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martedì 7 aprile 2026

Mau 30 - 90 Motivi +1 per visitare la Mauritania

Trasportoapre . Mauritania - Gennaio 2026


Non so se co, questa chiacchierata che porto avanti ornai da quasi tre mesi, sono riuscito a trasmettervi in qualche modo il pacchetto di emozioni davvero potenti che mi sono portato a casa da questa ennesima scorribanda africana e soprattutto nel suo deserto fondamentale ed iconico, il Sahara. Questo è un viaggio che appassionerà certamente tutti quelli che hanno per queste vie delle sabbie, una propensione atavica, frutto chissà, per chi ci crede, di qualche reminiscenza di vite precedenti. Siamo stati forse pastori berberi, conduttori di dromedari o forse peggio, capi carovana che commerciavano schiavi attraverso il Sahel. Non lo so, ma di certo abbiamo dentro una attrazione speciale che non ha bisogno di incentivi o spiegazioni. Tuttavia credo che anche chi col deserto non abbia mai avuto contatti, se lanciato in uno di questi viaggi, non possa ritornarne come prima di quando è partito. Il deserto e il suo mondo unico, gli lascerà di certo qualche cosa, di cui magari non si accorgerà subito, ma questo virus, si svilupperà nel tempo magari rimanendo a lungo latente dentro di lui, per poi scoppiare all'improvviso imponendo la sua legge e allora si ricomincerà a sognare, raid attraverso le sabbie, itinerari inconsueti seguendo tracce di antichi viaggiatori e così via. Comunque tanto per specificare meglio, tutti abbiamo bisogno, oltre che di sognare, anche di dati certi, di indicazioni più precise al fine di costruirci solide motivazioni e quindi voglio elencarvi come mio solito, un elenco pedissequo di motivi, che potrebbero convincervi e spingervi a programmare questo viaggio. Così per questo paese ho cercato di entrare un po' più a fondo di quanto si faccia di solito, approfondendo un po' meglio gli aspetti storici, naturalistici e culturali, mentre penso che tra le righe sia passato anche il sottile e pervasivo desiderio di riuscire un giorno a visitare anche le ultime zone che, per varie motivazioni, soprattutto logistiche e di tempo, ho dovuto forzatamente tralasciare e che indubbiamente varrebbero la pena di essere più a fondo indagate, tornandoci magari per la terza volta. Tuttavia a conclusione, sperando di stimolarvi comunque al viaggio, ecco come al solito, un piccolo elenco di cose imperdibili di questo paese o che, se la volete mettere giù in altro modo, valgono la pena di sobbarcarsi le ore di volo che sono necessarie a raggiungere quella terra, lontana nello spazio e così differente ed intrigante, ricordando sempre che la cultura non alberga solamente nel nostro patinato mondo occidentale, ma che forse si può trovare anche nelle profondità di luoghi dove non si immaginava potesse essere transitata pe secoli.

