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venerdì 6 settembre 2024

Caucaso 20 - Ultimo saluto alla Georgia

I due fiumi di Mtsketa - Georgia - maggio 2024


Monastero di Jvari
Con lo stomaco a posto, ma era più un appagamento della gola che altro, ci possiamo rimettere in marcia, lasciando Mtsketa per risalire, dopo aver attraversato l'Aragvi, sulla collina che ci sta alle spalle per riuscire a raggiungere il piccolo monastero che ne costituisce il culmine. Si tratta del complesso monastico di Jvari sorto quassù nel IV secolo, sulle rovine di una croce sacra eretta, tanto per cambiare da Santa Nino, che in Georgia ha fatto un po' tutto a quanto pare, per quanto riguarda gli albori e la diffusione del cristianesimo. L'interesse della costruzione è soprattutto data dalla splendida posizione dalla quale puoi dominare tutta la valle con la congiunzione dei due fiumi, posto che il vento non ti porti via e dal suo valore architettonico, visto che si tratta di una delle prime costruzioni cosiddette a tetraconch, cioè con quattro absidi uguali nelle quattro direzioni che inscrivono la classica croce greca. Una tipologia piuttosto comune nel disegno bizantino delle chiese di questa area, ma che ad esempio era stata prevista anche dal Bramante, nel primo progetto del 1503, della basilica di San Pietro a Roma. La strada per arrivare è tortuosa ma infine si giunge all'ampio parcheggio. Da qui prendendo il sentiero per salire alla chiesa al riparo di un muracciolo di pietre, devi tenerti con una certa attenzione perché effettivamente, anche se previsto, si è levato un vento che si fa fatica a stare in piedi. 

Un'abside
Icone a Jvari
L'esterno è più semplice e severo di altre analoghe costruzioni, tuttavia non si possono non apprezzare i bei bassorilievi sulle pareti esterne e sopra i portali. L'interno è ancora più semplice e modesto. Qualche fedele è raccolto in preghiera davanti alle icone esposte attorno; si respira il silenzio compunto e solitario dei santuari di montagna. Ma il vero spettacolo è all'esterno. Sulla balconata sotto gli archi di pietra che si affaccia sulla valle, infatti, la vista è magnifica, i bordi delle colline sembrano dipinti di un verde intenso e scendono ripidi verso i nastri d'argento dei due fiumi che con ampie curve convergono verso la città, congiungendosi proprio ai suoi margini. Lontana, ma ancora ben visibile, l'altra chiesa che abbiamo appena lasciato, appare come racchiusa all'interno del suo muro di cinta, come volesse rimarcare la sua capacità di difesa dagli attacchi degli infedeli. Insomma staresti a lungo quassù, ma come ho detto, il problema è riuscire, pur reggendosi ben forte alla balconata di ferro che ti protegge dallo strapiombo sottostante, a non farsi portar via dalle folate rabbiose di un vento che qui pare essere costante fissa. Alla fine devi desistere e tenendosi ben stretto il cappello in testa, torniamo alla macchina, tuttavia contenti delle immagini immagazzinate con gli occhi. 

Così possiamo dirigerci con tutta tranquillità verso la stazione di Tbilisi dove arriviamo verso le 18, visto che alla 20 ci attende il treno che ci porterà ad Yerevan. Il nostro Sarkisjan ci lascia proprio davanti, augurandoci ogni bene e buon viaggio verso quella che rimane sempre la sua terra e noi, dopo aver varcato la soglia del gigantesco edificio, sovietico in ogni sua espressione, andiamo fino all'ultimo piano per attrezzarci ad attendere il momento della partenza. La stazione è il classico palazzone che dopo la caduta dell'impero ha avuto tutti gli spazi invasi da ogni tipologia di attività commerciale, dai venditori di generi di consumo alimentare per i partenti, ai prodotti più vari che possano procurare business ad ogni costo, inclusi i cambisti, dato che la moneta di qua la devi mollare in qualche modo, visto che al di là del confine più nessuno la vuole più. Quindi, prima necessità, quella di andare a liberarci dei Lari rimasti, cosa che a tutta prima doveva essere facilissima, ma dopo il terzo tentativo da altrettanti bugigattoli, uno, presidiato da un donnone avvolta in un fazzolettone colorato, che si dichiara chiusa, il secondo che non ha Euro, poi nemmeno Dollari, il terzo che dice che sono troppo pochi per essere cambiati, comincia a presentarsi complicata. 

Esterno

Con Gianluca decidiamo allora di fare un salto nel mercatone antistante, dove eravamo già stati il primo giorno e dove sembra ci siano banchetti più professionali. Alla fine ne troviamo uno che mette mano ai dollari, ma che, dal numero di volte che conta e riconta i soldi, che tira fuori dal cassetto le banconote, poi le rimette via, infine smanetta su una vecchia calcolatrice cinese, capiamo che con la matematica anche dei numeri e delle operazioni semplici, ha dei problemi. Alla fine riusciamo a farci dare i nostri verdoni e ce ne andiamo in cerca di cibo per aggiustare la cena. Ma ecco il vecchio che ci rincorre perché sembra abbia sbagliato i conti. Si rifà tutta la strada per tornare al suo bugigattolo, lui ritira fuori la calcolatrice e alla fine risulta che i conti erano giusti e che evidentemente quello del cambista non deve essere il suo mestiere. Torniamo alla stazione e ci compriamo un paio di khachapuri per riempire lo stomaco risalendo all'ultimo piano dove però, dopo poco veniamo cacciati via perché il bar chiude capirà, sono quasi le sette e mezza. Con lo stomaco a posto, ma era decisamente più un appagamento della gola che altro, cerchiamo di raggiungere il nostro treno, che dovrebbe essere l'unico che parte a quest'ora, quindi con scarse possibilità di non trovarlo. Ma l'impresa anche qui si rivela più complessa del previsto. 

