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sabato 7 novembre 2020

Luoghi del cuore 84: Tra gli alti passi tibetani


Il lago Yamdrok - Tibet - Cina - agosto 2005


Donna Cam
Il problema intanto è quello di riuscire a respirare, un po' come la faccenda del Covid. Ti senti il petto pesante, fai un grande sforzo, ma di aria e di ossigeno sembra che non ce ne sia mai abbastanza, così fai due passi e ti devi fermare, meglio se ti puoi sedere. Però, vuoi vedere uno dei luoghi più interessanti del mondo, il Tibet? Allora, se il bello vuoi vedere, un po' devi soffrire, nel senso di far fatica fisicamente. E se arrampicarti su qualche sentiero scosceso per goderti un monastero da una posizione più favorevole diventa subito una tortura, pazienza. Feci non più di cento metri per fare una foto dietro alle torri dorate di Ganden a Tzetang, una ripida salita tra serti di bandiere colorate che si agitavano al vento teso del nord e appena arrivato in cima, mi prese secco, un violento conato di vomito perché a 4500metri bisogna camminare lentamente, fermandosi ad ogni passo. Così non bisogna avere fretta di sparare giudizi improvvidi e apparentemente evidenti sulle questioni politiche locali. E' facile venire abbagliati da quello che sembra così facile da capire, magari conquistato dalla simpatia della tua guida tibetana, una giovane ragazza dall'occhio triste a cui chiesi cosa ne pensava della nuova ferrovia che avrebbe raggiunto Lhasa in fase di ultimazione e che mi rispose: - Servirà solo a portare qui altri cinesi-. Bisogna andarci con mente aperta e senza preconcetti, cosa inusuale, ma almeno tentare è già positivo, si possono portare a casa riflessioni interessanti. Magari uno crede o è convinto di certe cose, poi, guardando con i propri occhi, ascoltando campane diverse, comincia a far lavorare il santo germe del dubbio che dovrebbe stare sempre nella testa delle persone pensanti. 

Tibetano
Dare più spazio al relativismo e cercare di restringere quello delle certezze assolute. Magari partendo da osservazioni marginali, teoricamente di poca importanza. Ad esempio, uno degli animali più conosciuti ed ammirati della zona è lo yak (Bos grunniens mutus), tutti i turisti sono bramosi di toccare con mano questo magnifico animale che, puro tra le vette, sa vivere nella rarefazione dell'alta quota permettendo che la vita si svolga anche lassù. Come sempre, però le cose vanno interpretate e capite. Sì, popolava un tempo solitario gli altipiani dall'aria fine, ma era (ed è) animale stizzoso, per nulla docile all'aiuto dell'uomo con le sue bizze fastidiose e le sue bizzarrie continue. Ma verso il suo territorio, col tempo ci fu una continua infiltrazione di bovini (bos taurus), possiamo dire uno stillicidio di migrazione clandestina di animalacci dediti a faticare senza lamentarsi che, pur molto malvisti dai duri e puri, hanno cominciato a mescolarsi con gli aristocratici yak, dando luogo a sempre più frequenti incroci. Si potrebbe dire un meticciato provocato dalla globalizzazione. Questi ultimi chiamati Dzo o Dzopkio, assai più resistenti e validi (probabilmente anche più intelligenti) che assommano i pregi di entrambe le razze, sono ormai la maggioranza assoluta sul territorio. E' un po' la storia del mulo, insomma. Forse qualche gruppo di yak ha cercato di contrastare questo andazzo, non gli andava certo di spartire il territorio con i nuovi venuti, sporchi di letame e incolti al massimo, che, tra l'altro, si sdraiavano dappertutto senza rispettare le tradizioni e le convenienze, se potevano si acchiappavano le femmine e muggivano anche in un modo del tutto incomprensibile, ma la storia compie inevitabile il suo corso ed è difficile opporsi. 