  • Arrivare a Nouakchott nel cuore della notte attraversandone i quartieri addormentati
  • Partire la mattina presto puntando decisamente verso il deserto
  • Fermarsi nel nulla ad osservare i dromedari che brucano tra le dune
  • Mangiare uno squisito mechoui ad Akjaoujit
  • Prendere la prima pista tra le sabbie e fermarsi, aspettando i nostri amici che pregano 
  • Godere il tramonto tra le dune di Azoueiga
  • Rimanere a guardare il cielo e la notte stellata al fuoco di un falò
  • Prendere un tè alla menta nel deserto
  • Camminare sui tratti dove la sabbia cambia colore
  • Fermarsi alle tende dei beduini e comprare un sostegno di sella di cammello
  • Percorrere la Vallée Blanche tra dune di zucchero
  • Sprofondare nella sabbia gialla al passo di Tifoujar e comprare sacchetti di datteri dolcissimi dai nomadi lungo la strada
  • Proseguire di oasi in oasi fino a Toungad e andare a trovare Riccardo che vive lì da 30 anni
  • Arrivare fino alla sorgente tra i monti dell'osai di Terjit
  • Incontrare ragazzi che vivono qui e cenare con loro sotto le stelle
  • Girare nei villaggi tra le case inseguiti da torme di ragazzini
  • Guardare il panorama dei canyon dalla sommità dei tavolati al loro bordo
  • Percorrere la route d'Aoujeft nel deserto sassoso fino all'oasi di M'Hairit
  • Guardare le facce di chi arriva alla sorgente Guelta e si gode le acque del laghetto
  • Arrivare a Cinguetti, la regina delle sabbie
  • Passare da una biblioteca all'altra guardando manoscritti miniati di mille anni
  • Recitare poesie con un custode del sapere
  • Toccare libri divorati dalle termiti con teoremi di geometria
  • Ritrovare lo stipite della porta su cui mi sono rotto l'omero dopo un anno
  • Essere riconosciuto dai camerieri dell'albergo
  • Camminare tra i vicoli della città semisepolta dalle sabbie
  • Sostare davanti alla moschea semisepolta da sei secoli, della prima Cinguetti 
  • Ritornare in città in cammello
  • Visitare il piccolo museo etnografico e la cooperativa delle donne comprando braccialettini
  • Camminare tra i negozi della nuova Cinguetti per arrivare al centro
  • Fermarsi ad un incrocio a guardare uomini che giocano a scacchi in mezzo alla sabbia
  • Osservare i bambini che corrono in mezzo alla strada con giocattoli fatti da loro
  • Farsi agghindare di sciarpe in un negozio di un bravo venditore
  • Vedere il tramonto dalla duna più alta davanti alla città
  • Partecipare ad un matrimonio tra canti e balli forsennati nello stadio cittadino
  • Correre in auto tra le dune formando carreggiate nuove senza il timore di perdersi e sfiorare carovane che fanno il nostro percorso in una settimana

  • Fermarsi a bere un té in un gruppo di capanne di paglia
  • Medicare sommariamente la ferita di un anziano che accorre appena vista una macchina che si è fermata
  • Osservare le barriere di foglie di palma innalzata per fermare l'avanzata delle dune
  • Arrivare da Zaida e ritrovarla come un anno fa allegra ed attiva
  • Visitare il nuovo centro dove si svolge il festival annuale e il suo museo
  • Fare foto alle ragazze ritrose che poi le vogliono assolutamente
  • Ripercorrere le scale di pietra di Ouadane, la città dei Sapienti
  • Ammirare i pilastri, gli archi ed il minareto della antica moschea di pietre
  • Guardare le palme dell'oasi dall'alto delle mura
  • Vedere con stupore le antiche serrature di legno
  • Percorrere la larghe strade sabbiose della città nuova inseguiti dalle ragazzine
  • Incontrare l'accompagnatore di Filippo Tenti durante il suo documentario e farsi nuovi amici
  • Raggiungere la struttura di Richat detta l'Occhio del Sahara
  • Arrivare fino al centro e dall'altura cercare di riconoscere i bordi e mettere una pietra sulla piramide
  • Fermarsi davanti ad una piccola mandria di onagri immobili che ci guardano
  • Cercare sulla montagna la giraffa ed il toro tra i graffiti di Agrour Amojar 
  • Camminare sulla lastra di pietra nera cercando antichi Dolmen
  • Fotografare la modella camerunense Aisha che posa sui massi di lava nera, carica di monili d'oro
  • Ammirare il fortino di Sedan dall'alto del passo di Ebnou 
  • Passeggiare nel mercato di Atar guardando tra i banchi
  • Bere carcadè mangiando stufato di cammello
  • Ballare e suonare tamburi al suono della Kora di un griot con le ragazze del posto
  • Visitare le rovine della antica città di Azougui ancora da scavare
  • Fermarsi al passo a raccogliere pezzi di roccia mirabilmente venati di ogni colore
  • Raggiungere Choum e vedere per la prima volta il famoso treno che passa
  • Percorrere per intero il famoso tunnel, monumento alla stupidità europea
  • Raggiungere Zouerat e celebre miniera di ferro
  • Andare al  punto di partenza del treno e salire sui vagoni "passeggeri" familiarizzando con chi cerca di salirci
  • Visitare i vari cantieri della miniera tra residuati e pezzo abbandonati
  • Passare tra i banchi del mercato di Zouerat
  • Aspettare nel deserto il passaggio del treno carico di minerale
  • Passare nei villaggi fatti di traversine di ferro
  • Correre tra le sabbie per raggiungere il monolite di Ben Amerà
  • Transitare per cinque chilometri oltre il confine del Sahara Occidentale
  • Toccare il monolite per cercare di assimilarne la forza
  • Girare attorno al monolite femmina ascoltandone le leggende che li circondano
  • Godersi l'ennesimo tramonto e dormire tra le sabbie, dopo essersi fatti passare la paura dello scorpione
  • Dare un passaggio nel deserto e toccare con mano le tragedie della migrazione
  • Mangiare riso e pollo in una baracca lungo la strada nazionale ritrovata
  • Raggiungere finalmente il mare e il porto di Nouadhibou
  • Visitare Cap Blanc e il museo della foca monaca, camminando sulla spiaggia
  • Cercare il cimitero delle navi arenate e non trovarlo più
  • Correre sulla riva tra milioni di gabbiani e cercando uccelli migratori
  • Chiacchierare con Fatma al mercato di Nouadhibou
  • Fotografare piedi disegnati con l'henne di amiche di Ahmed
  • Percorrere la riva del Banc d'Arguin osservando le barche dei pescatori che pescano coi delfini
  • Fotografare la fauna ornitologica che popola il parco
  • Stupirsi della quantità di pesce pescato e vistare i villaggi dove essiccano i muggini
  • Essere ricevuti da un capo villaggio che offre tè e farina di pesce secco
  • Correre a tutta velocità sulla riva per decine di chilometri sollevando nuvole di gabbiani
  • Percorrere lingue di sabbia dove sostano pellicani e cormorani
  • Stupirsi delle mille sfumatura di sabbia lungo le rive
  • Aggirarsi tra i pescatori nei villaggi Imraguin mentre scaricano i pesci dalle barche
  • Girare per il mercato dei cammelli di Nouakchot
  • Chiacchierare con le divorziate al loro specifico mercato
  • Vedere la grande moschea della città ed il suo polveroso Museo
  • Passeggiare nell'enorme mercato e finire in un ristorante turco
  • Perdersi lungo la riva del porto al mercato dei pescatori tra migliaia di barche colorate 
ed infine
  • Fare un'ultima foto ricordo con gli amici alla grande scritta col nome della città mentre vai all'aeroporto per tornartene a casa
Dromedari