Una porta

In un posto, che poi dovrebbe essere il tabellone delle partenze, quello insomma deputato a indicare da dove partono i treni, ma secondo una vecchia abitudine sovietica alla quale ero a suo tempo abituato, non è detto, è segnalato al binario 3, ma, come dicevo, non è sicuro. Gli addetti della stazione, posto che lo siano, sono vaghi al riguardo e danno indicazioni contradditorie. Andiamo dunque al 3 sgobbandoci le valigia per rampe di scale ripidissime, visto che gli ascensori sono guasti e le scale mobili anche, ma qui non si vede nessun treno, che poi dovrebbe essere qui da tempo visto che dovrebbe partire tra un quarto d'ora. Seguendo le indicazioni di altri disperati come noi, che corrono di qua e di là senza una meta precisa e con i quali cerchiamo di scambiare informazioni sempre vaghe e probabilistiche, vediamo che, ben nascosto al binario 5, un treno c'è e visto che non se ne vedono altri, rifacciamo le scale a ritroso su e giù per raggiungerlo velocemente. Qualcuno assicura che si tratta del nostro, ma non è poi così certo. Cerchiamo disperatamente qualcuno con un aspetto da ferroviere, sul treno stesso o nei dintorni del medesimo o quantomeno dalla cosiddetta dejurnaja, la capavagone che nel periodo sovietico, in ogni treno dell'URSS, presidiava come un cerbero inflessibile il proprio vagone distribuendo i passeggeri con ordine inflessibile e militaresco. 

Icona

Deve certo esserci da qualche parte. Alla fine un tizio compare e anche se non presenta alcun tipo di divisa, sembra svolgere questa funzione e da alcuni suoi grugniti, anche se non troppo convinti, desumiamo essere sul nostro convoglio. Robe da matti una dejurnaja maschio non si è mai vista, ma i tempi cambiano anche qui. Seguendo le indicazioni stampigliate sui biglietti, stavolta non ci sono dubbi, individuiamo vagone e scompartimento, dove finalmente ci stravacchiamo tranquilli e pronti alla partenza verso il confine. In realtà era più semplice di quanto sembrava, anche perché quello era l'unico treno presente in stazione, ma si sa che quando sei timoroso di sbagliare, l'agitazione la fa da padrone. Il treno mi sembra rimasto molto simile a quello dei miei vecchi tempi andati, quando traversavo l'URSS in lungo ed in largo con la mia valigetta dei contratti, piena di dépliant e di campioni. Anche allora l'amico Gianni prenotava sempre lo scompartimento cosiddetto Coupé, tale e quale a questo, nel quale ci si barricava dentro per la notte insaccati nelle tute da viaggio, per rivestirci poi il mattino dopo, rassettati alla meglio prima di arrivare in stazione. Però allora la dejurnaja di turno, quantomeno ti portava a richiesta, dei bei bicchieroni di thè, sostenuti da eleganti porta bicchieri di metallo e sottobicchieri di maiolica, forse come ai tempi degli zar, così almeno mi raccontava Eugenio. 

Fregio esterno a Jvari

All'inizio, nei bei tempi andati, addirittura ti chiedeva se lo volevi indiskji o kitaiskji (indiano o cinese), poi, capito che si era italiani, cercava di attaccare bottone raccontando di suoi ipotetici fidanzati italiani perduti nella notte dei tempi. Se ne andavano con occhi sognanti, sbattendo le ridondanti terga che sballonzolavano lungo le pareti del corridoio al ritmo del tutùn tutùn delle ruote del treno sulle rotaie. Adesso vedo che c'è solamente un grande bollitore per l'acqua calda in fondo al corridoio, davanti alle latrine e se vuoi il thè te lo devi portare da casa. In compenso vengono distribuite lenzuola e coperte, così ci predisponiamo per la notte, anche se dopo la partenza, prima di abbandonarsi a Morfeo,  conviene aspettare di arrivare alla dogana per sbrigare le pratiche necessarie. Infatti verso le 10:30 ci si ferma in piena campagna e ci fanno scendere davanti ad un gabbiotto dove in fila per uno ci appongono il timbro di uscita. Sbrigano un vagone per volta, noi siamo sull'ultimo. Davanti al portello di ogni vagone, un miliziano con un cane controlla chi sale e chi scende, non si sa mai. Riprendiamo il viaggio e dopo una mezz'oretta ecco che salgono gli Armeni, molto più scherzosi e rilassati all'apparenza, che appongono il timbro di entrata appoggiandosi al vetro. Infine scendono e si spengono le luci. 

Scompartimento coupé

Possiamo tentare di dormire. Io non riesco mai a dormire fuori da un letto vero, così mi lascio cullare dal dondolio del treno che percorre lento la piana infinita di questa Asia, ponte tra due mondi. Le ore passano in un dormiveglia tutto sommato dolce e denso di aspettative; è questo il viaggio, un lasciarsi andare lungo la via che ti porta da qualche parte, che di conduce all'altrove incognito, che non solo non ti spaventa, ma sempre ti incuriosisce. Così trascorrono le ore, quando poi il sopore passa e finisci con lo svegliarti completamente, non puoi fare altro che, seguendo il dondolarsi del convoglio, alzare la tendina esterna visto che ormai sono le sei ed è già chiaro e buttare fuori un occhio. E' così che la prima immagine che ti coglie è talmente inattesa da farti rimanere senza fiato, stupito del tuo essere lì a goderti quel privilegio. Sul fondo della pianura, il gigantesco cono bianco di neve del monte Ararat, dalle pareti che disegnano un asintoto perfetto con la pianura che si perde all'orizzonte, si staglia netto, con la piccola anticima più bassa al suo fianco, per formare una cartolina perfetta e stupefacente per quanto inattesa. Nulla all'intorno, ai suoi fianchi, davanti, vicino. Solo questo gigante solitario che domina l'orizzonte con il suo carico di storie e di leggende. Un luogo iconico che racchiude in sé misteri e bellezza assoluta. Quasi quasi ti passa di mente anche la voglia di fare colazione.

Ararat

SURVIVAL KIT

Dalla Georgia all'Armenia - Il mezzo più comodo è il treno notturno che va da Tbilisi a Yerevan in circa 11 ore, con partenza dalla stazione centrale di Tbilisi alle 20:00 (dal binario 5). Si arriva alle 7:00. Non c'è tutti ii giorni per cui informatevi prima di organizzarvi l'itinerario. Il biglietto costa molto poco per il vagone comune. Nello scompartimento Coupé da 4 letti sui 30 €. C'è anche una cosiddetta I classe con scompartimento a due letti sui 45 €. Vengono distribuite lenzuola e coperte sigillate, ma dovrete portarvi i viveri. Verso le 11 si arriva in frontiera e le operazioni, molto semplici, vengono sbrigate in pochi minuti. (Si scende sul lato georgiano, mentre sul lato armeno salgono i doganieri direttamente).