A 5400 metri

Inoltre gli yak, a suo tempo non avranno avuto neanche giornali o capi partito o non avranno potuto formare leghe o gruppi per opporsi al destino che incombeva inevitabile. Ma tant'è così sono andate le cose nel lontano Tibet. Tra l'altro, se ci andate, evitate di chiedere, come ho fatto io, informazioni agli abitanti, sul famoso burro di yak, che è un po' la bevanda nazionale. Infatti lo Yak è un nome riferito soltanto al maschio della specie, la femmina si chiama Dri, un po' come toro e vacca e chiedere del burro di yak ha un significato assolutamente disdicevole. Così tanto per rimarcare il problema la mancanza d'aria, eravamo arrivati al limite delle nevi eterne a 5400 metri, scavallando un passo dove scesi dall'auto solo per scattare una foto e risalendo poi le pendici di un'altra valle solitaria arrivammo ai 4794 metri del passo di Kampa-la che ci accolsero con una sgradevole sensazione di difficoltà respiratoria. Ecco, cali giù dalla Toyota e fatichi a camminare, a respirare, pensi che sei praticamente in cima al Monte Bianco e invece intorno a te le montagne crescono come i funghi da lì in su. Guardi in alto e capisci perché in tutte le tangke tibetane appese alle parete dei templi il cielo sia così indaco, sempre cosparso di sbuffi bianchi di nuvole. Camminando lentamente tra i fasci di bandiere di preghiera colorate che sventolano nel vento teso e gelido, portando in alto le loro richieste di aiuto, arrivai a vedere, poco più sotto, la superficie piatta di turchese del lago Yamdrok Tso che si insinua tra le vallette laterali come un polipo dai cento tentacoli, un lago sacro nel deserto dell'alta quota. 

Ragazze al mercato

Sei in Tibet, ma se sei cinese il lago si chiama Yamzho Yumko e non è poi molto sacro, anzi, con il tipico pragmatismo cinese, si trova in una posizione straordinaria per fare una condotta forzata di oltre mille metri di dislivello che generi energia di cui il nostro mondo (sottolineo, il nostro) è perennemente affamato. I tibetani hanno guardato l'operazione con grande disapprovazione e si sono messi, metaforicamente, sulla riva del lago ad aspettare. Non ci sono immissari, quindi è prevedibile che la continua emunzione di acque farà scendere il livello del lago fino a farlo sparire e qui casca l'asino. Perché i cinesi non lo sospettano o quanto meno se ne fregano, ma tutti sanno che in fondo al lago, da ere immemorabili è tenuta prigioniera e incatenata una orchessa malefica che, una volta liberata dal peso delle acque, spezzerà le sue catene dorate e distruggerà il mondo, quantomeno la Cina. Per questo forse, i tibetani che transitano dal passo con gli yak o le mandrie di capre, dopo aver messo una ulteriore pietra sui monticelli lasciati dai viaggiatori che li hanno preceduti, guardano il lago e sogghignano a lungo, stringendo gli occhi come fessure scavate nella carne. Quelli a cui raccontano la storia ridono e li prendono un po' in giro. Ma i pastori non sono come i ragazzi impazienti che tirano pietre a Lhasa o bruciano qualche negozio e magari rischiano la vita. Raccontano a te, che ansimi camminando piano per raggiungere l'auto e che guardi un po' smagato i monaci col telefonino che si messaggiano durante la preghiera nel gompa di Sera, una frase famosa di Guru Rimpoche scritta in un rotolo di pergamena del XV secolo:- Quando l'uccello di ferro volerà ed i cavalli correranno sulle ruote, il popolo tibetano sarà sparso per il mondo.- e le fessure sorridono ammiccanti. Loro aspettano. 

