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domenica 21 giugno 2020

Luoghi del cuore 20: Le statue mute del Nemrut Dagi

Nemrut Dagi - Turchia  orientale - agosto 1981

Il sentiero che sale
Partimmo che era notte piena, tra le tre e le quattro, accompagnati da un ragazzo, che come da accordi presi il giorno prima, ci venne a svegliare verso le tre, stupendosi di trovarci già pronti di tutto punto. Quando bisogna andare si va, poche chiacchiere. Arrancando su una pista ciottolosa e torta, sostenuti da quella 127 indistruttibile con alle spalle 110.000 km, arrivammo fino ai piedi della montagna o per lo meno del grande cono che saliva ancora per almeno tre o quattrocento metri. Lasciammo l'auto e prendemmo il sentiero che montava sul fianco alla luce delle pile. Avevo trentacinque anni, ma ho sempre fatto fatica a camminare in salita, non ci ho proprio l'attitudine, né mentale né fisica e tutte queste performances, necessarie, per carità, fatte per raggiungere certi luoghi a cui è impossibile arrivare diversamente, incidono pesantemente nel mio umore, condendole di litanie di mantra poco urbani, direbbe qualcuno e che durano per tutto il tempo della onerosa salita. Fatto sta che mentre il cammino proseguiva erto e faticoso, eravamo comunque a più di 2000 metri, con gli occhi sempre a terra per evitare di inciampare in qualche pietra sporgente o di scivolare sull'acciottolato mobile, piano piano ci avvicinavamo alla cima. Dopo un'ultima curva, il terreno si spianò un poco e in fondo all'ultimo orizzonte, completamente aperto, dato che il Nemrut Dagi è l'altura più rilevante della zona, stava comparendo il lucore rosso scuro che preannuncia i primo barbaglìo dell'alba. 

Tra le teste
Eravamo su una specie di terrazza naturale rivolta ad est ed in quella penombra che precede il comparir del giorno comparvero una serie di ombre nere alte tre o quattro metri, immobili giganti, muti spettatori che ad ogni ripresentarsi del giorno, stavano evidentemente lì in silenziosa attesa. Fu uno degli spettacoli che più segnarono la mia memoria in quegli anni. Avevo ancora il fiato mozzo per la salita, ma seduto sul quel masso, mentre il cielo si ammantava di rosa carico, quelli che parevano massi informi caduti dal cielo con casualità capricciosa, rivelarono la loro natura, opere dell'uomo rivolte in eterno ad ammirare lo spettacolo del sorgere del sole, tenendo compagnia al viandante che non a caso era salito fin lì in cerca di emozioni forti. Erano intorno a me una serie di teste colossali, di uomini, di animali, di aquile, che sembravano posizionate a caso da una regia di titani scesi dal cielo a sacralizzare una montagna incantata. La cima della stessa era ancora qualche metro più in su dove, riuscivi ormai a scorgere nitidamente, mentre la luce cresceva nel cielo, una piattaforma di pietra, un altare mistico, un cenotafio di statue sedute, dai torsi megalitici, tutte ormai prive della testa e di altre parti, che qualche demone dispettoso, evidentemente invidioso di tanta grandezza, aveva spezzato, rotto, schiantato con violenza malvagia, facendole capitombolare sul terrazzo sottostante dove rimanevano così mute testimoni di tanta violenza. 

