mercoledì 10 febbraio 2021

Luoghi del cuore 104: Fantasmi del passato a Tiraspol

I love Tiraspol - Transnistria - maggio 2018

Se arrivi a Tiraspol, viaggio strano ed inusuale anche per un cercatore di luoghi da scoprire, ti troverai in un mondo strano che emerge dalle nebbie del passato, una esperienza sensoriale del tutto inaspettata ed a suo modo eccitante. Basta una decina di chilometri, passato il ponte sul Nistru e gli acquartieramenti dell'esercito russo, per arrivare alla periferia della città, la capitale di questa piccola e fantomatica repubblica, la Transnistria, di poco più di 3.500 km2 e mezzo milione di abitanti. Veniteci dunque per toccare con mano questo scampolo di passato, meglio se prima avrete letto il famoso libro, poi tradotto sul grande schermo: Educazione siberiana, che si svolge appunto proprio nelle periferie della città. A questo punto è necessario che vi dia conto di alcune cose che giustifichino il mio interesse quasi morboso per questo luogo a cavallo tra due mondi, uno scampolo di passato tenuto in piedi artificiosamente da fragili equilibri geopolitici e delle emozioni che mi ha dato. Come molti di voi sanno nella mia vita precedente mi interessavo di export e per un paio di decenni ho navigato nel mondo slavo, con molti periodi di permanenza proprio a cavallo della caduta dell'impero sovietico. Ora, il vivere in prima persona questo mondo così lontano e diverso dal nostro e vederne la inevitabile caduta, con tutti i tragici eventi accaduti dopo, le privazioni e gli imprevedibili accadimenti che si sono succeduti per un intero decennio, con conflitti, disastri economici, speranze disilluse, povertà diffusa, è stata una opportunità unica che, avendomi coinvolto soltanto come spettatore mi ha dato modo di vivere un'esperienza piena di insegnamenti e di emozioni. Naturalmente quegli ambienti avevano tutta una serie di abitudini, situazioni e momenti comuni, consolidati in uno stile di vita che 70 anni di regime aveva reso immutabili e con caratteristiche di unicità che non ritrovavi in nessuna altra parte del mondo.


Il memoriale dei morti nella guerra per l'autonomia
Le code, le monete da 3, certi negozi, le insegne, le statue inneggianti al regime, le fotografie dei meritevoli fuori delle fabbriche o dagli uffici pubblici, i fiori che le spose portavano alla tomba del milite ignoto e tantissime altre cose del tutto particolari. Tutto ciò scomparve in un attimo, dopo il '91, spazzato via dal nuovo nulla che avanzando come una corrente impetuosa, voleva omologare ogni cosa e al più presto a quel mondo occidentale, tanto a lungo sognato, invidiato, temuto e desiderato allo stesso tempo. La ipersvalutazione seguita alla frammentazione dell'impero, che aveva perduto la forza della dimensione comune in cambio delle sovranità bramate, distrusse ogni cosa in pochi mesi, azzerando risparmi, stipendi e pensioni ed aumentando ancora di più il caos e l'incertezza, facendo perdere velocemente memoria di quel passato prossimo appena svanito. Come ovvio, essendo stata questa una esperienza importante della mia vita, mi ha lasciato tutta una serie di nostalgie sopite tipiche dell'anziano in disarmo, che confonde luoghi ed eventi identificandoli con la sua età perduta. Dunque ecco che all'improvviso c'è ancora esistente, questo non luogo che conserva, come freezzata in una scatola del tempo, una situazione che ormai non esiste più in nessun altro luogo del mondo; una sorta di parco a tema che racconta un passato prossimo scomparso. 

