Visualizzazione post con etichetta Gobi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gobi. Mostra tutti i post

venerdì 21 novembre 2025

Seta 54 - Nel canyon di Bayanzag

Parco di Bayanzag - Gobi - Mongolia - Giugno 2025 - (foto T. Sofi)
 


Ci alziamo con calma. Il cielo è di nuovo imbronciato e sembra non voglia saperne di migliorare. Davvero non siamo molto fortunati, perché se è pur vero che non fa caldo, in ogni caso non siamo ancora in piena estate, col sole sarebbe un'altra cosa. Abbiamo preso la direzione nord, quella che ci allontana dalle sabbie del Gobi. Il paesaggio è sempre piuttosto brullo e popolato di basse montagne nere ed arcigne, nelle quali alla fine ci infiliamo attraverso una spaccatura che dà accesso ad una serie di canyon rocciosi e poco profondi. Non si vede nessuno all'orizzonte. Di tanto in tanto, da uno sperone un po' più alto si leva in volo un'aquila dal volo lento e planato. Il rapporto che i Mongoli hanno verso questi volatili è molto particolare, in quanto ogni animale che vola ha una congiunzione speciale col cielo, che è parte della natura divinizzata nella teogonia sciamanica che imperava prima dell'arrivo del buddismo e che ancora regola molti dei rapporti tra questo popolo e la natura. In Mongolia non ci si nutre quindi di animali che volano, perché si ritiene che uccidere degli uccelli sarebbe una turbativa nel rapporto col soprannaturale. Naturalmente questo patto non include le galline che alla fine sono ritenuti uccelli sui generis. Tra tutti i volatili, l'aquila ha un posto particolare ed il suo volo lento e maestoso la rende la vera regina del cielo. 

Oltretutto questo rapporto particolarissimo si cementa ancor più in molte parti del paese, col fatto noto che questi animali sono utilizzati per la caccia. Tutto ciò viene solennizzato in autunno in un famoso festival che si svolge nella parte occidentale del paese e che è diventato una notevole attrazione turistica. L'aquila aiuta il cacciatore nella cattura di piccoli animali come topi, serpenti e le marmotte che qui sono numerosissime. Anche questo è un animale molto importante nell'economia mongola, infatti oltre a fornire carne e pellicce, assai apprezzate nel rigido inverno, produce un particolare olio che oltre ad essere utilizzato in cucina, ha il grande vantaggio di rimanere liquido anche a bassissime temperature, tanto che viene utilizzato dai guardiani delle mandrie che rimangono all'aperto in inverno per evitare i congelamenti del volto, per non parlare dell'uso contro le scottature, le malattie della pelle. E' inoltre usato nella conciatura delle pelli che rappresentano ancora una grande importanza nell'economia pastorale locale. Purtroppo la marmotta ha un piccolissimo difetto, che è portatrice della peste bubbonica, che è ancora endemica da queste parti e che si trasmette facilmente mangiando la carne di animali malati. 

Credo che se te la becchi non sia una cosa bella, anche se non siamo più nel 1300. Ma allontaniamo questi pensieri negativi e continuiamo a procedere lungo la pista tortuosa tra le montagne. Ad un tratto davanti a noi, seminascosto tra due rocce protese sulla valle che si aprono in una stretta spaccatura, compare una figura che sembra sorvegliarci dall'alto. Le orecchie aguzze sono tese ad ascoltare. Il pelo ispido e grigio ne gonfia il collo, mentre il muso è alto e rivolto nella nostra direzione come se volesse controllare le nostre mosse. Sembra annusare l'aria, il nostro odore se gli arriva, non gli piace evidentemente. E' un grande lupo delle steppe, l'altro animale iconico della Mongolia. Questo animale è una figura mitica, quasi divinizzata, emblema di forza e di coraggio, alla quale viene riconosciuta una importanza vitale nel mantenimento dell'equilibrio naturale in questo mondo. Essendo infatti in cima alla catena alimentare, elimina soprattutto gli animali deboli ed in eccesso e limitando il numero dei selvatici evita una eccessiva depauperazione degli scarsi pascoli, mentre rafforza la razza di quelli allevati eliminando i meno resistenti e facendo sì che la specie fosse continuata dai più tenaci, cosa che benché non detta sembra valesse anche per gli uomini. 