Monastero diTzetang

Certo che se andiamo a  rileggere il Milione per vedere cosa si racconta di questa parte del mondo, scopriamo che il giudizio che dà il nostro Marco sui tibetani è abbastanza tranchant, però è assai curioso che corrisponda appieno alla considerazione che degli stessi hanno i cinesi odierni, per non parlare dei loro vicini a sud, nepalesi e indiani. Dobbiamo ragionare su questo marchio di infamia che accompagna da sempre tutte le popolazioni nomadi del mondo, che sono viste dagli stanziali, come troppo liberi (non andiamo a discettare dei loro costumi sessuali, decisamente disinibiti e che prevedono addirittura la poliandria) e per questo pericolosi a prescindere, a parte il fatto che gli stessi tibetani considerano la regione più vasta del loro territorio, la provincia di Kham, popolata di banditi e ladroni. La realtà è dunque che da sempre tra la Cina e questa sua regione (già allora inclusa e facente parte dell'impero) c'era una prevenzione di tipo etnico, cordialmente ricambiata dai tibetani stessi. C'è poco da fare, come gli zingari, i cinesi li hanno sempre considerati solo dei truffatori mestatori dell'occulto, stregoni, strologhi e fattucchieri e certamente questo è l'aspetto che più colpisce e affascina il viaggiatore, i templi, le statue terrifiche a loro guardie. Le leggende che li circondano e che lo fanno rimanere a bocca spalancata di fronte ai fuochi dei bivacchi, sorbendosi un delicato thé al burro rancido (spiegazione logica della riuscita di digiuni monacali prolungati che fa anche bene alle labbra vista la quota se riuscite a buttarlo giù) di fronte a racconti di miracolose levitazioni o di trasmissione a distanza del pensiero. E per la verità ho assistito anch'io a quest'ultimo miracolo telepatico, come da allegata prova fotografica qui sotto.

Trasmissione a distanza del pensiero


Preghiera al monastero di Sera
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mercoledì 4 dicembre 2013

Globalizzazione del pensiero.

Tanka tibetana del MAO di Torino

Già la globalizzazione! E pensare che la maggior parte di quelli che te la raccontano, sostengono che è una rogna di questi ultimi decenni, mettendone in evidenza solo le poche parti negative e trascurandone tutti i vantaggi. Beati i buoni tempi antichi dove la gente se ne stava chiusa nella sua città murata e a Frittole manco si sapeva se a Firenze c'era un sindaco rompiglione. Ma sarà stato davvero così o anche un tempo le notizie correvano senza telefonino? Oggi ve ne racconto una curiosa. Di certo sapete tutti che Giulio Cesare fu talmente grande e famoso da far diventare il suo nome l'antonomasia per il condottiero al comando di uno stato. Dopo di lui tutti gli imperatori si fregiarono del titolo di Cesare e il nome stesso Cesare (in latino Caesar pronunciato con la C dura) è passato in altre lingue ad indicare l'imperatore, come nel tedesco Kaiser e nel russo Czar. Fin qua nulla di nuovo, d'altra parte la mala pianta dei romani aveva conquistato tutta l'Europa ed il Mediterraneo quindi è nella logica che la sua cultura abbia permeato questa parte di mondo. Ma allora c'era una cesura netta data da forti barriere geografiche quasi insormontabili tra il nostro e gli altri mondi. Eppure la conoscenza della potenza di Roma era arrivata anche nel lontano Oriente, con cui avvenivano comunque fior di scambi, mediati da quei furbacchioni di arabi che naturalmente lasciavano filtrare meno notizie possibili, per poter continuare a fare grassi guadagni rivendendo le merci orientali spacciandole per proprie, diciamo che era uno dei primi tarocchi mercantili.. 

Perché la storia è sempre la stessa, conoscenza è potere e il commercio e gli scambi sono sempre stati la vera linfa creativa della nostra specie. La potenza militare va loro al seguito, buona ultima, della cultura. I mercanti sono sempre stati quelli che hanno fatto crescere il mondo nel bene e anche soprattutto nel male. Dunque oltre agli annali dell'impero cinese, in cui si parla di Roma, della potenza e della ricchezza di quell'impero lontano, del grande signore An Tun (l'imperatore Antonino Pio) che snobbò gli ambasciatori del Regno di Mezzo che gli avevano recato doni (ma in quel momento c'era a Roma la peste e quel gruppo di barbari Sini furono presi per una piccola tribù di chissà dove senza importanza), c'è qualche traccia di Roma in quel mondo? Avrete notato quel signore a cavallo raffigurato in una tanka tibetana del XV secolo esposta al MAO di Torino, Museo straordinario per conoscere arti e culture orientali, forse unico in Italia e pertanto giustamente ignorato e sempre sul punto di chiudere i battenti. Si tratta di un semidio del pantheon buddista tibetano, guerriero straordinario e conquistatore implacabile, feroce con i nemici ma saggio governante di uomini che domina su una lontana città, capitale di un regno ricchissimo. Il suo nome? Gesar Kh'Rom. Certo appare bizzarro e incredibile che tra gli altipiani oltre l'Himalaya sia arrivato il nome di Cesare di Roma. Pure tracce di questa leggenda risalgono a prima del V secolo e da allora il personaggio, con le sue gesta mirabolanti è stato sempre presente nei racconti guerreschi fino a creare una saga epica di racconti di fatti eroici che da quasi 1000 anni gira in Oriente. (vedi la bella voce su Epic of King Gesar su Wikipedia). 

