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venerdì 18 agosto 2023

Una notte a Varanasi



 La notte era scesa di colpo come sempre accade in città ed il forte acquazzone che aveva flagellato le case e le strade, aveva portato via, assieme all'afa pesante della calura estiva anche la puzza che saliva dai vicoli più oscuri e dai rivoli neri che incrostavano il centro dei viottoli contorti che scomparivano tra i muri scrostati. A poco a poco una brezza leggera ed un poco più fresca arrivava dal fiume alleviando quella fatica di vivere che sempre opprimeva la città, pesante per chi ci doveva vivere e penosa anche per chi ci veniva a morire. A poco a poco i rumori della vita del giorno si andavano attutendo e le attività si spegnevano ad una ad una, facendo scomparire, man mano che le fioche luci si andavano spegnendo come se anch'esse stessero esalando il loro attaccamento alla vita, secondo il discernimento della natura e l'essenza cosciente della città. Quando oramai su tutto era sceso il velo del sonno e si erano spenti da tempo i canti lontani che venivano dalla riva del fiume, Shanti chiuse l'uscio di assi malconce della sua casa e percorse il viottolo che dal centro del suo quartiere la conduceva verso la grande piazza che di giorno esplodeva di colori e delle grida dei venditori di frutta. Niente si muoveva ormai ed a terra, tra i banchi chiusi e gli spazi ormai liberi dalla folla della giornata, giaceva solamente un tappeto di materiale marcio o abbandonato perché invendibile. 

Anche i cercatori di qualcosa rimasto tra gli scarti, che ancora si potesse mangiare, se ne erano andati. Solo, negli angoli più bui, fagotti informi, avvolti in cenci dal colore incerto cercavano riposo, immobili al punto di suscitare dubbi e incertezze. Solo un cane si aggirava qua e là, annusando tra i rifiuti, muovendosi tra un monticello e l'altro, con l'aria e il modo di chi non avesse speranze di trovare qualche cosa di utile. Teneva la lunga coda bassa, anche lei conscia di quella fatica di vivere. Un abbaiare lontano destò la sua attenzione, quasi un richiamo come se qualcuno, altrove, avesse trovato qualche cosa di buono. Fiutò l'aria e caracollò piano in quella direzione, scomparendo nell'ombra delle siepi scarne e ossute che contornavano la piazza. Shanti camminò adagio, fino al fordo, dove le stradine che si formano cominciano ascendere verso il fiume e si diresse verso il basso senza guardarsi intorno, scivolando leggera lungo i gradini che la guidavano verso la superficie dell'acqua, di cui sentiva la brezza, anche se ancora lontana. Camminò ancora nel quartiere dei legnaioli, tra le cataste, da cui venivano profumi di sandalo e di nim, mescolati al fumo dei roghi ormai spenti della giornata appena passata. 

Poi arrivò alla gradinata bianca e con passo lieve scese verso il basso, arrivando fino ad una piattaforma larga e deserta dove si fermò un istante a contemplare il fiume immenso che sembrava fermo davanti a lei, i piedi nudi appoggiati sulla fredda pietra degli ultimi gradini, dove appena arrivava l'acqua a bagnarli, scura come petrolio, spessa come linfa di oltretomba. Si strinse le piccole spalle nel cotone stinto che la avvolgeva tutta e volse gli occhi spenti verso la riva opposta nascosta nella bruma notturna, invisibile eppure presente. Rimase a lungo immobile, minuscola statua di carne tenera ad ascoltare gli impercettibili rumori della notte, poi da sotto la dupatta chiara estrasse un piccolo contenitore di cartoncino marrone che tenne un poco tra le mani rivolte verso la corrente. Al suo centro un minuscolo fiore vermiglio del quale potevi indovinare anche da lontano il profumo forte e deciso. Poi, sempre lentamente, accese il lumino che conteneva e lo depose sull'acqua, con gesto minuto, quasi temesse di rovinarlo o di turbare quel movimento fluido che sfiorava l dorso della sua mano come una carezza benevola anche se imprevista.