In effetto la tradizione attribuisce la passata potenza del popolo mongolo proprio al lupo, che rappresenta quindi una figura quasi divina rispettata per la sua forza ed il suo coraggio. Rimaniamo un poco a guardarlo, mentre rimane immobile ad osservarci. Poi quasi di improvviso, un lampo passa nei suoi occhi gialli, un bagliore vivo di orgoglio o di paura e d'un balzo sparisce dietro le rocce. Una presenza che non lascia indifferenti e con cui questa gente convive nei pascoli indifesi, negli accampamenti isolati e circondati da greggi difesi solo da grandi cani da guardiania che, se ti avvicini si guardano intorno con occhi bassi e un brontolio sordo che gorgoglia in fondo alla gola, pronti ad attaccare alla gola chiunque voglia penetrare il loro territorio e tu vagli a dire che non sei un lupo ma un cristiano. Intanto facciamo ancora un po' di chilometri e il cielo si rischiara. Adesso la steppa si è appiattita e di tanto in tanto compaiono gruppi di animali al pascolo. Lontanissime vediamo anche alcune gazzelle, che tuttavia mostrano di non fidarsi troppo della presenza degli umani e filano via a grandi balzi. Evidentemente è carne di qualità ben conscia della possibilità di finire nella migliore dlele ipotesi, su una griglia. 

Intanto siamo quasi arrivati al parco di Bayazag, un'altra delle meraviglie naturalistiche di questo paese, situata nel deserto di Bulgan, che tecnicamente fa ancora parte del Gobi. Ci fermiamo davanti ad un paio di gher, dove una famigliola ha allestito anche una specie di banchetto che offre qualche collanina ai turisti che passano, inclusi un po' di cristalli, rocce e piccole parti di fossili, perché da queste parti si sono trovati giacimenti imponenti di animali preistorici e altra roba che risale a decine di milioni di anni fa, tra i quali esemplari perfetti di velociraptor e uova di dinosauro, adesso conservati nel museo della capitale. Gli compriamo qualche cosa anto per far girare il business e poi via verso il parco dove arriviamo poco dopo. Dopo  l'ingresso ci incamminiamo per il sentiero che conduce ai cosiddetti flaming cliffs, una serie di dirupi in cui il terreno si frange verso la piana sottostante, prodotti dalle erosioni in una roccia estremamente plastica e friabile. Subito si entra un una sorta di piccolo canyon circondati da pareti rosso fuoco dalle forme fantasiose. Attorno a te si allineano pinnacoli e torri, ognuna delle quali con il suo cappello di roccia grigia più dura e resistente che ne ha determinato la formazione stessa. 

Più avanti maestosi calanchi hanno scavato i fianchi della collina e mostrano una serie di fenditure parallele come se le le grandi unghie di un drago si fossero accanite a ferire il monte alla ricerca di un tesoro nascosto. Si procede nel tortuoso sentiero per quasi un chilometro, di belvedere in belvedere, ammirando la selva di funghi e di guglie che ci circondano. Di certo tornare qui a distanza di anni significherebbe vedere uno spettacolo ancora diverso, tanto appare tenera la roccia che, sottoposta alla forza del vento e della pioggia che se pur scarsa, di tanto in tanto arriverà, e degli altri elementi naturali come l'escursione termica che sbricioli ancor di più le superfici per lasciarne i frammenti alla furia di Eolo, che se li porti lontano scoprendo nuove forme, nuove costruzioni fantastiche. Per premiare la nostra costanza è uscito pure un poco di sole che infiamma le pareti incavate delle rocce, formando chiaroscuri delicati ed artistici. Bisogna concludere che il posto merita la sfacchinata per arrivarci. Quando ce ne andiamo è ormai passato mezzogiorno e procediamo abbastanza velocemente verso nord nella piattezza dell'altopiano dove non riesci ad orizzontarti per mancanza di punti di riferimento. Solo di tanto in tanto qualche gher lontana e la pista che si snoda in larghe curve ed infiniti rettilinei. 

