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martedì 28 agosto 2018

Etiopia 56 - Il monastero di Neakutoleab

ILmonastero Neakutoleab

Procavia
Siamo arrivati a lunedì, ancora giorno di celebrazioni religiose e prima di lasciare definitivamente Lalibela andiamo a vedere una piccola chiesetta, di un monastero rupestre a pochi chilometri di pista lungo il fianco di una montagna scoscesa. Arrivati ad una piazzola esposta sulla valle proseguiamo a piedi lungo il sentiero seguendo un gruppetto di pellegrini che stanno andando alla messa. Lungo la discesa, dalle spaccature della roccia occhieggiano curiose, delle procavie grassocce che osservano i passanti senza timore, continuando a rosicchiare qualche seme secco. Si continua a scendere tra i gradoni scivolosi, aggirando massi che guardano lo strapiombo, così quasi non ti accorgi del monastero nascosto in una lunga grotta orizzontale che fende la parete di roccia. Come in molte culture di abitatori delle caverne, la fenditura è stata chiusa con un muro di pietra dietro il quale si è sviluppata la costruzione del monastero stesso. C'è soltanto una piccola porticina attraverso la quale i fedeli entrano avvolti dal tradizionale scialle bianco. La maggioranza è qui dall'alba e la funzione è in pieno svolgimento, anche dall'esterno e dal piccolo cortiletto gremito si levano i canti in un clima di fervore molto coinvolgente. I religiosi sono all'interno della minuscola chiesetta ricavata nella parte più nascosta della grotta ed officiano con foga. I canti si succedono uno dopo l'altro. 

L'antica croce
Io, seduto in un angolo del cortile sono di fianco ad un vecchio che, tra un canto e l'altro cerca di comunicare, vuol sapere da dove vengo e cosa ne penso del paese. Ride con la bocca larga e con pochi denti sparsi, appoggiato al lungo bastone. E' un agricoltore di un paese vicino che è venuto qui in piena notte per seguire la funzione dal'inizio. Sembra un uomo di un mondo antico, abituato alla vita rigorosa di un deserto popolato di anacoreti e santi che meditano tra le montagne. Lo immagini ad mungere capre, dormendo sotto le stelle, invece, improvvido suona un telefonino, lui mette la mano sotto il mantello e ne estrae un Samsung discretamente recente e risponde, incurante delle occhiate dei vicini. E' la moglie, che gli comunica che la colazione è pronta, così l'amico si alza, intanto che i canti stanno arrivando alla loro naturale conclusione e se la batte in ritirata che se no, si fredda tutto. Al termine della cerimonia, noi invece entriamo nella penombra della chiesa che mantiene tutta la sua misteriosa sacralità. Un monaco gentile ci conduce ad un armadio dal quale estrae i tesori del tempio, antiche e pesantissime croci, corone pesanti e complesse, libri sacri miniati di squisita fattura, qualcuno si dice appartenute al re, successore di Lalibela, che avrebbe fondato il monastero. Ci mostra anche con grande venerazione una scateletta portaincensi finemente intarsiata, dono della mitica regina Taitù, quando venne in visita alla chiesa. Appoggiato alla parete un dipinto del XV secolo ancora ben conservato. 