L'altare principale
Vi assicuro che questo luogo è assolutamente indimenticabile. Questa è la più incredibile tomba che qualcuno abbia mai potuto progettare ed immaginare, per protrarre nel tempo il proprio ricordo terreno, vuoi per la posizione lontana dal sentire terreno, vuoi per la solitaria bellezza, vuoi per le dimensioni ciclopiche dell'opera che tuttavia si confonde talmente con la montagna stessa da mostrarsene parte come quelle figure che credi di immaginare in quei luoghi naturali, dalle sembianze antropomorfiche e che invece sono soltanto opere della natura che l'uomo, incredulo di fronte a tanta bellezza vuole, ingannando ancora se stesso, credere opera di suoi simili, per quanto straordinari e non del casuale lavorio degli elementi naturali. Nel primo secolo avanti Cristo, Antioco I Commagene, re di questo minuscolo territorio sopravvissuto alla spartizione dei generali di Alessandro alla frantumazione del suo impero, volle misurarsi con l'eternità e si fece costruire in cima a questa montagna sperduta nella Tauride orientale, lontana da ogni centro abitato, un ulteriore tumulo, innalzandola ancora di una cinquantina di metri, sopra il quale sorse questo santuario popolato di statue colossali che raffigurano lui stesso circondato di dei, ai quali evidentemente si sentiva di appartenere, semidei ed altri animali fatati. Ma forse gli dei si sono considerati offesi da tanta superbia e hanno percosso questo luogo perduto nel tempo e nello spazio con una serie infinita di terremoti rovinosi che hanno fiaccato anche la dura resistenza della pietra. 
La terrazza est
Ne hanno quindi abbattuto parte delle statue, facendone rovinare al suolo, sulle tre terrazze che circondano la cima, le teste orgogliose, lasciano solo i torsi decapitati o quel che ne è rimasto a mantenere la posizione sulla vetta. Se arrivi lassù, specialmente nel cuore della notte o prima del tramonto, non riesci a distaccarti da queste pietre mentre la luce del sole che nasce, le accarezza colorandole, via via di rosa, poi di ocra pallido che diventa sempre di più giallo vivo, fino a splendere come oro, mentre guardano con orgoglio sulla valle quando il giorno di dispiega in tutta la sua potenza, in quell'aria fina, circondato da un silenzio assoluto, rotto solo dallo scalpiccio fastidioso dei tuoi passi in cerca di altre prospettive, ansiosi di scoprire altri volti immobili, protetti dai becchi adunchi delle aquile e dalle fauci dei leoni. Un volto apollineo alto almeno due metri leva un cappello frigio volgendo lo sguardo sulle creste  lontane alla terrazza sud; altri volti, dallo sguardo sereno, ma dall'epidermide corrugata, rosa dalle intemperie, dal gelo della notte e dal sole rovente del giorno, che crepa anche la roccia più dura, rendendole un poco simili a mummie incartapecorite e appena private delle loro bende protettive, forse generali o semidei al servizio del re, consci di essere rimasti cristallizzati nel tempo. Antioco forse non ha trovato l'eternità bramata, con questa sua opera colossale, ma di certo qualche cosa è riuscito ad ottenerla. Nessuno, né i leggendari ladri di tesori, profanatori di tombe fin dall'antichità, fino ai più moderni archeologi, una spedizione di una fondazione italiana, arrivò qui munita dei più moderni strumenti elettronici e scanner magnetici, è riuscita a scoprire il corridoio di accesso alla tomba, ammesso che ci sia, che è rimasta tuttora inviolata. Ora questo territorio è nel cuore di problemi politici più grandi e non so neppure se sia concesso arrivarci. Le grandi teste misteriose, sono rimaste lì, mute per altri secoli a conservare il loro millenario segreto.

Terrazza ovest

Una testa
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Terrazza est
















sabato 12 ottobre 2019

Una sera lontana in Kurdistan

Il lago Van (1981)


Un caldo agosto di tanti anni fa. Era il 1981 e le strade dell'Anatolia sudorientale erano secche e malandate. La mia 127 con sulle spalle 100.000 km le percorreva con una certa lentezza, sollevando nuvole di polvere. Un paesaggio arido ed aspro, solitario e spesso privo di punti di riferimento. Avevamo lasciato da un centinaio di chilometri le mura nere di Diyarbakir e le case bianche della rocca di Mardin ad un passo dal confine siriano, dopo aver visto le abitazioni termitaio del villaggio di Harran e stavamo arrivando alla sponda meridionale del lago Van, la perla blu di questo angolo estremo della Turchia. Questo grande specchio d'acqua, che i raggi violenti del sole dipingono di un colore acceso ed aggressivo, incongruo nella scala di ocre e di verdi pallidi che lo circonda, si staglia immobile in un paesaggio quasi innaturale di rive deserte dalla presenza dell'uomo, tali da farti sentire in un pianeta sconosciuto se pur con sembianza terrestre, ma prepotentemente diverso, forse senza vita. Ci fermavamo di tanto in tanto ad ammirarne gli scorci formati dalle quinte di piccole penisole che ne scandivano la riva contorta e totalmente priva di villaggi o anche di case isolate. 