Ci sono ancora all'incirca 170 km per raggiungere la città templare di Ongiin Khiid o almeno quel che ne rimane e per arrivarci ci mettiamo quasi quattro ore. Questo doveva essere un complesso decisamente maestoso, del tipo delle città monastiche del Gansu e del Tibet, sorto attorno al 1600 con almeno tre gruppi separati con decine di templi che sorgevano in diversi punti tra le colline attorno al fiume che scorre più in basso e che ospitava oltre mille monaci nel momento del suo maggior fulgore. Tutto fu completamente distrutto dalla furia devastante del dittatore Choibalsan nel 1939, che ispirandosi alle direttive staliniane, non solo le prendeva alla lettera, ma per voler essere più realista del re, ne amplificava se possibile, le direttive. Fu un vero e proprio massacro oltre alla devastazione di un patrimonio artistico di notevole importanza, così di questa vera e propria città, rimase solo una massa di rovine fumanti, alcune centinaia di monaci furono uccisi, gli altri dispersi nelle steppe. Oggi dello splendore passato non rimane che qualche rudere di muro smozzicato e qualche moncone di stupa completamente distrutti. 

Dell'oro delle guglie, del biancore accecante dei chorten e delle pagode, solo il ricordo portato lontano dal vento teso della steppa. Solo, isolato su un rilievo, negli anni duemila si è tentata la ricostruzione di un piccolo tempietto che tuttavia non riesce neppure lontanamente a riportare la memoria del passato splendore. All'interno un bambino che sta lì con compiti di guardiania e che si preoccupa soprattutto che si paghi il biglietto di ingresso, infatti appena ci vede comparire sulla soglia, corre a chiamare qualcuno, che poi risulterà essere la madre bigliettaia, non sia mai che scappiamo via senza pagare, visto che questo sarà forse l'unico magro introito familiare della giornata. A fianco un basso locale, una stanzone o poco più che conserva poveri oggetti ritrovati nel sito, tankhe sbriciolate, tracce di sculture in legno corroso, simulacri di pietra più resistenti alle ingiurie del tempo e degli uomini. Una sensazione di abbandono e di tristezza infinta, in un paesaggio popolato dagli spettri del passato. Ce ne veniamo via con lo spirito acciaccato scendendo lentamente l'erta sassosa. Adesso ci aspetta ancora una lunga strada per raggiungere la meta di stasera. Ma al nostro mezzo invece ci attende una sorpresa. Il nostro Nyamkaa sta trafficando attorno ad una gomma. Accidenti abbiamo bucato e qui comincia l'Odissea.

Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche  interessare:













giovedì 20 novembre 2025

Seta 53 - Le dune che cantano

Khongoryn Els - Parco del Gobi - Mongolia - giugno 2025 - (foto T. Sofi)

Le dune sono lì davanti ai nostri occhi, immense, altissime, di certo oltre i 200 metri, ai nostri fianchi si allungano a perdita d'occhio, una sfilata di colline ripide color oro, che all'infinito diventano giallo chiaro che sfuma nel bianco, colori resi ancora più intensi dal cielo grigio piombo. Nell'anfiteatro che sta davanti a quelle che probabilmente sono le più coreografiche e spettacolari, c'è parecchia gente, convenuta evidentemente dai tanti campi di gher che ci sono nella piana sottostante. Per accedervi siamo risaliti un poco, scavando profonde tracce nella sabbia, tuttavia abbastanza solida da consentire di arrivare fino ai piedi di quella che da sotto appare come l'erta scoscesa di una montagna che non è così semplice scalare. La maggior parte dei convenuti si disperde intorno, decisa unicamente a scattarsi selfie per immortalare il momento. Non c'è vento, cosa da un lato favorevole, perché consente di girare qua e là senza doversi preoccupare di mangiar troppa sabbia, dall'altra però non avremo probabilmente l'opportunità di sentire quello che viene chiamato il canto delle dune, visto che è proprio il vento che facendo rotolare i granelli gli uni contro gli altri, crea l'effetto. Quantomeno questa è la spiegazione scientifica del fenomeno. 