Lo tenne ancora un attimo, pronunciando con un mormorio sommesso le parole previste, una invocazione, una richiesta, un obbligo privo di speranze, " Maha Dev... Maha Dev... Maha Dev...". La mano si aprì e la barchetta con il suo carico di intenzioni si allontanò piano, mentre la corrente portava verso il centro del fiume quella piccola luce fioca, conducendola verso il suo destino, tremolante e così minuscola che quasi subito divenne invisibile eppure certa, tanto che Shanti ne seguì ancora a lungo le evoluzioni a cui i piccoli gorghi la costringevano, finché più nulla fu più distinguibile e neppure immaginabile nelle pieghe della notte senza luna. Solo allora Shanti si voltò verso la cima della scalinata e ne salì i gradini ad uno ad uno, anche se il passo era diventato più pesante e affaticato e le picocle spalle della ragazza si erano fatte più curve, come a reggere un peso diventato d'improvviso troppo grande, fino a che anche lei non scomparve, trasparente figura di un sogno, tra i fumi dei roghi inceneriti.

domenica 18 agosto 2019

Central India 44 - Ultimo giorno in India




Consulto


Arathy
Il bagno
Così è arrivato anche l'ultimo giorno. Ma non è come di solito in questi casi, che almanacchi come sarebbe stato avere qualche altro giorno in più, che ti rammarichi di quante cose ti sei perso e che invece avresti potuto vedere, oppure che ti giri intorno nervosamente chiudendo meglio le valigie e hai solo voglia di arrivare a casa. No, questa volta è diverso. C'è qualcosa di morboso che ti attira ad uscire di nuovo, a rientrare nel gorgo di questa città, ad andare ancora verso il fiume, verso quelle gradinate con la gente che si avvia in processione per scenderne i gradini fino a raggiungere le acque e a cominciare le preghiere, verso quell'odore dolce, acre e pastoso, l'odore della morte che origina dai fumi sulla riva, che salgono al cielo e si spandono sula città come una cappa plumbea che la avvolge e questa volta senti che non si tratta di smog. Giri per i vicoli della città vecchia. Più la osservo e più me ne convinco. Al contrario di altre città, cresciute a dismisura che hanno mutato le loro skylines ricoprendosi di vetro, acciaio e cemento, che hanno rinnovato strutture, palazzi e anche templi, creandone di nuovi, moderni, lucenti, qui ogni cosa è rimasta uguale in un tempo immobile, congelato, che non ha intenzione discorrere. Questa città non è cambiata affatto da quella che ho lasciato 41 anni fa; le stesse facce, lo stesso terreno sconnesso, lo stesso scostarsi per lasciar passare le barelle di legno, gli stessi negozietti pieni di mille cose poverissime che pure hanno il loro compratore. 

Sadhu
Sul fiume
Giri e giri nel labirinto delle stradine senza nome della città vecchia, strusciando sui muri scrostati di templi centenari dalle porte cadenti, abitate da vecchi sdentati che tendono la mano per darti l'opportunità di essere caritatevole verso qualcuno e dunque guadagnarti una rinascita migliore, capitando per caso davanti ad antiche edicole con simulacri corrosi e poi ancora ridipinti di divinità  sconosciute eppure ancora da qualcuno onorate con un fiore giallo, una coroncina di tageti sfioriti, con una fiammella a bagno in una piccola lanterna di terracotta annerita. Di certo perdi il senso dell'orientamento e non sai più in quale direzione stai andando, anche se marci in automatico come se ci fosse una voce che ti chiama a scegliere per quale angolo svoltare. Tre donne dai sari vermigli con le bordure dorate, la dupatta avvolta alla meglio sul capo, si fermano a lasciarti passare, un gruppo di ragazzini ti corre al fianco e scompare in una porticina cadente, suoni smorzati dietro mura diroccate, mucchi di immondizie abbandonate da anni, non appena lo spazio crea un piccolo slargo con due vacche che masticano carta e ti guardano di sguincio con occhi umidi. Un tintinnare di cembali che arrivano da qualche tempio lontano. Poi, come fosse un percorso obbligato ed ogni tratto di questo labirinto mistico ti dovesse riportare allo stesso punto predestinato, ecco che dopo l'ultima quinta di una casa di pietra, si apre lo spazio lugubre del gath dei morti, meta obbligata anche se non voluta, tappa terminale di un percorso psicologico più che reale, fine ultimo di coloro che anelano a trovare il significato del proprio destino in questa città. 