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lunedì 23 marzo 2026

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La costa
Questa Mauritania continua a metterti di fronte ad aspetti inattesi ed accattivanti. Ogni volta che pensi che il viaggio sia in effetti finito, ecco che saltano fuori nuovi interessi che ti muovono verso nuove scoperte. Siamo in effetti ormai arrivati al mare, all'Oceano, nel punto dove il deserto del Sahara finisce scontrandosi con la massa d'acqua che sola cosa, può paragonarsi alla sabbia e alla roccia che, partita dal lontanissimo Egitto, ha percorso migliaia di chilometri per arrivare a questo confine della natura. Onde di acqua da un lato che si ergono a barriera di onde di sabbia dall'altro, che anch'esse si muovono rincorrendosi, forse più lentamente di certo, ma egualmente in modo inarrestabile, come abbiamo visto capaci di seppellire addirittura città intere, figuriamoci strade e ferrovie, che per essere mantenute in vita, necessitano di continua ed attenta manutenzione. E qui, proprio qui su questo litorale di cui non riesci a distinguere i confini, i due oceani, quello di acqua e quello di sabbia si scontrano, in una battaglia epocale che dura da ere infinite e continuerà fino alla fine del mondo. Qui si crea un ecosistema unico e di una bellezza straordinaria, ma sì, abusiamo pure di aggettivi encomiastici, ma davvero non so come descrivere questo ambiente quasi surreale. 

La balena
E' una spiaggia unica lunga centinaia di chilometri che si stende già dal Sahara occidentale e arriva fino al fiume Senegal, alternata a basse scogliere che vengono continuamente erose dalle onde, mentre dove c'è solo tenera sabbia, sembra l'Oceano non voglia accanirsi e che anzi continui ad accumularne altre in lunghe barene infinite, in serie di dune continue e parallele che a volte riescono a coprirsi di ciuffi di erba rada e stentata, in altri punti di arbusti rinsecchiti e spogli. Lungo questa linea che parte addirittura dallo stretto di Gibilterra si snoda la rotta della famoso Aeropostale, che negli anni '20 e '30 era percorsa da quei velivoli di tela e legno e che collegava l'Europa a Città del Capo e che poco dopo Dakar tentava orgogliosamente il salto per portare la posta fino al lontanissimo Sudamerica. Era la rotta, pericolosissima che passava proprio da qui facendo base a Port Etienne, quello che oggi è l'insediamento ormai abbandonato di La Guera, sulla penisola di Cap Blanc, teoricamente zona saharui, praticamente sotto giurisdizione mauritana, dove orgogliosamente atterrava quel Saint-Exupery, pioniere della prima aviazione, inguaribile sognatore che scrive il suo Piccolo Principe proprio sulla base di un suo incidente aereo nel Sahara. 

