursioni al parco delle torri del Paine - Ci sono diverse soluzioni che si propongono una volta che sarete arrivati a Puerto Natales. Difficile dire quale sia la preferibile o la più conveniente; noi ci siamo rivolti a una delle tantissime agenzie che fanno più o meno lo stesso giro. In ogni struttura o albergo o ostello troverete numeri di telefono a cui rivolgersi; a mio parere non ci sono grossolane differenze tra le tante. La nostra scelta è stata quella di una escursione di gruppo, eravamo sette su un apposito pulmino, al costo di 60.000 pesos cileni a testa incluso l'ingresso al parco. In generale si parte verso le 6:30 di mattina e si ritorna verso le 18 alla sera; alla fine percorrete quasi 500 km perché il parco è piuttosto lontano. Al ritorno ci si ferma alla famosa Cueva del milodon (opzionale) per una veloce visita (ingresso 22.000). L'alternativa a questo giro è prendere un taxi per una escursione privata, ma è molto più costosa oppure affittare la macchina che vi costerà circa 100.000 pesos più la benzina e gli ingressi. Non so consigliarvi quale sia il meglio perché anche se ben segnalato, con un mezzo proprio potreste perdervi qualche punto importante nel circuito anche se i vari Miradores sono ben segnalati. Vasta scelta di uno o più giorni per chi vuole fare trekking o scalate. Ci sono proposte per ogni esigenza. Il parco è raggiungibile anche da El Calafate in Argentina con un paio di ore in più di strada o da Punta Arenas.


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