Distilleria Kvint e moneta da 5 rubli
Tiraspol ti accoglie dunque con la sua aria demodée, i filobus che scivolano silenziosi nei vialoni che tagliano i parchi cittadini, le poche auto che transitano, molte sono ancora i vecchi modelli sovietici, le Zigulì di Togliatti, le Zaporozec della ZAZ ukrain, copia della 600, ho visto anche una Pobieda degli anni '40, come quella che aveva l'amico Valentin quando mi scarrozzava per le strade di Crimea. Qui le insegne sono tutte in russo come ovvio, essendosi il paese adagiato al 100% sulla Russia putiniana, tra l'altro sua unica sostenitrice economica. Si dice che qui l'economia traccheggi, le vecchie fabbriche sovietiche sono tutte in rovina; le centrali, che fornivano energia anche ai paesi vicini, contribuiscono, con la produzione attuale venduta all'estero, a portare qualche soldo in cassa; c'è qualche fabbrichetta tessile che sfrutta il basso costo della mano d'opera, ma ha grandi problemi ad esportare causa il mancato riconoscimento internazionale, come del resto la produzione agricola. Per la verità al di là della facciata vetero-comunista, tutta l'economia è in mano al gruppo privato Sheriff, il cui presidente era, almeno fino al 2011, guarda caso, il figlio maggiore del presidente, che possiede catene di ristoranti, pompe di benzina, supermercati, televisione, distillerie e molto altro secondo la nota formazione delle fortune economiche degli oligarchi russi. 

Il visto della Transnistria e la moneta di plastica
Bisogna anche ricordare che un'intero quartiere della città è occupato dalla antica distilleria Kvint, che tra l'altro produce un eccellente brandy, dovreste assaggiare l'invecchiato 25 anni, oltre a tanti altri distillati, la cui sede centrale, credo unico caso la mondo per un edificio privato, fa bella mostra di sé sulle banconote da cinque rubli. Già, la moneta. Ovviamente la repubblica di Transnistria batte orgogliosa la propria moneta, il rublo transnistriano, di cui può ovviamente fissare il cambio a proprio piacimento, tanto appena fuori dal confine è pura carta straccia che nessuno cambierebbe neppure in dollari dello Zimbabwe. Adesso il cambio è stato fissato a qualche centesimo in più del Lei moldavo, per evidenti ragioni propagandistiche, del tipo, noi siamo sempre un po' più avanti. Sempre in tema monetario è divertente ricordare come al momento della scissione per far fronte alla necessità, si usavano le banconote moldave a cui era stata applicato una marca da bollo. Un'altra curiosità davvero unica al mondo è che la Transnistria ha coniato monete di plastica, simili ai gettoni dei giochi da tavolo, tuttora circolanti. Il palazzo del governo sorge in una bella piazzetta piena di aiuole di rose multicolori. E' stato restaurato, ma la parete ad est è stata lasciata al suo stato naturale, butterata dei colpi di mitragliatore e di mortaio, che l'hanno colpita durante l'assedio rivoluzionario, quando dopo qualche giorno, i funzionari assediati si arresero e furono accompagnati ed espulsi in Moldavia, tra il giubilo della folla russofona. 

Mercato colcosiano
Ma il nostro ritorno al passato prosegue nel vicino mercato colcosiano. Ti ricordi Gianni quando ti accompagnavo, in quelle buie mattine domenicali di gelidi gennai, respirando aria puzzolente di benzina mal combusta, a quello fuori Mosca a cercare un pollo da comprare a peso d'oro dalle mastodontiche Tatiane e Ludmille, a cui il gelo imporporava le guance e la punta del naso! Qui quasi tutto è rimasto uguale, i banchi opulenti di carni macellate, monticelli di pollastri e cosce di maiali, i sacchettini confezionati a mano di tisane di erbe del bosco, la frutta di importazione, banane, kiwi, arance vendute a peso d'oro, le montagne di barattoli di tutte le dimensioni di composte, di frutta, di angurie e di cetrioli (i famigerati agurzì che non ho ancora finito di digerire adesso); i barattoli di smietana e i tanti prodotti che pensavo scomparsi nelle pieghe del tempo. Non manca nella zona articoli per la casa, la famigerata carta igienica detta La vendetta di Stalin, perché rendeva rossa in modo omogeneo la parte interessata, ma in modo equanime a tutti i cittadini. Ma la sorpresa più emozionante mi aspetta fuori del mercato. Vicino ai pali della luce che sostengono i fili del filobus, c'è un banchetto colorato con un'insegna che mi ricaccia indietro di trent'anni. Una babuska bionda appollaiata sul trespolo accanto, aspetta avventori. Dall'unico rubinetto del banco spilla una bevanda ambrata che distribuisce in piccoli bicchieri di plastica a 2,50 rubli l'uno, 10 cent di euro. Si tratta del kvas, una bevanda fermentata a bassa gradazione alcoolica, massimo 1 grado, ottenuta da pressoché qualunque prodotto vegetale, dalla linfa di betulla ai cereali più vari, frutti di bosco e anche addirittura di mollica di pane avanzato, che andava per la maggiore in tutta l'URSS. 