Costa
Ma questa costa nuda e solitaria, di una bellezza che con un aggettivo poco usato, ho definito nientemeno che straordinaria, ti acchiappa subito non appena cominci a percorrerla, dopo aver abbandonato la nazionale N2 che porta fino alla capitale, per prendere quella che non è neppure una pista, ma che segue la battigia tra dune e mare, i due spazi deserti che si congiungono nell'abbracciarsi continuo del gioco delle maree. Tutta questa serie di motivi, che andrò nuovamente e più dettagliatamente ad illustrarvi hanno condotto nel 1988 alla costituzione del Parco Nazionale del Parc d'Arguin, successivamente anche sito Unesco, dal nome della grande isola che è situata in una grande insenatura sabbiosa della costa. Lo scopo era di proteggere in qualche modo questo territorio tutto sommato molto fragile, dall'ingordigia dell'uomo. Questo spazio infatti, appunto per il motivo di essere quasi completamente disabitato e naturalmente per la sua situazione climatica, è uno dei punti cruciali delle migrazioni di moltissime specie di uccelli artici, che transitano fin qui per svernare, partendo sia dalle coste della Groenlandia che da quelle del nord Europa. Si parla di circa tre milioni di individui che sostano in questa area, in parte paludosa che ne fa l'ambiente ideale per questi animali. 

pesca
Diverse specie di pellicani, fenicotteri rosa, aironi, cormorani, sterne, nitticore e moltissime altre specie, più di cento, vengono su questa costa ricca di pesce come vedremo e del tutto tranquilla, essendo quasi completamente disabitata, facendo di questo parco il paradiso dei fotografi naturalistici. Abbiamo detto del pesce, che qui abbonda perché si tratta di un tratto di mare ricchissimo di nutrienti, dalle acque fredde e particolarmente favorevoli dunque al moltiplicarsi delle specie ittiche, in particolare i muggini. Questo aspetto, che ovviamente favorisce la presenza degli uccelli, è diventata anche la sua maledizione suscitando gli appetiti, come vi ho già ampiamente relazionato delle grandi compagnie di pesca europee ed asiatiche, che hanno cominciato a saccheggiare il banco in maniera massiccia e con i metodi moderni e quindi devastanti per le dimensioni messe in atto. Ma su questa costa era anche presente da sempre un gruppo etnico del tutto particolare, una tribù di genti berbere, al tempo stesso nomadi, ma pescatori che avevano incentrato il loro stile di vita proprio sulla cattura dei muggini. Oggi sono attorno alle duemila persone insediate in sette piccoli villaggi lungo la costa, oltre a due esterni all'area, che si ostinano a vivere in questo ambiente difficile e sotto certi aspetti estremo.

Barche Imraguen
Gli Imraguen, vivono qui di quanto offre loro il mare, da tempo immemorabile ed avevano sviluppato un tipo di pesca davvero particolare, di cui vi ho già parlato ma che vorrei approfondire meglio, che oggi viene raccontato nel piccolo museo di Cap Blanc, attraverso una serie di pannelli che la illustrano. Al mattino delle giornate di pesca, tutti gli uomini del villaggio uscivano dalle loro capanne, portando con sé delle piccole reti personali preparate alla bisogna ed entravano nell'acqua mentre la marea si ritirava a poco a poco, battendo l'acqua con le pale dei remi delle loro barche. Dal largo, gruppi di delfini di  grossa taglia (Souza teuszii), che arrivano fino a tre metri, si radunavano in gruppi sempre più numerosi e cominciavano a spingere i banchi di muggini verso la riva, fino a che questi riempivano completamente le reti tese di traverso che venivano quindi trascinate a riva completamente colme di pesci, lasciando più o meno la metà del pescato ai delfini stessi. Questa modalità di pesca veniva raccontata dai viaggiatori del deserto tanto che il noto ricercatore e documentarista Cousteau organizzò negli anni '80, una spedizione con la sua nave Calypso, che documentò ampiamente questa tradizione, d'altra parte non del tutto nuova e sconosciuta. 