In queste, pare che, proprio perché qui la dimensione dei granelli è molto diversa, si odano una serie assai disparata di frequenze, tali da simulare davvero la sensazione di voci che chiamano i viandanti trascinandoli alla perdizione, facendoli definitivamente smarrire tra le dune. Mi incammino con calma verso la salita, cercando di capire dove è possibile per me arrivare. Il primo tratto è costituito da una serie di avvallamenti dove la sabbia ha una certa consistenza sotto i piedi e consente di camminare abbastanza regolarmente. Qua e là ci sono addirittura cespi stentati ma coriacei di erbe aridofile, che hanno anche un effetto di contenimento del terreno. Poi, a poco a poco la salita aumenta e ci metto un po' di tempo per risalire una grande duna che costituisce una sorta di anticima della catena principale tanto da farti arrivare ad un vero e proprio belvedere, dal quale la vista sulla piana in basso e sulla catena, adesso giallo chiara, è davvero notevole. Ancora un tratto quasi in piano e poi comincia la salita vera  e propria. Qui la sabbia cambia consistenza diventa più morbida, leggera, quasi impalpabile e cede decisamente sotto il peso del corpo che cerca di procedere. 

E anche qui, possiamo dire che non sono avvantaggiato. pazienza. Il piede affonda decisamente ed ogni passo in avanti comporta uno sforzo per disincagliarlo. Dopo un po', ho le scarpe completamente piene di sabbia e comincio ad arrancare con una certa fatica. Vedo altri disperati che stanno tentando la scalata, sono orientali, Coreani e Giapponesi, decisamente più attrezzati, hanno quasi tutti speciali calzari che avvolgono tutto l'arto inferiore, legati al ginocchio, rossi e tutti uguali, forniti evidentemente dalla loro organizzazione, questi dell'estremo oriente sono sempre molto forniti di ogni gadget necessario. Questo consente loro di procedere con meno fastidio, ma altrettanta fatica, perché affondano nello stesso modo. Forse ci vorrebbe qualcosa di simile alle racchette da neve. Bisognerebbe pensarci. Comunque capisco subito che non ce la potrò mai fare. Questa che è la parte più semplice della salita, mi ha già messo ko, ma vedo che superando anche l'ultima duna preliminare comincia l'ultimo tratto della salita, oltre cento metri, che si ergono quasi verticalmente lungo il fianco della duna principale, dove si è creata una fila di scalatori che procede quasi a tentoni, scavando un vero e proprio sentiero nella sabbia. 

Tiziana, con Gianluca e Lucy cominciano a salire, ma vedi subito che si procede come i gamberi, un passo avanti e poi se non sei più che attento, due indietro, nel bordo che sprofonda e non consente di appoggiare l'arto per risalire. Pure la fila, lentamente procede verso l'orlo superiore della duna che si stende orizzontale ed ondulato come la lama di una scimitarra turcomanna, abbandonata lì da qualche gyn, i geni malefici che abitano i sottosuoli dei deserti e che odiano essere disturbati specialmente dagli esseri umani, fastidiosi e malaccorti. A questo punto capisco che per me diventa impossibile andare oltre, bisogna riconoscere ed accettare i propri limiti, inutile farsi illusioni e quindi rimango lì a contemplare lo spettacolo, le ondulazioni magistrali degli strapiombi, i colori e le sfumature dalla sabbia, quelle del verde della piana dove lontano indovini i meandri del fiumiciattolo che si perde tra i pascoli. Si ferma vicino a me un Giapponese, neppure tanto giovane, che, completata la fatica, sta discendendo. Le fessure dei suoi occhi si allargano un poco, quando cerca di raccontarmi lo stupore e la meraviglia, per il mare di ondulazioni che si possono ammirare al di là dalla cresta. Mi vuol far sapere che ha 56 anni ed è molto orgoglioso dell'impresa, per la quale è ancora un po' affannato. così si siede vicino a me e mi mostra un po' di foto sul telefonino, contento di avercela fatta.  