Le sacre lacrime
I fedeli intanto sono ormai quasi tutti usciti per tornare a casa, dove oggi dovrebbe essere festa grande, con la tradizionale uccisione del capretto, rimaniamo quindi quasi soli all'interno della parte più segreta della chiesa, che contiene il miracolo delle lacrime sante. Dal soffitto della grotta infatti, arriva una sottile vena d'acqua sorgiva che fa colare in diversi punti del pavimento dove sono state poste delle grandi pietre, gocce di acqua purissima, sacra e benedetta, che a forza di cadere hanno scavatole pietre sottostanti rendendole concave, si sa: gutta cavat lapidem, ragione per la quale questo posto è stato scelto per l'erezione della chiesa stessa. Un religioso concede il permesso di raccogliere l'acqua benedetta ed il nostro Lalo, ne riempie subito una mezza bottiglietta, con l'approvazione del prete debitamente mancificato. Usciamo in silenzio. Qui non c'è di certo la grandiosità dei monoliti di Lalibela, ma non si può negare che l'atmosfera raccolta non sia straordinariamente coinvolgente. I turisti che arrivano qui, a quanto ho capito, sono molto scarsi ed i frequentatori apprezzano invece l'interesse di chi arriva. Risaliamo la china, un po' più faticosa di quanto non fosse la discesa, cosa che tuttavia ti lascia il tempo di apprezzare gli scorci grandiosi di panorama che si aprono sulle valli circostanti, profonde e misteriose. Poi viene l'ora di riprendere la strada verso sud, non prima di aver fatto il pieno di banane e frutta da mangiucchiare durante ilviaggio. 

La valle
Abi non si fa mancare nulla e ad ogni venditore che si avvicina al finestrino non nega l'acquisto, sia che si tratti di fave secche, orzo tostato, che sgranocchio anch'io di gusto, canna da zucchero che rompe a morsi succhiandone poi il succo dolce, per sputarene il residuo fuori del finestrino e soprattutto mazzetti di qat, un'erba da masticare che sembra dia una certa euforia e che viene coltivata solo qui e nel vicino Yemen. Quando ci fermiamo per mangiare qualche cosa, ha già l'occhio piuttosto rotondo e canta in falsetto, con aria sognante, mentre parcheggiamo. Quasi quasi una masticata la darei anche io ma mi dicono che è amarissima e dato che manca ancora qualche giorno alla partenza vorrei mantenere il mio tubo digerente, già piuttosto provato, in condizioni più o meno stabili. C'è già la nostra compagna di viaggio che da qualche giorno non è molto in forma, tosse e febbriciattola. Il medico da cui l'abbiamo portata, disponendo solo dello stetoscopio come strumento di indagine, l'ha visitata e le ha dato gli stessi antibiotici che aveva avuto Lalo per la sua supposta malaria, dalla quale comunque è ormai perfettamente guarito. Speriamo bene. Comunque tanto per programmare i costi della sanità etiope, visita privata e medicinali sono costati 80 birr, circa 4 Euro.  Intanto ci siamo fermati davanti ad un ristorante un po' diverso dai soliti. E' infatti abbinato ad una grande macelleria, il cui proprietario si esibisce volentieri nel taglio dei pezzi sul bancone, davanti a due grandi mezzene di manzo appese come un arazzo.

Griglia
Qui si sceglie il pezzo di carne che poi ti viene servito cotto a tuo piacere oppure anche crudo a bocconcini  tagliati a piccoli cubetti da intingere nei piattini contenenti varie salse, che vanno dalla piccante all'esageratamente piccante. Noi optiamo invece per il bracere dove i tocchetti vengono messi a sfrigolare con qualche erba odorosa; poi te li mangi di gusto, ustionandoti la lingua, anche se devi arrotare parecchio i denti, qui il concetto di tenero è diverso dal nostro. Oltre tutto il locale dispone anche di una deliziosa e gelida birra alla spina a cui facciamo come si dice, molto onore. Gli altri commensali osservano con piacere il nostro apprezzamento e lo stesso macellaio gongola per la considerazione, mostrando i tagli migliori della sua offerta. Ancora un po' di chilometri prima di arrivare sulla riva di un piccolo lago che ospita il monastero di Santo Stefano di cui si dicono meraviglie, in particolare degli straordinari afferschi antichi contenuti all'interno della chiesa circolare. Scendiamo lungo il sentiero gongolanti, anche perché qui non sono ammesse le donne, che rimangono ad aspettare in macchina. Per la verità invece risulta che la chiesa sia assolutamente preclusa ai visitatori, anche maschi, con nostro grande scorno e sia visibile invece soltanto il piccolo museo che contiene la collezione dei libri sacri, le croci antiche e gli imponenti pastorali. Tutto bello per carità, anche la posizione sul lago tra le jacarande in fiore, ma che delusione! Per fortuna che gli astuti monaci che stazionano intorno dispongono di apposito DVD per miserevoli 25 birr, poco più di un euro. Meglio andare, comunque, per arrivare a Dassie prima di sera, la strada è ancora lunga.