Le case termitaio di Harran (1981)
C'era come un silenzio innaturale in questo deserto non deserto, nel quale non vedevi neppure animali, neppure semplici capre selvatiche, per non parlare delle greggi che spesso si incontrano in questi territori asiatici dai confini teorici. Ci fermammo in un punto particolarmente piacevole con una sorta di spiaggetta a mezzaluna che bordava l'acqua, mossa soltanto dal fremito di un'onda, così piccola da essere impercettibile all'occhio. Si respirava un senso di solitudine e di pace infinita, quello di una terra dove la mancata presenza dell'uomo era di per se stessa ragione di una assenza di contrasto, della turpe condizione di perenne contrapporsi di gruppi, di religioni, di posizioni prevaricatorie, di bramosia di poteri. Tuttavia ascoltando il silenzio, divenne subito avvertibile un qualche movimento, uno sciabordare d'acqua che avveniva dalla parte estrema della spiaggia. Tra le frasche che ne nascondevano l'angolo più a destra dove si allargava una sorta di piscina naturale in cui l'acqua si faceva più verde e trasparente, qualcuno stava nuotando vicino alla riva e notata la nostra presenza, si avvicinò verso di noi che lo stavamo osservando uscendo dall'acqua come una sorta di deità lacustre disturbata dalla nostra innaturale presenza che aveva invaso quell'Eden solitario. 

L'uomo, che poi era un giovane sulla trentina con una gran barba nera ed un bel fisico scolpito venne per un po' verso di noi, le brache sdrucite grondanti acqua, poi si fermò ad una cinquantina di metri su una specie di monticello sopraelevato che ne metteva ancor più in evidenza lo sguardo fiero e la statuaria presenza. Ci osservò per un attimo, certamente identificandoci come estranei al suo mondo, poi rivolse verso di noi un grido forte e probabilmente liberatorio, che ci arrivò chiaro e netto: - Here is Kurdistan, not Turkey! - rimarcando con forza l'ultima parola che scivolò via, rotolando decisa sulla superficie del lago. Poi alzò un braccio, forse un ribadire il concetto, forse in un estremo segno di saluto, si voltò e tornò nell'acqua scomparendo subito tra i cespugli della riva. Non lo vedemmo più. Su un isolotto al largo, le mura giallastre delle rovine di un antico monastero cominciavano a colorarsi di rosso. La cittadina di Van all'estremità orientale del lago era ancora lontana e la sera stava per calare sull'orizzonte cupo e sempre più scuro.

Il posto di frontiera a sud di Mardin (1981)


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venerdì 9 aprile 2010

Il Milione 10: Il lago di Van.

