martedì 18 ottobre 2011

Poeti di un tempo che fu.

Dopo diversi decenni ieri ho incontrato un vecchio amico. Sono passati quasi 50 anni da quando ogni tanto lo accompagnavo per le campagne (sarà stato un segnale del mio destino futuro?), io con la macchina fotografica, già preso dal virus, lui con il registratore a tracolla, che allora si chiamava magnetofono. Vedete che la lingua si evolve. Si andava per i paesi attorno all'Alessandrino a cercare anziani che ricordassero canti e filastrocche tradizionali e che ce le cantassero. Una vera miniera di racconti e di cose divertenti che per lui è poi si è trasformata in una passione travolgente ed una ricerca continua che è diventata quasi lo scopo di tutta la sua vita. Franco Castelli infatti, è oggi uno degli studiosi più accreditati della tradizione popolare italiana ed alessandrina in particolare, con innumerevoli pubblicazioni e congressi al suo attivo in cui racconta aspetti di vita perduti, ma di straordinario interesse per chi voglia ripercorrere la storia recente attraverso l'ottica popolare e contadina. Ieri ci ha illustrato magistralmente l'opera di Testore, un poeta dialettale alessandrino di grande godibilità e dei suoi coevi, con una partecipazione tale da tenere gli ascoltatori avvinti e suscitando passione ed interesse, pur recitando poesie in quell'idioma spigoloso e difficile qual è il dialetto alessandrino. Già, come lui stesso ci ha ricordato, lo diceva padre Dante nel De vulgari eloquentia che ad Alessandria si parlava una turpissimum eloquium! Lo so, direte voi, son cose vecchie, con tutti i problemi che abbiamo oggi che ci può insegnare la roba vecchia di 150 anni? E' vero, sono d'accordo, ma spesso per dimenticare il presente è piacevole parlare e discutere di fatti così antichi e di avvenimenti e situazioni così diverse da oggi. Così per divertire anche voi, vi riporto il brano centrale di una poesia politica del 1856: Ra vus dra miseria (La voce della miseria) di Pietro Setragni e che potrete apprezzare assieme a molte altre nel bellissimo lavoro di Castelli integralmente riportato qui: .


R'è na ròba d'avnì mat
vighi i debit ch'l'à za u Stat!
E giuntè semp dar j'impòsti
par ruzièn du tit ar còsti...
Sacarlòt! um zmeja a mei
ch'an duvreis nent andè csei:
che an lo 'd splè ra pòvra gent
l'è 'nt u siur ch'abzò dei drent;
che s'ar paga mila franc,
cul ch'è siur un uarda gnanc,
ma ant sulei u j'à pensà
cul testòn ch' pòrta j'ugià,
ch'a l'è in òm ch'l'è sempr'an bal
ch'l'è u ridicul 'd tancc giurnal!
(...) e un ra fa vighi an candeira
chi ch'ra paga? ar braji 'd teira.


(E' una cosa da venir matto / vedere i debiti che ha lo Stato! / E aumentar sempre le imposte / per rosicchiarci del tutto le coste.../ Sacripante! a me pare / che così non dovrebbe andare: / che invece di pelare la povera gente / è nei signori che bisognerebbe darci dentro; / ché se paga mille franchi / chi è signore manco se n'accorge, / ma in ciò ci ha pensato / quel testone che porta gli occhiali, / che è un uomo sempre in ballo / che è il ridicolo di tanti giornali! / [...] e ce la fa vedere in candela / chi la paga? le braghe di tela (i poveracci)).

Certamente capisco che son cose difficili da capire, così lontane da noi, così impossibili da accadere oggi. Allora c'era una crisi nera, si stava facendo l'Italia da tanti staterelli separati e divisi, la gente non trovava lavoro e i ragazzi venivano sfruttati da gente senza scrupoli che giocava sulla mancanza e la connivenza delle leggi. Le casse del neo-stato vuote e le tasse così alte da superare, anche se di poco quel 10% delle decime che pretendeva la Chiesa; cose mai viste!. Poi quell'accenno al ministro con gli occhiali che tutti deridono sui media mentre lui ti cava anche l'anima è davvero cosa d'altri tempi e difficile da capire, povero Cavour, nessuno lo ha mai amato! Anche quella dei poveracci che chiedono la patrimoniale è cosa che appare del tutto irripetibile. Mah, oggi son cose che ci stupiscono tanto sono lontane dalla nostra realtà, eppure ce l'hanno fatta a venirne fuori. Certo avevano politici che si dimettevano solo perché qualcuno li aveva sorpresi a portarsi a casa una matita dall'ufficio. Adesso per fortuna queste cose non capitano più e per questo ci rimane difficile capire questi antichi versi , però grazie lo stesso Franco, per averli tirati fuori dal passato anche se, abbi pazienza, son cose troppo lontane dall'attualità.

lunedì 17 ottobre 2011

Il Milione 56: Pesci secchi.