Carne cruda

SURVIVAL KIT

L'ingresso alla chiesa
Neakutoleab Monastery ( Na'akuto La'ab) - Monastero del XII/XIII secolo costruito da Ras Na'akuto, sul luogo dove gocciola una fonte sacra. A 7 km da Lalibela sulla strada verso sud, c'è un piccolo villaggio di tukul a cilindro, da cui parte un sentiero in discesa di qualche centinaio di metri, molto scivoloso in caso di pioggia. Cercate di arrivarci durante qualche funzione, che rende la visita molto suggestiva. Con mancia si possono vedere gli oggetti antichi del monastero. Belli i panorami intorno. 

Monastero di Santo Stefano - (Hayk Istifanos Monastery) A una ventina di km prima di Dessie, su un piccolo promontorio sul lago Hayk, c'è questo antichissimo monastero di origine axumita, si dice risalente al VIII secolo. Vietato l'ingresso alle donne, ma nella chiesa anche a tutti gli altri, essendo riservato solo ai religiosi. Museo, ingresso 100 birr, contenente moltissimi preziosi oggetti sacri e antichi volumi manoscritti, oltre a bellissime icone. 

L'antico dipinto



Il caffè
Fedeli
Nella chiesa
Fedele

lunedì 27 agosto 2018

Etiopia 55 - La chiesa di Bet Giorgis




La chiesa di San Giorgio


Da Abel
In Etiopia è sempre piuttosto dura calmare i brontolii dello stomaco; già l'ho detto qui, o mangi l'injera e la pasta o mangi la pasta e l'injera, quindi in generale è meglio mettersi il cuore in pace, così quando Lalo dice che oggi ci porta in un posto speciale, la prendiamo un po' con sufficienza ed allora eccoci qui all'Unique restaurant dalla signora Abel che, più che un ristorante è come andare a  mangiare a casa di amici, dopo aver scartato il 7 Olivi, quasi di fronte che ci dicono essere una trappola per turisti. Qui si vede che gli stranieri sono di casa, un cartello sulla porta precisa che il posto è "recommanded by Farangi", insomma una sorta di patente di qualità, avallato dagli stranieri di passaggio. Il pavimento è tutto cosparso di erbe odorose e fieno tagliato di fresco, il tavolinetto per il caffè sbuffa incensi, mentre la chicchera sobbolle sul fuoco e entrano ed escono giovani frick con aria da abitué, che salutano la padrona con fare complice. Una ragazzina giovane va e viene servendo i piatti con un grande sorriso, forse è la figlia di Abel, mentre il figlio pare si offra per accompagnare i turisti in trekking nei dintorni. In effetti l'ambiente è davvero familiare e gradevolissimo e il pollo impanato col riso è davvero buono, finalmente. Ma c'è di più; a chi interessa qui si può seguire un corso di cucina di circa due ore, accompagnando eventualmente prima Abel al mercato ad acquistare gli ingredienti ed imparare poi a cucinare una vera injera con le relative pietanze, che poi vengono ovviamente consumate sul posto. 