Il personaggio, via di mezzo tra Artù e Orlando è presente nelle letteratura del Tibet come Ge-Sar Gyal Po, in quella mongola come Gesar Khan, nella Russia siberiana come Geser o Kesar,  in un ciclo epico fin dal XII secolo, signore del leggendario regno di Ling (nel cinese antico Roma era chiamata 拂菻:- Fúlǐn - La foresta che si oppone). Tutta questa tradizione è stata mantenuta viva attraverso i secoli dalla tradizione orale dei cantori e dei bardi dell'Asia Centrale dal X secolo in poi, guarda che strane coincidenze come da noi cantori e menestreli) e di cui si trovano tracce in molte minoranze cinesi dai Bai, ai Naxi, agli Yuguri, così come nelle storie dei Kalmucchi, gli Hunza pakistani ed i Ladakhi dell'India del nord. Pensate che il secondo re del Buthan teneva a corte un bardo specializzato nei racconti epici di Gesar che sono stati raccolti in 31 volumi. Dal punto di vista etimologico il concetto di Cesare è passato attraverso il Bizantino Καῖσαρ al Turco Phrom Kesar nominato poi nella Bactriana (Iran e Afganistan) e noto già nell'VIII secolo come lontano cognato di un epico re locale, arrivando quindi in Tibet come Phrom o Kh'Rom Gesar, uno dei Re delle quattro direzioni (quella dell'Ovest) già nel X secolo da leggende precedenti. L'epica turca fa poi riferimento ad un Fromo Kesaro a capo nell'VIII di un esercito arabo invasore. Direi che ce n'è abbastanza per riflettere un po' sulla globalizzazione. L'uomo è un animale mercantile che accoppia alla voglia di arricchirsi anche quella di conoscere e raccontare. E' un po' come un'ape operosa che andando lontano a bottinare sparge qua e là granuli preziosi di polline che feconda alberi lontani.

Gesar Krom da Wiki



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sabato 15 gennaio 2011

Il Milione 35: Escort e corallo.


Strade deserte e difficili, passi solitari, sentieri erti o stradine terrose che ruotano attorno ai templi, il Tibet ti appare sempre e comunque selvatico e misterioso. Negli sguardi di chi incontri, negli animali, essi stessi selvatici, nei poveri indumenti della gente, come ricorda il nostro Marco "che il loro vestire è di canavacci e di pelle di bestie", ritrovi l'isolamento montanaro e la solitudine delle tribù dei deserti assieme ai loro usi particolari. Sono questi che alla fine incuriosiscono il viaggiatore, che se li fa raccontare, spesso con prurigine malcelata attorno al fuoco degli accampamenti tra risolini e sogghigni, masticando la tsampa o una delle povere minestre d'orzo (vedi la ricetta da Acquaviva), nelle poche varianti che può dare, a queste quote, la ridotta disponibilità di ingredienti. L'aria è sempre fine, il cielo di un indaco scuro con fiocchi di nubi bianchissime che paiono riccioli di burro in cerca delle guglie del tempio a cui legarsi. Le ragazze ti passano accanto ostentando copricapi ricoperti di pietre e lanciando occhiate furtive al viaggiatore incuriosito forse oggi come allora. Racconta Marco Polo:
Cap. 114/115

In questo luogo àvvi l'oro in paglieola in grande quantità, e quivi si espande l'azzurro (i turchesi) e lo coraglio e èvi molto caro, ch'egli lo pongono al collo di loro femmine e ànnolo per grande gioia.