Seppie a seccare ad Hodeida (Yemen)

Chissà se anche Marco Polo, mentre si avvicinava la fine del suo viaggio quasi trentennale, sarà stato pervaso da quella sottile malinconia che prende il viaggiatore quando comincia a sentire l'aria di casa, in quella guerra di sentimenti che si svolge tra il piacere di ritrovare cose ed affetti e di lasciare la strada ricca di scoperte e di conoscenza che tanto gli ha dato. Però il nostro amico sta ancora risalendo il Mar Rosso dalle coste yemenite e il profumo del Mediterraneo è ancora lontano. Tuttavia, questo Yemen ancora oggi così turbolento e misterioso deve averlo colpito assai se per diversi capitoli ne racconta le lotte intestine tra le diverse fazioni di mussulmani e infine non manca di segnalarne il clima terribile e le abitudini più curiose.

Cap. 191

Pescatore al mercato di Hodeida (Yemen)
Qui si ànno molti dattari e pesci assai, che per uno viniziano si averebbe due grandi tonni. E sapiate che a' buoi e a' camegli e a' montoni ed a' ronzini piccoli, danno a mangiare pesci; e questa è la vivanda che danno a loro bestie. Questo è per cagioni che in loro contrada sì non à erba, perciò che ella è la più secca contrada che sia al mondo e si à grandissimo caldo ch'a pena vi si puote campare. E li pesci di che si campano queste bestie, si pigliano di marzo e d'aprile e di maggio  in sì grande quantità ch'è una maraviglia. E seccagli e ripongogli per tutto l'anno e così li danno a loro bestie e mangialli anco loro. Veritade si è che le bestie loro vi sono oramai avvezze che altra vivanda non danno a lor bestie. Ancora vi dico che di molti buoni pesci fannone biscotto; ch'elli tolgono questi pesci e tagliali a pezzuoli d'una libbra il pezzo e poscia sì li appiccano e fannoli seccare al sole. Così li mangiano tutto l'anno come biscotto.

Questo gran caldo, a noi insopportabile mi aveva quasi steso, quando, stolidamente avevo scelto proprio il mese di agosto per passeggiare lungo la fascia costiera yemenita sul mar Rosso, la Tihama. C'erano oltre 50 gradi e proprio al porto di Hodeida, davanti a queste infinite serie di pesci secchi distesi, mi sentii quasi mancare, non so se a causa del caldo o dell'odore. Ma la forte fibra della gioventù mi fece raggiungere l'ombra rovente dei cannicciati che proteggevano le stradine strette del mercato dove i grandi pentoloni roventi dei piccoli ristoranti, aiutavano ad aumentare la temperatura già insopportabile e servivano pesci in ogni forma e sapore, incluso il famoso makbous (più o meno una cernia) con il riso speziato che di certo avrà assaggiato anche il nostro viaggiatore. Ma l'interesse del brano è appuntata su questo uso della farina di pesce come mangime per animali, di cui qui si certifica l'abbondante uso in quel lontano passato, quasi a smentire tutte le giaculatorie di quanti, puristi della domenica, pontificano sulle proteine animali che vengono date negli allevamenti agli erbivori, quasi fosse un'operazione contronatura inventata dalla avidità dell'uomo moderno. L'alimentazione nell'allevamento (pratica che, come l'agricoltura, è ontologicamente contronatura, questo sì) ha sempre seguito la logica di fornire all'animale  allevato dall'uomo, il cibo a disposizione più economico ed allo stesso tempo più valido dal punto di vista nutrizionale, anche se allora tutto questo era calcolato empiricamente. Ma non voglio essere polemico, continuiamo dunque la risalita verso nord.
Carico dei cammelli al mercato di Sana'a (Yemen)

Cap. 190
Qui nasce lo 'ncenso in grande quantità e fassine molto grande mercatantia. Ed in questo porto (Aden)  li mercatanti traggono da le barche le loro mercatantie e càricalle in su camelli e vanno 30 giornate per terra infino ad Alexandria e in questo modo ànno li saracini d'Alexandria lo pepe e le altre ispezie delle isole d'India.

Viene così confermata la rotta delle spezie e dell'incenso che percorreva le rive del Mar Rosso fin dai tempi dei romani, rendendo ricco e potente il regno della regina di Saba  e che aveva avuto come punto di arrivo, prima Petra, poi Palmira ed infine Alessandria. Quando arrivai in quella Marib, capitale dei Sabei, ormai inghiottita dalle sabbie del deserto arabico, non più contenuto e coltivato come allora quando la grande diga, i cui resti mi impressionarono per le loro dimensioni, che permettevano tremila anni fa la vita ai margini del Rub-al-Khali, mi colpirono soprattutto quelle 5 colonne del tempio sacro, 5 dita lugubri che emergevano a stento dalla sabbia, l'unico segno rimasto della grandezza di quel regno, fondato sul commercio di quella globalizzazione ante litteram. I centri di potere passano ed i grandi imperi cedono la mano facilmente. Bastano pochi mutamenti e il centro del mondo si sposta in un attimo, ma bisogna considerare che è sempre stato il commercio e la finanza a condizionare questi mutamenti. Difficile farsi illusioni, già con il baratto, quando l'uomo ha incorporato nel suo genoma il senso dello scambio di cose, l'economia ha segnato il destino della nostra specie. Meditate gente, meditate.

