martedì 21 agosto 2018

Etiopia 51 - Ma c'è il lago di lava?


Il bordo del cratere dell'Erta Ale


Gli ovili sulla cima
Ormai siamo arrivati alla meta, direi, con le chiappe più o meno smerigliate, adesso è arrivata l'ora di cogliere l'ambito premio. Dromedari e cammellieri si sono ritirati un po' più in giù al riparo ed i materassi sono già stati posizionati in quelli che forse erano stazzi per le pecore, tutti i topi sono stati cacciati via e gli armati hanno preso posizione al riparo delle rocce con i mitra appoggiati alla meglio, caso mai arrivassero fin qui dei biechi predoni di turisti o peggio terroristi di varia provenienza, intanto il gruppo dei gitanti si ammucchia dietro la guida che parte decisa verso la cresta che dà sulla caldera. E' buio, ma la luce della luna, accoppiata a quella delle torce permette una discreta visibilità, se non fosse per quell'odore acre che attacca in gola e non lascia respirare bene. Dalla cresta si scende lungo una scarpata attraverso il sentiero tagliato tra rocce puntute e scavate che tagliano persino le mani se non stai attento, poi, calati di qualche decina di metri si arriva ad una superficie piana che circonda tutto il cratere, dal quale proviene un borbottio minaccioso. Purtroppo il rumore sordo non è la sola cosa che arriva dal baratro, infatti tutta la voragine è completamente riempita da un fumo fittissimo che arrivato alla nostra altezza, quasi fosse vapore che fuoriesce da un pentolone di spaghetti in ebollizione, si disperde nell'aria, impedendo comunque qualsiasi visuale del fondo del cratere. 

Sul bordo
Camminiamo nel buio, in fila indiana sulla lava raffreddata ma ancora fresca dell'ultima eruzione. E' una sensazione assolutamente paurosa, pare di camminare su una superficie vetrificata di lamine sottilissime che si sbriciolano ad ogni tuo passo lasciandoti l'impressione di poter cadere da un momento all'altro in un buco senza fondo che ti precipiti nella caldera di lava bollente che gorgoglia sotto di te. Passo passo cerchi di aggirare il margine dello strapiombo per metterti in un punto sopravvento nel tentativo di non soffocare ed allo stesso tempo nella speranza che un refolo di vento un poco più forte possa liberare il buco dal fumo, permettendoti di vedere il fondo occupato dal famoso e unico lago di lava. Invece non c'è assolutamente nulla da fare, al di là di un chiarore diffuso rosato di certo provocato dal magma ribollente, non si vede altro se non il fumo che continua ad uscire spesso e venefico. A poco a poco emerge la dura verità.  Qui tutto cambia velocemente e le eruzioni si susseguono nel tempo cambiando completamente le condizioni del luogo. Dopo le piccole eruzioni di un paio di anni fa, quando il lago era ad una cinquantina di metri di profondità e visibilissimo, con l'apertura di una nuova bocca, al momento la fuoriuscita di fumo è fortissima e praticamente impedisce di vedere alcunché, salvo in rarissimi momenti di forte vento, quando il fumo viene spazzato via, anche solo per pochi attimi.

Il fumo nella caldera
Insomma la possibilità di godersi il fenomeno che si produce solo in quanto qui la lava emerge e rimane liquida a lungo attorno ai 1200°C, è legata ad una minima possibilità e la cosa viene larvatamente passata sotto silenzio, perché questa escursione non venga cancellata a priori. Continuiamo a camminare sul bordo del cratere nella speranza di vedere qualche cosa, fino ad un punto in cui viene sconsigliato di avanzare ulteriormente, da lì in poi la lava raffreddata è sottilissima ed il pericolo che si spezzi facendoti cascare in quella che ancora mantiene una temperatura di qualche centinaio di gradi, è reale. Intanto il fumo brucia gli occhi e la gola, impedendo quasi di respirare ogni qualvolta un minimo colpo di vento sposta qualche sbuffo nella nostra direzione. Alla fine a malincuore, bisogna ritornare sui nostri passi senza avere visto un classico fico secco. Una bella fregatura, seguita al massacro della salita, che mi innervosisce non poco. Risaliamo il sentiero e torniamo al nostro covile tra le pietre, qui siamo riparati dal vento e l'irrespirabilità dell'aria è meno marcata. Cerchiamo di infagottarci nei nostri sacchi a pelo, anche perché la temperatura è scesa decisamente. Rimane soltanto sopra di noi il cielo trapuntato di puntini luminosi, davvero uno spettacolo magnifico, che ti puoi godere con calma mentre intorno a te si levano a decine, gradazioni diverse di ronfamenti di ogni tipo, dalla trapanata classica e regolare, all'ansimare rotto dai singulti dell'assenza di ossigeno che si confondono col brontolio del vulcano sul fondo. 