Preparazione delle palline
Sei arrivato proprio su una sorta di balconata, una loggia di pietre nere affacciata sul fiume. Sotto di te si muovono fantasmi scuri, le nere figure che gestiscono la morte, la curano, la blandiscono forse essendone da essa stessa completamente avviluppati. Da una grossa chiatta si scaricano cataste di legna, combustibile necessario al rito quotidiano, mentre l'andirivieni continua tra il fumo che sale verso l'alto. A sinistra altri gath ancora semideserti che si stendono verso nord, nella bruma del mattino e chiamano a camminare in quella direzione. Qualcuno arriva dall'alto. Al Panchaganga gath, l'ultimo utile per i bagni sacri, gruppi di donne sono già sugli estremi gradini con i piedi nell'acqua pronte ad immergersi. Un vecchio sadhu malandato, coperto di cenere, è lì seduto immobile, lo sguardo fisso rivolto al fiume. Qualcuno gli ha lasciato davanti qualche cosa da mangiare. Davanti al tempio storto due file di fedeli ben vestiti confezionano senza sosta palline di burro chiarificato e farina da offrire alla divinità certamente, mentre pregano all'unisono a bassa voce. Un vecchio risale i gradini con un piccolo orcio tra le mani pieno dell'acqua benedetta, che si porterà a casa, custodendolo con cura. Il fiume adesso è pieno di barche cariche di pellegrini che attraversano il fiume verso la riva opposta, una lunga distesa di sabbia completamente priva di costruzioni.

Un sadhu
E' quella parte del Gange destinata inevitabilmente ad essere preda delle acque quando queste, gonfiate dal monsone estivo cercheranno uno spazio dove allargare la presa; Sullo sfondo, lontanissimi, solo qualche cupola di templi lontani, la cui sagoma svanisce nella nebbiolina azzurro rosata del primo mattino. Un altro sadhu con un grande turbante multicolore, è immobile con lo sguardo abbassato verso terra. Intorno a lui un gruppo di donne ed un ragazzo, guidate da un vecchio lo guardano con aria interrogativa come aspettando l'oracolo o semplicemente un consiglio, una benedizione. Davanti a loro i fiori delle offerte, sul tappeto qualche piccola moneta, il prezzo della salvezza. Intorno cani gialli che dopo aver razzolato nelle immondizie e nei resti che le le acque del fiume non sono ancora riuscite a portare con sé, stanno sdraiati a terra, sfiniti anch'essi dall'inedia e dalla fame, davanti a bidoncini dall'aria nuova, di certo appena piazzati con una speranzosa scritta in inglese: Use me. Anche se è difficile staccarsi da questo luogo, risalgo la lunga gradinata, passando davanti al tempio storto, per la strettoia tra i bassorilievi di pietra, sgusciando via nella stradina che risale verso la città. Quasi scavalco un anziano dai capelli bianchissimi che un improvvisato barbiere con la testa avvolta da una sciarpa per difendersi dall'aria fredda del mattino, sta rasando con aria compunta. Risalgo i vicoli e poi ancora altri, certo che prima o poi troverò l'uscita da questo dedalo silenzioso e carico di misteriosi richiami. 

Randagi
Alla fine eccomi di nuovo nella piazza del mercato. La fila dietro le transenne, che il giorno prima sembrava destinata a non finire mai, è completamente scomparsa, la festa è finita ed ognuno è tornato alle proprie case felice di aver portato al sacro lingam la sua offerta. I venditori hanno ripreso vigore, il giorno avanza coi suoi rumori, gli odori di fritti e di pentoloni bollenti che preparano cibo per i tanti che di qui oggi passeranno. La vita deve continuare anche nella città della morte. Dobbiamo dunque lasciare per la seconda volta dopo tanti anni questa città; l'ultima di certo, per lo meno in questa vita. In albergo il nostro omino è già lì che aspetta. Anche qui dove il tempo non esiste, dove  per molti non ha una importanza reale, per altri è invece una inderogabile certezza, una necessità escatologica che si traduce in date, orari, spazi da percorrere. L'aeroporto è una cosa assolutamente incongrua in questo luogo, parrebbe ai più un non senso assoluto in una situazione in cui si può soltanto ragionare di vite future, di metempsicosi, di reincarnazioni successive, di liberazione dalla ruota infinita, eppure c'è, esiste come sostanza e non accidente, come direbbe un Don Ferrante trasportato in un Oriente passato e tra le altre cose, non sarebbe neppure troppo lontano in termini chilometrici, ma bisogna fare i conti con il traffico di questa città e le ore che il nostro uomo si è preso per arrivarci, troppo frettolosamente giudicate come eccessive, in realtà sono appena sufficienti. Superata in uscita le porte della città di Dite, si ritorna nel nostro mondo, fatto di biglietti, di bagagli, checkin e posti da scegliere. Un cambio a Delhi e poi sei a casa. 