Una carovana in Egitto.

Refoli spiranti da: Marco Polo - Milione - Ed.Garzanti S.p.A. 1982


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domenica 16 ottobre 2011

Tu chiamale se vuoi, emozioni.



Sono proprio un panetto di burro! E non solo in riferimento alle dimensioni di stazza fisica; è proprio una attitudine mentale. Tutto è partito come uno scherzo. Organizzare una presentazione ufficiale del libro, che poi a tutti gli effetti è un non-libro, sarebbe stato davvero una presuntuosa scimiottata di quanto fanno gli scrittori veri e quindi poteva avere un senso solo se giustamente intesa come un divertissement tra amici che hanno conservato la voglia di ridere e di prendersi in giro. Una corretta dose di ironia avrebbe dovuto condire il tutto e farlo rimanere nelle sue giuste proporzioni. Invece accadono sempre cose che cambiano un punto di vista che vuole essere smagato e vicino alla realtà. Così "l'evento", in questo modo era partita l'operazione su Facebook, è sbocciato ieri al Museo della Gambarina, prendendo pieghe inattese. Vi assicuro che vedere tutti quegli amici che hanno voluto essermi vicini, l'aver ricevuto tanti messaggi di affetto da chi ha voluto essermi comunque d'appoggio in questo tragico frangente, mi ha lasciato commosso e anche un po' più stordito di quanto già non lo sia per naturale attitudine. 

La lettura partecipata e coinvolgente degli amici che hanno voluto dare una partecipazione davvero appassionata e professionale mi ha coinvolto emotivamente. Vi assicuro che sono commosso. Le parole che ho sentito, gli scritti che ho ricevuto mi hanno davvero colpito perché li ho sentiti davvero sinceri e non di facciata. Grazie alla Gambarina che ci ha ospitato, grazie a Lauro che ha colorato l'aspetto alessandrino, grazie a Gianni che ha interpretato sé stesso con arguzia e divertimento, grazie a Luciana, così emozionale nella sua interpretazione accorata, grazie a Stefania, mio sostegno indispensabile nelle Transiberiane, che ha dipinto in modo così convincente il mondo sovietico; ma un grazie di cuore soprattutto a Paola, la demiurga che ha costruito tutto questo con l'affetto e la dedizione di una grande amica. Che vi devo dire, doveva essere una presa in giro e invece a momenti mi scappa la lacrima, sono proprio un tenerone indecente, ma non temete, anche se Umberto Eco non è potuto intervenire, mi riprenderò.




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sabato 15 ottobre 2011

Il tao della pizzetta.


Mi piace fare le pizzette. E' un po' come per quelle signore che amano lavorare a maglia o usare l'uncinetto. Mi distende il nervo. Sento le notizie della giornata e la pressione comincia a salire, il nervo si ingrossa, le vene delle tempie pulsano più forte, sarebbe necessaria una seduta di Kendo, quando con un bastone in mano salivo sul tatami con il compito di dare mazzate con tutta la mia forza alla figura nera ed irriconoscibile che mi stava davanti fino a quando non avevo più la forza di alzare le braccia; il nemico, il male, la parte oscura di te stesso e poi scendere stanchissimo, sudato ma finalmente disteso e con la voglia di spaccare tutto al fine sedata. Non ce la faccio più adesso a praticare uno degli sport o delle "vie" orientali della ricerca del sé, più belle in assoluto. Così faccio le pizzette. Devi porre attenzione all'atto se vuoi ottenere la perfezione finale, come in tutte le arti giapponesi, può essere un arte, un "jitsu", o una via spirituale, un "do", che va ben al di là del semplice atto e della ricerca della sua perfezione, sia esso la composizione dei fiori o lo sferrare un pugno o l'estrarre la spada dal fodero. Lasci il pensiero fuori di te, ti concentri sull'impasto che ormai gonfio della forza interna della sua lievitazione ti attende sereno, pacioso, grasso e informe, plastico e morbido al tempo stesso. 

Una lieve spruzzata di farina come una pioggia di petali di ciliegio nella tarda primavera del Fuji e poi lo distendi con cura, facendo attenzione che lo spessore rimanga uguale in ogni punto. La mano qui deve avere la prevalenza sulla mente, lasciata per un attimo in un limbo immateriale, mentre il movimento uguale e sereno allarga, distende, sente la materia informe che sotto di sé perde tridimensionalità per allargarsi in un nuovo universo a due direzioni. Quando "senti" la fase conclusa, ecco intervenire il piccolo bicchiere con i bordi umettati di acqua a fare, con la giusta pressione, i tanti minuti cerchi perfetti, tutti uguali, tutti identici e ripetuti, come le migliaia di ripetizioni di una tecnica marziale. Una lieve pressione, una piccola rotazione di un quarto di giro ed ecco il tondino creato, separato dalla spianata bianca, perfetto nella sua scansione ripetitiva come un mantra pronunciato all'infinito. Raccoglierai i ritagli reimpastandoli con cura, ponendo attenzione che la pasta sarà un poco meno morbida e sarà quindi necessario uno spessore lievemente minore, che l'istinto solo e la comunione con essa ti consiglierà. Quindi ungerai di un filo d'olio vergine, tenue ma continuo, le teglie amiche che attendono di essere ricoperte dei candidi dischetti allineati ordinatamente. Or qualcuno dirà, ma questi compiti di bassa cucina, potresti farli svolgere dagli aiuti di cui certamente disponi, addetti alle operazioni routinarie, api operose disposte ai compiti di più bassa importanza. Oh stolto! 

