martedì 7 agosto 2018

Etiopia 43 - Le carovane del Tigrai


Il Tigré


Panorama del Tigré
Da stamattina, da quando siamo partiti da Axum e dopo pochi chilometri abbiamo superato Adua (quante suggestioni anche a leggere semplicemente questi nomi su dei cartelli stradali) il panorama è completamente cambiato, si è fatto più arido e pietroso e la temperatura è aumentata considerevolmente. Non siamo riusciti comunque a vedere, chissà se esiste ancora, ma sembra che nessuno ne sappia più niente, la grande testa di Mussolini scolpita in una parete rocciosa, che dovrebbe essere da qualche parte nei dintorni. Siamo su un grande acrocoro giallo ed ondulato che si perde all'infinito, circondato a distanza da picchi di montagne contorte e senza nome, sono le distese del Tigré o Tigrai, la regione più a nord del paese, dove un tempo passavano le lunghe carovane dirette oltre quella catena che oggi rappresenta il confine con l'Eritrea per arrivare fino a Massaua. Ho ritrovato su Youtube quella famosa canzone del '36, con la vocina chioccia di Daniele Serra, che allora illustrava un epoca e non riesco a resistere dall'allegarvela, fate partire il video mentre leggete il pezzo, aiuterà a ricreare un'atmosfera.  

       

La chiesa di Yeha
Ora invece, c'è questa strada che lo attraversa, una delle tante lasciate da noi, ma prima potevi soltanto immaginare infinite teorie di dromedari carichi che a passo lento percorrevano la pista rettilinea verso il mare lontano. Ad un'altra quindicina di chilometri da Adua, c'è una piccola deviazione sterrata che raggiunge Yeha, un villaggio in cui è possibile vedere la più antica struttura costruttiva etiope, risalente al 700 a.C., una torre tempio, in stile sabeo, con parti ancora ben conservate, forse grazie al fatto che sono state utilizzate un migliaio di anni più tardi come chiesa cristiana. Al suo fianco la chiesa ortodossa moderna dedicata ad uno dei cosiddetti nove santi, dove si sta svolgendo una funzione. Anche se non si può entrare, rimango seduto sui gradini di pietra a guardare le mura squadrate della torre vicina. Il coro dei religiosi che proviene dall'interno della chiesa è molto suggestivo; le capre che brucano i ciuffi di erba attorno al sentiero, ti passano intorno guardandoti interrogativamente; la litania del prete sale di un'ottava, il coro dei fedeli lo segue; c'è un senso di antico e di sacralità misteriosa nell'aria, che porta le voci lontano, verso le montagne, passando tra i rami rinsecchiti degli alberi morti sulla terrazza, dietro il muracciolo di pietra. Poi la strada riprende uguale e diversa. Un'altra trentina di chilometri, poi la deviazione per una pista contorta e in pendenza che costeggia le scarpate di un canon profondo.

Yeha
Dall'altra parte le montagne che prima sembravano così lontane. Ocre chiare e rocce smangiate dal caldo e dall'acqua. Al di là delle creste e del passo che intravedi tra due picchi, l'Eritrea è a soli 7 chilometri, così almeno certifica Lalo, sempre attento e preciso. Ma intanto si arriva ad una spianata rocciosa alla base di una parete di roccia che culmina un una cima arrotondata poco più in alto. Una lunga scalinata intagliata nella roccia viva ti fa risalire la china fino alla verticale della montagna, liscia come se mano umana l'avesse levigata, una cosiddetta amba. Siamo all'ingresso dell'antico monastero fortificato di Debre Damo costruito su questo monte isolato nel VI secolo. Solo che non c'è modo di entrare, non esiste via di accesso se non tirarsi su con una corda per una quindicina di metri, appoggiando i piedi alla parete, per arrivare ad una apertura scavata in cima allo scoscendimento. Un esercizio che richiede una certa vigoria fisica ed una notevole esperienza, anche se per la verità, un gruppo di ragazzotti in cima, stanno lì disposti a dare una mano, previa mancia ben s'intenda, a chi debitamente imbragato volesse salire fin lassù, sempre che non sia femmina naturalmente, in quando all'altra metà del cielo è inibito salire a causa della loro diabolica ed impura natura, fatto comune a molti altri luoghi dell'ortodossia monastica di diverse parti del mondo, come ad esempio a Monte Athos in Grecia. 

La salita al monastero
Arriva intanto un giovane religioso con tanto di tonaca, mantello bianco e cappello. Si avvicina alle corde e senza por tempo in mezzo si abbranca alla fune e messi i piedi alla meglio nei punti meno lisci della roccia si arrampica con destrezza verso l'altro; in quattro o cinque balzi risale la parete apparentemente senza sforzo ed arriva al varco superiore, dove due braccia amiche lo aiutano a salire completamente oltre l'accesso e sparisce nel foro. L'abilità scalatoria lo ha certamente reso degno dell'ingresso. Subito dopo arriva un ragazzo tedesco, molto atletico e con evidenti esperienze pregresse di scalatore, per lo meno vedendo come si dispone all'impresa, che subito si decide a seguirlo. Ma la cosa non è così semplice, infatti qualcuno lo aiuta a predisporre una sorta di imbragatura di corda e quindi, un po' facendo forza su gambe e braccia, un po' grazie ai robusti addetti soprastanti che lo tirano su, riesce a guadagnare il traguardo. Noi, al di là delle foto di rito appesi come culatelli alla fune, ma coi piedi a pochi centimetri dal suolo amico, non riusciamo neppure a fare una bracciata e il buon Abi che cerca di seguire le orme del monaco, con coraggio e baldanza, non va oltre una ascesa di un paio di metri, poi dopo aver penzolato in qua ed in là desiste e decide anche lui di abbandonare l'impresa in favore dei più puri di animo. Certe mete spirituali bisogna guadagnarsele, c'è poco da discutere. Tutti ridiscendono quindi la scalinata, mogi per la delusione. 

Il funerale
Io sono rimasto indietro per fare qualche scatto solitario nel bel panorama che si distende davanti all'amba, tra le file di cactus e fichi d'India, che sembrano quasi un bosco, in verità anche cogliendo l'occasione per sgravarmi, non visto, di quel peso impellente che la maledizione del viaggiatore impone spesso in queste lande desolate e prive di intimità, anche se spesso la sacralità dei luoghi consiglierebbe maggiore ritegno, ma abbiamo appena detto che proprio questo ci ha inibito il diritto alla salita e quindi i conti tornano. Ritorniamo dunque sulla strada principale che adesso scende verso sud e che attraversa paesini di case colorate di tinte forti, parallelepipedi in muratura scanditi da grandi linee geometriche, che costeggiano la massicciata. Fuori da un abitato incontriamo una gran massa di persone vestite di bianco. In mezzo, una bara portata a spalle, coperta da una coperta a fiori; la folla in silenzio che la segue, verso un cimiterino fuori dalla case, dove sono allineate tante piccole lapidi in pietra. Fuori del paese il paesaggio prosegue invece, sempre più grandioso, sempre più straniante. Sembra di attraversare le terre dell'ovest americano, con le sue spaccature, le sue voragini, i suoi canon che aprono la terra per rivelare un mondo sottostante diverso e sconosciuto. In qualche caso però si vede la mano umana, che in secoli di fatica ha compiuto, dove la terra si sovrappone alla pietra, terrazzamenti continui, forse per strappare qualche misero frutto a questo territorio avaro o forse soltanto per evitarne l'erosione completa.


Case di paese nel Tigré

Yeha - Ingresso
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