Un distesa infinita di dune delle quali non riesci ad intravedere la fine e che illustra nel modo più esaustivi il concetto di deserto, quale di solito lo immaginiamo. Onde di sabbia che seppur lentamente si muovono spinte dal vento da milioni di anni. Tuttavia un velo di rimpianto c'è anche nel suo sguardo, oggi poco o niente vento, dunque nessuna canzone, né concerto di voci di spiriti gementi, oggi tra le sabbie, anche Ulisse deve rimanere deluso, le Sirene oggi dormono o semplicemente non hanno voglia di fare il loro lavoro, bisogna accettarlo. Poi se ne va con la caratteristica andatura a balzelloni che si usa quando cerchi di non sprofondare. Intanto i miei compari, che vedo ormai lontanissimi, continuano a procedere. Poi Tiziana, arrivata ai due terzi della rampa finale cede e torna indietro. Troppo faticoso e difficile continuare a tentare a salita. I due ragazzi invece con la gamba dei trentenni e anche meno, continuano a salire come cerbiatti ed in una mezz'oretta li vedo, puntini neri, che hanno raggiunto la meta e spariscono dietro la cresta. Anche loro mi parleranno di spettacolo indimenticabile, va be', si fa quel che si può, non pretendiamo l'impossibile, oltretutto avevo anche un polso rotto (senza saperlo naturalmente), che tenevo appoggiato come un bimbo addormentato sulla panza prominente e che, anche se non si  lamentava, tuttavia, mi era di un certo impedimento alla camminata regolare e ad un procedere più spedito. 

Sono stato un'oretta a godere di tutte le variazioni di luce mentre il sole scendeva alle mie spalle e dietro la grande duna. Basta mettersi un poco a lato, dietro un monticello, tra i ciuffi di erba e la gente chiassosa sparisce alla vista e anche dalle orecchio. Neanche più ti accorgi della schiera di ragazzotti che, muniti di padellini di plastica, gli stessi che si usano sulle piste da sci, di cui evidentemente si sono appositamente attrezzati, si lasciano scivolare a precipizio lungo il fianco della duna, acquistando via via sempre maggiore velocità fino ad arrivare al fondo dove rotolano felici in una nuvola di polvere gialla. Accidenti, di certo Marco Polo non se li sarebbe immaginati questi epigono del Catai o di Zi Ban Guo, che si scatenano senza paura in questo mondo che a lui pareva così sperduto nel nulla. Neanche si sarebbe immaginato che tra un paio di giorni questi saranno già comodamente a casa loro, mentre lui ci avrebbe messo un paio d'anni a fare lo stesso percorso. Come cambia il mondo. Noi allora ritorniamo alla nostra gher, a trascorrere una notte tranquilla senza il timore di essere trascinati dai gym, a perderci nel deserto. Il cielo è completamente coperto di nubi Neanche questa notte si potrà vedere la stellata che come una coperta trapuntata di luci, vegliava la notte dei pastori erranti nell'Asia.

Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche  interessare:



25 - A Xining






mercoledì 19 novembre 2025

Seta 52 - Il parco del Gobi

 Temporaneamente senza fotografie per cause tecniche

L'asfalto dura poco, è solo un attimo di speranza fino a quando non scompaiono alle tue spalle le ultime gher della periferia della città, ancora tracce di presenza umana sui rilievi lontani, poi di nuovo il nulla. La natura primordiale che ti circonda, gli spazi ondulati ricoperti di peluria verde, come l'epidermide di un pianeta alieno che rifiuta di essere abitato da presenze umane, scorrono lentamente ai tuoi fianchi. Dopo un'oretta la pista diventa un poco più difficile e tortuosa ed entriamo in una valla larghissima ai bordi della quale si intravedono bassi rilievi, lontani da entrambi i lati. Si nota che il terreno qui è più umido dal fatto che l'erba è un po' più fitta ed un poco più verde. A tratti, mandrie di armenti brucano sparse, cammelli, vacche e lontani, i piccoli cavalli per i quali l'esercito di Gengis khan era famoso. Sono piccoli, in genere bai con lunghe criniere e code nerissime. Alle prime appaiono piuttosto grassocci e con le zampe un poco più corte di quanto siamo abituati, ma caracollano spediti con le froge al vento, che comunque continua a soffiare con una certa intensità, facendo piegare gli steli dell'erba sempre nella stessa direzione. Da stamattina avremo percorso un centinaio di chilometri, la pista non consente una gran velocità, ma non abbiamo più incrociato nessuno. 