Come il maestro di calligrafia, non fa sciogliere il bastoncino di china della pietra incavata che gli servirà da calamaio, da un allievo, ma egli stesso farà con cura questo compito apparentemente secondario, perché è nel piccolo gesto che si crede meno importante, nello svolgerlo comunque con cura e precisione che sta l'essenza del Tao. Dunque sarà la volta della passata di pomodoro che dal cucchiaio scenderà a piccole gocce sempre uguali e cadenzate su ogni pezzo, ancora oggetto informe e privo dell' anima del demiurgo. Ed ancora prenderai, dalla bella scodella di porcellana dove riposano, i minuscoli frammenti di formaggio che, tutti uguali, avrai provveduto tu stesso a sminuzzare precedentemente e li disporrai in maniera elegante ed apparentemente inutile a tre per volta su ogni disco, non uno di più od uno di meno, che ancora spolvererai con attenzione di origano. Un pizzico ad ognuno, sempre uguale, che il vicino non s'offenda. Infine, dopo un ultima passata amorevole di poche gocce di olio, per ammorbidire e profumare l'opera, depositerai il tutto nella nera bocca che attende, calda al suo massimo, di compiere l'opera miracolosa; trasformare le parti disgiunte in pizzette dorate, fragranti, profumate e desiderose di farsi mangiare. Solo così avrai raggiunto la pace interiore, il termine del cammino spirituale, del "Do". Satollo tu ed i tuoi ospiti, chiuderai leggermente le palpebre, sereno e chi se ne frega se il paese sta andando alla malora. I governanti sono lo specchio di chi se li è scelti.


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venerdì 14 ottobre 2011

39 anni.


Oggi sono 39 anni. Mica poco. Invece son passati in un attimo. D’accordo, qualcuno potrebbe dire che è stata solo fortuna, che la vita in fondo non ci ha messo davanti a prove di difficoltà così grandi da rendere tutto difficile; forse avrete anche ragione, ma lasciatemelo dire, quando stai bene insieme tutto diventa più semplice. Quando basta guardarsi un attimo negli occhi per capirsi , tutto è più facile. Certo, continuerete a dire, ne deve avuta di pazienza, Tiziana a sopportarti e per così tanto tempo, poi. Sì, per fortuna ce l’ha avuta e per questo voglio farle quello che potrebbe essere più una minaccia che un augurio. Spero davvero che almeno per i prossimi 39 possiamo stare sempre così. Insieme come quel giorno, solo apparentemente lontano, quando ce ne siamo tornati, in quella che sarebbe stata la nostra casa, sulla nostra 500 beige.


Tanti auguri Tiziana.


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mercoledì 12 ottobre 2011

Museo della Gambarina. Presentazione del libro: Soffia il vento dell'est di Enrico Bo.


Sapevo che prima o poi sarebbe successo e vi assicuro che non è una presa in giro. Lo so che in passato ho raggirato qualche lettore con dei presunti pesci d'aprile, ma adesso siamo ad ottobre. Orbene, si sa che quando uno pubblica qualcosa a forma di libro, non è certo detto che per questa sola ragione possa essere definito un autore o peggio ancora uno scrittore. Ci sono alcune pregiudiziali da sciogliere, alcune condizioni da espletare per passare dalla condizione di aspirante a quella di autore di diritto, un po' come i punti ELO per raggiungere il grado di maestro negli scacchi. Tu puoi riuscire ad ottenere coi salti mortali di avere tra le mani un po' di copie di un volume purchessia da regalare ad amici e parenti che lo riceveranno alzando gli occhi al cielo, ti faranno un sacco di complimenti e appena te ne sei andato, lo ficcano in un buco per dimenticarlo per sempre o direttamente nel cassonetto della spazzatura (quello della carta naturalmente, per fare una buona differenziata), ma da qui ad ottenere lo status è ancora lunga. Come diciamo qui, ne devi ancora mangiare di cagnolini. No, non siamo amanti della cucina cinese da queste parti; è che subito dopo la guerra, i panettieri avevano preso a fare dei piccoli pani con una forma strana, che la gente chiamava "cagnulén" e non ci somigliavano neanche però. Sempre stati animalisti da queste parti., a parte mangiare gli agnolotti di asino. Ma torniamo alle condizioni necessarie e sufficienti. Se ne devono ottemperarne almeno tre. Il primo è che questa opera monumentale e meritevole deve vendere delle copie. 