Fedele



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Ingresso

7 -  Kazbegi

sabato 13 luglio 2024

Caucaso 6 - Verso il Kakheti

Devozione a Santa Nino - Kakheti - Georgia - Maggio 2024

Il bazar

E' tutto il giorno che camminiamo, dire che ho i piedi fumanti è un eufemismo, ma questa è una città da vivere a piedi, di quartiere in quartiere, cercando di penetrarli attraverso le viuzze più segrete e nascoste per apprezzarne gli angoli nascosti e le sue belle case tradizionali. poi, quando sbocchi sui grandi viali di scorrimento passi ai palazzi di una grande capitale, svolti altre pagine sempre convincenti alla vista. Così passin passetto, procedendo lungo le mura cannibalizzate da costruzioni parassite che ne hanno via via mangiato dei pezzi o si sono insinuate all'interno delle stesse, arriviamo al cuore della città, quella piazza della Libertà che rappresenta il centro politico e culturale della nazione. Di qui parte il lunghissimo viale Rustaveli, dove si allineano i palazzi del governo e del potere, che la storia ha designato a rappresentare il paese. Così passiamo davanti al Parlamento, dove ogni sera si radunano migliaia di persone per protestare contro la strada filorussa che sta prendendo il governo. In particolare proprio mentre eravamo lì, stava per passare una legge particolarmente liberticida contro giornalisti e agenzie di informazioni con componenti straniere, ricalcata esattamente su quella già in vigore in Russia, poi approvata. Le tensioni sono molto forti e le possibilità di scontri violenti non sono così peregrine, dato che il motivo del contendere pare sia molto sentito, in quanto questo governo presieduto dal partito Sogno Georgiano, aveva ottenuto il consenso dei votanti proprio per la sua distanza dall'ingombrante vicino e per una forte propensione all'avvicinamento all'Europa, cosa che pare sia molto gradita alla popolazione a giudicare almeno dal numero delle bandiere azzurrostellate accoppiate a quelle georgiane che si vedono su ogni lampione. 

Iconostasi di Santa Nino

Poi, non si è capito con quale motivazione il governo ha cambiato linea e al momento viaggia in direzione contraria. Questo ha provocato un'ondata di proteste piuttosto importanti, che proseguono con una regolarità preoccupante per il governo. La cosa curiosa da un lato e decisamente naif, è che proprio sugli angoli del parlamento, dove si presumerebbe essere maggiori le forze di contenimento (ci sono in effetti parecchie macchine della polizia) e le contromosse governative, ci sono, evidentemente ormai d'abitudine, un folto numero di banchetti che vendono bandiere della UE e della Georgia abbinate, da sventolare nelle manifestazioni giornaliere, che presumibilmente si terranno ogni giorno a venire. Insomma anche nell'agone contestatario il business non molla, capirà, bisogna pur campare. Intanto la folla comincia ad assieparsi per far partire il corteo, noi con prudenza decidiamo di allontanarci nella direzione opposta lungo il grande viale, sfilando i musei più importanti della capitale, dal Museo Nazionale, a quello delle Belle Arti, alla Galleria Nazionale, al Teatro dell'Opera, al MOMA, oltre agli alberghi storici più importanti come il Marriott o il Biltmore e il Radisson. Percorriamo così i quasi due chilometri in leggera salita di questo che è il vialone di rappresentanza della capitale, fino al parco che presenta un'altra bella vista sulla città ed il fiume, con il monumento alla bicicletta, articolo che non mi sembra tra i più gettonati tra la popolazione di Tbilisi. 

La metro di Tbilisi
Vicino c'è anche la stazione della metro che in un attimo ci riporterà a casa. Entrare in questa stazione mi riporta immediatamente ai miei trascorsi sovietici. Se ne vede subito l'impronta, con le sue scale mobili rettilinee, profondissime e molto veloci, anche se la stazione in fondo, manca di quelle grandiosità architettoniche volute dal senso di grandeur staliniano. Qualche minuto e arriviamo a casa per trascinarci poi fino all'Old Time, gradevole ristorantino dove trangugiamo spiedini di pollo e un paio di croccanti Kachapuri, tanto per mettere sotto i denti qualche cosa. Certo che di strada ne abbiamo fatta oggi, ma quello che ci è passato sotto gli occhi mi ha lasciato decisamente soddisfatto. Ribadisco, Tbilisi è davvero una bella capitale che merita assolutamente di essere vista e vissuta. La notte è passata plumbea e senza sogni, visto che le ore da recuperare erano molte almeno per me, quindi ci siamo messi in moto al mattino verso le nove con molta calma. La prima tappa è il cosiddetto Bazar dei disertori, il più grande della città, un vero e proprio quartiere, dove arriviamo comodamente con la metro. Qui c'è davvero ogni tipologia di merce, ma la parte più interessante è sempre quella alimentare, soprattutto la zona della frutta e della verdura, un vero e proprio mercato generale dove convergono da tutte le parti a scaricare e caricare merci che arrivano da tutto il paese ma anche dai vicini Iran, Turchia, Armenia. 

Chiesa di Santa Nino

Bisogna subito dire che i prezzi, in particolare della frutta, non sono bassi, soprattutto se parametrati al potere di acquisto di stipendi e pensioni georgiane, tuttavia il movimento è notevole. Un prodotto particolarmente interessante e che sarà una costante del nostro viaggio caucasico, è la frutta secca, di ogni tipo e dimensione a partire dalle albicocche, pesche e molto altro anche difficile da riconoscere, spesso offerto in bellissime confezioni miste dove l'aspetto estetico vuole la sua parte. Non resisto e compro una discreta quantità di cachi secchi dalla forma curiosa, dalla bontà assoluta, che provvediamo subito a degustare assieme ad un delizioso succo di melagrana. Sfiliamo i banchetti con gli articoli turistici, pochi per la verità e poi ci calmiamo i morsi della fame all'estremità del mercato, vicino alla stazione dove ci sono tutta una serie di bancarelle che offrono il solito street food, dalle kachapuri agli hotdog. Certo che in questo modo i costi dedicati al cibo, si ridimensionano notevolmente e contribuiscono a rendere il Caucaso una meta decisamente low cost per i turisti occidentali. Siamo comunque in zona stazione dove abbiamo un mezzo che ci aspetta, a disposizione per il resto della giornata. Prendiamo quindi la strada dell'est verso la regione del Kakheti, una zona di bellissime colline degradanti verso sud dal grande Caucaso, fin verso il confine dell'Azerbaigian. Qui nascono e si estendono i grandi vigneti georgiani che da millenni producono vini famosi e dei quali qualche cosa dovremo pur dire in seguito. 