Fumo e lava
Eh già, non c'è rispetto neanche per la bellezza. Poi anche la luna tramonta ed è il buio totale sfumato solo dal chiarore di Iddu, come lo chiamerebbero gli amici siciliani. Solo il chiarore tenue che precede l'alba modifica la situazione e non appena si manifesta questo cambiamento, tutto il campo è un fervore di attività. Anche i russatori più pervicaci interrompono la musica e tutti si apprestano a radunare le loro cose e gli addetti raccolgono i materassi intanto che i dromedari son già lì pronti e prima si parte meno si soffrirà per il caldo. Comunque rimane il tempo per un ultimo tentativo di scendere nella caldera nella speranza di un colpo di fortuna. Inutile ovviamente, solo ulteriore fatica, tosse venefica e rosario di maledizioni in sequenza. Intanto tutto è stato caricato; rimane inveceuna notevole quantità di bottiglie di plastica vuote, un vero e proprio tappeto. Poi arriva un tizioche cominciaa raccoglierle con cura,chebravo che sensibilità ecologica, invece, il tutto viene gettato (nascosto, seppellito?) dietro a cumuli di lava nera; i dromedari brontolano preparandosi alla discesa; le guardie armate abbandonano la posizione, ormai dei terroristi temuti non vi è stata traccia e la prebenda è già stata incassata. E' ora di scendere, senza il tempo di manifestare la propria delusione, perché la temperatura aumenterà velocemente e farsi sorprendere sui campi di lava dopo le 9 di mattina col sole già alto è cosa assolutamete sconsigliabile. Io, intanto, ho deciso di rinunciare alla mia cavalcatura trinciachiappe, anche se già profumatamente pagata e comincio a scendere concautelatra le rocce puntute. Si sa, ilcammelliere Afar è molto rigido sulle modalità di contratto.

Lava cordonata
I camminatori più baldi ed allenati sono partiti quasi di corsa e già non se ne vedono più le tracce. Il sentiero è appena segnato e la traversata dei campi di lava è davvero faticosa, sempre curando di non mettere un piede in fallo e farsi male. Il paesaggio che ti circonda è davvero estremo ed impressionante. Dopo la prima ora il gruppo è ormai scomparso all'orizzonte e scendiamo più che altro ad istinto. Sotto i piedi, strepitose superfici di lava cordonata di cui indovini il lento colare viscoso e poi l'improvvisa immobilità del momento in cui la diminuzione della temperatura ha bloccato il movimento surgelandolo come una gelatina bloccata dal freezer. La temperatura intanto, visto che il sole è ormai alto, è salita decisamente e camminare sta diventando molto faticoso. Le due bottiglie di acqua che ci eravamo presi di scorta sono quasi finite; la sacca delle macchine fotografiche, maledizione a loro, pesano come piombo. La tracolla mi sega la spalla, oltretutto mi sono sobbarcato anche due maledetti sacchi apelo, che mi sono dimenticato di caricare sull'animale gobbuto. Adesso procediamo quasi come per inerzia, senza neppure preoccuparci di perdere il sentiero, è soltanto fatica pura, soferenza, sudore, lacrime e sangue. Il gruppo è ormai scomparso all'orizzonte. Intanto ci ha raggiunto una guardia armata ritardataria, che va giù veloce col mitra a tracolla. Preso da pietà (anche perché sa bene che sarà debitamente mancificato) mi prende i sacchi a pelo e se li appende al mitra, poi prosegue, rallentando tuttavia di un poco il passo, cosa che ci consente di non perdere la strada. Devono essere passate le 8, fa un caldo bestiale, vado a vanti solo per inerzia, mentre Tiziana, da brava moglie, mi incoraggia. 

Al campo base
Ci sorpassa anche un ultimo gruppetto di ritardatari, un padre con due ragazzini che vanno come dei dannati senza lamentarsi. L'ultima parte del tragitto è in piano e non c'è ormai neppure più l'ultimo aiuto della discesa. Una tortura senza fine in un terreno sabbioso che ti imprigiona i piedi come un fango malevolo, obbligandoti a continui slalom tra i cespugli secchi per trovare la strada migliore. Quando finalmente ci sembra di vedere il gruppo delle baracche nere del campo base, che tremolano sull'orizzonte, non riesco a realizzare se si tratti di un miraggio sperato o se di vera e solida realtà. Tutavia la distanza è ancora tanta e dispero di riuscire ad arrivarci. Lasciatemi qui nella sabbia bollente, che cuocia definitivamente prima i miei piedi fumanti e infine il mio corpaccio esausto, mummificandolo per i posteri come l'uomo di Similaun, che sia posta fine al calvario, abbandonate la mia carcassa disidratata, concedetemi mercede. Tuttavia si continua così, un passo dopo l'altro nell'unica direzione possibile, nella calura disperante. Quando dopo l'ultimo monticello roccioso, compare la fila delle baracche di pietra, lì, quasi a portata di mano, non credi ormai più al miracolo, entri nella corte, accolto dagli incitamenti di Lalo che ti porge due bottiglie di liquido e stramazzi su una sedia di plastica sgangherata, saggiamente posta nella piccola area d'ombra dietro alla nostra macchina. Muscoli spezzati, lingua secca e spessa come il cartone, disidratazione totale, chiappe abrase, testa che scoppia. Questo è il paese delle ombre corte, ma oggi mi è davvero sembrato di non farcela. 



Quello che si sarebbe dovuto vedere (dal web)




Campi di lava
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