Qui siamo a posto perché come ho già detto, ne sono state già vendute due del tutto inopinatamente, quindi potremmo assolutamente definirlo e non per piaggeria, un grande successo editoriale anche se si può acquistare solamente sul web. La seconda è quella di essere di tale valore da essere ospitata in una grande biblioteca. Anche in questo caso, come ricorderete, se no andate a ripassarvelo qui, sono vicino all'immortalità essendo presente a pieno titolo nella famosa biblioteca di Umberto Eco. Infine la terza condizione, la più pesante e difficile da perseguire: mettere insieme una pubblica presentazione dell'opera. Lo so che siete increduli, ma la mia amica Paola, non so per l'antica vicinanza che ci lega o per levarsi il dente, è riuscita ad organizzare l'evento. Così sabato 15 ottobre, in un luogo prestigioso come la sala convegni del Museo della Gambarina ad Alessandria, alle ore 17:30, come gli scrittori veri, presenterò il mio libro: Soffia il vento dell'est, ufficialmente e definitivamente, pensate che un comunicato stampa è stato pubblicato sul giornale locale! Le cose sono state fatte per bene; addirittura altri amici (ne ho però di amici e si vede nel momento del bisogno, quando tutto sembra precipitare) si assumeranno l'onere di leggere qualche brano scelto, tutto fatto per bene insomma. Quindi, al fine di non farmi fare una figura da cioccolataio di fronte ad una sala desolantemente vuota, invito tutti gli alessandrini che mi leggono a dedicare un'oretta del loro pomeriggio sabatino a questa via crucis. Prometto che sarà una sofferenza intensa ma breve e rimarrà il tempo per lo struscio preserale.


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lunedì 10 ottobre 2011

Banchetto per il ritorno di Marco Polo.

Crostate de caso graso.

Biscoti co' semi.
Tutti ormai sanno che il web è strumento quanto mai pericoloso. Mi raccomando quindi anch'io, dovete stare molto attenti alle conoscenza che si maturano in questa area virtuale ed accattivante. I pericoli si annidano tra i bytes e quando vi lasciate acchiappare è finita. Potreste esserne travolti e soccombervi, prigionieri per sempre. L'ho presa come al solito alla larga, ma la premessa era d'obbligo alla riunione di congiurati che si è coordinata ieri, maturata dietro motivazioni cresciute a poco a poco in questo spazio. Chi mi segue, conosce e forse apprezza il filone marcopoliano che porto avanti da oltre un anno e che sta volgendo al termine, ancora tre puntate ed il nostro veneziano sarà tornato definitivamente a casa e lo metteremo a riposo con soddisfazione di tutti. Ma credo che molti avranno apprezzato soprattutto il connubio che è nato in queste pagine proprio con quella straordinaria studiosa della cucina che è Acquaviva e che con il suo blog filosofico-culinario ha voluto duettare con me seguendo a mo' di vivandiera la carovana che attraversava l'Asia al passo lento dei cammelli. Ebbene, lei stessa, che oltre ad essere una profonda conoscitrice delle cucine del mondo e della loro storia, è anche strepitosa cuoca reale, ha voluto accoglierci, questa volta non virtualmente, nella sua casa e, splendida ospite, coronare il viaggio del veneziano con una merenda sinoira trecentesca (in onor dei piemontesi) a tema. 

Polastro en salsa de pago co' bolets 'n salsa e radicio con fortagia.
Non voglio dilungarmi nell'osanna alla nostra anfitriona che parrebbe troppa piaggeria, ma mi limiterò a raccontarvi la ciccia come si dice, prelevando a man bassa dalla dispensa cartacea che ci è stata fornita a corona del tutto. Bando alle ciance dunque e sedetevi (virtualmente purtroppo per voi) a questa tavola veneziana a cui berrete Aqua mellata, un idromele lievemente aromatizzato con miele e salvia (andava cancellato il certo gusto di fango che aveva l'acqua veneziana all'epoca) e Hyppocras, il vino abboccato che un tempo era povero di profumi e quindi impreziosito con aromi di cannella, galanga, cardamomo e pepe nero. Le danze si aprono quindi con Crostate de caso graso (deliziosi crostini di pane, caldi con miele o cannella, imburrati e ricoperti di una fetta di formaggio "et como lo caso sia squagliato, manda presto in tavola") seguite da Ravanei al butiro di cui è facile la comprensione, ricordando che "el ciufetin de fogie, saria ben de lasarghelo, parché el fa più bela aparensa e ne'l steso tempo el serve da manego" a dimostrare che anche gli antichi badavano alla forma. A corona Biscoti co' semi (ciambelline salate mordide e friabili al tempo stesso con anice, finocchio e cumino). Sul primo non mi dilungherò in quanto l'abbiamo portato noi, per avere una contaminazione alessandrina con i Rabatòn (piatto comunque medioevaleggiante costituito da gnoccoloni morbidi di ricotta, erbette, uova e parmigiano, cacio già citato dal Boccaccio, passati al forno). 