La bancarella del kvas di pane vecchio
Allora era distribuita in dosatori automatici di metallo, posti agli angoli delle strade, a cui era appeso con una catenella un bicchiere di uso comunitario di alluminio, d'altra parte si era o no nel mondo comunista! Costo di una dose, due monetine di tre copechi, circa 2 cent! (mi ricorda in diretta l'amico Eugenio da Mosca, che ho chiamato per confrontarmi con i suoi ricordi, che anche lì lo vendevano le donnine, a bicchiere e anche a litro a 24 copechi, mentre i dosatori davano acqua gassata a 3 copechi o con sciroppo a 5). Il suo sapore acidulo è un sentore umido e denso che stuzzica ricordi, che molcisce melanconie lontane, odori di neve bagnata e vapori che escono dalla metro e dalle griglie lungo il kalzò, allegria triste di gente che cammina veloce su marciapiedi gelati, stringendo le spalle nei cappotti lisi, con le schapke calcate sui riccioli rifatti in casa, la sera, negli spazi ristretti e litigiosi delle comunalke. Quel fermarsi per un attimo all'angolo del corso a spillare un bicchiere da bere in un colpo prima di andare al lavoro. Ebbene qui, per le strade di Tiraspol il kvas vive ancora con la sua presenza discreta, il suo essere storia di un popolo che resiste, attaccandosi disperatamente al passato, anche quando i tempi vorrebbero, disperatamente cambiare. Poco più in la ecco in vendita quei gelati alla panna burrosa nello scodellino di cialda avvolti nella carta. Non pensavo che li avrei mai più rivisti. Mi siedo su una panchina per ripigliare fiato. I miei anni perduti in un bicchiere di kvas.




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Urali                                                            

martedì 9 febbraio 2021

Luoghi del cuore 103: Il cimitero di Branesti


Il Cimitero di Branesti - Moldova - maggio 2018


Branesti non è altro che un gruppetto di case al fondo di uno sterrato che esce perpendicolarmente dalla strada nazionale. Non si vede nessuno in giro, qualche casa è palesemente chiusa o in stato di abbandono, ma in fondo alla strada c'è una bella chiesetta dipinta di fresco, bianca e beige coi contorni blu, sormontata da un corposo campanile, anche questa chiusa, sintomo di una presenza minima di residenti, forse il pope viene solo alla domenica e alle feste importanti, come nei nostri paesini sperduti tra le montagne. Infatti non vedremo nessuno in giro per tutto il tempo in cui rimarremo a passeggiare tra le case, buttando l'occhio al di là dei cancelli di ferro colorati e cercando tracce della vita di tutti i giorni. Qualche gallina becchetta nella corte e un maiale grufola in un piccolo recinto, anche le caprette legate ad un palo segnalano che comunque la vita continua anche se tutto sembra come cristallizzato nel tempo dalla fata buona della bella addormentata affinché nessuno soffra troppo della tristezza dell'abbandono, in attesa del risveglio. Alla confluenza di due sentieri, una fontanella gorgoglia l'acqua freschissima di una fonte, all'angolo di confine tra i campi si alzano croci ortodosse in muratura che splendono al sole con un biancore abbacinante, completate da piccoli altarini ornati da fiori secchi. Ma girando attorno alla chiesa, scopri un grande spazio dedicato al cimitero, che la avvolge da tre lati come è costume da queste parti. Circondato da un folto bosco di alberi alti e dai tronchi robusti, non è diverso dai tanti che vedremo passando lungo la strada, ma questo, così solitario in mezzo alla campagna ha un richiamo particolare che invita ad una passeggiata tra le tombe. Anche qui come nei campi la terra è morbida e nera, la indovini lieve, quasi non debba pesare troppo sui corpi che avvolge nell'ultimo abbraccio. 