Bet Giorgis
Cosa che non guasta, i prezzi sono assolutamente modici. Diciamo che per un poco lo stomaco è a posto. Il buono ed aromatico caffè finale ci sistema per tutto il giorno e ci mette incondizioni di andare a vedere la chicca finale di Lalibela, la chiesa diSan Giorgio. Si tratta del cosiddetto gruppo occidentale, che comprende questa sola bellissima chiesa. Si scende, attraverso le colline ad una zona di roccia quasi scoperta e apparentemente priva di costruzioni. Appena arrivati sulla spianata di roccia leggermente rigonfia noti verso il centro una specie di fenditura nella roccia che sembra nascondere quacosa. Appena ti avvicini al bordo, ecco apparire un taglio netto e squadrato che apre davanti a te un buco profondo, al centro del quale si erge un monolito straordinario: la Bet Giorgis. Dall'alto noti subito la pianta a croce greca della parte superiore che rimane al livello della roccia esterna, sottolineata da un preciso scavo in altorilievo che segna tutta la superficie superiore dell'edificio. La chiesa appare subito come alta ed elegante, in stile axumita con una serie di quattro ripartizioni orizzontali, che saparano la parte bassa con una serie di scalini che portano all'ingresso, dalla parte superiore, punteggiata da eleganti piccole aperture che terminano con un arco arabo appuntito caratteristico, sormontato da complesse volute. Tutta la facciata e le pareti attorno, che il sole calante del pomeriggio colorano di una sfumatura rosa di tonalità straordinaria, sono qua e là ricoperte da una specie di muffa giallo limone che pare studiata appositamente per aggiungere fascino all'opera. 

Il prete
E' un fenomeno di corrosione gentile che pare fatta apposta e che l'acqua, cadendo dal cielo, continua a provocare come un artigiano mai contento che prosegue a correggere il suo capolavoro, ogni volta che gli arriva davanti. Un lungo sentiero aggira la collina e ti permette di scendere attraverso un foro nella roccia rosa nel cortiletto antistante il monumento. Appena superato l'ultimo varco che immette davanti all'ingresso, che si allunga tra cunicoli, dove noti giacigli di guardiani addormentati, si rimane all'ombra di grandi teli colorati che sono stati disposti per riparare i fedeli dal sole forte che durante il giorno picchia spietato sulla roccia. L'ingresso rilevato, a cui si accede attraverso sei gradoni irregolari, appare come quello di una tomba egizia, con un alta soglia da superare per penetrarne l'interno, davanti alla quale, come in tutte le chiese del paese, bisogna lasciare le calzature. Un religioso avvolto un grandi vesti bianche è seduto pensoso, davanti all'impenetrabile sancta sanctorum, ricoperto da immense tende che scendono dal soffitto e riportano all'infinito il simbolo della croce. Tra le mani tiene una croce da benedizioni. Accanto a lui un grande dipinto che raffigura San Giorno a cui la chiesa è dedicata, con un tavolino per le offerte. Il Santo ti guarda a lungo coi suoi grandi occhi segnati dal bistro, forse per segnalarti un obbligo, forse semplicemente per invitarti al dovere.

Tombe di monaci
Lo sguardo corre in alto ai soffitti semplici alla crocera centrale con i bracci della croce che la ripartisce in campi uguali. Qui non ci sono affreschi, ma sei ugualmente colpito dalla perfetta semplicità degli spigoli dei pilastri, dai capitelli a cuscino, dall'ambiente piccolo e raccolto, dall'atmosfera di sacro e di antico che respiri. Non c'è nessun altro all'interno e puoi rimanere a lungo a sentire il battito amplificato del tuo cuore che risuona tra le pareti di roccia. Quando esci all'aperto non puoi non andare con la mente a quanti nei millenni passati sono stati percorsi da quest'ansia di ritiro dal mondo, dell'andare alla ricerca di luoghi deserti dove scavare opere ciclopiche in gloria del'ultraterreno e rimanervi isolati, certi che tutto ciò fosse di utilità estrema, di merito assoluto, di significato da dare alla propria esistenza e tutto questo, quanto sia un sentimento comune per quasi tutte le religioni. Quando esci fuori dalla chiesa e percorri tutti gli anfratti di questo monte perforato attraverso i millenni, trovi buchi chiusi alla meglio dai quali ancora emergono ossa di anacoreti e monaci che hanno dedicato la loro vita a questi luoghi, che ne hanno segnato la grandezza di un'unicità moltiplicata all'infinito, un capolavoro litografico che riporta un'idea perfetta sviluppata nei suoi multipli. 