Chomposta de state de pere.
Ed eccoci al piatto forte con El polasto en salsa de pago, un morbidissimo pollo lessato in brodo aromatico (che ha riposato una notte nel brodo con sedano, alloro e anice stellata) accompagnato da una morbida e saporosa salsa di fegatini di papera e mandorle, densa e ghiottissima dai sentori di arancia e cannella ma equilibratissima, come consiglia Mestre Robert: "emperò aquesta salsa no sia massa fort de agror, ni d'espècies, ni de dolcor sinò de bon modo". A contornare tanta delizia, Bolets 'n salsa (costituita da cipolle, prezzemolo, coriandolo con spezie e aceto da colare leggera sui funghi bolliti e soffritti) e Radicio de Chiogia con fortagia de gambareti, dove il rosso del'insalata si mescola magnifico alle screziature di questa frittata dal sapore di mare, il cui condimento sarà il tradizionale lardo fuso, pepe e aceto in luogo dell'olio che all'epoca era acidissimo e di deprimente qualità. Che trionfo di sapori antichi e intriganti al tempo stesso! 

Noce chonfetate.
Ma non è finita ecco in arrivo La chomposta de state de pere, amorosamente sbucciate e cotte in vino aromatico accompagnate da una salsa grossolana di datteri, prugne, carote, sedano e prezzemolo, mescolata con senape dolce e vino, seguite da Noce chonfetate, in cui i docili gherigli con mandorle sono affogati in miele speziato da garofano, zenzero e cannella e  Semini coverti (i semini aromatici confettati della tradizione indiana di fine pasto). Per finire al posto del caffé Brodo ligiéro de polastro profumato di spezie in linea col tempo. Tutto la cena è stata accompagnata dal delizioso pane Noon o Lepijoska dell'Asia centrale, cotto amorevolmente nel forno di casa da Stefano (altro adepto, vittima del web). La merenda si è così protratta come i banchetti medioevali fino a notte per il piacere di conversare e stare assieme a nuovi amici. La tavola di Annalena è un luogo semantico in cui puoi capire che la gastronomia è davvero arte, cultura, storia, poesia e soprattutto amore. Certamente lei (con cui mi scuso per aver saccheggiato senza vergogna le informazioni consegnateci a corredo) è davvero persona che va al di là della studiosa di cucina, perché anche la cultura e la ricerca, poco sarebbero se non li condisse con l'amore che vi infonde come ingrediente fondamentale e che rende speciale la sua casa. Sono stato davvero fortunato ad incrociarla nel web. Capite adesso cosa significa lasciarsi attrarre morbosamente dalle lusinghe della rete? 


Lepijoske e ravanej
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domenica 9 ottobre 2011

Una bella giornata.

Colline del Monferrato

La chiesa cimiteriale di Bagnasco di Montafia.
Che giornate magnifiche ci regala questo autunno finalmente conclamato. Il vento che ha pulito l'aria, il sole ancora splendente, l'aria finalmente frizzante ed i colori così belli del ciclo della natura che vuole finalmente riposare. Un'occasione per godere di qualche chicca che ognuno di noi ha a due passi da casa e di cui rimanda sempre la vista, perché tanto è lì a portata di mano. Se poi tutto si accompagna ad un paesaggio così accattivante come quello del Monferrato, tutto è ancora più pieno e soddisfacente. Le auto sfilano adagio sull'ottovolante che corre tra i crinali delle colline ed i fondovalle dove sui prati ancora verdi è rimasta la prima brina ad impreziosirli. Così seminascosto dalle curve e ancora coperto dalla sagoma degli avvallamenti, il piccolissimo cimitero di Bagnasco fa da quinta alla chiesetta cimiteriale, un gioiellino del decimo secolo, assolutamente ignorato, minuscola, ma inconfondibile nella sua facciata romanica seminascosta tra le lapidi.


Esterno di S. Secondo a Cortazzone.
 All'interno le tre piccole navate oscure e gelide ti conducono fino alla piccola abside a scoprire le evanescenze degli antichi affreschi, illuminati dalle lame di luce che il sole, appena uscito tra i colli, fa penetrare dalle strette monofore. Un senso di antico e di silente in questo luogo così appartato. E subito dopo, scavallando pochi crinali, tra le vigne curate ed i boschi di nocciolo, su una piccola altura, ecco, isolata, la sagoma bassa di S. Secondo a Cortazzone. Sulle sue pareti segnali misteriosi da leggere con cura e da interpretare, che parlano di una religiosità, quella attorno all'anno mille, in fondo poco conosciuta e ricca di simboli strani, che richiamano alla natura, alla procreazione, alla commistione forte e sincretica, in quella cultura così periferica e popolaresca, da mescolare i segni della fede a quelli della vita di ogni giorno, così bene rappresentati, forse dal sentire dell'epoca, forse dalla fantasia e chi sa, dallo sberleffo dei mastri artigiani incaricati della costruzione. 