Succo di melagrana

Comunque per il centinaio di chilometri che ci separano da Bobde, i paesaggi sono belli e dolcissimi, ma pure nella loro ondulazione ti danno quel senso di grandi spazi che raccontano il passaggio alle terre sconfinate dell'Asia centrale, dove come dicono i Russi, cento chilometri non sono distanza e cento anni non sono tempo. Proprio qui, su una collina tra le altre, tra filari di viti e foreste sorge il monastero di Santa Nino, la monaca che nel IV secolo evangelizzò la Georgia, la prima nazione a diventare ufficialmente cristiana nel 337, dopo che la Santa con alcuni miracoli convinse il re e la regina ad aderire alla nuova fede. Successivamente si ritirò proprio a Bobde dove morì. Qui fu eretto il primo monastero, rinnovato successivamente nel IX secolo, dove è sepolta. La chiesa, rimaneggiata ed ampliata anche successivamente, è uno splendore di pietra scolpita con certosina maestria e tutti i contorni dei portali sembrano trine delicate. Il luogo è piuttosto affollato, ma per la verità intorno, senti solo parlare russo. E' curioso come dopo settanta anni di agnostico ateismo, ci sia stata una ripresa così significativa della fede cattolica e dei suoi riti, anche tra i giovani. Tra le navate infatti non vedi solamente gente col naso all'in su che ammira gli splendidi affreschi, tra i quali un famoso giudizio universale o la altrettanto spettacolare iconostasi, ricca di icone ottocentesche, ma anche molti fedeli in preghiera, riuniti davanti alle icone più venerate o attorno alle piattaforme dove disporre ceri accesi, ma soprattutto la fila è particolarmente numerosa nella cappella laterale dove si venera la tomba della Santa, una lastra di marmo bianco istoriato, davanti alla quale tutti si raccolgono in preghiera. 

Le mura

Intorno alla chiesa, un bel giardino che digrada dalla collina, concedendo una splendida vista sulla valle dell'Alazani, che si protende lontano verso il confine. Fiori e prati verdissimi, il luogo è anche un magnifico spazio dove passare un pomeriggio nella natura ed in effetti i prati sono pieni di gente seduta che ammira il paesaggio, chiacchiera e lascia giocare i bambini. Lasciamo il monastero dopo un'oretta, mentre sta affluendo sempre più gente, in effetti questa è una delle mete assai gettonate dai turisti, anche perché a un paio di chilometri c'è anche la bella cittadina di Sighnaghi, che merita una sosta. Anche se la cerchia di mura in gran parte percorribile, con le sue torri sono del XVIII secolo, il paese è ormai moderno ed essendo diventato meta di interesse per molti, è pieno di alberghetti e ristoranti di ogni tipo, visto che qui si viene anche per feste e matrimoni piuttosto affollati. Ricordo che un mio amico di Mosca che non amava troppo il Caucaso, affermava che i matrimoni georgiani finiscono sempre a botte e a pistolettate, ma sarà stato sicuramente prevenuto come tutti i moscoviti verso il sud, anche perché di spari non ne abbiamo sentiti. Vero è che qui si beve molto visto che siamo circondati dalle vigne e quindi dopo aver passeggiato per le vie del paese, ammirando tappeti finti e oggetti di artigianato, aver visto la bella chiesetta di San Giorgio, dove sono stato anche cazziato dalla custode perché ho suonato la campanella del campanile ed aver percorso un bel tratto di mura per arrivare alla estrema torre sulla scarpata, siamo andati a cercare una cantina che ci desse l'occasione per degustare i famosi vini del territorio. Lungo la strada un gruppo di anziani mi individua subito come straniero spaesato e un mi chiede se mi piace il vino e procede immediatamente ad invitarci a casa sua, offerta che decliniamo con dispiacere, avendo già appuntamento con una cantina della zona.

La porta di Sighnaghi

Il  proprietario, che chiameremo Giorgio, ci fa scendere subito in cantina che ha l'aspetto tipico di uno dei nostri infernotti del Monferrato. L'atmosfera è piacevole e sincera e senti solo la voglia del vignaiolo che vuole farti sentire orgogliosamente la sua produzione. Qui ci racconta i suoi prodotti che viene ancora fatta col metodo tradizionale degli orci di terracotta interrati, i qvevri, dove il vino matura per poi passare a botti di rovere per almeno tre mesi, senza aggiunta di lieviti o altre correzioni, dopo di che passiamo agli assaggi. Cerchiamo di capirci, qui non parliamo di attrezzature sofisticate con pigiature soffici e fermentazioni a temperature controllate a cui siamo abituati nella moderna enologia, ma di fare un salto nella tradizione di una terra che il vino lo ha inventato e lo commerciava a livello che possiamo definire preindustriale, oltre tremila anni fa. Quindi possiamo tranquillamente dire che la vinificazione è nata qui e questo solo dà ai prodotti che vieni ad assaggiare una sufficiente patente di nobiltà e quindi il materiale che ci viene offerto oggi merita un assaggio con sincera ammirazione ed anche con una certa curiosità. Ovviamente non sentirete i bouquet complessi dati dal controllo delle temperature, ma le uve di partenza sono molto valide e questi vini hanno struttura e sapori molto interessanti. 