I proprietari degli animali che abbiamo incontrato saranno lontani nella steppa a radunare qualche bestia dispersa con le loro motociclette scoppiettanti, oppure saranno andati fino a qualche paese sperso nel nulla a procurarsi qualcosa di assolutamente necessario. Alfine incontriamo un gruppetto di uomini che si affanna attorno a qualche decina di animali. Sono tutte cavalle, che hanno partorito da poco. I puledri, sono legati ad una lunga corda con poche possibilità di movimento; alcuni, forse nati da poco, sdraiati a terra, altri un po' più grandicelli che cercano di divincolarsi. Le giumente si aggirano attorno a fatica, impastoiate perché non si allontanino e si guardano attorno forse in cerca del loro nato. Gli uomini le stanno mungendo; raccolgono il poco latte strizzando i capezzoli magri e sporgenti, in grandi secchi, prima di metterlo in appositi bidoni di metallo. E' la stagione in cui si produce questo particolare prodotto, il latte di giumenta inacidito, che pare sia considerato un toccasana assoluto per la salute e del quale i Mongoli fanno un consumo notevole. Dopo la raccolta e la filtrazione, il latte un tempo veniva messo in orci e, dopo l'aggiunta di un po' altro di latte fermentato per innescare il processo, veniva appeso alla sella del cavallo in modo che fosse a lungo sbattuto fino a inacidimento concluso. 

Si dice che il prodotto vada scrollato almeno 10.000 volte prima di arrivare alla maturazione perfetta e di certo oggi si utilizzeranno metodi meno tradizionali, ma il risultato sarà il medesimo. Gli animali si lasciano mungere tranquillamente e gli allevatori svolgono la pratica piuttosto allegramente, sembrano contenti e divertiti dal fatto che ci interessiamo al loro lavoro. Naturalmente ci offrono subito tazze fumanti di latte appena munto e anche altro, credo che sia appunto l famoso prodotto di fermentazione che viene chiamato Cege, almeno mi sembra, ma rifiutiamo cortesemente, l'ultima cosa di cui abbiamo bisogno in questa landa è l'insorgenza di problemi intestinali, al di là delle sue miracolose proprietà terapeutiche che di certo saranno pure straordinarie, ma diciamo che stiamo bene così. Solo i puledri sembrano piuttosto mogi per la deprivazione del prodotto che doveva essere loro destinato, ma come sempre se ne faranno una ragione. Sembrano piuttosto magri e macilenti, ma pare che questa particolare razza abbia una resistenza estrema tanto che passano all'aperto tutto l'anno sopportando senza problemi o quasi, dai +35 C° ai - 35 C°, insomma una bella escursione, non c'è che dire, grazie alla loro pelliccia, che si nota subito per essere piuttosto folta.

Alla fine riprendiamo la nostra strada, avvicinandoci al rilievo alla nostra sinistra, che si distingue per il suo colore chiaro quasi si trattasse di asperità coperte ancora di neve. Invece si tratta semplicemente delle dune di sabbia del Khongoryn Els, la parte estrema del deserto del  Gobi che presenta un fronte sabbioso lungo oltre cento chilometri e largo  una decina. All'incirca 1000 chilometri quadrati di dune alte fino a trecento metri, tra le più affascinanti del mondo. Il vento qui soffia implacabile e in particolari momenti della giornata provoca una serie di suoni che sembrano riprodurre voci, musiche, richiami misteriosi e gemiti sommessi, tanto da meritarsi il nome di Dune che cantano. Il fenomeno, che già avevamo visto in Cina e che pare sia udibile anche in altre parti del mondo come Marocco o Oman, è stato studiato scientificamente e si è compreso che i suoni sono provocati dallo sfregamento dei granelli tra di loro e la tonalità varia in riferimento al diametro dei granelli stessi con frequenze che vanno dal re al fa diesis. Certo che a Marco Polo, capitato da queste parti forse proprio per la curiosità di provare questa emozione, questa situazione colpì molto, visto che racconta di viaggiatori rimasti indietro dalla loro carovana e persi fra le sabbie, là attirati da queste malie: … quando vuole poi andare per giugnere li compagni, ode parlare spiriti in aire e lì si perde per sempre… E molte volte ode l’uomo molti istormenti in aria e propiamente tamburi. 