Benché non sia trascorso ancora il primo anno di viaggio (ne restano solo altri 22), siamo già arrivati alla decima puntata e ormai la carovana ha girato decisamente verso Oriente, ma rimane ancora molta strada per arrivare alla Persia. I territori montuosi ed aspri allora chiamati Grande Armenia che occupavano tutto l'est anatolico fino al Caucaso, benchè sotto signoria Turcomanna, erano costellati di chiese e monasteri Armeni o Cristiani, dove la gente viveva pacificamente.
Cap. 22
…nella provincia hanno castella assai ed è tutta piena di grandi montagne…. e sonvi cristiani iacopini e nestarini con chiese assai…e quivi è lo monasterio di santo Leonardo, che d’una montagna viene uno lago dinnanzi a questo munisterio e lo lago non mena nissuno pesce se non di Quaresima (oggi il lago di Van).
Marco, che peraltro riporta le credenze locali, senza commentarle, da buon mercante che non vuole criticare troppo, non si stupisce certo di questa convivenza priva di problemi, allora c'era molto pragmatismo ed un senso di tolleranza forse oggi giudicato anomalo, ma di certo come me, sarà rimasto affascinato dalla bellezza del lago di Van, uno zaffiro blu incastonato tra le montagne, che nascondono in valli solitarie monasteri di straordinario fascino, abbarbicati agli anfratti dei costoni, seminascosti dal bosco per sfuggire a persecuzioni più antiche, quando erano i cristiani stessi a combattersi tra di loro per far trionfare l'una o l'altra delle fazioni, come quello di Sumela, che emerge tra gli alberi alto ed inaccessibile all'apparenza, con gli splendidi affreschi salvati in parte alla furia degli iconoclasti. Oppure il monastero di pietra dorata sull'isoletta al centro del lago, dalla cupola ottagonale, tipica dello stile armeno come quelle della vicina Ani, sul confine Georgiano (il regno di Giorgens per Marco). Nell'80 ci aggiravamo per questa città morta cosparsa di monumenti ben conservati. La vicinanza al confine, allora invalicabile, (che invidia nei confronti di Marco) rendeva obbligatoria la presenza di un militare armato che però sembrava soltanto interessato ad "aiutare" mia moglie a salire le strette scale spingendo sempre soltanto sulle stesse parti del corpo. Poi tornammo al lago dalle rive solitarie. Mentre riposavamo guardando lo spettacolo del sole che poco a poco scendeva tra le montagne, un ragazzo uscì dall'acqua, quasi completamente vestito e ci salutò con calore augurandoci buon viaggio ma aggiunse: "Ricordatevi che questo è Kurdistan e non Turchia". Ce ne andammo al vicino paese, in una piccola taverna. Non so se davvero, come riporta Marco, nel lago Van i pesci si pescano solo in tempo di Quaresima, ma noi mangiammo trote alla griglia saporitissime, melanzane e yogurth assieme a tutta la classica serie di mezé della cucina turca, prima di una monumentale fetta di anguria. Pagammo il solito conto irrisorio e uscimmo nella notte piena di stelle. Il mercante non deve mai mostrare stupore per il livello dei prezzi, solo valutare, paragonare e scegliere il meglio.


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giovedì 8 aprile 2010

Il Milione 9: Dormire al Caravanserraglio.

Cap. 20
Ed ora conterem di Turcomania ove è tre generazione di genti. L'una son Turcomani e adorano Malcometto; e son semplice genti e ànno sozzo linguaggio e stanno in montagne e in valli e vivono di bestiame. Gli altri sono armini e greci che dimorano in ville e castella e viveno di mercatantia e di arti. E quivi si fan li sovrani tappeti del mondo ed i più begli e altri lavori di seta e di tutti i colori...
La carovana fa qui una leggera deviazione verso nord ovest, probabilmente a causa di certe turbolenze che all'epoca erano scoppiate nell'area di frizione che corrisponde all'odierno confine tra Siria, Turchia ed Iraq, mentre quella che Marco chiama Turcomania è l'Anatolia centrale, in quel momento al suo massimo splendore sotto i Segiuchidi, con la sua capitale Konia dove era appena terminata la costruzione dello straordinario Mausoleo di Mevlana con le sue cupole verdi, in parte ispirate allo stile armeno. Qui era ormai in atto una commistione culturale tra la cultura armena, la raffinata e antica concezione bizantina e la forte e nuova linfa vitale turcomanna che si era ormai definitivamente impadronita di buona parte dell'impero di Bisanzio. Le diverse etnie si dividevano le aree di interesse economico, ma il paese era ricco di scambi e allo stesso tempo la spiritualità della ricerca filosofica dei Sufi lo rendeva centro culturale importante e conosciuto nel mondo antico. Si sarà interessato anche il giovane Marco, che, diciassettenne apriva gli occhi davanti alle meraviglie del mondo, alle raffinatezze del pensiero Sufi, della poesia di Rumi, padre dei Derviches Tourneurs che cercavano l'estasi nella rotazione ossessiva, morto a Konia proprio nel 1273, due anni dopo il loro passaggio o come padre e zio era solo interessato alle stoffe ed ai tappeti, meravigliosi manufatti che già allora erano apprezzatissimi e importati in Occidente? Pur definendoli "Genti dal sozzo linguaggio" (indendendolo come difficile da capire ed imparare) mi piace immaginarlo attonito, come me, di fronte allo spettacolo di una cerimonia dove le ampie gonne dei dervisci roteavano con eleganza senza fine in un arabesco infinito, fatto di movimento, di musica e di poesia. Poesia delle parole e poesia delle cose. Come non rimanere affascinati dalla scansione ossessiva racchiusa nel disegno geometrico di un tappeto che allora come oggi riempivano i mercati dei loro colori, con la loro presenza ricca e calda. Ne avrà comprato uno, bellissimo con un delicato fondo verde per ricoprire la sella della sua cavalcatura, come feci io, rimanendone poi così abbattuto quando anni dopo mi fu rubato assieme ad altri, perchè il tappeto diventa parte della tua casa, insostituibile nella sua unicità. Forse lo usava la sera per stendersi a terra e riposare, morbido e amico, nel bailamme del caravanserraglio, tappa serale, riparo dei carovanieri che andavano verso est. Sicuramente proprio qui a Sultanhani, costruito 40 anni prima del suo passaggio, quindi un buon albergo, nuovo, quasi un cinque stelle dell'epoca, mangiando magari un profumato börek al formaggio (gustatevene la ricetta da Acquaviva), avrà riposato pensando al suo futuro, alle terre lontane che voleva vedere, al benessere che il suo lavoro avrebbe portato alla sua famiglia, come me trenta anni fa, nello stesso caravanserraglio, miracolosamente e perfettamente intatto, con lo stesso delicato e saporoso börek tra le mani, sulle parole di una poesia di Rumi.