Dal barbiere



Verso il gath
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Venditrice di fiori





Al tempio storto

sabato 17 agosto 2019

Central India 43 - In giro per Varanasi


Un Sadhu

Trasporto
Tempio di Shiva
Certo Varanasi non è soltanto i gath, dietro in fondo, davanti a voi c'è una città di più di tre milioni di abitanti, tanto per cambiare, dove magari vale la pena fare un giro, tanto per togliersi dall'odore di carne bruciata che c'è vicino al fiume e considerate anche che qui sono quasi tutti vegetariani. Il centro comunque è ancora tutto bloccato per la festa di Shiva e le transenne sono ancora piene di fedeli in ordinata fila, in attesa di accedere al tempio. Per arrivare alla macchina bisogna farsi un bel pezzetto a piedi. Diciamo comunque che i punti di interesse nel resto della città sono piuttosto scarsi a cominciare dal tempio della madre India, che consiste in una costruzione abbastanza recente che all'interno ospita una grande pavimento coperto da una sorta di mappa tridimensionale del territorio del subcontinente, attorno al quale abbiamo subito una discussione col nostro accompagnatore sulla posizione del Bhutan. Insomma o l'hanno spostato un po' oppure la prospettiva ci fa babau. Comunque poi facciamo un salto al nuovo tempio di Shiva, più che altro un'occasione per percorrere il grande quartiere universitario, praticamente un quartiere intero della città con ampi viali e bei giardini. Varanasi è diventata una città piuttosto importante per quanto riguarda gli studi e moltissimi studenti convergono qui da ogni parte del paese. In molti passeggiano a gruppetti lungo i viali con i libri sotto il braccio, sembra quasi di essere in un campus americano. Sul tempio, molto grande, non c'è molto da dire, una costruzione abbastanza nuova senza particolari caratteristiche da segnalare. Se poi nelle vicinanze ti becca il cagotto, consueto da queste parti, ci sono anche ampie toilettes pubbliche a disposizione.

Blocco
Più interessante invece il tempio di Durga, completamente colorato di rosso come si compete a questa Dea piuttosto nervosa, in particolare sotto la sua forma di Kali, quando non si fa troppi problemi a danzare sui cadaveri dei nemici ed a portare collane di teschi. Tuttavia questa è una divinità molto amata o temuta che dir si voglia e in molti convergono alla soglia di questo, tutto sommato piccolo tempio di periferia a portare le loro offerte. Di turisti qui non se ne vedono, tutti impegnati a scorrazzare su e giù per i gath. Questo è quindi un tempio per amatori. Gli stessi fedeli, stupiti della vostra presenza vi faranno spazio per poter arrivare facilmente all'interno, chiudendo un occhio sul divieto di fotografare, in fondo tutto quanto fa spettacolo, anzi qui le richieste di selfies aumentano esponenzialmente. Sulla via del ritorno facciamo ancora una sosta dal classico magazzino per turisti che propone tessili di varia natura, dai sari, alle coperte, alle pashmine. Il sussiegoso addetto che si profonde in spiegazioni già udite mille volte, esibendo un paio di finti telai per mostrare ai possibili clienti la genuinità del materiale offerto, cerca di imbonirci senza grossi risultati. Sapendo di non comprare nulla alla fine rifiutiamo il thé e le bibite cortesemente offerte. Questa è una situazione praticamente inevitabile quando vi troverete a viaggiare in questo paese. Non fatevene un cruccio esagerato. In fondo il vostro autista è praticamente obbligato per contratto a fare una sosta con le scuse più varie, in questi magazzini trappola, dove di solito la sua agenzia di viaggio ha una cointeressenza, al limite spera in qualche mancia da parte del venditore se comprate qualche cosa. Ma non crucciatevi più di tanto. 