Le panche dietro le croci
L'erba e i cespi fioriti crescono rigogliosi negli spazi ristretti tra le lapidi di pietra fino ad invaderle; è la primavera che onora la morte, quasi che la natura voglia sostituirsi agli assenti quando, lontani, non possono prendersi cura di chi non c'è più. Le croci sono molto grandi, in pietra dipinta di bianco o di ferro, costruite di tubi colorate di vivace blu. Qualcuna, che la mancanza di cure ha lasciato alla forza degli eventi atmosferici, pende mestamente da un lato, resistendo però, abbarbicata al terreno sottostante come non volesse piegarsi completamente allo scorrere del tempo. Tanti cognomi uguali, come accade anche nei nostri cimiteri di montagna, quando i paesi erano abitati da due o tre grandi famiglie al massimo e le parentele si incrociavano tra di loro all'infinito. Facce scavate dal lavoro, visi di donna avvolte nei fazzolettoni, sulle foto sbiadite negli ovali di metallo. Qualche nome scritto in caratteri cirillici a testimonianza che la mescolanza di etnie arrivava anche all'interno di queste piccole comunità isolate. Tuttavia osservando meglio, scorgi tra le file di tombe spazi più larghi ricavati agli incroci degli stretti sentieri e anche senza cercare troppo, scopri, addossate alle lapidi, panche di legno e addirittura tavoli pronti ad essere imbanditi. Questa è una delle tradizioni più sentite nella Moldavia, il pastele blajinilor, la Pasqua (il pasto) coi defunti, che si svolge ogni anno nella domenica successiva alla Pasqua ortodossa. 

Il cimitero di Sapinta in Romania -1985
E' questa una festa unica nel suo genere che coinvolge tutte le famiglie, che spesso tornano al paese anche se vivono lontane o in città proprio per questa ricorrenza. Già dal mattino presto i gruppi familiari arrivano al cimitero con grandi pacchi e occupano i posti attorno ai loro defunti disponendo sui tavoli il pranzo della festa, qualcuno addirittura prepara un barbecue quindi si dà il via alla festa, con canti e musica, ma soprattutto tanto alcool, vino e distillati fatti in casa, come consueto in ogni famiglia che viva in campagna. Questo stare a contatto con i defunti in allegria rappresenta di certo un modo di esorcizzare la morte, comune a molte culture, da quelle latinoamericane con le loro fiestas de los muertos, che quelle della vicina Romania, basti pensare al famosissimo cimitero allegro di Sapanta, la Spoon River della zona di Maramures, dove su ogni tomba un artigiano artista ha, per decenni, scolpito la storia di ogni defunto, in modo caricaturale ed ironico, ingigantendone i difetti o i lati più ridicoli del carattere o della persona, ricordando magari qualche fatto occorso al defunto stesso. Ricordando chi non c'è più in allegria è un modo per scacciare la paura del nostro essere mortali, attutire la malinconia del pensiero rivolto a chi se ne è andato e che pur ci è caro. Proprio per questo bisogna far festa ed esagerare, soprattutto nella esibizione e nel consumo di cibo e bevande che da sempre nelle culture contadine rappresentavano la manifestazione dell'abbondanza e del benessere raggiunto. 

Tra le croci
L'espressione massima di questo aspetto lo si raggiunge nelle feste che si svolgono in questa occasione nelle comunità Rom della Moldavia, che sono presenti soprattutto nelle province di Soroca e di Itacia nel nord del paese. Questa popolazione vive generalmente in una discreta agiatezza e durante questi giorni la esibisce in maniera esagerata, con veri e propri banchetti nei quali davvero si beve a rotta di collo e, complice il fatto  che la tradizione vuole che i morti gradirebbero coinvolgere nella festa anche gli sconosciuti, saziandoli, facendoli bere e dando loro doni augurali e uova dipinte, sembra che chiunque passi di lì venga invitato a partecipare e a riceva regali in onore della famiglia e dei suoi antenati. Spesso tra i sepolcri si porta addirittura un'orchestra e il tutto prosegue anche il lunedì, tanto per non farsi mancare nulla. Alfredo mi assicura che questa è una esperienza assolutamente unica che varrebbe la pena di provare e tutte le persone che lui ha accompagnato ne hanno riportato un ricordo indelebile. Quest'anno cadeva il 15 aprile. Se non sbaglio il prossimo anno potrebbe essere il 5 maggio, data ideale anche per la primavera incombente, ma informatevi meglio. Devo dire che, a sentirne il racconto, mi è rimasto il rimpianto di non averlo saputo prima. Credo che sia una di quelle cose autentiche che ti ricordi per un po'. Ma adesso è ora di lasciare il cimiterino di Branesti, pulendosi le scarpe alla meglio del fango viscoso che ti rimane attaccato alle scarpe per procedere verso altri luoghi. 