SS. Nazario e Celso.
Dunque ecco nei posti più nascosti ed impensati, far capolino animali di fantasia, seni femminili o altri riferimenti ad una sessualità più specifica, non tanto a magnificare l'istinto, ma forse a sottolineare il suo posto naturale nello svolgersi della vita; e ancora  fiori e tratti geometrici di grande eleganza, impensati in questo teatro così periferico dell' arte italiana. Ogni particolare da osservare con cura, da interpretare per quanto possibile, da scoprire con attenzione come il delizioso saltimbanco senza mutande nascosto in un archetto absidale. Anche l'interno severo è una continua sorpresa nella ricchezza fantasiosa dei suoi capitelli così ricchi di figure. Un inno continuo alla irregolarità ed alla asimmetria voluta e significante. Una chiesa che piacerebbe di certo a Dan Brown e su cui si potrebbe ricamare parecchio. Ancora pochi chilometri e, isolata sulla cima di un poggio a dominare un panorama emozionante, ecco SS. Nazario e Celso. Par fatto apposta questo altro gioiello romanico col suo campanile sproporzionatamente grande e le campiture bianche e rosse, in arenaria e laterizio, così in sintonia con l'ordine dei campi arati e perfettamente pettinati a righe precise che lo circondano.  

Il graffito del prevosto a Casorzo.
L'eleganza delle scansioni, seminascoste tra le fitte piante che la avvolgono in un abbraccio protettivo, splendono comunque sotto le carezze della luce ormai forte e la sfilata dei piccoli paesi che dominano ogni colle che avvolgono questo belvedere privilegiato, sono davvero un piacere della vista e ti invogliano ad avvicinarne qualcuno per penetrarlo nei segreti più intimi del suoi agglomerati di case addossate. Il piccolo centro storico di Moncalvo è l'occasione dunque per una passeggiata, dopo aver potuto apprezzare la collezione dei numerosi dipinti del Caccia detto appunto il Moncalvo all'interno della Cattedrale. Ma, mentre la luce del tardo pomeriggio comincia a colorare le vigne che dipingono il paesaggio tra Vignale, Montemagno e Rosignano, ecco un'ultima chicca preparata sulle pareti esterne della Madonna delle Grazie a Casorzo, un vero e proprio archivio di graffiti, curiosi ma ufficiali che evidenziano gli avvenimenti più importanti degli ultimi tre secoli. Evidentemente era abitudine segnalare in questo modo, una epidemia del bestiame, una nevicata epocale e fuori stagione, l'assedio di Torino oppure semplicemente il fatto che il prevosto fosse scappato senza lasciare traccia nell'agosto del 1899. 

Funghi trifolati.
Naturalmente tutto questo piacere è anche fatica e le fatiche vanno in qualche modo ritemprate per poterle sopportare, così vi segnalerei, come assolutamente da non perdere La Locanda dell'Angelo, a Scandeluzza di Montiglio, dove in un ambiente elegante ho potuto gustare: una insalatina al manzo affumicato, sfogliatine calde al radicchio e provola, flan al profumo di bagna cauda, risotto alle ortiche con crema di champagne, tagliatelle al ragù, filetto di maiale al forno, gran brasato al cioccolato fondente (qui vi suggerirei di misurare la quantità della salsa, al fine di non farla prevalere sulla sapidità della carne) per finire con i più classici bunet e panna cotta. I 25 euro del conto vi parranno piuttosto sottovalutativi del bagordo effettuato, soprattutto se avrete come me un tantino ecceduto nella eccellente barbera d'Asti di Braida. La foto a lato riguarda la cappella di porcino ricoperta di funghetto a cui ha dovuto sottostare l'amico al mio fianco. Siamo nati per soffrire. Se poi la giornata è condita dal piacere della compagnia degli amici e dalla competenza di una accompagnatrice puntuale e rigorosa nell'illustrazione di ogni particolare (date un'occhiata al suo sito se avete bisogno), davvero potrete dire che ne valeva la pena.


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venerdì 7 ottobre 2011

Recensione: Il tappeto di preghiera di carne.

I cinesi, come ormai sapete, hanno sempre avuto una grande pruderie per quanto riguarda il sesso. Questo non li esime dall'essere grandi produttori ed evidentemente consumatori, fin dall'antichità, di letteratura erotica. Tuttavia questa produzione è sempre stata approvata anche dalla mentalità confuciana, altrimenti rigidissima, purché fosse ammantata da una finalità morale ed educativa. Molto interessante è esaminarne uno dei più famosi il Ruo Bu Tuan, quel Tappeto di preghiera di carne ( qui il testo integrale tradotto) scritto da Li Yu verso la metà del 1600 in piena decadenza finale dell'epoca Ming. Il romanzo, benché subito famosissimo non fu accolto molto bene, in quanto la sua lettura si prestava anche ad una sottile ma feroce critica del potere che, come tutte le satrapie a fine ciclo, si avvoltolava, compiacendosene, nel brago della lussuria conclamata e supponente, diciamo che non se ne voleva andare, anche se il paese stava precipitando nella rovina. La narrazione si dipana con una sarcastica esposizione di concetti di monomania sessuale fatti apparire come corretti e naturali. E' interessante la lettura di alcune pagine dell'introduzione che vi riporto pari pari.