Al mercato
Date un'occhiata a quanto vi viene proposto, magari è anche roba bella anche se un po' più cara del solito, poi, dolente declinare e via. Nessun problema. Tornare verso il centro dopo aver passato la solita infinita periferia di case seminuove alternate a baracche, mercati e officine, è poi un'altra odissea. Alla fine rimaniamo definitivamente imbottigliati in una coda infinita bloccata da militi con fischietti in bocca che tentano di convogliare le auto ed i mezzi a motore verso gli anelli esterni. Inutile tentare di impietosire il graduato che ti squadra e poi fa trillare implacabilmente il suo fischietto di plastica rumorosissimo, indicando imperiosamente la direzione laterale. Un paio di blocchi li sfanghiamo, al terzo non c'è pietà, bisogna abbozzare. Per fortuna riconosciamo le strade del centro e anche sbarcando qui, non dovremmo essere troppo lontani dalla nostra guest house, per cui dopo aver tranquillizzato il nostro uomo, terrorizzato dall'ansia di averci abbandonato nel caos della folla, contrariamente agli ordini ricevuti di non mollarci mai, pena il licenziamento, ci incamminiamo attraversando una zona commerciale piena di negozi e bancarelle, cosa sempre divertente. Dall'aumento del numero di gruppi con barelle in spalla col morto, si capisce che ormai non siamo lontano dal fiume. In ogni caso hai davvero la sensazione di una città completamente ingolfata di gente che vagola in tutte le direzioni. Diciamo che a questo punto, prima che cali la sera rimane il tempo per fare un bel giro nel mercato dei turisti nel Deshbandhu Chittaranjan Park, una grande piazza adiacente al gath principale, completamente circondata di negozietti con tutto quanto il turista desidera anzi pretende per potere sfogare la bramosia dell'acquisto a tutti i costi.

Aarti Ganga
Ci facciamo uno stallo dopo l'altro, contrattando alla morte, per il solo gusto di farlo. Alla fine abbiamo in saccoccia il consueto numero di giargiattole, chincaglieria varia e paccottiglia inutile che fa la gioia del turista di ogni parte del mondo. C'è modo anche di chiacchierare del più e del meno con i vari negozianti, mentre la consorte rovista accanitamente nelle scatole che contengono gioielli di squisita fattura dei quali non si può fare a meno. Un bel ragazzo dalle basette pronunciate mi fa un peana laudatorio dell'attuale primo ministro che tanto sta facendo per l'induismo in generale, cosa ovviamente graditissima ad una città che fa del turismo religioso la sua ragione di esistenza. Devo dire che molti interpellati sono su questa lunghezza d'onda. D'altra parte se vince le elezioni vuol dire che la massa lo vota. Le signore invece gigioneggiano tra le bigiotterie più varie, cercando di strapparle a concorrenti coreane e indiane che se li disputano fino all'ultimo pezzo. Intanto arriva la sera ed i gath si illuminano delle fioche luci delle lampade delle offerte. Torniamo al gath dell'Aarti, questa sera sembra che ci sia ancora più gente di ieri. Non si trova più neppure posto sui gradini. Ma non tutto il male viene per nuocere perché questo ci costringe a fare un giro nella parte meno popolata di turisti, con un bel punto di vista dal fiume dei Pandit che agitano le loro lanterne fiammeggianti, mentre gli altoparlanti sparano a palla gli inni sacri. C'è tutto un mondo che si muove nella penombra lontana dal luogo della cerimonia. Ancora tanta gente che si bagna nel fiume pregando. 