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Urali                                                            

lunedì 8 febbraio 2021

Nebbia bassa

dal web


Mamma mia che giornate grigie! Ieri c'era una nebbia che si tagliava con il coltello, direte per forza, ad Alessandria cosa vuoi pretendere, oltretutto piace anche a voi mandrogni. Invece mi dicono che anche in giro era la stessa cosa, insomma sembra che tutto stia congiurando per deprimere, per buttar giù o per lo meno per mettere in quello stato di sopore che annulla pensieri e sentimenti. Da un po' dormicchio malamente tutto il giorno, strisciando da una poltrona ad una sedia, con soste nel letto, poi quando vado a letto effettivamente sono sveglio come un grillo e mi rotolo per ore impigliandomi nei cuscini, con grande turbamento della mia metà, che per fortuna continua a restare al mio fianco anche se è un po' infastidita dal fatto che di tanto in tanto allunghi una mano per assicurarmi che sia ancora lì. Un tempo quando tardavo ad addormentarmi vagolavo con la testa sognando situazioni e progetti. Avevo un sacco di argomenti su cui porre le mie attenzioni, i miei sogni di gloria. Progetti di viaggi esagerati e mirabili nei dettagli più completi, successi eclatanti nelle mie varie attività, riuscite altre ogni limite in imprese mirabolanti. Adesso non riesco neppure più a sognarle, immaginarle, auspicarle queste cose che mi darebbero soddisfazioni. Che sia arrivato alla totale saturazione dei sensi? chissà. Eppure mi basterebbe poco, immaginare di aver vinto al superenalotto e progettare dettagliatamente tutte le cose da fare in questo caso, come allocare le risorse, come utilizzarle al meglio, come godermele. 

Insomma sogni banali ma intanto almeno il tempo passa e viene adagio adagio il sonno. Invece qui rimango per un tempo indefinito a fissare il buio della notte, i sensi ottusi, la mente ottenebrata, il groviglio nello stomaco che non va né su né giù, senza riuscire a pensare a nulla di concreto. Va bene raccontatemela anche voi che questa è la condanna dell'anziano, la perdita dei desideri, la mancanza di un futuro tangibile, ma accidenti anche questo cacchio di Covid ce ne ha messo del suo e poi questo indecente non vederne una fine fa il pieno. Per fortuna che almeno ci si può sbigottire con la politica, cercando cosa mai possa passare per la testa di uno per fare quello che fa, dell'altro per dichiarare una cosa e il giorno dopo il suo opposto, con seriosa convinzione che ti vuol far capire, ma guarda come sono furbo. Esce un nome e tutti gliene dicono di ogni, in passato gliene avevano già detto di molto peggio, passano 24 ore ed è diventato un santo, la soluzione, il deus ex machina, unto dal signore. E intanto nel ghigno satanico che sta dietro la piega del sorrisetto vedi chiaramente la convenienza, la soddisfazione di mettere la croce sulle spalle di qualcun altro che se la prende per carità di patria, pronti appena possibile, non appena avrà salvato la baracca, data la totale incapacità anche solo a pensare, non soltanto a progettare, a scaricarlo caricandolo di merda per tutti gli anni a venire, destino inevitabile di tutti i capaci, invidiati ed odiati proprio per questo dai vili, dagli incapaci, dalle nullità. Ma sì contentiamoci di questo divertimento, con tutta la coorte dei fans e degli haters che si scatenano sui social e vediamo cosa succederà domani.