E come non si può rimanere colpiti da questa ostentazione di rosso e azzurro, in pietre grezze, ma elegantemente raccolte e formare collane, pendenti e ornamenti di tutti i tipi che le ragazze mostrano con orgoglio, forse a riprova delle antiche usanze che tanto affascinavano il nostro giovane viaggiatore, sentiamo come continua il libro:

...Questo Tebet è una grandissima provincia. Quivi àe uno cotale costume di maritare che vi dirò. Egli è vero che niuno uomo piglierebbe neuna pulzella per moglie e dicon che non vale nulla, se non è costumata co molti uomini. E quando li mercatanti passano per queste contrade (questo sempre come guida di utili consigli), le vecchie tengon le loro figliuole sulle strade e per gli alberghi e per loro tende e fannole giacere con questi mercatanti e poscia le maritano. E quando il mercatante à fatto il suo volere, conviene che le doni qualche gioia (noblesse oblige) acciò che la pulcella mostri come altri àe avuto a fare seco; e quella ch'à più gioie e più belle, è segno che più uomini sono giaciuti con essa e più tosto si marita. E anzi che si possa maritare conviene ch'abbia almeno 20 segnali al collo per mostrare che molti uomini abbia avuti e quella che n'àe di più è tenuta migiore e più graziosa che le altre.

Così quando passeggi a Lasha attorno al Jokang o quando respiri a fatica lungo l'erta sassosa che ti conduce a un monastero, siedi su una pietra a riposare e porta con te gli sguardi languidi che le ragazze lanciano al passare. Il taglio esotico dei loro occhi brilla come il giaietto. Le pietre rosse e azzurre spiccano orgogliose tra i capelli neri, corone di colore che scendono ad ornare il collo delicato in volute complesse. Passano girando appena il capo, lasciando dietro di sé, forse, l'ombra del sorriso malizioso delle loro nonne.




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domenica 9 gennaio 2011

Il Milone 34: Tibet misterioso.


Sono ormai molti giorni che abbiamo lasciato il nostro Marco Polo, inviato del Khan, in giro per la Cina. Sappiamo che non è uno che stava con le mani in mano. Ed eccolo qua, lo abbiamo perso di vista per un attimo e lui già se ne va ad esplorare nientemeno che le desolate ed immense lande tibetane.

Cap. 114/115

..Tebèt è una grandissima provincia e l’uomo va per queste contrade 20 giornate e non truova né alberghi né vivande, ma deve portarne per sé e sue bestie, tuttavia trovando fiere pessime e molto pericolose...e v’à molte castella tutti guasti... la gente è idola e malvagia, che non ànno per niuno peccato di far male e di rubare e sono molto grandi ladroni e si vestono poveramente di canavacci e pelli e di bucherain…

Ora il giudizio che dà il nostro Marco sui tibetani è abbastanza tranchant, però è assai curioso che corrisponda appieno alla considerazione che degli stessi hanno i cinesi odierni, per non parlare dei loro vicini a sud, nepalesi e indiani. Dobbiamo ragionare su questo marchio di infamia che accompagna da sempre tutte le popolazioni nomadi del mondo, che sono viste dagli stanziali, come troppo liberi e per questo pericolosi a prescindere, a parte il fatto che gli stessi tibetani considerano la regione più vasta del loro territorio, la provincia di Kham, popolata di banditi e ladroni. La realtà è dunque che da sempre tra la Cina e questa sua regione (già allora inclusa e facente parte dell'impero) c'era una prevenzione di tipo etnico, cordialmente ricambiata dai tibetani stessi. Ma di certo quello che più colpisce il nostro esploratore sono esattamente le stesse sensazioni che attraggono il visitatore dei nostri tempi. Anche io sono rimasto attonito di fronte agli spazi sconfinati e deserti, al senso di abbadono di fronte alle costruzioni isolate abbarbicate ai crinali delle montagne, alla presunta selvaticità dei rari personaggi incontrati lungo le piste e gli alti passi. Una regione estrema dove con facilità la trascendenza ha la meglio sulla ragione e dove l'indimostrabile prevale e si rafforza aiutato dalla rudezza della natura che lo circonda.
Cap 114/115