Ciclorisciò
I venditori di fiori e di lumini da lasciare andare nella corrente del fiume, sono assediati dai clienti che si scelgono le migliori, le più ricche e colorate. Più in là dove scemano il rumore ed i suoni della festa, vedi corpi infagottati sotto una coperta leggera che si sono ormai sistemati per la notte e sadhu immobili, a gambe incrociate di fronte al fiume che meditano ad occhi semichiusi. C'è un mondo sui gath, che prega, che vive e commercia, che spesso muore. Lontano i fumi dei roghi sembrano essersi calmati e nell'oscurità che è ormai scesa sull'acqua sono diventati bianchi, da neri ed oscuri che erano. Non si brucia di notte, anche la schiera di intoccabili dalit, finito il compito giornaliero di chi si deve prendere cura dei morti altrui, si ritira nei suoi tuguri, dietro alle cataste di legna, a compiere la propria vita e quella delle proprie famiglie. E' un carosello destinato a non fermarsi mai, di canti, di preghiere, di morte; una ruota continua così sovrapponibile alla samsara dell'alternarsi delle rinascite continue che contribuiscono a mantenere e perpetuare questo meccanismo infinito. In fondo la morte per gli uni è la vita per gli altri. Tamburi lontani battono il ritmo del cuore di questa città, tonfi sordi che la mantengono in vita, mentre una umanità dolente ma contenta, fluisce come una linfa immarcescibile attraverso i tanti vicoli stretti dalle case fatiscenti. Così risali lentamente verso il mercato e anche se è ormai scuro, rimane il tempo per la cosiddetta ultima cena in un bell'hotel sulla Dashashwamedh Gath Road. Qui è pieno di turisti ricchi, anche indiani per la verità, che si disputano portate fumanti tra camerieri bardati a festa. Questa è davvero una città unica al mondo.


Tempio di Durga

SURVIVAL KIT

Restorant Hotel Ganges Grand - All'incrocio tra Luxa Road e Bansphatak road - Godowlia crossing - Bell'albergo nuovo, con ristorante piuttosto elegante. Buona scelta di piatti anche internazionali. Portate con i soliti prezzi sui 150/250 Rp. Ho mangiato un ottimo pollo al vino. Personale molto gentile. Free wifi.

La puja



Telaio
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Al mercato






Offerte a Kali

venerdì 16 agosto 2019

Central India 42 - I gath di Varanasi

Pellegrini in barca sul Gange


Il bagno
Un barcaiolo dall'aria triste e stanca. Una grande barca all'apparenza pesante e faticosa da smuovere. Sono le sei ed il sole si sta appena alzando sulla riva opposta del grande fiume la cui acqua appare come immobile, grigio ferro, ricolma di tutte le miserie del mondo, delle sue sporcizie, delle sue brutture. Il fiume le chiama a sé e le lava via facendosene carico, siano esse i peccati dei milioni di anime che qui vengono a calarsi nelle sue acque per uscirne puri, siano gli scarti materiali di questa umanità esageratamente numerosa, che inquina tutto ciò che la circonda per il solo fatto di esistere, di nutrirsi, di espletare le proprie funzioni corporali, infine di morire, asciando dietro di sé un corpo da smaltire, da bruciare. Dopo la grande cerimonia di ieri sera sul gath più importante, con i fuochi che brillavano nel buio della notte, con le mille e mille fiammelle che si allontanavano sull'acqua leggere come le anime dei morti, questa alba livida mostra un luogo immobile e senza colori, soltanto grigi che una fantasima di sole sfocato dietro le nebbie del mattino non riesce a riempire di contenuti. Anche i sari delle poche donne che scendono i gradini per il primo bagno del mattino, appaiono copie sbiadite e stinte dei consueti colori sgargianti ed i turbanti bagnati dei sadhu che qui vivono, stesi ad asciugare non mostrano più gli arancioni decisi, i rossi violenti che si accendono di solito tra la folla. Il barcaiolo rema lentamente risalendola debole corrente verso i gath più a sud. Varanasi o Benares come si chiamava prima di hinduizzare il suo nome, è la città centrale per l'hinduismo, la città sacra centro della terra ed i suoi gath che si estendono sulla riva sinistra del Gange per oltre quattro chilometri sono i più importanti dell'India.