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sabato 6 febbraio 2021

Luoghi del cuore 102: Sulle rive dell'Omo

Omo river - Etiopia - marzo 2018

L'Omo è un infinito serpente di acque fangose, marroni, che si allungano quasi immobili in meandri continui in una foresta bassa e senza fine. Se arrivi alle sue rive scoscese, di terra morbida, sempre in procinto di sciogliersi alle successive piogge e di finire tra quelle acque lattiginose, non cercare tracce di vita, animali o presenze diverse. Netta è la sensazione di essere calato su un pianeta estraneo, disabitato, sul quale cercare vita aliena. Dopo aver proceduto per ore tra radure minuscole e gruppi di acacie spinose, cercando di evitare le buche fangose più grosse, puoi tentare di arrivare in un punto più elevato dal quale distinguere per un tratto maggiore il mondo verde che ti circonda. Anche Bottego sarà arrivato fin qui nella sua smania di esplorare gli ultimi territori sconosciuti alla fine dell'800, in quell'Africa spopolata, pronta per essere saccheggiata. Allora, di certo gli stessi sparuti abitanti di queste forre dimenticate, abitavano questa ultima Tule, questa terra incognita a cui attribuire nomi nuovi e segnare punti su mappe completamente bianche. Su questa sponda, largo belvedere su un Eden ancora da scoprire nelle sue difficoltà, due guerrieri Karo stavano lì le spalle volte al fiume, luogo estraneo e non amico, casa di coccodrilli ed altre presenze ostili, da evitare. 

Seduti su un tronco, immobili ad ascoltare il respiro lento della terra, una lancia e due corpi ricoperti di linee, i volti  bianchi da cui trasparivano soltanto occhi neri intenti a scrutare un mondo sempre uguale, nel quale all'improvviso è comparsa una presenza aliena e disturbante. Stavano lì, da oltre cento anni forse, ad aspettare chi arriva, che fosse un esploratore con un kepì bianco in testa per difendersi dal sole seguito da uno stuolo di portatori e dal suo sguardo di conquista o questi nuovi, carichi solo di macchine fotografiche che si guardano intorno quasi smarriti da questo immenso mondo primordiale dove non si avverte suono, né di uccello, né di insetto, quasi ogni cosa si sia estinta tranne la sfera vegetale. Dopo un tratto di tempo non misurabile, li abbiamo lasciati lì in silenzio come quando eravamo arrivati, a raccontarsi storie di antichi guerrieri, forse trasmettendoseli col pensiero. Proseguimmo ancora lentamente e con fatica nel bosco prima di trovare un gruppo di capanne di paglia dove si aggiravano rari fantasmi dal corpo dipinto con cura. Una donna terminava di apporre una serie ordinata di bolli bianchi sul viso della sorella nel silenzio assoluto. Qualche bambino più piccolo giocava nella terra muto e nudo come si sta nel mondo senza tempo.



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Urali                                                            

giovedì 4 febbraio 2021

Haiku gastronomico

 


ceci e fagioli 

con croste di formaggio -

voglia di mamma


mercoledì 3 febbraio 2021

Shì - 士

 


Che bella la lingua cinese quando si riesce ad esaminarne i vari caratteri per scovare quello che ci sta dietro, alla base, che racconta il significato profondo del segno e la sua filosofia. I caratteri base o chiavi che dir si vogliano, che sono i mattoncini con i quali vengono costruiti tutti gli altri caratteri più complessi, sono fonte inesauribile di racconto su questa mentalità che spesso ci è così distante e che invece è basilare per cercare di capire quelli che sono e saranno i nostri principali avversari economici nel futuro prossimo. Prendiamo ad esempio il carattere 士 , shì che significa letterato, uomo di cultura, cosa assimilabile nell'antica Cina, in cui il sapiente di ogni disciplina non poteva non essere anche un conoscitore approfondito della letteratura, la base di ogni sapere. Intanto bisogna stare attenti a non confonderlo con il carattere molto simile 土 tǔ,  Terra, dove però la linea alla base è più larga della croce che sta sopra e che rappresenta un albero. Nel nostro invece abbiamo l'unione di due segni ancora più semplici, il tratto alla base che è il numero 1 ( 一, yī), mentre quello sopra è il numero 10 ( 十, shí) a significare che il sapiente conosce tutto lo scibile umano dall'1 al 10. I letterati erano estremamente apprezzati in Cina, paese dove ha sempre regnato la meritocrazia, proprio al contrario della nostra civiltà che è più attirata dal furbo e dalla chiacchiera che dal sapiente, anzi quest'ultimo è sempre visto con una nota negativa e dispregiativa, quasi che la cultura nella vita pratica non serva a nulla. L'intellettuale, il sapientone, lo "scienziato" sono sempre visti con spregio e si preferisce ovviamente a dare retta, ad esempio su un tema come i vaccini o la pandemia, a quello che dicono cantanti o influencer, preferendo una solida ma vicina ignoranza alla quale ci si sente partecipi, alla verità scientifica più lontana da capire e faticosa da raggiungere e quindi disprezzabile a prescindere. 

