domenica 8 novembre 2020

Luoghi del cuore 85: Un tranquillo weekend a Melbourne





Melbourne - Australia - aprile 2003

Melbourne

Il concetto di lontano è vago. Lontano può essere, quando lavoravo al Consorzio Agrario, andare e tornare in mattinata a Gabiano Monferrato. Era l'ultima agenzia della provincia ed era una bella menata arrivare fin là e fare l'inventario di fine anno concludendo in giornata. Invece poi, nella mia seconda vita lavorativa, andare a Pechino o a Shanghai il lunedì e tornare a casa venerdì, non mi sembrava poi così lontano, anzi guardare i grattacieli di Pu Dong che crescevano di un piano al giorno e lo skyline che cambiava ogni sei mesi, mi faceva sentire quasi a casa, partecipe privilegiato di vivere quel cambiamento, anzi di parteciparvi. Così mi faceva sorridere la disperazione del mio amico a cui avevano allargato la zona dal basso Piemonte alla Liguria occidentale, mentre a me che mi occupavo solo di Unione Sovietica avevano aggiunto il resto del mondo. Invece, quella volta che mi capitò di andare in Australia, mi fu proprio chiaro il concetto di lontano. Me lo illustrò bene un cliente che avevo agganciato alla fiera di Bangkok, mentre facevamo colazione in albergo prima di andare a vedere uno stampaggio di tappi. Arrivava da Melbourne e mi spiegò, mentre sgranocchiava una serie di croissant, mangiando assieme una zuppa di noodles e peperoncini, d'altra parte era di origine calabrese: - Vedi, a te sembra di essere lontano dall'Italia, dall'altra parte del mondo e invece per arrivare dove sto io, non sei neanche ancora a metà strada. Noi siamo davvero alla fine del mondo, isolati da tutto e se vogliamo muoverci da lì, il primo posto è a nove ore di aereo -. Aveva ragione. 

Quando arrivai fin laggiù, il viaggio fu infinito, non arrivavi mai e questo influiva moltissimo secondo me, nella sensazione di farti sembrare sbarcato in un mondo alieno, non tanto per canguri, ornitorinchi e koala, ma perché, dentro di te che ti aggiri assonnato in quello scalo sconosciuto, assicurando tutti di non avere piante, animali o salami nella borsa, rimane quel senso di stordimento di certo dovuto anche allo scambio del giorno con la notte, che metterà al tappeto i tuoi ritmi circadiani per almeno una settimana. Poi sarà stato per l'euforia di aver piazzato un bello stampo da 32 cavità o per il fatto di essere in una terra dagli interessi così stimolanti, ho avuto solo impressioni positive, che volete, in fondo io sono uno di bocca buona. Tuttavia Melbourne mi è sembrata una città piacevolissima in cui deve essere bello vivere. La gente la prende molto dolce, nessuno si ammazza di lavoro e al venerdì le panze tonde come me, sono già tutte in giardino a buttare bisteccone sul barbecue ed i ragazzi a prendere le onde sui surf. Sì, è proprio questa la sensazione, di una città tranquilla e con pochi problemi, anche a mezzanotte le ragazze girano da sole in centro ed i parchi sono pieni di gente, famigliole, singoli con la pancia all'aria che si leggono un libro al sole. Insomma sarà magari una vita un po' noiosa, all'apparenza, però ce ne fossero. E poi hai la sensazione netta, che appena fuori dalla città, uscendo dai suoi sobborghi più estremi, ci sia quel nulla infinito, quell'outback di un continente semideserto, quella non presenza umana che in Europa non si può più provare da nessuna parte. E' la natura selvatica per antonomasia, pur non presentando le foreste impenetrabili africane o le vastità glaciali dell'Asia centrale, che qui ti dà maggiormente l'idea dell'essere senza confini. 

Un infinito territorio che non riuscirai mai a valicare completamente. Anche i dintorni della città sono magnifici. Tutta l'Ocean road è un susseguirsi di panorami straordinari, ti fermi ogni cento metri per fotografare un diverso aspetto dei dodici apostoli e ne scopri di nuovi ad ogni curva e sempre più emozionanti. Talmente emozionanti che alla fine del giro, pasticciando sulla macchina fotografica digitale, una delle prime e della quale avevo ancora poca pratica, per l'emozione ho cancellato quasi completamente le immagini faticosamente riprese. Così mi sono rimaste pochissime immagini per provare la mia presenza sul quinto continente. Per fortuna che avevo on me anche una macchinetta Kodak usa e getta, per la serie non si sa mai. Però basta percorre per qualche chilometro la strada che porta ai monti Grampians, con i suoi rilievi dolci e ricoperti di verde e subito ti senti circondato da un elemento nuovo, diverso dai soliti a cui sei stato abituato. Insomma il posto, sottolineo, mi ha colpito molto favorevolmente, anche se non ho potuto viverlo davvero, essendomi potuto ritagliare solo pochissimo tempo per buttare un occhio attorno. Forse bisognerebbe starci almeno per qualche mese prima di sparare giudizi a casaccio, ma quel filetto di canguro che mi sono mandato giù in un locale della movida locale, la sera prima del ritorno, mi ha messo decisamente di umore positivo e così ho potuto affrontare le quasi ventiquattro ore necessarie al ritorno, con una filosofia di serena accettazione, facendomi considerare come assolutamente desiderabile il poter ritornare da quelle parti per farci un bel giro conoscitivo.

I giardini nella pista della F1

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