Scialli da preghiera
Emergi dal corridoio che corre intorno allo scavo seguendo le scanalature previste per gli scoli dell'acqua, che monaci architetti hanno previsto già allora, convinti della necessità che queste opere si preservassero a lungo nel tempo, a imperitura lode alla divinità e bisogna dire che questa pietra colossale rimane qui piantata nella sua anima rocciosa dalla quale è stata estratta, inamovibile e stupefacente. Fuori una vecchia donna vende scialli bianchi con bordure colorate, elemento indispensabile a chi voglia partecipare alle funzioni sacre. Quasi tutte le religioni prevedono di presentarsi al cospetto della divinità col capo coperto. Quante cose accumunano le culture più distanti ed apparentemente più dissimili. E' davvero soltanto il cattivo sentimento, che batte come una luce radente sui cuori e sulle menti, che fa apparire ed evidenzia le diversità, le differenze, che già di per sé appaiono come negative, malevole, apportatrici di discordia. E' la nostra forse, che è una specie difficile, rissosa e maledetta, sempre in cerca di motivi di lotta per prevalere sul vicino, poco incline alla ricerca di una soluzione che non sia quella dell'annichilimento definitivo di chi ti sta accanto; della soluzione finale. Naturalmente presa da buon padre che ha a cuore la sua famiglia ed i suoi figli. Fuori, sulla cima della roccia, il cielo è ormai scuro, tra le nuvole basse, passano ancora quei raggi di luce, tesi e magici, che i grandi pittori usano per dichiarare la presenza del Dio.

Dalla collina





La chiesa
Le volte
Finestre
Passaggi

domenica 26 agosto 2018

Etiopia 54 - Lalibela

Biete Medhane Alem, la chiesa più grande

Ingresso al gruppo orientale
La nottata di ieri è stata davvero impressionante. Ho ancora nelle orecchie i canti, i tamburi il tintinnare dei sistri della processione ed il baluginare delle candele alla cui luce tutto si è svolto. Il fatto poi che tutto sia avvenuto attorno agli straordinari edifici scavati dentro la roccia ha reso tutto ancora più magico. Devo dire che non mi aspettavo un simile coinvolgimento, ma di certo il buio e l'ambiente hanno giocato un ruolo fondamentale. Adesso è la volta di vederle di giorno queste chiese famose. E' chiaro che qui siamo in una città interamente vocata a questo turismo religioso, non per nulla Lalibela è chiamata anche la Gerusalemme etiope, ma l'unicità di questi monumenti non è sminuita, anzi se mai è magnificata dalla valenza spirituale che suscita sui pellegrini locali che qui convergono normalemente o inoccasione delle varie cerimonie. L'ortodossia etiope è un ramo del cristianesimo particolarmente antico e di diretta derivazione apostolica, rimasto isolato per secoli e per questo ricco di fascinazioni trapassate. Questa chiesa, fondata nel IV secolo da San Frumenzio, si è staccata dalle altre precedentemente al concilio di Calcedonia del 451 d.C. e successivamente ha avuto contatti solamente con la chiesa Copta egiziana a cui in alcuni periodi si è accomunata, pur mantenendo quasi sempre la sua autocefalia.