Aekeiss
Infatti nella sua Storia Naturale, Plinio il Vecchio racconta di un analogo sistema di pesca che avveniva nel Mediterraneo nella laguna di Latera, vicino a Nimes nella Gallia Narbonese, raccontandone lo svolgimento con le stesse modalità, salvo che al termine della battuta i pescatori compensavano i delfini, non solo col pesce in sovrabbondanza ma anche con pane imbevuto di vino. Certo che tornavano ogni volta questi delfini beoni! Oggi, dopo che, come vi ho detto, le grandi compagnie mondiali a cui sono stati ceduti i diritti di pesca in cambio dell'annullamento del debito nazionale, il classico piatto di lenticchie, hanno quasi completamente saccheggiato l'area marina antistante il banco, riducendo consistentemente la quantità di pesce pescabile, anche se continuano imperterrite il loro lavoro, solo gli Imraguen hanno il diritto di pesca, ma eseguibile con barche senza motore e con i cosiddetti metodi tradizionali, cosa che da un lato ha consentito di incentivare il turismo di nicchia. Naturalmente l'impoverimento del pescabile ha influenzato anche il numero degli uccelli presenti sulla costa, che non trovando cibo con la consueta abbondanza si stanno spostando verso sud. Eccoci dunque a percorrere la costa del Banc d'Arguin, con le auto lanciate sulla battigia in mezzo a nuvole di gabbiani che si alzano al nostro  passaggio avvolgendoci completamente. 

La baia
Le sfumatura di ocra alla nostra sinistra e quelle degli azzurri alla destra, che si mescolano al verde delle acque fino ad arrivare al blu più profondo man mano che l'occhio corre verso il largo, formano una tavolozza irresistibile. Non sai più se vuoi fermarti per scattare verso le sabbie nella speranza di afferrare quel caleidoscopio mutevole o cercare di congelare nell'immagine quello sbattere di ali che ti avvolge, attraversato dallo stridio delle gole e lo sbattere dei becchi. Sinceramente non sai più dove posare gli occhi. Il banco di sabbia si allarga poi allungandosi nel mare, lasciando un largo spazio al centro leggermente più sopraelevato che consente di percorrerlo più in là per raggiungere l'azzurro. Lontane colonie di pellicani bianchi sbottono i becchi gialli verso l'alto, come per festeggiare la cattura di un bottino epocale di pesci. Arriviamo fino al margine della lingua. Aironi e gabbiani ci circondano. La sabbia è piena di conchiglie anche di grosse dimensioni, dalle quali occhieggia l'animale carnoso in cerca di uno spruzzo di onda che tarda ad arrivare. L'odore del mare è forte, ti riempie i polmoni così come le strisce di colore sovrapposte ti riempiono  gli occhi. Una indigestione irripetibile di sole, di mare, di natura assoluta.

Cous cous
E poi ancora in una corsa pazza sulla riva del mare, dove l'onda arriva a malapena ricoprendola di una lama sottile sulla quale le gomme delle nostre aito scavano solchi leggeri lasciando dietro di sé una scia spumeggiante. La spiaggia è adesso larghissima segno che la marea ha ancora molto da lavorare per salire al suo massimo e la fila dei cespugli è lontana. Infine, in lontananza ecco n altro piccolo capo, un promontorio tozzo affacciato sulla costa, con falesie frastagliate di arenaria tenerissima, quasi martirizzate dall'impeto dei marosi. Nell'ampio golfo che precede la punta, scorgi anche da lontano, se aguzzi la vista, qualche capanna sparsa, non più di una ventina, soprattutto tende, che man mano che ci avviciniamo appaiono sempre più povere e abbandonate. Nel mare di fronte qualche barca senza vele che scorre lenta al largo, di piccole dimensioni con non più di due o ter uomini di equipaggio. Siamo arrivati al paesino di Arkeis, il primo insediamento degli Imraguen, il sole è ormai alto nel cielo e noi andiamo in cerca di una baracca dove sembra si possa avere qualche cosa da mangiare. Infatti ci infiliamo in una grande tenda, stendendoci su stuoie e tappeti dove poco dopo, ecco che arrivano dei grandi piattoni con un grande couscous piuttosto piccante e pesce fritto e cosa mai ci potevamo aspettare.



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