Assaggi

Partiamo da un bianco che ovviamente è il meno idoneo a mostrare picchi qualitativi, data anche l'assenza di solfiti che ne possano garantire una idonea conservazione, ma i rossi hanno corpo deciso e ottima persistenza. Ne assaggiamo due di 14 gradi, entrambi con una bella personalità, che Giorgio ci declina come Saperavi, dal nome del vitigno di provenienza. La varietà amabile, più leggera, sugli 11 gradi, è poi decisamente beverino e dal sapore gradevolissimo, morbido e suadente, che invita a berne ancora un altro calice, anche se il profumo latita un po'. Insomma una esperienza interessante. Ma il buon Giorgio, che ha capito subito di stare parlando con uno del settore, non ci molla di certo così facilmente e ci mette subito davanti alla sezione superalcolici, a partire da un brandy niente male, complesso e dai molti sapori morbidi e legnosi, di mandorla e vaniglia e poi si passa alla chacha, una serie di grappe e distillati di ogni tipo in cui perdersi e perdere anche i sensi, visto che già la prima al dragoncello marcava 65 gradi, per non parlare della serie dei boccioni allineati alla parete con distillati di tutti i tipi dalla pesca, alla prugna, alle ciliegie e così via. Non ci vuole proprio mollare e mostra alcune bottiglie della collezione cominciata da suo nonno, alcune con più di 70 anni. Insomma alla fine il problema è risalire dalla cantina, che le gambe tremano un po'. Per fortuna non tocca a noi guidare. Alla fine torniamo in città che è notte e la testa gira parecchio, anche se Gianluca brontola che il posto ormai è troppo turistico e non merita la pena, ma noi lo lasciamo dire e poi per fortuna, con un po' di kebab abbiamo attutito il colpo.

Sighnaghi e chiesa  di San Giorgio

SURVIVAL KIT

Sighnaghi

Monastero di Santa Nino -  Nella regione vinicola del Kakheti, a Bodbe, a un centinaio di chilometri da Tbilisi, è un monastero situato in luogo molto panoramico e molto visitato sia per motivi religiosi, essendo questa la Santa più importante del paese, che per motivi turistici. Guardate attentamente gli affreschi abbastanza ben conservati. C'è sempre molta gente in visita turistica che in pellegrinaggio. Il monastero vende anche prodotti locali, mieli e conserve. Ingresso gratuito. Calcolate almeno un'oretta.

Sighnaghi - Famoso paese turistico a pochi chilometri dal monastero, praticamente costituito solo più da attività turistiche, locali, alberghi, ristoranti. Interessanti le mura con le torri, la chiesa di San Giorgio, il Museo di storia e folklore al centro del paese e molte cantine che propongono degustazioni di vino prodotto nei dintorni col metodo antico degli orci.

Gio's Wine Cellar - St. Baratashvili 1, Sighnaghi - Presentazione e degustazione di vini prodotti in famiglia, molto autentica e piacevole. Esperienza interessante. Assaggerete 4 vini, un brandy di 7 anni e molti tipi di chacha, distillati di vinacce e di vari tipi di frutta. 25 Lari a testa

La tomba di santa Nino


Panetteria
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lunedì 8 luglio 2024

Caucaso 5 - Quartieri antichi

Il vallone col ponticello dei lucchetti - Tbilisi - Georgia - maggio 2024


Il vallone dell'orto botanico

La grande madre Georgia domina il costone e guarda benigna dall'alto la città. Non ci sono dubbi che sotto di lei, affacciati alla balconata, si avverta una certa qual aria di protezione generica, non fosse altro per la gigantesca spada che, se non ti casca sulla testa, sicuramente vorrà pure dire qualche cosa. Dall'altra parte il vallone verdeggiante che sta alle spalle della città sembra una foresta selvatica e incolta e non ti pare possibile che solo a pochi metri sorgano le case di uno dei quartieri più popolati di Tbilisi. Eppure questa è proprio la sensazione e qui puoi perderti tra sentieri e passeggiate come fossi davvero in un bosco tra i monti, non per niente questo è anche uno dei giardini botanici più grandi del mondo. Poco più in là, la stradina che porta alla fortezza, l'altro simbolo della città, ma purtroppo stavolta siamo sfortunati perché la cittadella è completamente chiusa. Sono iniziati infatti restauri in grande stile, certo qualcuno fa l'occhietto e dice che se scavalchi nessuno dice niente, ma noi siamo ligi alle regole, non vogliamo fare i turistacci che si comportano da prepotenti, anche perché se proprio vogliamo dire, le mura sbocconcellate sono più belle da fuori e dentro, per il momento non c'è molto da vedere. Certo sarebbe la via più indicata per scendere giù a piedi fino alla base del quartiere azero, ma noi disciplinatamente, riprendiamo l'ovovia  e scendiamo al punto di partenza, nel parco Rike. 

La fortezza

Davanti a noi la cascata di case, tutte ormai da qualche anno completamente restaurate, che fanno di questo quartiere uno dei centri più importanti della movida turistica. Sotto il vialone che lo attraversa c'è il vecchio Meidan bazar, posizionato lungo un tunnel sotterraneo secondo lo stile dei suk orientali, con gli stalli posizionati all'interno delle nicchie foderate di mattoni rossi. Molti offrono vino e prodotti tipici, in fondo c'è un piccolo museo di attrezzature tradizionali. Mi lascio tentare dall'offerta di un gelato al vino, che mi sembra sempre una bella idea. Un banchetto con una bella ragazza dagli occhi scuri come la notte e dalle sopracciglia folte, ne offre addirittura a quattro gusti diversi, titolati a quattro differenti vini. Prendo quello spacciato come più aromatico ma alla fine devo dire che non mi convince moltissimo, eppure il gelato da queste parti è un prodotto molto tradizionale e anche famoso nel mondo! Tuttavia rinfrescati, risaliamo le stradine del quartiere azero, circondate da bellissime case, con grandi balconi e bovindi foderati da finestre finemente lavorate, tanto da sembrare trine finissime. Dovunque ci sono bei locali pieni di gente. Indubbiamente la capitale è in pieno rilancio economico e se non fosse per la pressione politica dell'ingombrante vicino, si potrebbe dire che è avviata verso un miglioramento visibile delle condizioni materiali. 

Meidan bazar

Risaliamo la collina, tra altre stradine e vicoli fino ad arrivare alla moschea Juma, dove si entra senza problemi; ci sono solo un paio di fedeli in un angolo che poi se ne vanno e rimaniamo soli nella grande sala di preghiera davanti al bel mimbar di legno intarsiato. Poi scendiamo per scalette e stretti passaggi infilandoci proprio dietro la moschea fino ad arrivare al vallone che arriva dietro al monte della fortezza. Da qui sgorgano le acque sulfuree che nel passato avevano reso famosa la città. Una serie di ponticelli attraversano il rio che proviene da una cascata. Anche qui sta trionfando la moda dei lucchetti d'amore che, praticamente, ormai ricoprono quasi per intero i parapetti. E' una moda che evidentemente piace assai alle giovani coppie visto che ne ho visti ormai da ogni parte del mondo. Passeggiamo lungo il torrentello mentre le case antiche, abbarbicate sul costone, sembrano caderci in testa. Quando la costa si apre ecco apparire le costruzione dei bagni turchi, altro vanto della città. Pare ne siano rimasti in attività sette, tutti raggruppati in questa che è la zona di Abanotubani. D'altra parte la leggenda dice che il re Vakhtang fondò proprio qui la città di Tbilisi, il cui nome dovrebbe significare appunto "acque calde", dato che vide il suo falcone guarito, dopo essersi immerso nelle acque di queste sorgenti sulfuree. 