Un'amata chiese all'amante:"Chi ami di più, te stesso o me?".
"Dalla testa ai piedi sono diventato te.
Di me non rimane che il nome.
La volontà l'hai tu.
Tu sola esisti.
Io sono scomparso come una goccia d'aceto in un oceano di miele".


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mercoledì 7 aprile 2010

Il Milione 8: Raki e narghilè.


Accidenti, ci siamo presi qualche giorno di vacanza e mentre noi riposavamo oziosi, la nostra carovana dei mercanti, che non ha tempo da perdere (ci vorranno altri tre anni per arrivare al Grande Kane), se ne è partita in tutta fretta verso nord est, che il tempo è denaro. Hanno cinque giorni di vantaggio, ma cercheremo di raggiungerli in via, dato che i ritmi di viaggio di quel tempo erano piuttosto blandi e noi siamo in macchina, una 127 bianca scalcagnata, con la quale nell'80 attraversammo tutta l'Anatolia in lungo ed in largo.
Cap. 19
Egli è vero che son due Arminie, una Picciola e una Grande. Sappiate che sopra il mare è una villa ch'ha nome Laias la quale è di grande mercatantia e quivi si sposa tutte le spezierie che vengono, e li drappi di là e tutte le altre care cose e li mercatanti che vogliono andare infra terra prende via da questa villa.
Già si era visto che Alessandretta (Laias) era il punto di partenza per la via della seta e in questa grande concentrazione di mercanti e di affari, Genovesi e Veneziani si disputavano le merci orientali dalle preziosissime (per la cucina europea) spezie ed i famosi tessuti. Di qui le carovane procedevano attraversando l'Armenia che allora indicava tutti i territori orientali dell'Anatolia. La Piccola corrispondendo alla Cilicia, Cappadocia e nord della Siria, mentre la Grande si può identificare con l'area del Kurdistan fino al sud del Caucaso ed al Mar Caspio. Di certo i nostri amici attraversarono l'antico ponte romano sul Tigri nelle vicinanze del Nemrut Dagi, la montagna mausoleo di uno dei generali di Alessandro Magno, luogo di grande suggestione. Sta lì da duemila anni con la sua colonna a segnarne l'ingresso e tu calpesti le stesse pietre percorse dagli zoccoli di infiniti armenti e dai sandali di soldati che andavano a conquistare l'oriente frammisti ai mercanti di ogni tempo. Gli stessi odori e sapori, diresti, le stesse facce indurite dal sole forse oggi più povere di allora. Già a quei tempi però, era una zona abitata da genti dal carattere fumantino da cui era bene guardarsi, cercando di non correre grandi rischi.
Quivi or son tutti cattivi uomini, solo gli è rimasta una bontà, che sono grandissimi bevitori.
Ci misero tutti in guardia infatti, dall'attraversare queste zone, sempre in contrasto col governo centrale, desiderose di totale autonomia e mal sopportanti un'autorità esterna. Certo le facce non promettono bene, ma nella realtà trovammo sempre grandissima cortesia e gentilezza. A Dyarbakir, nelle vie del bazar popolato esclusivamente di uomini, ci fermammo in un locale e fummo subito invitati ad unirci ad un gruppo per bere un raki (il vizio di bere molto è senza dubbio rimasto) e ci fu offerto un narghilè alla rosa, mentre giocavamo a tavli sotto gli occhi divertiti del baffuto padrone del locale. Quando ce ne andammo, ci esortarono invece a stare attenti a quei farabutti di Turchi, a loro dire gente infida e traditora, visto che tornavamo verso Istambul. Il tuo vicino è sempre il peggior nemico.