…e quivi àe molti romitaggi
e badie e monisteri di loro legge……e questi fanno grande affumata dinnanzi agli idoli, di buone spezie e con grandi canti chè ciascuno à propria festa come li nostri santi… …e credon in idoli assai e strani e terribili…e ànno li più savi incantatori e strologi che siano, ch’egli fanno tali cose per opera di diavoli che non si vuole contare in questo libro che troppo maraviglierebbero…
Certamente questo è l'aspetto che più colpisce e affascina il viaggiatore, i templi, le statue terrifiche a loro guardia. Le leggende che li circondano e che lo fanno rimanere a bocca spalancata di fronte ai fuochi dei bivacchi, sorbendosi un delicato thé al burro rancido (spiegazione logica della riuscita di digiuni monacali prolungati che fa anche bene alle labbra vista la quota se riuscite a buttarlo giù) di fronte a racconti di miracolose levitazioni o di trasmissione a distanza del pensiero. Come ho già detto ho assistito anch'io a quest'ultimo miracolo telepatico, come da allegata prova fotografica.




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martedì 22 settembre 2009

Yak e tori.


Se meditate un viaggio che abbia molti punti di interesse e magari anche diversi spunti di riflessione, vi consiglierei di progettare un paio di settimane (almeno) in Tibet. Non è difficile, con internet a disposizione, e se ci andate con mente aperta e senza preconcetti, cosa inusuale, ma almeno tentare è già positivo, si possono portare a casa riflessioni interessanti. Magari uno crede o è convinto di certe cose, poi, guardando con i propri occhi, ascoltando campane diverse, comincia a far lavorare il santo germe del dubbio che dovrebbe stare nella testa delle persone pensanti. Dare più spazio al relativismo e cercare di restringere quello delle certezze assolute. Magari partendo da osservazioni marginali, teoricamente di poca importanza. Ad esempio, uno degli animali più conosciuti ed ammirati della zona è lo yak (Bos grunniens mutus), tutti i turisti sono bramosi di toccare con mano questo magnifico animale che, puro tra le vette, sa vivere nella rarefazione dell'alta quota permettendo che la vità si svolga anche lassù. Come sempre, però le cose vanno interpretate e capite. Sì, popolava un tempo solitario gli altipiani dall'aria fine, ma era (ed è) animale stizzoso, per nulla docile all'aiuto dell'uomo con le sue bizze fastidiose e le sue bizzarrie continue. Ma verso il suo territorio, col tempo ci fu una continua infiltrazione di bovini (bos taurus), possiamo dire uno stillicidio di migrazione clandestina di animalacci dediti a faticare senza lamentarsi che, pur molto malvisti dai duri e puri, hanno cominciato a mescolarsi con gli aristocratici yak, dando luogo a sempre più frequenti incroci. Questi ultimi chiamati Dzo o Dzopkio, assai più resistenti e validi (probabilmente anche più intelligenti) che assommano i pregi di entrambe le razze, sono ormai la maggioranza assoluta sul territorio. E' un po' la storia del mulo, insomma. Forse qualche gruppo di yak ha cercato di contrastare questo andazzo, non gli andava certo di spartire il territorio con i nuovi venuti, sporchi di letame e incolti al massimo, che, tra l'altro, si sdraiavano dappertutto senza rispettare le tradizioni e le convenienze, se potevano si acchiappavano le femmine e muggivano anche in un modo del tutto incomprensibile, ma la storia compie inevitabile il suo corso ed è difficile opporsi. Inoltre gli yak, a suo tempo non avranno avuto neanche giornali o capi partito o non avranno potuto formare leghe o gruppi per opporsi al destino che incombeva inevitabile. Ma tant'è così sono andate le cose nel lontano Tibet. Tra l'altro, se ci andate, evitate di chiedere, come ho fatto io, informazioni agli abitanti, sul famoso burro di yak, che è un po' la bevanda nazionale. Infatti lo Yak è un nome riferito soltanto al maschio della specie, la femmina si chiama Dri, un po' come toro e vacca e chiedere del burro di yak ha un significato assolutamente disdicevole.

giovedì 12 febbraio 2009

Mao o Gesar?