Passaggi scavati nella roccia
Tuttavia è stata sempre particolarmente isolata a causa della sua collocazione geografica particolarmente ostica, ma rimane comunque con i suoi quasi 50 milioni di fedeli, la più cospicua tra le chiese ortodosse orientali. Questa sua unicità, che si riverbera anche nel suo particolare monofisismo che considera la natura di Cristo naturalmente unita nella sua parte divina ed umana, ma con la sfumatura, detta ipostatica, che le considera non mescolate ma allo stesso tempo non separate (che sottigliezze teologiche, eh), la rende staccata e diversa dalle sue consorelle non solo in termini di spazio, ma anche la allontana nel tempo. I suoi rituali sono visibilmente lontani dalle nostre consuetudini come l'obbligo di una quantità considerevole di digiuni, più o meno 250 giorni all'anno, anche se bisogna precisare che per digiuno si intende soltanto il divieto di mangiare carni e altri cibi analoghi, oltre, ça va sens dire all'astinenza sessuale. Inoltre un altro precetto che contraddistingue questa chiesa è il divieto di avvicinarsi all'eucaristia per tutti coloro che praticano attività sessuale, in quanto impuri nel corpo e nella mente, riservandola quindi soltanto a bambini ed anziani, che abbiano comunque osservato i corretti digiuni e si siano comportati correttamente. Diciamo una serie di precetti curiosi che fanno della chiesa ortodossa etiope una variante molto particolare.

Dal passaggio dell'inferno al paradiso

Comunque l'origine di queste chiese è incerta e si presume che il loro scavo sia avvenuto durante il regno del re Lalibela attorno al XII secolo, ma probabilmente è continuato fino al XV, anche se secondo alcuni studiosi i lavori potrebbero anche essere cominciati secoli prima sotto forma di fortezze. Sta di fatto che attualmente in città rimangono in buono stato di conservazione 11 chiese di varie dimensioni, suddivise in tre gruppi, di cui alcune chiuse per restauri e le altre aperte al culto. Arriviamo con un tuktuk al primo insiema dei cinque edifici del gruppo settentrionale, dove nella notte abbiamo assistito alla cerimonia religiosa. Certamente la luce del giorno cambia completamente il punto di vista e penetrando per gli stretti passaggi, ti compaiono di fronte le superfici di arenaria rosa che riportano alla mente le suggestioni della lontana Petra. Intorno agli edifici non c'è più nessuno della gran folla di ieri sera; dopo aver pregato tutta la notte, ognuno ha preso la strada di casa dove li aspetta il banchetto tradizionale col sacrificio del montone, che interrompe appunto, il digiuno quaresimale. E' rimasto soltanto qualche corpo sdraiato negli angoli più bui, colto dal sonno e dalla fatica della notte. I pilastri squadrati che circondano la Biete Medhane Alem, che si ritiene la più grande chiesa monolitica intagliata nella roccia del mondo, visti dal basso, sono impressionanti.


La benedizione con la croce
Superata la soglia, l'interno è sorprendentemente spazioso con i suoi ambienti separati da enormi pilastri e dedicati rispettivamente a uomini, donne e preti. Le pareti ricoperte da drappi antichi o forse soltanti vecchi, tutta la superficie del pavimento coperta da spessi e un po' sdruciti tappeti. Nella penombra sacrale data dai sottili fasci di luce che penetrano dalle piccole finestre quadre tagliate nelle pareti, si aggirano ombre furtive. Al centro, un religioso paludato in ampie vesti bianche è in attesa immobile al fianco di un grande leggio che espone una antica bibbia miniata, aperta su una pagina che raffigura San Giorgio che uccide il drago. Sembra aspettarci e senza una parola ci sottopone ad una particolare benedizione con la croce processionale infissa su un lungo bastone a cui si appoggia. Si tratta, così almeno pare, della famosa Croce in oro massiccio del XII secolo pesante più di sette chili, dalle elaboratissime decorazioni e fusa in un unico pezzo, che rappresenta una della reliquie maggiormente venerate del paese. Mentre sfiliamo uno per volta, ce la appona prima sulla testa poi sulla schiena, con fare ieratico e ispirato, pronunciando alla fine frasi di rito che sicuramente ci accompagneranno nel nostro percorso spirituale. Attraverso stretti passaggi procediamo tra le alte pareti.