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mercoledì 22 luglio 2009

Il verde dei pini.


La temperatura fresca e il verdeggiare delle conifere che mi circondano mi portano ancora a quell’agosto dell' 81 in Anatolia. Avevamo lasciato da un giorno l’azzurro e solitario specchio del lago Van, sulle cui rive deserte, un ragazzo era uscito dall’acqua e ci aveva fermato dicendoci: “Questo è il Kurdistan, ragazzi, buon viaggio e buona fortuna!” rituffandosi subito dopo. Risalivamo la strada verso est nella direzione dell’Ararat e della frontiera iraniana fino a che prendemmo un strada laterale che tagliava la montagna e che si trasformò ben presto in uno sterrato difficile, dove la mia vecchia 127 si inerpicava con un po’ di difficoltà tra pascoli e malghe isolate in mezzo alle macchie di conifere. Alla cima di un colletto, la pista si dirigeva zigzagando verso un gruppo di casupole in legno al centro delle quali, una piccola folla sembrava festeggiare. Ci fermammo per dare un’occhiata e fummo subito notati, tanto che due uomini si staccarono dal gruppo per venire a passo veloce verso di noi. Riconosciuti come italiani, fummo subito informati che si festeggiava una circoncisione di un primogenito e cooptati senza possibilità di rifiuto a partecipare. Era la famiglia, allargata ad un centinaio di persone, di un emigrante appena tornato per le vacanze estive, che ci accolse con calore e simpatia. Il ragazzino dodicenne, bardato in divisa similmilitare con tanto di cappello con visiera, aveva l’occhio stranito e non particolarmente entusiasta di essere entrato nel mondo adulto tramite quella particolare tomia prepuziale che non doveva essere stata molto divertente a quanto ci raccontò l’orgoglioso genitore. Fummo subito travolti dalla festa; Tiziana, trascinata via dalle donne nella zona dei preparativi dove un gran pentolone e molte griglie svolgevano il loro compito istituzionale, mentre io e Rob. raggiungevamo i maschi seduti a terra attorno alle grandi tovaglie stese, dove a poco a poco venivano portati i cibi. Eravamo al posto d’onore ed onore facemmo al banchetto. Ballammo a lungo dopo abbondanti libagioni di raki, formando un cerchio di uomini, mentre le donne sedute battevano le mani ridendo. Ce ne andammo prima che scendesse la sera, tra grandi saluti e auguri di buon viaggio. Chissà che vita avrà avuto quel ragazzo oggi almeno quarantenne; chissà se sarà stato ripagato della cortesia e dell’ospitalità che ci usò la sua famiglia o sarà stato trattato da straniero puzzolente, sfuttato nel lavoro, licenziato per primo senza aiuti quando le cose volgevano al peggio. Oggi magari è tedesco integrato, coi figli in una buona scuola e una bella casetta col davanzale fiorito oppure è tornato, scacciato, alla sua terra a rimuginare odio e rancore, a inventare i fantasmi di domani, a creare il fanatismo di chi viene aiutato a richiudersi nel passato, spinto da un mondo che lo ha rifiutato per egoismo ad abbracciare un fondamentalismo rinfocolato da chi morirebbe senza il nutrimento infetto dell’odio.

lunedì 20 luglio 2009

Rosso d'anguria.