Chi, come me, è attratto dal fascino dlela cultura orientale, non dovrebbe mancare di vedere il MAO a Torino e mai nome fu più azzeccato. Aperto da pochissimo nell' antico palazzo Mazzonis, espone su cinque piani una ricca serie di pezzi, alcuni molto importanti, basti ricordare la celebre Onda di Hokusai, che illustrano con completezza tutti gli aspetti delle varie forme artistiche orientali. Dall'arte del Gandara così vicina alla nostra sensibilità, alle sculture indiane; dalla ricca collezione che spazia in tutte le dinastie cinesi con particolare attenzione al rinascimento cinese del periodo Tang, allo spazio giapponese, forse il più ricco, di cui vediamo una meravigliosa statua lignea di un guardiano del tempio, senza trascurare l' arte islamica e la regione himalaiana. L'esposizione dei pezzi è molto suggestiva e l'insieme si gusta veramente con piacere, lasciando il desiderio di tornare ed approfondire, di aver fatto tutto troppo in fretta. Tutta la sezione dedicata al Gandara, ricca dei reperti in parte provenienti dagli scavi italiani a Botkara nella regione dello Swat pakistano, è certamente il trait d'union che lega i nostri mondi nella grande contaminazione avvenuta dopo l'ellenismo, ma per chi ha l'occhio fino ed è alla ricerca di quei labili contatti che il nostro mondo ha sempre avuto con l'Oriente anche più segreto e nascosto, al terzo piano c'è una chicca per intenditori. Ecco infatti comparire su una bella tanka tibetana illuminata da un faretto, vittorioso su di un cavallo circondato dalle fiamme della sua potenza distruttrice di nemici, un curioso personaggio dell'Olimpo tantrico himalayano. Si tratta di Gesar di Khrom, una divinità nota come conquistatore di regni e distruttore di orde nemiche.
Che c'entra con noi? C'entra, c'entra. Infatti, questa nostra barbuta divinità minacciosa, altri non sarebbe se non Cesare di Roma, della cui potenza e importanza anche al centro del Tibet sembavano avere piena contezza, tanto da divinizzarla a tacito riconoscimento della sua incombente e trasversale presenza in tutto il modo antico, dalla Cina a Gibilterra.
Sono le piccole sorprese che confermano quanto fossero presenti i contatti e le influenze non soltanto artistiche tra le culture nel mondo antico. Non passerete un pomeriggio invano.

lunedì 26 gennaio 2009

Il lago Yamzho


I 4794 metri del passo di Kampa-la ti accolgono con una sgradevole sensazione di difficoltà respiratoria. Cali giù dalla Toyota e fatichi a camminare, a respirare, pensi che sei praticamente in cima al Monte Bianco e invece intorno a te le montagne crescono come i funghi. Guardi in alto e capisci perchè in tutte le tangke tibetane appese alle parete dei templi il cielo sia così indaco, sempre cosparso di sbuffi bianchi di nuvole. Camminando lentamente tra i fasci di bandiere di preghiera colorate che sventolano nel vento teso e gelido, portando in alto le loro richieste di aiuto, arrivi a vedere, poco più sotto la superficie piatta di turchese del lago Yamdrok Tso che si insinua tra le vallette laterali come un polipo dai cento tentacoli, un lago sacro nel deserto dell'alta quota. Sei in Tibet, ma se sei cinese il lago si chiama Yamzho Yumko e non è poi molto sacro, anzi, con il tipico pragmatismo cinese, si trova in una posizione straordinaria per fare una condotta forzata di oltre mille metri di dislivello che generi energia di cui il nostro mondo (sottolineo, il nostro) è perennemente affamato. I tibetani hanno guardato l'operazione con grande disapprovazione e si sono messi, metaforicamente, sulla riva del lago ad aspettare. Non ci sono immissari, quindi è prevedibile che la continua emunzione di acque farà scendere il livello del lago fino a farlo sparire e qui casca l'asino. Perchè i cinesi non lo sospettano o quanto meno se ne fregano, ma tutti sanno che in fondo al lago, da ere immemorabili è tenuta prigioniera e incatenata una orchessa malefica che, una volta liberata dal peso delle acque, spezzerà le sue catene dorate e distruggerà il mondo, quantomeno la Cina. Per questo forse, i tibetani che transitano dal passo con gli yak o le mandrie di capre, dopo aver messo una pietra sui monticelli lasciati dai viaggiatori che li hanno preceduti, guardano il lago e sogghignano a lungo, stringendo gli occhi come fessure scavate nella carne. Quelli a cui raccontano la storia ridono e li prendono un po' in giro. Ma i pastori non sono come i ragazzi impazienti che tirano pietre a Lhasa o bruciano qualche negozio e magari rischiano la vita. Raccontano a te, che ansimi camminando piano per raggiungere l'auto e che guardi un po' smagato i monaci col telefonino che si messaggiano durante la preghiera nel gompa di Sera, una frase famosa di Guru Rimpoche scritta in un rotolo di pergamena del XV secolo:- Quando l'uccello di ferro volerà ed i cavalli correranno sulle ruote, il popolo tibetano sarà sparso per il mondo.- e le fessure sorridono ammiccanti. Loro aspettano.