Un'arathy
Preghiera all'alba
Questo è il posto ideale per bagnarsi, effettuare le puje e compiere le abluzioni rituali, questo è il luogo dove ogni hindu desidera venire a morire e poi su questi gath essere cremato. Per questo motivo le immense scalinate bianche che digradano lentamente verso le acque del fiume sono sempre piuttosto affollate anche nei periodi lontani dalle feste. Come è noto si muore tutti i giorni ed i becchini hanno sempre il lavoro assicurato. Quarantuno anni fa in una delle mie prime scorribande indiane, guardavo la riva da una barca uguale a questa. Solo il barcaiolo era più vecchio, con le guance incavate remava con fatica, anche perché in agosto, epoca della mia precedente visita, il monsone aveva gonfiato le acque, la corrente era forte e soltanto la parte superiore della gradinata era visibile. Ma su quel monumento alla fede si muovevano le stesse facce compite, le stesse mani giunte, le stesse anforette di ottone per portarsi l'acqua preziosa del fiume alla testa, per aspergersi il capo, prima di lasciare alla corrente una coroncina di fiori, una arathy con la piccola fiammella accesa tra i petali di fiore di loto. Non è cambiato nulla, solo i telefonini che scattano implacabilmente selfies mentre la barca procede lenta. I gath sono oltre 80 suddivisi tra di loro, per tipologia di uso e di visitatori. Si parte generalmente dal Dashashwamedha gath, il più grande ed importante dove arriva direttamente la via principale, quello dove dopo il tramonto si svolge la cerimonia della preghiera al fiume. Quelli verso sud sono invece meno spirituali e maggiormente dedicati alle normali necessità della vita. 

Il tempio storto
La pesa
Tre o quattro come l' Ahalya, il Dharbanga, il Dhobi sono piuttosto terreno dei lavandai della città, che poi stendono sulle gradinate i panni ad asciugare, incluse le file infinite di asciugamani e lenzuola degli alberghi cittadini, mentre il Munshi gath è usato prevalentemente dalla popolazione mussulmana senza significati religiosi, ma proprio per usi di lavatoio. Il Narad ed il Chauki con la grande torre rosa, ricoperta di storie religiose, è piuttosto frequentato dai Buddhisti. Il Rajgath è importante perché qui vengono calcolati e segnati i vari livelli delle piene del fiume, mentre il Jain gath è quello dove sorge il tempio jainista che celebra uno dei più importanti Tirthankar di questa religione. L'Assi Gath è l'ultimo, quello più a sud ed è da qui che bisogna partire se si vuole compiere il circuito dei cinque bagni sacri nella giornata che termina con quello delle cremazioni. Da qui la barca si lascia andare alla corrente che leggerissima ti porta verso nord sfilando lungo le gradinate e la sua umanità che le popola. Ripassi per il punto centrale per risalire lungo il Man Mandir Gath, il più antico costruito 400 anni fa, con le splendide mura che incombono sul fiume, il Meer, detto anche il gath delle vedove ed il Lalita gath in stile nepalese per arrivare al Manikarnika Gath che si preannuncia da lontano per i fumi neri che si levano dalle pire elevate su piccole piattaforme sul bordo del fiume. Le gradinate proseguono poi ancora verso nord, affatto frequentate dai turisti e popolate solo da gruppetti di fedeli che cercano il punto esatto dell'unione dei cinque fiumi, il Panchaganga gath, dove eseguire la quinta ed ultima abluzione. 

1978 - Il Manikarnika gath dal fiume
Ma, inutile dirlo, il punto che più morbosamente attira i visitatori ed i fedeli stessi è la gradinata delle cremazioni, che si raggiunge da terra percorrendo un dedalo di viuzze tortuose, tra le quali è quasi impossibile perdersi, anche se tutta prima sembra assai facile. Basta seguire infatti la gente che scende verso il fiume in una fila continua, magari infilandosi dietro a chi trasporta a spalle una barella carica dell'ormai consueto fagotto avvolto in stoffe colorate di arancio. Lungo la via i negozietti lasciano via via il posto ai magazzini di legna da ardere, debitamente suddivisa a seconda del valore e della qualità, fino alla più preziosa e profumata quella di sandalo, che i parenti del morto contrattano in quantità e qualità e pesano rigorosamente sulle apposite bilance. Poi superato il caaratteristico vimana (o stupa che dir si voglia) del tempio inclinato sulle acque, una sorte di torre di Pisa sui generis, la piccola processione scende i gradini del Manikarnika Gath, portando la barella del defunto fino ai margini dell'acqua dove viene immerso ed un sacerdote effettua la sua benedizione, intanto che gli addetti, tutti Dalit fuori casta preparano la pira per il rogo, dove viene quindi deposta la barelle di legno col corpo e infine ricoperta della legna rimasta. Dopo gli ulteriori riti, il maschio anziano della famiglia che ha accompagnato la salma, accende il fuoco e dopo un'ultima occhiata, tutti se ne vanno senza voltarsi. Gli intoccabili Dalit si occupano di far bruciare alla meglio il tutto prima di gettare nel fiume le ceneri rimaste. 