Il vento è cessato, lasciando il cielo terso, di un azzurro carico; solo qualche piccolo sbuffetto bianco qua e là, come gocce di acquarello lasciate cadere per sbaglio dal pennello di un pittore distratto. Anche a mille metri, la temperatura è gradevolissima, quasi ideale per la stagione, come accade spesso a questa altezza e non solo in queste valli alle porte d’Italia, ma in tutto il mondo. Era l’81, e la quota più o meno la stessa nella profondità dell’altopiano anatolico. Una giorno d’estate dolce in un piccolo paese vicino a Kars a pochi kilometri dal sud del Caucaso. Ricordo un piccolo ristorante nascosto tra vecchie case di legno, segnalato da una piccola insegna dipinta a mano e da qualche seggiola impagliata fuori dalla porta. All’interno poche tavole di legno circondate da panche e pochi clienti che discutevano a bassa voce in fondo al locale. Ci sedemmo anche noi, un po’ defilati, cercando di non dare nell’occhio, ma senza speranza; non erano molti gli stranieri che capitavano da quelle parti e subito fummo al centro di un’attenzione discreta, fatta di sorrisi e ammiccamenti gentili sotto barbe imponenti, come quasi dappertutto nell’est della Turchia, dove non si sentiva mai il peso dell’essere turisti lontano da casa, ma sempre ospiti visti con simpatia. Non avendo lessico comune, feci il consueto giro in cucina, tanto per rendermi conto materialmente di cosa bolliva in pentola. Trascurando subito la testa di montone bollita il cui occhio solitario mi guardave triste e disattento da una grande pentola di alluminio, optai per un classico menù turco per fare onore, oltre che al robusto appetito che ci contraddistingueva, anche a una gastronomia che, sebbene poco conosciuta, è una delle più ricche e varie del mondo. Un paio di volenterosi ragazzini ci portarono subito una serie di vassoi con un gran numero di mezé, gli antipasti tradizionali, olive, pomodori secchi, formaggi conditi, creme di fave, peperoni, fritti vari, miscele di aglio e yogourth e molte altre cose anche di difficile identificazione, che mangiammo con gusto, sbarazzando i piatti di alluminio che venivano via via cambiati. Poi una minestra rossa alquanto piccante, una sorta di Chorba caucasica, piuttosto densa e gradevole, subito seguita da un trionfo di carne grigliata, spiedini, costolette, grossi blocchetti di carne rosolata e succulenta con una sorta di fagiolini dolcissimi e leggermente farinosi. Saltammo i lukoumi, troppo dolci per il nostro palato e terminammo con un gran piatto di frutta secca e grandi fette di anguria rosso cupo, dolce come solo sa esserlo quando ingrossa sotto il sole forte e diretto. Un grande pentolino di rame per il più classico caffè turco carico e spesso, che punisce gli ingordi che non riescono ad arrestarsi prima di beccarsi la sorsata mista alla polvere di caffè del fondo, mise il suggello al pranzo. Avevamo bevuto succo di mele dolce e profumato, degli infiniti alberi che popolavano le odulazioni attorno al paese e chiedemmo il conto appagati e certi che sarebbe stato come sempre corrispondente alla soddisfazione che avevamo avuto. Il ragazzino che ci aveva servito arrivò con un bigliettino compitato a mano. Con un rapido calcolo, che pure rifatto più volte per sicurezza, dava il corrispettivo di circa 500 lire per tre persone, anche ricordando che a quel tempo il mio stipendio era di circa 7/800.000 lire mensili, parevano l’evidente frutto di un errore di calcolo, almeno per la mancanza di uno zero. Chiamammo dunque il principale, che arrivò subito mostrando un’aria preoccupata. Alla nostra richiesta di precisazione se non avesse sbagliato il conteggio, unendo uno stentato inglese al tedesco consueto dell’emigrante tornato al paese natio, dette una spiegazione complessa che potrei sunteggiare in questo modo:”Capisco che la cifra è esageratamente alta, ma purtroppo, vi prego di credere che i prezzi sono talmente aumentati negli ultimi tempi che non ce la facciamo più a mantenere un conto moderato come una volta e ci scusiamo ancora ma non possiamo praticarvi uno sconto”. Lo tranquillizzammo subito e chiarito l’equivoco, lasciammo una robusta mancia al ragazzino e ce ne andammo, salutati da tutta la famiglia del ristoratore, che, presi gli asini di ordinanza, volle accompagnarci fuori del paese per mostrarci la strada per il lago di Van. La temperatura era sempre gradevole anche se cominciavano a frinire le cicale.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!