sabato 13 settembre 2008

Il maratoneta

Ma siete sicuri? Ma siete veramente sicuri? Ogni giorno rimango stupefatto dalla tranquilla certezza di chi mi circonda, dalla assoluta mancanza di dubbio, dall'accettazione dell'informazione come assioma. Ma siete sicuri che la plastica sia più inquinante del vetro? Ma siete sicuri che i cibi "biologici" (che aggettivazione idiota) siano più sani degli OGM? Perchè devo sentirmi guardato con occhi stralunati e sospettosi se manifesto insofferenza riguardo ai commenti malevoli dei nostri giornalisti inviati alle olimpiadi cinesi, per cui ogni fatto è stato sottolineato solo nei suoi aspetti più negativi (che ovviamente ci sono anche) con una acredine ed un astio difficili da giustificare (evidentemente solo da me). Ma siete sicuri che l'autodeterminazione dei popoli sia un dogma e quindi ok subito al Kossovo indipendente; ma siete proprio sicuri che i Tibetani vogliano in maggioranza l'indipendenza (ma tanto adesso non c'è un politico che si ricordi se il Tibet è in Asia o in Africa, forse non l'ha mai saputo) e allora come mai siete sicuri che Ossezia e Abkazia non abbiano lo stesso diritto? e allora la Tansnistria e il Donbass? Qui vi volevo, siete sicuri? Adesso tocca a loro e bisognerà prendere posizione prima che i comportamenti degli altri vi dicano come la dovete pensare!

mercoledì 9 luglio 2008

Le oche selvatiche

Il mio amico Ping da Pechino, mi manda un haiku da meditazione:

Fierce the west wind,
wild geese cry
under the frosty morning moon.


Si, anche il vento dell'ovest soffia. Soffia feroce, barbaro, carico di minacce.
Si è concluso il G8 e i paesi più ricchi del mondo, che sentono erosa, minacciata la loro opulenza hanno fatto la predica agli emergenti. Che parola evocatrice "emergenti" ! Masse di disperati, miliardi di morti di fame che cercano disperatamente di tirare fuori la testa , almeno un pochino dalla monnezza in cui sono sepolti da secoli e un poco, grazie al loro lavoro bestiale, ci stanno addirittura riuscendo. Questo non va molto bene. Il G8 dice che stanno consumando troppa energia, che stanno mangiando troppe ciotole di riso, vivaddio è tutta roba che serve a noi, adesso vi state allargando un po' troppo, vi si da una mano e voi vi prendete il braccio e poi i cereali aumentano e noi come facciamo a dare da mangiare al nostro bestiame, va a finire che poi il filetto costerà chissà quanto e ci tocca mangiare lo spezzatino! Datevi una calmata care India, Brasile, Cina ... che poi se la mettiamo sul piano dei diritti umani siete dei bei farabutti, guardate cosa combinate in Tibet. E' vero ce ne siamo sbattuti per cinquant'anni del Tibet ma adesso va di gran moda, lo dice anche Richard Gere e il mio amico Giulio, non è affascinante come R. Gere ma dice che vuole esporre la bandiera, quindi cercate di mangiare di meno che se no ci pensiamo noi! Chiaro!
Intanto un sacco di brava gente in buona fede ci crede davvero.
No, non ti preoccupare Ping, certe cose quando cominciano a muoversi vanno avanti da sole e le oche, se piangono, caso mai cominciate a mangiarvele.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!