Bete Abba Libanos
La pioggia e le altre avversità atmosferiche hanno lavorato a lungo sulla roccia tenera trasformando i tagli netti e rudi degli scalpelli di quegli antichi scavatori in morbide linee che hanno cancellato spigoli ed asperità delle superfici a strapiombo. Alcuni degli edificisono adesso protetti da brutte coperture, naturalmente fatte da italiani, che tolgono di certo la poesia, ma riparano le chiese stesse dalle intemperie. Rimani attonito con la testa in su ad ammirate archi e volte, nicchie e pareti che celano nella semioscurità affreschi di antica fattura con teorie infinite di personaggi che ti guardano dall'alto, nella loro fissa immobilità, con occhi grandi ed ipnotici. Nella Biete Golgotha Mikael cerchi invano la tomba del mitico re Lalibela a cui si dovrebbe tutta questa meraviglia, forse è celata dietro l'iconostasi che nasconde la copia dell'Arca, visibile solo ai sacerdoti. Chissà, un'altro dei tanti misteri di questi siti. A poca distanza, il gruppo orientale comprende altre cinque chiese, di cui una per metà crollata a cui si accede attraverso altri stretti passaggi e cunicoli intagliati nella roccia. La Bet Amanuel, in stile axumita ha una facciata imponente, scandita dalle rilevature orizzontali che ne scandiscono la superficie, interrotta solamente dalle finestrelle quadrate con raggiature tutte diverse, a scacchiera, a losanghe, a svastica orientale.


Tamburi di preghiera
Le chiese erano collegate da passaggi segreti sotterranei ora in parte crollati a cui si accedeva attraverso botole e cunicoli nascosti. Rimane agibile solo il cosiddetto passaggio dell'inferno che porta dalla Biete Gabriel a quello che forse era un panificio rituale. Appena entrato nel passaggio, sprofondi nel buio e devi spostarti a tentoni, attento a non sbattere la testa, fino a quando non si risale alla luce del paradiso, arrampicandosi su una scala di gradoni intagliati nel vivo dell'arenaria. Un religioso ci osserva con aria assente, seduto sulla soglia, mentre passi da un cortiletto ad un altro corridoio tra alte pareti e volti ricurvi, prima di uscire sul fianco della montagna. Tutto questo luogo antico, ma tuttavia vissuto continuamente, emana vibrazioni di sovrannaturale. Gli echi dei canti delle cerimonie restano tra gli archi, nascosti tra le pieghe dei tendoni ed i tamburi rituali abbandonati sui pavimenti, adesso che la festa è finita, sembrano ancora tesi nell'ansia di essere ritmicamente percossi. Qui sembra di poter essere immuni da pulsioni volgari e terragne, ma ormai è passato il mezzogiorno e anche se non si vive di solo pane è opportuno mettersi alla ricerca di un luogo acconcio alla ristorazione del corpo, comunque sempre dopo aver accontentato e blandito lo spirito.

Bete Amanuel


SURVIVAL KIT 

Interno
Chiese monolitiche di Lalibela - Sito Unesco costituito da tre gruppi di chiese, quello settentrionale di cinque, con la più grande in assoluto, di cui due chiuse in restauro, quello orientale che ne comprende altre cinque di cui una parzialmente crollata, con passaggi molto suggestivi. Il gruppo occidentale è costituito invece dalla sola chiesa di S. Giorgio, la più nota e meglio conservata, oltre che stilisticamente più bella. Lalibela, a cui si accede anche tramite un aeroporto, è la città più sacra dell'Etiopia e rimane il punto più famoso e turisticamente importante del paese. L'ingresso alle 11 chiese costa 1000 bir, con biglietto unico per stranieri e valido 4 giorni, la guida si mancifica a parte. Il periodo migliore per visitare l'area coincide con le grandi festività religiose ortodosse che qui cadono una settimana dopo le nostre, Natale, Epifania (Timkat), Pasqua, Pentecoste. Nella zona ci sono moltissime opportunità alberghiere per tutte le tasche.

Dopo la cerimonia



Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!