Moschea juma

Questa fu la fortuna della città che da esse ebbe la propria fama. Pare ci fossero nel XII secolo più di 65 stabilimenti dove si celebravano anche feste e matrimoni e la notorietà si protrasse nei secoli successivi, raccontate da Dumas e da Pushkin che disse di non aver mai visto un luogo così meraviglioso. In effetti già dall'esterno, i mosaici arabescati sono così ricchi da ricordare le maioliche colorate delle madrase uzbeke e le cupole persiane e sinceramente una esperienza in questi bagni me la sarei volentieri concessa, visto che, come raccomandato da Gianluca, ci eravamo portati al seguito anche degli opportuni costumi da bagno, ma le neghittosità e l'apparente mancanza di interesse dei miei compari di merende, che hanno fatto finta di niente alle mie larvate proposte, hanno fatto sì che ci siamo persi una delle esperienze storico letterarie, nonché sibaritiche più ghiotte della città. Quindi vi suggerisco fin da ora di non seguire le mie orme e di approfittare dei bagni Orbeliani di cui vi allego foto dell'ingresso qui a lato. Poi vedete voi, io mi mangio ancora le mani adesso, visto che si dice che l'esperienza e le sensazioni di avere una pelle di pesca morbidissima all'uscita dai bagni suddetti, siano assolutamente impagabili. Vedete voi. 

Bagni orbeliani

Allora, sorbendo un succo spremuto di melagrana, proseguiamo in una delle vie ortogonali alla salita e io vengo morbosamente attirato da un localino che offre una specie di menu turistico vino incluso, e qui siamo imbarazzati in lunghe incertezze tra i khinkali, i tipici ravioloni georgiani, quelli che in Russia si chiamano pelmeni e la serie delle khachapuri, una delle delizie della cucina locale. Optiamo infatti per quest'ultima, nella sua versione adjaruli, che consiste in un impasto di pane morbido e croccantissimo sagomato a barchetta ricoperto di formaggio fresco con un uovo al centro che poi si mescola al formaggio fuso inzuppandoci dentro i bocconi di pane che via via si strappano dai bordi. Una vera delizia che assaporata con il calice di vino bianco annesso, mi mette decisamente di buon umore. Usciamo allegri e proseguiamo per il quartiere, davvero bello per questa sua particolare architettura, passando prima per la sinagoga, che purtroppo è chiusa, un'altra delle testimonianza di quanto nel passato tutta l'area mediorientale fosse straordinariamente multietnica ed in assoluta e tranquilla convivenza tra le tante correnti religiose presenti l'una accanto all'altra, senza che questo desse origine a problemi di sorta, cosa che del resto avevamo già visto in altri luoghi come in Libano ad esempio. 

Nurashen

I problemi sono nati solo dopo che in Europa si sono scatenati i nazionalismi nati dallo scardinamento degli imperi presistenti, che hanno spinto il pedale sugli odi etnici e religiosi per affermare la loro importanza, dando origine a tutte le insanabili situazioni di crisi che proseguono anche ai giorni nostri. Ancora pochi passi e ci troviamo di fronte ad una vera chicca, mi dicono assai poco conosciuta, infatti proprio dietro alla chiesa di Sayat nova, nascosta dagli alberi di un piccolo parco all'apparenza trascurato e selvatico, ecco sorgere i muri di una grande costruzione abbandonata, si tratta della cattedrale Armena di San Giorgio o di Nurashen, chiusa da decenni, di cui, da alcune finestre posteriori lasciate aperte, puoi indovinare i maestosi interni che mostrano nella penombra gigantesche colonne e malcelati affreschi che paiono cadere in completa rovina. Le mura esterne sono di grande eleganza con altissime costolature in mattone che ne sottolineano l'elevazione fino alla grande cupola centrale. Un vero peccato che sia lasciata così in abbandono. Noi proseguiamo nella zona di Sololaki, popolatissimo di locali alla moda, mentre graziose buttadentro cercano di farci entrare, anche se siamo solamente nel primo pomeriggio. 



Torre dell'orologio

Dovunque butto l'occhio l'inquadratura è piacevole e appagante. Andiamo fino al ponte della pace, dalle forme avveniristiche, dove ti senti avvolto dai tubolari alveolati di acciaio, mentre il fiume scorre turbinando sotto di te e poi proseguiamo fino alla piazzetta della cosiddetta torre dell'orologio, una stramba costruzione che fa da ingresso al teatro delle marionette, che pare uscita da una scatola di costruzioni per bambini, tutta stortagnola e ricoperta di figurine e di personaggi delle fiabe. Non possiamo non sostare poi alla Cattedrale di Sioni o della Dormizione, un'altra grande e bellissima chiesa di rito ortodosso georgiano, ricca di affreschi ottocenteschi. L'edificio attuale che risale al XIII secolo, pur costruito su di una base preesistente del V, alla fondazione della città, ha subito molti rimaneggiamenti successivi come si vede dai due campanili esterni uno del 1400 e uno neoclassico dell'800. La chiesa è famosa anche per la presenza della croce in argento di Santa Nino, la monaca che diffuse il cristianesimo in Georgia nel IV secolo. Intorno alla reliquia un capannello di devoti, accende ceri con grande compunzione. Bisogna dire che nell'oscurità delle strette navate dove non riesci a scorgere la cima degli archi, tra fumi di incenso e chiarore di candele, si avverte una atmosfera di decisa spiritualità, di certo quella che ha avuto una straordinaria ripresa, dopo i settanta anni di pesante ateismo sovietico. Esco pensoso incamminandomi per il largo viale che conduce all'esterno di Sololaki. 