In Cina invece illetterato era considerato all'apice della scala sociale, soprattutto se partecipava e vinceva il difficilissimo esame imperiale, unico modo per accedere ai gradi alti della amministrazione dello stato, alla quale erano destinati solo i migliori in assoluto, anche se proveniva da un'umile famiglia o da uno sperduto paese di campagna. Questo ideogramma è dunque spesso presente nella lingua cinese, in combinazione con altri per formare caratteri più complessi, ma che ne comprendono il significato iniziale. Ad esempio 吉 jí, Fortunato, rappresenta il letterato che apre bocca, nel senso che è una fortuna poter ascoltare un saggio che parla e le cose che dice. Sovrapponendolo a Cuore, che è sempre presente nei termini in cui prevale un sentimento, abbiamo 志 - zhì, che significa Ambizione, Ideale, Volere, in quanto questo sentimento appartiene alla sfera spirituale del saggio; se in più aggiungiamo 向 - xiàng, orientamento, direzione, abbiamo 志向 - zhì xiàng, Aspirazione (Orientamento a volere). Curioso il carattere 坐 - zuò, Sedersi, che descrive due omini seduti attorno al nostro sapiente, in quanto vale la pena di sedersi ed ascoltare se in mezzo c'è un sapiente che spiega. Qualche esempio nelle parole composte da due ideogrammi come unito a Robusto forma 壮士 - zhuàng shì, Eroe, Guerriero, perché il combattente migliore è certamente forte, ma deve essere anche saggio. Con Scuola, forma 学士 - xué shì, Laureato, mentre unito a Grande, 硕士- shuò shì significa Master. Infine unendolo a Proteggere si ottiene 护士 - hù shì, che vuol dire Infermiere, il sapiente che ti protegge e mai come in questi tempi questa parola ed il suo significato nascosto è così calzante.


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martedì 2 febbraio 2021

Haiku edule

 


che bei porcini

così piccoli e sodi -

il bosco vive

lunedì 1 febbraio 2021

Analisi

 

dal web


Era una notte buia e tempestosa e la luce dell'alba ancora non si intravedeva attraverso le stecche malandate della tapparella che girava a scatti e con fatica, consunta dagli anni. Pure, anche se sarebbe stato assolutamente più piacevole crogiolarsi tra le coperte ancora un po', bisognava alzarsi, rassettarsi alla meglio ed uscire, affrontando i rigori di quell'inverno che seppure mite era sempre fastidioso di per sé, l'aria fredda sul volto, quel leggero brivido lungo la schiena e l'umidità della nebbia bassa, la nota distintiva della città. Si infagottò nello sciarpone caldo e si strinse le spalle cercando la forma del piumino ormai adattato al suo corpaccio adiposo, prima di lasciarsi andare al ritmo sonnacchioso della città che ancora si stava svegliando. Apriva anche qualche bar dopo la pausa arancione, visto che oramai, anche se i morti continuavano ad ammassarsi nelle stanze di attesa dei cimiteri, si era passati al giallo, sulla spinta dei bisogni economici che premevano, anche se nessuno osava dire che, tempo tre o quattro settimane e si sarebbe di nuovo tornati indietro. 

Intanto, man mano che passavano i minuti, si diffondeva nell'aria quel chiarore lattiginoso che dava la sensazione di muoversi in un Ade d'oltretomba, in un paese dei Cimmeri, popolato da ombre sottili che si muovevano silenziose schivandosi l'un l'altra per il timore del contagio, anche se i più tenevano la mascherina abbondantemente sotto il naso. Raggiunse il Centro in pochi minuti e qui poté finalmente apprezzare uno dei pochi vantaggi che la pandemia aveva avuto tra le sue conseguenze. Fare le analisi necessarie era diventato molto più semplice di prima, finite le lunghe code, le attese, la folla di questuanti inattesa. Appuntamento ottenuto in pochi click, ingresso al minuto previsto, registrazione e pagamento al momento, pochi istanti per le pratiche tecniche e poi via a casa, o già col referto in mano o trovandolo già in pdf dopo tre giorni nell'apposito sito, da scaricare e girare direttamente al medico, che ti invia con mail la necessaria ricetta, da mostrare sul telefonino al farmacista o volendo, girargliela per farsi mandare a casa direttamente i medicamenti voluti. Un buon miglioramento, no? E poi vai a lamentarti del Coviddi.


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