La vita del potente, giorno dopo giorno,è densa di difficoltà e tormenti, di ansie e privazioni che non lasciano il tempo ai divertimenti. Ringraziamo dunque il Creatore, il quale ha stabilito che gli uomini si dividessero in due sessi distinti e che tra essi vi fossero relazioni. Così facendo ha permesso agli uomini di dimenticare le ansie ed i tormenti dell'esistenza, anche se per periodi brevi. Solo l'antica teoria vede nel cancello femminile che ci conduce alla vita anche quello che ci conduce alla morte. Ma secondo una visione più moderna l'uomo non invecchia mai entrando assai spesso in quel cancello. Gli avversari sostengono che i monaci arrivano agli ottanta anni sani e giovanili proprio perché se ne astengono, ma facciamo notare che la maggior parte di essi fornicano in segreto ed assai con molte donne o si attaccano ai giovani novizi, e questa è la via più breve (tutto il mondo è paese). Il piacere del gioco delle nuvole e della pioggia è benefico alla mente ed alla salute e chi ne gode può trarne grandi benefici come da un erba medicinale. Ogni uomo ricco e potente, come è giusto, ha una moglie e diverse mogli secondarie  e se i polli del suo cortile non hanno più sapore e la sua bocca preferisce il gusto dell'anatra selvatica, potrà desiderare cambiamenti , ormai stanco degli articoli casalinghi.

Così il nostro protagonista detto anche "lo studioso di prima di mezzanotte" si imbarca in una serie esagerata di performance da brivido con le sue sei bellissime accompagnatrici, solo sei perché comunque gli rimane un certo senso della misura e sa che il confucianesimo condanna comunque gli eccessi. Ma il tono moralistico dell'introduzione si attenua a poco a poco ed alla fine il protagonista deve fare giocoforza un passo indietro, dopo aver capito che non riusciva a dedicarsi a null'altro che a quel turpe gioco, finisce la sua vita dopo essersi evirato, unico modo per resistere alla pressione della carne, eremita in una lontana caverna. Certo sono esagerazioni letterarie, ma tuttavia istruttive.


Refoli spiranti da:  C. Leed - Storia dell'amore in Cina - SEA -1966
                           Li Yu - Il tappeto di preghiera di carne - Sonzogno - 1973


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giovedì 6 ottobre 2011

Steve Jobs e la sua mela.



L'idea, l'invenzione, il capire non solo che una cosa od una azione può essere fatta meglio od in modo più efficace, ma proprio il concetto completamente innovativo di un qualche cosa che non esisteva prima neanche come possibilità immaginata, questo secondo me è la straordinaria caratteristica che caratterizza la nostra specie. Certamente non è una cosa da tutti, neanche comune, ma accade qua e là in rari casi, che però sono sufficienti a cambiare davvero la strada dell'uomo a fargli prendere direzioni diverse e inimmaginabili prima. Steve Jobs è stato una di queste persone. Tutta la sua vita lo ha dimostrato. E' stato accompagnato anche dal successo personale, cosa che non sempre capita a questi innovatori, fenomeni nell'avere le idee, ma spesso senza la capacità di svilupparle e preda di altri che ne capiscono le potenzialità e ne sfruttano l'inventiva; questi ultimi fanno i soldi e degli altri rimane il ricordo, prevalentemente postumo. Lui invece ha saputo conciliare le due capacità costruendo un impero economico che rimane comunque fucina di idee. Il mondo è fatto anche di queste persone, non solo di politicanti avidi, di parassiti devastatori o di pedissequi critici del nulla.

La cosa più straordinaria, però è che lui, oltre certamente alla fortuna di trovarsi in un paese che ti permette di realizzarle, non solo ha avuto l'idea iniziale, quella più importante da cui è nato tutto, ma ad un certo punto, i furbi, quelli che sanno sfruttare le intuizioni altrui, lo avevano messo in minoranza e a poco a poco lo avevano accantonato, convinti che fosse sufficiente saper far fruttare la cosa per ingrassarsi e il creatore fosse ormai un inutile orpello, un peso da mettere da parte. Ebbene, la mela smozzicata, la creatura nata dal nulla, forte e ricca, a poco a poco si stava inaridendo ed era destinata al crollo, tanto che lo si dovette richiamare in fretta e furia a rivitalizzare l'azienda e cosa ancor più clamorosa, in breve tempo la sua spinta propulsiva ha stimolato a tal punto il gruppo da cominciare a generare novità clamorose e completamente nuove a gettito continuo, ancora fino a ieri. Sono davvero convinto che questo uomo straordinario si ponga come simbolo delle capacità umane positive. Se ne è andato, e non per questo il mondo sarà peggiore, certo, ma i simboli rimangono e se continuano a fare da riferimento, proseguono da soli nella loro utilità. Ciao Steve.


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