Chi sa se anche lui ha voluti fermarsi ad ascoltarli con la curiosità di un Ulisse che non voleva rinunciare a conoscere il canto delle sirene! Certo erano altri tempi e queste cose venivano favoleggiate in maniera diversa, ma certo che il luogo ha un suo fascino particolare. Noi intanto continuiamo a percorrere la parte bassa della valle e la pista è diventata talmente sabbiosa che c'è pericolo di piantarsi negli avvallamenti. Non facciamo che dircelo continuamente, così che quando una cosa la chiami, alla fine arriva. Eccoci dunque che, dopo un po' di gira e volta, un avvallamento più profondo accoglie le ruote del nostro pulmino con la carezzevole abbraccio della sabbia più morbida, la velocità decresce di colpo, il motore arranca un po' girando a vuoto ed eccola là, sprofondiamo definitivamente rimanendo immobili con le ruote che scovolano scavando fino a non uscirne più fuori. Porco qui, porco là, si scende tutti, ma l'autista non sembra minimamente preoccupato, evidentemente è cosa che succede normalmente, purtroppo noto che non dispone della minima attrezzatura per cavarsi di impiccio in questi casi, che credo siano piuttosto frequenti. Si ferma intanto un altro pulmino, carico di Coreani, ancora meno attrezzato, niente pale o liste di metallo da mettere sotto le ruote. Tutti cominciano però a scavare sotto gli pneumatici impiantati, con mezzi di fortuna, pezzi di legno e pietre che poi vengono messe sotto le ruote stesse a formare una sorta di percorso più solido. 

Alla fine con un po' di volonterose spinte da parte di tutti ne veniamo fuori e si riprende il cammino, con grandi saluti al gruppo di ragazzi coreani che hanno dato una mano. Se ho capito bene, quando c'è una macchina ferma, tutti si aiutano l'un l'altro, è praticamente un obbligo morale che non viene disconosciuto da nessuno, la solidarietà del deserto. Proseguiamo lungo la pista sempre più tortuosa, avvicinandoci sempre di più alla barriera di dune che ormai sono arrivate alla loro massima altezza, formando un cordone giallo e imponente che strapiomba verso il basso e contrasta con il verde della valle. Di tanto in tanto gruppi di gher compaiono alla nostra destra, segno che in molti arrivano da queste parti attratti dalla notorietà del posto che è al centro del parco nazionale del Gobi Gurvai saikhan. Alla fine arriviamo ad un gruppetto di sei gher, piuttosto isolato, proprio di fronte alle dune. Un'ansa del fiumiciattolo che scorre al centro della valle lo separa in parte da altri accampamenti più lontani, che si vedono all'orizzonte. Siamo arrivati a casa di Nyamkaa, il nostro autista, che poi non è altro che la gher un po' più defilata all'estremità del gruppetto. 

Accorrono padre e madre, non ci sono segni di stupore per il fatto che siamo in ritardo più o meno di un giorno intero sulla tabella di marcia, evidentemente, come ho già detto, da queste parti il tempo non conta, cosa volete che significhi oggi, ieri, domani, conta solo il fatto che sei arrivato e per prima cosa devi mangiare qualche cos. Ecco che compaiono come per magia, prima una buona dose di tè arricchito di grasso latte di non so cosa, e poi diversi piatti con pollo, uova fritte, verdure e riso, che mangiamo di gusto accoccolati sugli sgabellotti in dotazione alla gher. L'accampamento, evidentemente usato solo a scopo turistico, ha un po' il sembiante di un camping, con docce e bagni in fondo al cortile. Ci sono cammelli che pascolano vicini, ma a disposizione per chi vuole andare a farsi un giro per provare l'ebbrezza della carovana che attraversa la steppa. Noi avendo già avuto modo più volte di trafficare con dromedari, bestie ancor più spocchiose di questi che hanno un aria assai bonacciona, passiamo la mano. Intanto sta arrivando la sera ed è venuta l'ora di fare i pochi chilometri che ci separano dalla fila di dune che ormai incombe davanti a noi cime una barriera apparentemente invalicabile. Non ci resta che andare rimane ancora più di un'oretta prima che il sole tramonti. E' l'ora d'oro che tutti i fotografi aspettano ansiosi ed a cui anche noi, dilettanti dell'obiettivo non possiamo rinunciare. 




Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche  interessare:



25 - A Xining












Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!