Volta della Cattedrale di Sioni

SURVIVAL KIT

Bovindi

Come muoversi a Tbilisi - La città è dotata di una metro molto efficiente costruita nel periodo sovietico, anche questa da vedere, se pur non abbia le magnifiche stazioni moscovite, caratterizzata dalle infinite e lunghissime scale mobili ancora in legno. Per entrare si usa una tesserina magnetica da 2 Lari, utilizzabile anche da più persone, al costo di 0,50 Lari per corsa. Naturalmente fitta rete di bus anche questi al costo di 0,50 Lari per corsa. Tuttavia il mezzo più comodo per girare in città sono i taxi Yandex, una applicazione simile ad Uber e che funziona con gli stessi criteri. Consiglio caldamente di scaricarsela gratuitamente prima della partenza. Se siete in 4 spenderete meno che con la metro.

Maioliche


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sabato 6 luglio 2024

Caucaso 4 - Per le vie di Tbilisi

Cattedrale di Tbilisi - Georgia - Maggio 2024

Dalla cattedrale

Così abbiamo continuato a passeggiare per il centro del nostro quartiere, tra vecchie case, palazzi zaristi e locali di ogni tipo. Certamente la città mostra segni di ottima ripresa economica, dopo gli anni bui succeduti al crollo dell'URSS, la guerra e le successive turbolenze che hanno lasciato un forte astio nella popolazione comune verso l'attuale Russia, come si vede spesso nei vari graffiti rivolti direttamente all'indirizzo di Putin. Tuttavia bisogna considerare che l'attuale forte spinta economica di cui beneficia il paese è dovuto in gran parte proprio all'ingombrante vicino, infatti, in conseguenza delle sanzioni imposte internazionalmente, gli affari e il movimento di merci e persone continua allegramente come prima, ma attraverso i paesi confinanti e tra questi ci sono sicuramente Georgia e Armenia. Oltre a ciò considerate che sembra che almeno mezzo milione di giovani siano fuoriusciti dalla madrepatria per evitare appunto di essere coinvolti nel richiamo nell'esercito, correndo il rischio di dover andare al fronte a morire nel fango ukraino e al momento risiedono stabilmente a Tbilisi o a Batumi, contribuendo all'economia con un forte afflusso di soldi nonché ad un considerevole anche se sgradito aumento degli affitti. In effetti nei locali, senti un sacco di giovanotti robusti e muscolosi che parlano in russo e spendono soldi. 

Le mura sul fiume Kura

Noi che abbiamo finito la giornata su un locale della piazza, ne eravamo circondati. Naturalmente andando a caso abbiamo scelto il ristorante sbagliato e ci è capitato un simil americano che serve solo hamburger per di più cari, ma che ci volete fare, eravamo ancora completamente rimbambiti dal viaggio e nei prossimi giorni staremo più attenti. Intanto torniamo al nostro residence con le pance piene e stramazziamo nel letto dove ci abbandoniamo al sonno del giusto nel tentativo di recuperare le forze per domani, visto che ci attenderà una scarpinata intensa, visto che sarà anche l'unico giorno pieno a Tbilisi. La mattinata si apre con un bel solicello che fa risaltare il cielo blu e gli sbuffi bianchi delle nuvolette passeggere. Con un comodo taxi Yandex ci portiamo subito alla Cattedrale della Santissima Trinità nel quartiere armeno di Avlabari. Questo è evidentemente il modo più comodo per spostarsi in tutte le città georgiane e armene, infatti se siete in tre o quattro, i prezzi saranno addirittura inferiori al costo dei biglietti della metro. La costruzione è decisamente recente, la sua costruzione è cominciata dopo il disfacimento dell'URSS ed è stata inaugurata solo nel 2004, ma svetta sulla collina proprio per la sua imponenza. Costruita, tra grandi polemiche sopra un antico cimitero armeno, con notevole dispendio di mezzi e di materiali di pregio, ha le tipiche caratteristiche delle architetture religiose georgiane con pianta a croce greca e altissima cupola centrale rivestita d'oro. 

Rudere di antica chiesa armena a Avlabari

Anche l'ampia scalinata di accesso su cui salgo sbuffando, contribuisce a magnificarne le dimensioni e la presenza isolata in mezzo ad un bel giardino, con un complesso edificio che funge da campanile eretto ad una certa distanza. Bisogna dire che dalle terrazze intorno si gode di un magnifico panorama sulla città e sul fiume Kura che la divide in due con le sue acque tumultuose. Di qui vedi bene il quartiere armeno sottostante, il monte con la fortezza ed i lontani quartieri periferici come Suburtalo, dove l'orribile foresta di caseggiati sovietici, le famigerate krushiovke, sorte velocemente per risolvere i problemi abitativi di quel periodo e quindi strutture dalla bruttezza e dallo squallore rimasto proverbiale, rimangono ancora oggi a raccontare quei tempi difficili. Scendiamo poi nel quartiere armeno che è in via di ristrutturazione e molte delle case che incontri sono già state riportate all'antico splendore, e mostrano con i loro balconi e terrazze, la bellezza di questa architettura antica che mescola note di Medioriente a cavallo tra Persia e Turchia e che puoi ritrovare con piccole varianti anche in altri paesi vicini. Il contrasto tra le case sistemate e quelle ancora malandate o addirittura in rovina, è forte e ti fa capire quanto doveva essere bella in origine questa città. 

Porta

Un'altra cosa che colpisce immediatamente sono i portali di queste case, di questi palazzotti, bellissime e di complessa fattura, miscuglio di legni e ferri battuti, di vetri colorati e intarsi complessi, splendide quelle restaurate, magnifiche nel loro potenziale, che bene si intravede sotto la patina di vecchio abbandono, quelle ancora da sistemare. Una ricchezza davvero unica e di certo da valorizzare ulteriormente, che colpisce in ogni caso il passante ed il visitatore straniero. Tra le case una vecchia chiesa armena è rimasta lì in completo abbandono perché pare non ci si riesca ad accordare per contrasti politico-etnico. Vecchie storie che in questa area dove le etnie e le sottoetnie presenti sono un numero imprecisato, rimangono fonte di contrasti irresolubili e infiniti. Arriviamo a quello che rimane delle mura che circondavano questa parte di città; siamo proprio sopra il fiume, su una sorta di bastione su cui le case si affacciano; indubbiamente un gran bel colpo d'occhio e appoggiato ai grandi merli arrotondati, in mattoni rossi, rimani a guardare le acque limacciose che scorrono sotto di te, come se stessero portando via veloci le scorie dei secoli e le violenze che le genti che qui hanno vissuto, hanno dovuto vedere, sopportare, subire. 