La zona dei roghi
Solo quelli che non hanno danaro per pagarsi il funerale, vengono inceneriti in una serie di forni elettrici della municipalità che sono nascosti al di sopra della scalinata. Il fuoco sacro si leva e purifica ogni cosa in una gigantesca ordalia, il fiume, la grande madre Ganga accoglie tutto e tutti. Solo i puri, i bimbi morti neonati, i sadhu, puri per antonomasia e le vacche sacre a loro volta, non hanno bisogno della purificazione del fuoco e vengono abbandonati nelle acque del fiume senza rogo e i loro cadaveri gonfi si allontanano galleggiando nella corrente. Questo luogo è carico di una atmosfera cupa e buia. L'odore di bruciato e di fumo ammorba l'aria. I parenti dei morti si muovono attorno alle pire con attenta compunzione evitando di toccare gli addetti alle operazioni, che si aggirano come monatti impuri evitati da tutti, eppur necessari per compiere questo lavoro maledetto, Poi se ne vanno velocemente, nessuna donna è ammessa attorno ai roghi. Chi vuol guardare se ne deve stare lontano dai vicini gradoni, dal limitare dei templi, anche'egli impuro, quantomeno nelle intenzioni, di una curiosità morbosa anche se tollerata, perché porta comunque danaro. Il momento dell'alba è ormai passato, ma l'aria è densa ed il fumo dei roghi ammorba la vista rendendo difficile al chiarore del giorno penetrare il cielo e dare anche un minimo tocco di colore ai grigi. Tutto attorno l'odore della morte sembra pervadere gli animi. Non ci sono rumori sui gath delle cremazioni, qui regna un silenzio pesante rotto solo dal crepitare della legna che si frange quando la pira si rompe da un lato e le braci cadono giù, segno che l'opera purificatrice del fuoco è quasi finita ed è l'ora per gli uomini della morte di imbracciare i bastoni e le picche per disfare il mucchio combusto e gettare quello che rimane nelle acque del fiume affinché le porti via con sé.

Commercianti di legna


SURVIVAL KIT

Alba sulGange
Giro in Barca sul Gange - Si può prendere direttamente dal Dashashwamedha gath o dal quello più a sud, l'Assi gath. Appena vi avvicinerete all'acqua sarete riconosciuti come turisti e vi verrà offerto il giro. Contrattate bene prima, al limite lasciate una mancia. Da entrambe le partenze vi faranno percorrere tutta la sfilata delle gradinate per circa un'ora ad un prezzo tra le 100 e le 200 Rp a testa. Se siete con un'agenzia questa avrà di certo provveduto a organizzare direttamente il giro. I momenti topici sono l'alba, con partenza verso le 6 oppure dopo il tramonto per assistere dal fiume alla cerimonia dell'Aarti Ganga. Entrambi molto suggestivi. Di norma la barca si ferma almeno un quarto d'ora davanti al Manikarnika Gath per permettervi di assistere alle cremazioni e di fare foto, visto che è vietato entrare nell'area specifica da terra. Poi dopo essere scesi non mancate di percorrere le stradine dietro ai gath per vedere la cerimonia da un'altro punto di vista. Fermatevi poi e camminate lungo i gath per annotarne le differenze e la variegata umanità che li popola, dai sadhu predicatori, ai fedeli in preghiera e che si preparano al bagno. Fotografate con discrezione. Assolutamente imperdibile.

Legna per i roghi



Il Munshi gath
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Un gath
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