Monumento al fondatore della città

Scendiamo lungo le viuzze in discesa su un'acciottolato antico per arrivare fino alla Chiesa di Metekhi, isolata anche questa su uno sperone roccioso sul fiume e dedicata, come la maggioranza delle chiese georgiane, naturalmente a S. Giorgio, patrono della città. La chiesa è bellissima, come scolpita nella nuda roccia dorata, consumata dai secoli, con le sue linee semplici e pulite. Entri attraverso un piccolo nartece quasi nascosto e l'interno spoglio e minuscolo, le absidi quasi nascoste, invitano immediatamente a concentrarsi nel silenzio e nella meditazione; anche i visitatori che la percorrono passano come figure senza tempo che non disturbano l'atmosfera. Un gruppo di ragazze, sicuramente russe, molto belle, escono compostamente. Hanno tra i capelli coroncine di roselline che le fanno apparire come miniature di Palech, deliziosi visi che non puoi fare a meno di fotografare quando sciolgono dolci sorrisi. La lingua russa, soprattutto se pronunciata da una donna è dolce e musicale, quasi una melodia che esce da labbra rosse e profumate. Mi chiedo come sia possibile che popoli così vicini ed alla fine così simili si odino mortalmente, quando forse basterebbe guardare negli occhi queste fanciulle per sopire ogni odio, ogni inutile e sciocca rivalsa. 

Chiedo ad una di loro, che avanza lentamente con passo leggero, il permesso di fare uno scatto. Mi scioglie subito uno sguardo da madonna del rosario e piega appena la testa di lato, la lunga treccia scura che le circonda il capo. Anche i suoi occhi grigi come le perle dei mari del sud sorridono. Eh, santo cielo come è strano il mondo! Sotto la terrazza che circonda la chiesa ancora larghi spazi della città e del sottostante parco Rike, verdissimo, verso cui scendiamo dopo aver buttato un occhio da sotto la imponente statua equestre del re Vakhtang Gorgasali, il fondatore della città, che getta lo sguardo amorevole e volitivo sulla sua città, portando tuttavia con sé quel che di tronfio e pretenzioso c'è sempre nello stilema del realismo sovietico. Nel giardino ci concediamo, in un bel localino tra le aiuole, un bicchiere di amabile vino georgiano, mi sembra fosse Kindzmarauli, piacevolmente profumato, tanto per capirci non lontanissimo dal nostro Brachetto acquese. Ma sul vino bisognerà fare poi tutto un discorso, perché questo è un capitolo importante per il Caucaso tutto, quindi su questo argomento ci risentiremo più avanti. Poi attraversiamo il parco e prendiamo la funivia che porta a Narikala, la fortezza sulla montagna che, questa sì, domina davvero la città dall'alto. Il nome, ricevuto dai Mongoli significa piccolo castello e quello che rimane, dopo guerre e terremoti, risale al XVI secolo e corona il monte che sta a guardia della città. 

La Madre Georgia

Dietro sui fianchi ripidi del monte si trova il gigantesco parco orto botanico, attraverso il quale si scende alla cascata ed alle sorgenti sulfuree che sboccano nel quartiere Abanotubani, dove hanno sede i famosissimi stabilimenti termali della città o quanto meno i sette che sono rimasti in funzione. Di qui la vista è davvero magnifica ed arriva fino all'altra chiosa di montagne che coronano Tbilisi dall'altro lato. Il luogo è molto frequentato perché qui sorge anche l'enorme statua metallica della Madre Georgia o Kartlis Deda, alta più di venti metri, che tiene nella mano sinistra una coppa di vino per accogliere chi viene come amico e nella destra la spada per opporsi senza esclusioni, a chi invece si presenta come nemico. Ci sono un sacco di turisti e bancarelle, dato che ci arrivano tutti i turisti in visita della città. Un baffuto e corpulento signore che di vino evidentemente ne ha già versato molto per rendersi egli stesso più accogliente a tutti, suona una fisarmonica sciorinando le arie dei paesi a cui appartengono quelli che man mano salgono per il sentiero. Per noi stava per attaccare un O' sole mio, ma visto che non gli abbiamo dato molta corda, passa subito ad un nutrito gruppo di Kazakhi che ci seguono, eseguendo compìto, il loro inno nazionale. Le ragazze dai visi larghi e bonaccioni, emule docili di un Gengis Khan meno combattivo, si sciolgono subito e si esibiscono in coro, le consistenti forme fasciate dalla bandiera nazionale. Sarà meglio che scendiamo.

Kazakhe in vacanza

SURVIVAL KIT

Metekhi sul Kura

Tbilisi - Per la visita della città, che è una delle più interessanti del Caucaso, dovete calcolare almeno due giorni pieni. Obbligatorio passeggiare per i tre quartieri storici: il Georgiano (Chugureti), l'Armeno (Avlabari), l'Azero (Kala) e quello di Sololaki, ognuno dei quali conserva innumerevoli edifici da ammirare al passaggio che raccontano i diversi stili architettonici che hanno caratterizzato la città, dal bizantino al neoclassico, e poi zarista, quello art nouveau particolarmente ricco, il mediorientale, seguito dal pesante stile sovietico moderno. poi da vedere la torre dell'orologio e teatro delle marionette; la Piazza della libertà e Rustaveli avenue con i palazzi del potere. Molte le chiese da visitare, almeno non perdete la Cattedrale Tsminda Sameba (Santissima Trinità), nuova ma imponente essendo la terza come dimensione tra le chiese ortodosse nel mondo, la Basilica Anchiskhati, la Cattedrali Sioni, la chiesa di Metekhi e per gli amatori c'è anche un antico tempio del fuoco. Imperdibile la fortezza di Narikala (accesso in funivia), il ponte della pace sul fiume, con il Rike park e i famosi bagni termali sulfurei nel quartiere di Abanotubani, scendendo a piedi dalla fortezza. Non lasciate i mercati, molto interessanti, incluso quello sotterraneo di Meidan Bazar, il mercato di Ponte secco per i souvenir ed i memorabilia vecchia URSS ed il mercato dei disertori, (desertirebis bazari), il più grande, vicino alla stazione. 

La chiesa di Metekhi

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